giovedì 9 marzo 2017

Il colpo d’ala dell’8 marzo

 
di   IDA DOMINIJANNI


Pubblicato su Internazionale l'8 marzo 2017
Mentre Donald Trump, e con lui i suoi fans di destra e purtroppo anche di sinistra, fantasticano un’improbabile de-globalizzazione, spunta (o rispunta) un movimento femminista che ha tutte caratteristiche di un movimento globale. Mentre i media mainstream capovolgono l’elezione di Trump nella sconfitta del femminismo perché il famoso tetto di vetro non è stato infranto neanche stavolta, spunta (o rispunta) un movimento femminista che mette il tetto di vetro suddetto all’ultimo posto della sua agenda, e al primo la vita. Mentre l’egemonia del capitalismo neoliberale vacilla ovunque sotto i colpi di una crisi ormai decennale, e ovunque ripropone per tutta risposta le sue ricette fallimentari senza trovare a sinistra ostacoli rilevanti e aprendo a destra vie di fuga razziste e fascistoidi, spunta (o rispunta) un movimento femminista che si riappropria della centralità femminile nella produzione e nella riproduzione sociale, ne fa una leva sovversiva e chiama tutti, donne uomini e altri generi di ogni paese e di ogni colore, a unirsi a questa spinta sovversiva. Sono i colpi d’ala che solo la politica delle donne è capace periodicamente di inventarsi, gli scarti imprevisti dall’agenda politica e mediatica del presente che solo la politica delle donne è capace periodicamente di produrre. E che fanno dell’8 marzo di quest’anno una giornata diversa dal solito, inedita, irrituale, inaugurale.
Ma non estemporanea. Lo sciopero delle donne dal lavoro e dalla cura dichiarato per oggi in una quarantina di paesi del mondo – in Italia dalla rete “Non una di meno”, con l’adesione dei sindacati - arriva a coronamento di un anno che ha visto i movimenti femministi al centro, e alla guida, di mobilitazioni straordinarie, su un’agenda ben più ampia e articolata di quella “di genere”. L’inizio fu il Black Monday polacco, il 3 ottobre dell’anno scorso, quando un’imponente manifestazione sotto la pioggia e gli ombrelli bloccò la legge che voleva proibire l’aborto, prima azione politica contro i governi reazionari che si sono succeduti in quel paese. Poi il Mércoles Negro contro la violenza sessuale in Argentina il 17 ottobre, convocato dalla rete NiUnaMenos, sigla migrata in Italia con la manifestazione contro la violenza del 26 novembre, tanto sorprendente per quantità e qualità quanto ignorata da giornali e tv, all’epoca troppo impegnati nello sfornare sondaggi sulla rimonta del sì al referendum costituzionale poi stravinto dal no. Infine l’immensa Women’s March del 21 gennaio a Washington e ovunque nel mondo, in risposta alla misoginia suprematista di Trump, tre milioni di donne e uomini in piazza negli Usa e due nel resto del pianeta, altro che protezionismo e de-globalizzazione: America first, ma in tutt’altra direzione da quella neopresidenziale.
Vengono infatti da quella marcia, e sono vistosamente marcate dal lessico politico radicale americano, le due parole-chiave, inclusive e intersectional, che orientano la giornata di oggi.
Inclusivo, perché l’organizzazione e la regia della mobilitazione è femminile ma apre a chiunque ne condivida le intenzioni, lasciandosi il separatismo alle spalle. Intersezionale, perché il dominio di genere si intreccia con altri dispositivi di dominio e di esclusione, di classe e razziali in primis, e domanda in risposta “l’alleanza dei corpi”, per dirlo con il titolo dell’ultimo libro di Judith Butler, di tutte le soggettività interessate.
Perché allora l’8 marzo, e perché le donne al centro e al timone? Si possono dare due risposte. La prima è che le donne e il femminismo sono state e sono l’oggetto privilegiato della rivoluzione neoliberale, e non stupisce che ne diventino il soggetto antagonista di prima fila. L’egemonia neoliberale deve molto della sua presa al modo in cui ha cercato di trascrivere la libertà politica e la padronanza sul proprio destino guadagnate dalle donne nel femminismo in autoimprenditorialità e libertà di consumo, nonché al modo in cui ha “valorizzato”- nel senso dell’estrazione capitalistica di valore - il lavoro produttivo, il lavoro di cura, l’intera vita delle donne. Non a caso la pratica di lotta scelta stavolta è quella dello sciopero: per sottrarsi a questo sfruttamento, e per mostrare – per sottrazione, appunto – quanto il lavoro femminile - visibile e invisibili, contato e non contato nelle statistiche, retribuito e gratuito – sia tanto cruciale per far girare la macchina produttiva e riproduttiva quanto sottostimato e sottovalutato, in tutti i sensi del termine.
La seconda ragione è politica, ed è tutta inscritta nella genealogia e nella memoria del femminismo. In una stagione come quella di oggi, in cui la politica ufficiale di opposizione, orfana delle sue appartenenze e strutture storiche, sembra non trovare vie diverse dalla ripetizione del passato da un lato e dalla demagogia populista dall’altro, il femminismo conosce l’arte della tessitura di un “noi” che si costruisce non malgrado ma in forza delle sue differenze e molteplicità costitutive. E’ l’arte della tessitura di relazioni libere ma non per questo volatili, che consente al movimento delle donne di andare e venire dalla ribalta della cronaca, ma di tornare sempre, imprevisto, quando e dove occorre. Non a caso si chiude con un richiamo a Carla Lonzi il testo di Non Una di Meno che convoca lo sciopero di oggi: “Il Soggetto Imprevisto ha fatto nuovamente irruzione nella politica e nelle nostre vite. Riconosciamo a noi stesse la capacità di fare di questo attimo una modificazione totale della vita”.



lunedì 27 febbraio 2017

Libertà di morire


Diario 342
27/2/2017

Non è mai finita. Ogni occasione mette il tappeto rosso perché i moralizzatori possano salire sul palco e farci la predica, indicarci la strada e imporci come vivere.
In che cosa consiste il fondamentalismo? nel voler imporre a tutti quello che si ritiene il dettato della propria fede. In che cosa consiste il laicismo? nella libertà per ciascuno di credere a qualsiasi credenza, un dettato che vale per se stesso e che non è da imporre.
Il nostro paese sarà mai una società laica? Non credo; ed è disperante.
La libertà di morire, non può che essere un diritto della persona, ma questo diritto viene negato a partire dalla sacralità della vita, non merita sottolineare come questa sacralità venga negata nella guerra, nello sfruttamento nel lavoro, nella povertà e marginalità, ecc., la condizione mortale può esserci somministrata (tutta in una volta o a poco a poco), ma non siamo liberi di decidere da noi stessi se morire e quando morire. Un diritto non obbliga, determina una opportunità (come l’aborto).
Qualche concessione viene fatta per l’accanimento terapeutico (il testamento biologico), anche qui con molte limitazioni, ma di suicidio assistito (la buona morte) neanche a parlarne. Il suicidio deve essere cruento (mala morte): spararsi, gettarsi nel vuoto, avvelenarsi, impiccarsi ecc.  
Gli amanti della vita non capiscono come il diritto alla morte in realtà esalta la vita, mette la vita nelle nostre mani, non in qualche ente supremo che dà e toglie, e ci rende più responsabili, non meno, ci fa più cauti e attenti.

Ma ovviamente non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire  

venerdì 24 febbraio 2017

Tra i cattolici i ginecologi sono tra i più praticanti


Diario 341
24 febbraio 2017

Da una recente indagine risulta che l’88% della popolazione italiana si dichiara cristiana cattolica, ma solo il 37% si dichiara praticante.
Non so se sia consolante, ma comunque genera una certa meraviglia, constatare che i medici ginecologi sono nel nostro paese il segmento della popolazione cattolica più praticante. Per cui affidiamo in mani profumate di fede le future  puerpere, mentre chi deve abortire finisce in mani avide e (spesso) anche incompetenti.
Se guardiamo ai medici ginecologi obiettori, che cioè si rifiutano di applicare la legge 194, come pubblicati dalla La Repubblica  del 23 febbraio, questi risultano il 70%. Gli anestesisti che obiettano di assistere interventi di aborto sono il 49%, mentre gli infermieri sono obiettori al 46%.
Spaventosi di dati per regioni: in Molise, Bolzano e Basilicata, sono obiettori più del 90%; superano l’80% in Sicilia, Puglia, Campania, Abbruzzo e Lazio; tra il 64% e il 76% si collocano Marche, Piemonte, Umbria, Liguria e Lombardia; intorno al 50% Friuli V.G.,  Toscana ed Emilia. Spicca la Valle d’Aosta con il 13%, regione meravigliosamente laica.
Si può immaginare che un cattolico che prende una così drastica decisione di obiettare (che gli è concesso dalla legge) all’applicazione di una legge dello Stato non lo faccia per convenienza ma per adesione piena ad un convincimento religioso, non solo ma non può essere una persona che fa parte dei “cattolici tiepidi”, che professano ma non praticano, devo sicuramente far parte della quota dei praticanti.
Se così fosse c’è da meravigliarsi che una percentuale così alta di praticanti (in alcune regioni la quasi totalità) sia concentrata tra i medici e in particolare tra i ginecologi.
Per l’esperienza personale che ho dei medici mi risultano, in generale laici (spesso atei); certo un’esperienza non è generalizzabile, ma sorprende questa grande concentrazione di praticanti in una specializzazione medica.    

Non colpevolizzo gli obiettori, fanno valere un loro diritto, così come un tempo, ma ce n’è voluto, obiettavano i giovani che rifiutavano il servizio militare perché contro la guerra (ma ero obbligati ad un servizio civile), ma ritengo che vada salvaguardato l’altrettanto sacrosanto diritto delle donne che vogliono e devono abortire. Per questo non si può non plaudire alla regione Lazio, e a tutte le regioni, soprattutto del sud che volessero seguirne l’esempio, che vuole assumere per i propri ospedali solo ginecologi non obiettori.

L’età dell’oro sta davanti a noi



Diario 340
24 febbraio 2017

Non sopporto, ma questo è il meno, e ritengo sbagliati (culturalmente e soprattutto politicamente) ogni atteggiamento contro il progresso. Rifugiarsi nella “bellezza” della piccola comunità, esaltare come elemento di progresso il ritorno all’artigiano, immaginare che l’identità di luogo possa risolversi in costruzione di società, ecc. è un’illusione. Fare gli scongiuri per ogni nuovo fattore di progresso cantando le lodi del bel tempo che fu, nel momento in cui gli avanzamenti della scienza e della tecnica ci promettono benessere, una vita più lunga e più sana, libertà dal lavoro più alienato, ecc. mi sembra di una miopia tragica.
Non sopporto, ma questo è il meno, e ritengo sbagliati (culturalmente e soprattutto politicamente) ogni atteggiamento che affida con ingenuità, spesso con furbizia, e quasi sempre con ignoranza, alle nuove tecnologie la soluzione di tutti i nostri problemi sociali.
Né il ritorno al passato, predicato ma mai realizzato, né l’attesa che la tecnologia ci porti in paradiso, ci faranno fare un passo avanti nella conquista generalizzata di un livello di vita dignitoso, libero, denso, per tutti (per l’intera umanità). La strada per raggiungere una possibile età dell’oro sarà faticosa, irta di pericoli, ma sicuramente porterà alla meta.
Questa strada presume che si accetti che la grande rivoluzione capitalista (“La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria” Marx e Engels) abbia perso la sua spinta propulsiva (usando le parole che  Berlinguer ha adottato con riferimento al socialismo realizzato) e si assuma piena consapevolezza che lo sviluppo delle forze produttive è in contrasto e trova un ostacolo nei rapporti sociali di produzione. Sempre più emergono elementi e nessi che pongono, anche con una certa urgenza, la necessità di un cambiamento della struttura sociale capitalistica.
Il “capitalismo” non è più “rivoluzionario”, i suoi cambiamenti, la sua finanziarizzazione, la concentrazione della ricchezza l’hanno trasformato non più in un fattore (contradittorio) di progresso, ma piuttosto in un agente della discriminazione, della rottura di ogni vincolo sociale, della distruzione dello stesso territorio della specie.
All'interno della struttura sociale capitalistica lo sviluppo tecnologico non potrà che produrre disoccupazione, quindi miseria, e concentrazione della ricchezza. Sono ormai numerose le ricerche che indicano come l’avanzamento tecnologico, in tutti i settori compresi i servizi, e soprattutto lo sviluppo della robotica (per l’industria, i servizi e le famiglie) ridurrà drasticamente l'occupazione (negli Stati Uniti è stata calcolata una riduzione del 80% a fronte di un incremento derivato di solo il 5%). In sostanza l'ipotesi che lo sviluppo tecnologico tagliasse posti di lavoro da una parte ma ne creasse più numerosi da un'altra parte risulta non corrispondente al tipo di rivoluzione tecnologica in atto. Non si tratta di luddismo, ma piuttosto della presa d’atto che lo sviluppo tecnologico, dentro l’attuale regime sociale, non si combina con la crescita sociale (opera discriminazione, segmentazioni, divergenze, ecc.).
Il crescente sviluppo del settore di ricerca e della struttura economica/produttiva  legata al genoma, costituisce, insieme alla robotica e alla rete,  un settore trainante. Non si tratta solo di “soldi” (di molti soldi), ma di qualcosa che riguarda da una parte il diritto alle cure non legate alla propria condizione di reddito, e dall’altra a questioni etiche non marginali che hanno a che fare con la eredità della specie, con interventi su altre specie, ecc. Sviluppo tecnologico e “manipolazione” dei geni, aprono all’umanità prospettive di grandi miglioramenti, ma al contempo non bisogna chiudere gli occhi davanti ai possibili esiti negativi, drammatici e sconvolgenti che ne possono derivare se il potere di decidere la direzione di queste innovazioni e il loro scopo restano in mano a chi “razionalmente” vuole accumulare ricchezza.
Quello che  deve spaventare non è l'innovazione, non è la tecnologia, non sono le ricerche più avanzate e ardite ma il loro uso, il fine che si vuole raggiungere ( i “soldi” non sono un buono scopo, accecano).
Dallo sviluppo delle nuove tecnologie ci si deve attendere grandi miglioramenti per la vita di tutti. Ma non c’è garanzia, anzi è possibile avvenga il contrario, è il vincolo del rapporto sociale capitalistico che è necessario rimuovere, in forme più riflessive di quanto si sia fatto nel passato.
Se si guardasse con attenzione all’oggi non si potrebbe non vedere la crescita delle diseguaglianze economico-sociale (sia interne che internazionali). Non è casuale che nella crisi che ha attanagliato l'economia mondiale negli ultimi 10 anni, ad una riduzione generalizzata delle condizioni di vita della gran parte della popolazione corrisponde una crescita della ricchezza di pochi. Questo, si  osservi, vale per tutti i sistemi economici qualsiasi sia il regime politico di governo. Come è stato simbolicamente indicato si tratta dell’1% contro il 99% della popolazione, ma bisogna riflettere anche sul fatto che questa sperequazione non riguarda soltanto i “grandi finanzieri”, ma si riferisce anche ad una sorta di “mentalità” che tende a stravolgere la “concezione” del guadagno, i parametri con i quali misurarlo e i rapporti con gli altri (“approfittare” è il verbo più declinato dai singoli).  
L’individualismo e l’egoismo (alimentato anche dal bisogno e dalla paura di perdere il poco che si ha) incide profondamente sulle relazioni sociali e tende a frantumare ogni relazione che non sia di mera convenienza, di difesa corporativa, o che non abbia a sua base una identità fasulla.   
Ma come garantire che di tutto il progresso possibile possa godere l’umanità tutta e non solo una sua porzione (di ceti e popoli privilegiati)?  Come garantire che tutto il progresso possibile sia portatore di libertà, di giustizia sociale, di eguaglianza per tutta l’umanità e non invece di discriminazioni, di diseguaglianze e di oppressione? Domande che interrogano la “politica”, la politica di sinistra, che ha bisogno di interrogarsi sia sui suoi fini che sui suoi mezzi.
La sinistra (quella che qui interessa) ha perso molto (tutto?) il suo potere di attrazione, la sua lingua non pare più adeguata, il disegno di società futura, quella di cui piacerebbe sentire parlare, non emerge e non attrae quel 99%. Eppure quello che avviene nel mondo, pur nella sua contraddittorietà, appare interessante. Si nota un riemergere di consapevolezza. Gruppi, movimenti, partiti di “sinistra” si fanno evidenti.
Quando questi assumeranno che va infranto il rapporto sociale di tipo capitalistico, che una forma nuova di società sarà possibile costruire (senza prescrizioni che non siano di uguaglianza e libertà), allora le questioni del lavoro, della dignità di vita, della disponibilità dei beni, dei vincoli all’accumulazione personale, della parità, dell’accesso al sapere e alla cultura, ecc. potranno essere risolte. Affrontare ciascuno di questi aspetti, e altri ancora, senza affrontarne la matrice rischia di dare l’impressione di una soluzione sul punto specifico, che non solo risulterà temporanea e non risolutiva, ma la “soluzione” si scaricherà su altri aspetti.  
Il rapporto capitalistico che nella cultura dei nostri giorni viene considerato un “rapporto tecnico”, per sua natura originaria si costituisce come “rapporto sociale”. Pensare che qualche “regola” può aiutare il “rapporto tecnico” ad essere di vantaggio a tutti è una illusione; il “rapporto sociale” ha bisogno di una trasformazione (sociale), di una “rivoluzione” creatrice di nuova ricchezza, di nuova socialità, di uguaglianza, libertà e democrazia.

I vecchi non possono che sperare che i giovani, la massa di quel 99%, prendano in mano la trasformazione della società e portino verso l’età dell’oro, che continuerà ad essere una meta sempre da raggiungere.  

mercoledì 22 febbraio 2017

Lo scongiuro della scissione

di ida dominijanni

Pubblicato su Huffington Post il 19/2/2017
L’infinita soap-opera del Pd non ha dalla sua dei buoni sceneggiatori: né fra i protagonisti, né fra gli osservatori. A una classe politica che oscilla fra il non dare il meglio e il dare il peggio di sé fa riscontro un coro di cronisti e commentatori che oscillano a loro volta fra la foga di descriverla come un covo di vipere velenose e l’ansia di scongiurare una scissione che sarebbe al meglio incomprensibile, al peggio devastante. Il bilancio della parabola del Pd – dieci anni non ancora compiuti e vissuti molto pericolosamente – pencola infine fra quello di un partito mai nato, di una miscela mal riuscita e di un progetto mai decollato, a quello di un bene prezioso e irrinunciabile, dell’unico superstite del riformismo europeo, dell’ultima barriera della civiltà contro l’invasione dei barbari pentastellati o trumpisti.
Tutto questo non aiuta a capire se c’è, e qual è, la posta della partita che si sta giocando – malamente – nel Pd, ma anche fuori dal Pd: sono aperti altri cantieri, in primis quello del congresso di fondazione di Sinistra Italiana, e intanto non smobilitano le reti dei comitati nati a sostegno del No al referendum costituzionale. Si può continuare a guardare tutto questo come una commedia recitata da attori di second’ordine, con le batterie cariche di personalismi, ambizioni, rivincite e rancori incrociati. Oppure si può fare uno sforzo di generosità – ce ne vuole parecchia, lo so – e alzare, quantomeno, l’asticella delle aspettative e delle richieste, sperando che serva ad alzare anche quella delle risposte.
Lascerei perdere, intanto, gli scongiuri. Il fantasma delle scissioni perseguita la sinistra, e l’invocazione dell’unità la alimenta, da quando è nata. Già questa storica altalena dovrebbe dire qualcosa di un problema evidentemente malposto. Non sempre la convivenza forzata è sinonimo di unità, e non sempre le divisioni sono foriere di sciagura. Non sempre l’unità è garanzia di un’identità riconoscibile, e non sempre le differenze condannano alla frammentazione. Un’articolazione non settaria delle differenze è ciò che da sempre manca alla sinistra e alla forma-partito disciplinata e disciplinare da cui la sinistra, fra mille trasmutazioni che della forma-partito hanno buttato il bambino tenendosi l’acqua sporca, non è mai riuscita a emanciparsi davvero.
Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Stiamo all’oggi: è possibile guardare a quello che sta capitando non come un a un destino di disgregazione, ma come a un’occasione di ricomposizione? E’ possibile pensare che sia questa, e non la solita “resa dei conti” fra narcisi (uomini) in guerra fra loro la posta in gioco della situazione? E’ possibile guardare all’eventualità che il Pd si spezzi definitivamente come a un elemento di maggior chiarezza, e non maggior cupezza, del quadro?
Tutto dipende, naturalmente, dal giudizio che dell’avventura targata Pd si dà. Lo scongiuro della scissione muove evidentemente da un giudizio positivo, o meglio dalla convinzione che, ben realizzato o no, il progetto del Pd fosse, dieci anni fa, la risposta giusta al problema. Varrebbe la pena ricordare che dieci anni fa “il problema” era assai diverso da quello di oggi: in Italia c’era un bipolarismo che pareva definitivo; la crisi mondiale del debito si annunciava – non vista, al Lingotto - ma non aveva ancora messo in crisi il pensiero unico neoliberale; l’opera di sistematico smantellamento delle tradizioni politiche europee novecentesche, e segnatamente di archiviazione del bagaglio concettuale della sinistra, era al suo apice; l’America era ancora, per quelli che si volevano emancipare dal complesso di colpa per essere stati comunisti a loro insaputa, un mito progressista, e l’aggettivo “democratico” un passepartout per risolvere qualunque dilemma del presente e del futuro. Si innamorò di quel progetto chi voleva una sinistra light, liberata da qualunque istanza di critica anticapitalistica, completamente risolta nell’interiorizzazione del paradigma liberaldemocratico come unico orizzonte possibile.
Era un innamoramento malriposto. Ma non solo per la perenne incompiutezza che avrebbe da allora in poi caratterizzato “l’amalgama mal riuscito”, bensì per i suoi difetti genetici. Un difetto di identità, perché dalla somma di due tradizioni indebolite non nasceva una cultura politica riconoscibile. Un difetto di struttura e di radicamento, perché il partito dei gazebo e delle primarie portava in sé l’embrione del partito personale del leader. Un difetto di progetto, perché la bandiera dei diritti, separata dalla critica dei poteri, si sarebbe rivelata ben presto una strada aperta al loro smantellamento più che al loro allargamento. Un difetto perfino nel nome, perché già allora era chiaro – non c’era ancora Trump, ma Berlusconi sì – che l’aggettivo “democratico”, in un Occidente in cui la democrazia si sfigurava partorendo mostri, non era la soluzione ma il problema. Un difetto, infine, di presunzione, in quell’ostinata idea, tutt’ora perdurante, che il Pd fosse “il partito della nazione” (il termine risale ad allora) che rappresentava e incorporava i destini dell’Italia. Il difetto stava dunque nel progetto, non nella sua cattiva realizzazione. Il seguito della vicenda l’ha solo aggravato, fino all’esito, estremo ma coerente, della scalata di Matteo Renzi, con la iper-personalizzazione della leadership e la rottamazione di ogni residua cultura politica che l’hanno caratterizzata.
Ma nel frattempo, soprattutto, si è rovesciato il mondo, ed è collassato il sistema politico italiano. Le sorti della globalizzazione non sono più magnifiche e progressive. La crisi del capitalismo finanziario ha smontato da sola le ricette neoliberali, con o senza lo zuccherino delle “terze vie” blairiane. La destra ha cambiato natura e da liberista si è fatta protezionista. I nazionalismi risorgono sotto la bandiera illusoria del sovranismo. E i popoli spremuti dalla crisi e, in Europa, dall’austerity si danno voce come possono e con chi trovano, sui una sponda e sull’altra dell’Atlantico: e tanto peggio per chi ha aspettato Trump per accorgersene, liquidando quattro anni fa il M5S a fenomeno effimero e transeunte e pensando di riportare il tripolarismo in un bipolarismo forzato a colpi di leggi elettorali incostituzionali e di riforme costituzionali sonoramente bocciate.
In un mondo così, torna non il bisogno, ma la necessità di una sinistra. Detta o non detta, dichiarata o sussurrata, esplicita o implicita, la posta in gioco della scissione del Pd, e più in generale dei lavori in corso in questo così denso fine settimana, è questa. Lo sanno benissimo i sacerdoti dello scongiuro, che non tralasciano talk show per mostrarsi esterrefatti e scandalizzati del riapparire dello spettro che il Pd avrebbe dovuto seppellire per sempre. La domanda vera è quanto ne siano consapevoli invece i protagonisti dello scontro. I quali stavolta, dentro e fuori dal Pd, sono pregati di fare sul serio. Il compito è urgente ma tutt’altro che facile, e tutt’altro che light. Lo dico con le parole di Carlo Galli (www.ragionipolitiche. wordpress.com) : una sinistra di governo (e di “protezione” non securitaria della società ) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire”. Vietato bluffare, accontentarsi di un pur necessario cambio ai posti di comando, riproporre ricette usurate con l’aggiunta di un 3 o 4.0, diluire nel moderatismo la radicalità necessaria. Gli esami non finiscono mai, ma qualche volta sono ultimativi.



martedì 14 febbraio 2017

Un dissenso circa la questione urbanistica a partire da Roma


Diario 339
14/2/2017

Lo scandalo, per così dire, sulla discussione (finta?) circa  la realizzazione del nuovo stadio (e connessi) a Roma ha acceso numerose iniziative sia di "solidarietà" con l'assessore Paolo Berdini. sia più in generale di riflessione sullo stato delle cose in Italia.
I "buoni propositi" che sono sintetizzati nell'appello di alcuni urbanisti agli urbanisti non mi paiono completamente convincenti. Non me ne vogliano gli amici che si sono impegnati in questa impresa, amici che stimo e ai quali mi legano anni sia di battaglie politiche che di riflessioni sulle questioni urbane; cercherò di argomentare, anche se in breve.
Se la vicenda romana, recita l'appello, chiama in causa  
"l’intera comunità degli urbanisti, troppo spesso proni a legittimare questa deriva e a rovesciare il loro ruolo a facilitatori degli interessi immobiliari"  
mi sembrerebbe improprio un appello generale agli urbanisti, a quali? 
Nell'appello ancora si dice:
"L’abbandono di ogni prospettiva seriamente riformatrice in materia di governo del territorio da parte delle maggioranze elette che governano le nostre città e i nostri territori contribuisce a rendere ancora più esasperata la disuguaglianza tra chi riesce tuttora a privatizzare i benefici delle decisioni pubbliche e chi – il popolo delle periferie -, assiste impotente a trasformazioni che non modificano affatto le sue condizioni di indigenza, privazione e marginalità".
L'abbandono? ma da quando? Non possiamo immaginarci un passato consolatorio. Non nego che alcune amministrazioni locali e in qualche regione sono prevalse, anche per lungo tempo, "prospettive seriamente riformiste", ma bisogna guardare e tutto il paese?  nel sud,  a Milano, lungo le nostre coste, o ... che cosa è successo. L'urbanista è stata sconfitta, la forza di quello che un tempo chiamavamo il "blocco edilizio" è stata dirompente per vanificare un discorso nazionale di sana organizzazione delle città e del territorio.E' forvianti riferirsi a periodi d'oro del passato inesistenti. 
La chiusa dell'appello mi pare, come dire, poco incisiva
"Noi urbanisti denunciamo l’estromissione delle questioni dell’urbanistica e del governo del territorio dal nucleo centrale dei programmi politici delle maggioranze che governano le nostre città e i nostri territori,e ci impegniamo, nei nostri rispettivi ruoli, a mobilitarci affinché il miglioramento delle condizioni collettive di vita degli abitanti delle città e dei territori torni al centro delle politiche pubbliche".
Nei nostri rispettivi ruoli ci mobiliteremo? eppure ai miei amici è chiaro che si tratta di uno scontro politico (l'urbanistica quale scelta politica tecnicamente assistita), l'appello alla mobilitazione di "noi urbanisti" (chi? come?, quando?) mi pare un po' consolatoria. Noi urbanisti, dico noi "bravi" (sic!),bisogna riconoscerlo, abbiamo cincischiato con tematiche parziali (marginali?), avendo perso di vista le dinamiche che investivano i territori e le città,le modifiche della struttura capitalistica, le nuove realtà  urbane sia economiche che sociali, Ci siamo  mobilitati per battaglie singole (sacrosante) ma che nella loro parzialità non permettevano di osservare (e contrastare) i grandi processi in atto.  Il "locale" (come dimensione chiave), il consumo di suolo (come variabile esistenziale), lo smantellamento degli standard (anche per ragioni (sic!) "urbanistiche" oltre che economiche), il partenariato (come la soluzione di tutti i problemi, certo pericoloso ma necessario), ecc. 
Speriamo che l'appello smuova il torpore, ma fatto questo bisogna ragionare di politica.
Il caso di Roma è da orticaria. Paolo Berdini è stato spinto ad accettare l'incarico di assessore all'urbanistica del comune di Roma-Raggi, da un misto di ingenuità e presunzione. Una ingenuità frutto di una considerazione positiva (a diversi livelli di positività) del movimento 5*, tanto da spingere una parte della sinistra a votare per Virginia Raggi. Analisi politica zero; riflessione su motivazioni e fondamenti, zero, studio delle radici del movimento, zero, analisi dei possibili legami, zero. Ma a questa ingenuità si somma un po' di presunzione: uomo onesto, uomo di sinistra, uomo della legalità urbanistica, ora arrivo io e metto tutto a posto. Su questa strada l'anno spinto amici e estimatori, non sono casuali gli appelli perché l'assessore sia confermato, appelli a chi a Raggi? ai padrini della stessa?, come Di Maio, a Grillo? O si pensa che l'URBANISTICA possa essere una branca autonoma della politica di un'Amministrazione?
Paolo Berdini, che non nego abbia potuto fare delle cose buone (Roma era in tale stato che sarebbe stato difficile non fare bene), ha un pessimo giudizio delle capacità amministrative del  Sindaco, si sente un "estraneo" rispetto alla maggioranza, ma non si capisce perché è ancora in quel posto.
Mi sembra difficile un movimento di protesta contro la grande speculazione dello stadio in appoggio all'assessore della giunta che, sostanzialmente, lo stadio lo vuole.
Mi sembra uno dei tanti pasticci della sinistra (di quella radicale).  


giovedì 29 dicembre 2016

Lavoro e diseguaglianze

Diario n. 328
27 dicembre 2016



Non vi è dubbio che i problemi più gravi dell’attuale fase (non transitoria) siano il lavoro e le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Collegati a questi due, come in una catena, troviamo la crisi fiscale dello stato (a tutti i livelli), la riduzione dei servizi sociali, la mancanza di abitazioni a basso prezzo (a cui corrisponde una grande quantità di abitazioni vuote e di invenduto), la cattiva situazione delle infrastrutture, la mini criminalità (mentre gode ottima salute quella organizzata), la crisi del sistema sanitario, la sicurezza, ecc. Una catena che può essere allungata come si vuole ma che si sviluppa a partire da quei due anelli. Di questi due problemi un qualsiasi governo si dovrebbe occupare, ma ne prima né ora le questioni sono all’ordine del giorno con il dovuto impegno e con le necessarie nuove idee.

Lavoro      
I provvedimenti già attivi non solo non sono stati risolutivi, ma hanno, in un certo senso aggravato la situazione. Gli strumenti attivati non hanno inciso significativamente sulla disoccupazione e hanno reso precario e vergognosamente super sfruttato chi il lavoro, anche se marginale, a tempo, incerto in qualche modo lo ha. I vaucher producono racconti  agghiaccianti: 7,5 euro all’ora per qualsiasi tipo di lavoro (dal servizio di sicurezza, al servizio bar, passando per il call center , ecc., parcellizzato e spezzettato  in modo tale che pochi riescono ad avere garanzia, sia fa per dire, di un reddito mensile. Non solo pagati con ritardo, ma spesso i voucher sono utilizzati come “tessera” per un lavoro nero più sfruttato, mentre l’ultima frontiera è quella della loro utilizzazione per pagare chi sostituisce (sic!) i lavoratori in sciopero.
La filosofia “meglio di niente” sta ancora di più imbarbarendo la nostra società e il mercato del lavoro: ogni dignità di se stessi sembra vanificata dalla ricerca di una elemosina-lavorativa.
La bellezza del paese, la sua cultura, la sua storia, che poi tradotto in soldoni significa turismo non solo sarebbe assurdo che portasse ad una società fatta di camerieri, guidi turistiche e commesse, ma neanche si costruisce con progetti adeguati, mentre quei specifici settori, insieme all’edilizia sono quelli del massimo sfruttamento e dell’uso (non chiamiamolo abuso) dei voucher.
Non c’è una soluzione facile, si tratta di modificare quanto, dove, come e quando ciascuno debba lavorare; come assicurare comunque un reddito ad ogni famiglia; come riconoscere differenze di ruoli e di remunerazione che non potranno che essere da limitate.
Non solo i camerieri, non solo le signorine gentili che assillano dai call center, non solo le rare, ovviamente, start up, ecc. si tratta di un progetto di società che rifiuta lo stato attuale e che prospetta una diversa organizzazione sociale fondata sulla dignità.

Diseguaglianze  
Le maglie della società, i suoi nodi e i suoi incroci sembravano offrire a ciascuno, secondo volontà e capacità, di trovare una propria collocazione che non fosse esclusivamente determinata dalla nascita. Si trattava di una mitologia, di una retorica, ma in parte costituiva anche una realtà, ma soprattutto imprimeva le stigmate della “capacità” (anche nel nostro paese dove vige e si fa sempre forte il familismo, la pratica della raccomandazione, ecc.). Una società felice, certo che no, una società segnata da differenze, ma anche da lotte per attenuarle. Nessuno si arrendeva, il vivere individuale era anche collettivo, l’ “insieme agli altri” era una filosofia di vita.
Ma oggi tutto sembra cambiato. L’individualismo estremo ha introdotto una nuova filosofia: da solo e per me stesso. Ma questa modalità di agire germina l’approfittatore. Non è il saper fare, non è l’essere parte di una massa in cammino, ma soltanto ed esclusivamente il saper sfruttare l’occasione. Questa è la matrice generativa della corruzione (insaziabile e  diffusiva), dell’evasione, del piccolo trucco.
Questa situazione ha moltiplicato le diseguaglianze. Non si tratta di quella macroscopica tra l’1% e  il 99% della popolazione), che sarebbero da colpire, ma si sono moltiplicate le diseguaglianze anche all’interno del 99%: corruzione, evasione, trucchi, ecc., tutti governati dal verbo approfittare, costituiscono il nuovo magma sociale. E che si tratti di un magma male odorante.
Facile accusarmi di fare di tutta un’erba un fascio, so che non tutti sono come descritti. Ma so di una società in sofferenza e  malata dove il tono complessivo è dato dalla malattia, e chi non è partecipe di questo povero e indegno banchetto è come tramortito.

Politica
È chiaro che diseguaglianze e lavoro  (sua mancanza, sua condizione, ecc.) si sostengono a vicenda: la società “civile” che ne emerge è malata, non si tratta di mele marcie, come spesso si sente dire, ma di una condizione generale. Spesso quella che ci appare non è più una società ma una massa di individui agglomerati, dove al massimo vige il piccolo clan.
Questi mi sembrerebbero gli argomenti della politica, non necessariamente in questa versione. Ma questo governo, approssimativo come il precedente, usa la lingua dell’ottimismo, o dice parole indecorose in bocca ad un ministro.

Lunga o breve che sia la sua vita, il futuro non promette bene. Anche se, e ripeto se, non sia impossibile che il popolo tramortito non si svegli, ma anche in questo caso, anzi soprattutto in questo caso, c’è necessità di politica, di una idea di futuro, si una idea di società. 

giovedì 8 dicembre 2016

La sinistra che ...

Diario n. 327
8/12/2016



Il referendum è archiviato. La vittoria del No, mette in movimento la politica, ma quello che è spaventoso è il vuoto a sinistra.  Spezzoni, correnti, circoli, congressi … tutti divisi ma tutti rivendicando, ovviamente, la necessità di unità.
Renzi e il suo disegno pasticciato sono stati battuti; non si è visto il “disastro” annunziato, ma questo non vuole dire che la finanza stava con il NO, ma solo che la logica della finanza sfugge a molti osservatori. La finanza non gode del caos, ma se gli serve il caos lo crea in perfetta autonomia,  senza bisogno della “politica”.
Ma Renzi è questione del PD, questo non può essere dimenticato; non conviene tradurre i sogni in realtà. Sul PD si può fare pressione per una nuova leadership, ma quello che importa è la linea politica che sarà definita dal prossimo congresso di quel partito.  Non credo che sia indifferente  la persona che guiderà il PD, figuriamoci, gli uomini e donne contano, la loro capacità e personalità contano, ma quello che interessa è la correzione di linea politica.
A molto di noi piacerebbe un governo di SINISTRA, ma … prima non ci sono le forze, secondo  manca la consapevolezza completa della situazione e della sua evoluzione, terzo il “programma” che si mette in campo è modesto;  un programma che definisce come  alleviare, e non è poco, le sofferenze della popolazione, ma che è incapace di dire come e in che direzione può avvenire il mutamento della società (questo è all’ordine del giorno). Una sinistra inadeguata, assolutamente inadeguata, ma con questo stato bisogna fare i conti; cambiare questa situazione ha bisogno di tempo e di tanto lavoro, non di fantasia, ma di un po’ di utopia, non narrazioni,  ma progetti di società. Insomma un duro lavoro collettivo immerso nelle lotte nazionali e internazionali.
Al referendum il “popolo” ha sconfitto l’establishment,  diamolo per buono, forse è meglio pensarlo come il risultato di uno scontro tra idee diverse di organizzazione istituzionale. Dentro un referendum c’è tutto: fede indiscussa, antipatia, contrasti di interessi, voglia di rivincita, tentativi di posizionamento  e anche idee diverse. Se Renzi sbaglia (la sua solita arroganza) a attribuirsi il 40%, c’è da dire che nel 60% ci sono dei germi pericolosi contro cui non siano vaccinati.
Non credo che possa interessare più di tanto pensare se Renzi possa essere rieducato, convertito o rotamato. Il PD è chiamato ad una riflessione seria (dura, dice Renzi; minaccia), alla definizione del suo ruolo in questa fase storica, prima di definire le alleanze o insieme a definire le alleanze, affidando la guida del partito a mani capaci. Se questa riflessione quel partito sarà capace di fare non credo che possa venire fuori un linea di sinistra, ma si spera una linea progressista, un centro progressista che guardi i meccanismi di esclusione, di emarginazione, di diseguaglianze.  
Se così fosse, e non sarebbe male, una sinistra ricomposta (speranza), unità (speranza), fondata su analisi puntuali (speranza) e con un programma di transizione (speranza), potrebbe allearsi con un PD progressista per un governo che sappia intervenire sulla realtà, che guardi si alle sofferenze ma anche al futuro. Un governo e un’iniziativa politica che sappia arginare il populismo eversivo, che non è l’inesorabile risultato dei tempi, ma l’esito di un depauperamento dell’iniziativa pubblica.
  



mercoledì 30 novembre 2016

E il Senato?

Diario 326
30/11/2016

Ci sono nuovamente caduto!
Il presidente del Consiglio, in una delle recenti apparizione in pubblico, ha fatto vedere la "scheda elettorale per il senato". Che strano non si sa come si voterà per il senato, manca l'apposita legge elettorale, ma Renzi fa vedere la scheda. Il nostro presidente continua a strafare, ma temo che nonostante questa sua tendenza non sarà punito.
A proposito di Senato e di sua elezione vi allego una piccola riflessione (pesante) del mio amico Angelo   


Non ne posso più. Mi sono deciso a rimanere in silenzio sul cambio della costituzione, anche se ho deciso che avrei votato no, ma anche il silenzio delle intelligenze  è spaventoso.
Renzi ha appena detto che se vince il "si" si modifica il sistema elettorale del senato facendo indicare agli elettori dei consiglieri regionali quali di questi dovranno andare in senato.
Ma appena viene promulgata la nuova costituzione,  tutto deve adeguarsi ad essa, ed il più presto possibile. 
Per quanto riguarda i deputati, la legge per eleggerli esiste (Italicum) e, quindi  possono e  devono immediatamente essere indette le elezioni. Modificare l'Italicum come scritto nel documento Renzicuperliano potrà avvenire solo dopo il 4 Dicembre e quando anche il senato sia insediato.

Per il senato la nuova costituzione impone che sia eletto dai consigli regionali tra i sindaci (21) e i consiglieri (74). I consigli regionali esistono e sono pienamente legittimati. Non decadono con la nuova costituzione. E' il senato che decade. Ma Renzi dice che sarà fatta una legge che darà la possibilità ai cittadini di indicare, all'atto della elezione dei consiglieri, quali di essi dovranno occupare la carica di senatori.  Ma già all'atto della promulgazione della nuova costituzione i Consigli Ragionali esistono legittimamente e, stando alla nuova costituzione, non ci sono ostacoli perchè eleggano i nuovi senatori. La promessa legge elettorale per il senato, senza un senato legittimo, non può essere  approvata.
Se invece si vuole prestare fede a quanto dice Renzi occorrerebbe  che autonomamente e contemporaneamente all'unisono si dimettessero tutti i presidenti regionali e i consiglieri per indire immediatamente  nuove elezioni con l'indicazione degli elettori intorno ai nuovi senatori. Ma questo è impossibile perché non può essere approvata la nuova legge elettorale senza il senato.
Per realizzare quanto Renzi promette, occorre che "manu militari" i Consigli Regionali esistenti legittimamente siano dichiarati decaduti ed annullati. Ho detto "manu militai" perchè non c'è altro mezzo, in quanto essendo decaduto il senato esistente e non essendocene ancora un altro legittimo, leggi non se ne possono fare. E  non sarebbe questo un colpo di stato? Ma ormai è provato che non si sanno fare neanche i colpi di stato. 
Ma da nessuno sento porre questi problemi. Che è successo all'Italia? Angelo

Perché Dio. Un testo di Carlo Rovelli

Diario n. 324
29/11/2016

Cari amici, oso inviarvi, invece del solito pensierino sulla politica (Renzi, Salvini, Grillo, ecc., la crisi e l’uscita dal tunnel)  questo Elzeviro del fisico Carlo Rovelli, pubblicato sul Corriere della sera. Spero che molti di voi possano apprezzarlo. È il mio regalo per le prossime festività.
Un abbraccio e che il prossimo anno non ci porti un nuovo referendum, e che chi governerà possa capire verso dove ci moviamo e non ci racconti altre favole. Sperare è possibile anche se forse è inutile.
Un abbraccio Francesco  

Carlo Rovelli
Diverse persone mi hanno chiesto perché dico che non credo in Dio. Ecco la mia risposta.
   A me non piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all'infer­no. Preferisco quelli che si comportano bene perché amano comportarsi bene. Non mi piacciono quelli che sono buoni per piacere a Dio. Preferisco quelli che sono buoni perché sono buoni. Non mi piace rispettare i miei  simili perché sono figli Dio. Mi piace ri­spettarli perché sono esseri che sentono e che soffrono. Non mi piace chi si dedica al prossimo e coltiva la giustizia pensando in questo modo di piacere a Dio. Mi piace chi si dedica al prossimo perché sente amore e compassione perle persone.
   A me non piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone stando zitto dentro una chiesa ascoltando una funzione. Mi piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone guardando i miei amici negli occhi, parlando con loro, e guardando il loro sorriso. Non mi piace emozionarmi davanti alla natura perché Dio l'ha creata così bella. Mi piace emozio­narmi perché è così bella. Non mi piace consolarmi del­la morte pen­sando che Dio mi accoglierà. Mi piace guar­dare in faccia la limitatezza della nostra vita e imparare a sorridere con affetto a sorella morte. Non mi piace chiudermi nel silenzio e pregare Dio. Mi piace chiudermi nel silenzio e ascoltare le profondità infinite del silenzio. Non mi piace ringraziare Dio: mi piace svegliarmi al mattino, guardare il mare e ringraziare il vento, le onde, il cielo e il profumo delle piante, la vita che mi fa vivere, e il sole che si alza.
A me non piacciono quelli che mi spiega­no che il mondo l'ha creato Dio, perché pen­so che non lo sappia nessuno di noi da dove viene il mondo; penso che chi dice di saperlo si illude; preferisco guardare in faccia il mistero, sentirne l'emozione tremenda, piutto­sto che cercare di spegnerla con delle favole. A me non piacciono coloro che credono in Dio e così sanno dove sta la Verità, perché penso che in realtà siano ignoranti quanto me. Penso che il mondo è per noi ancora uno sterminato mistero. A me non piacciono quelli che conoscono le risposte. Mi piaccio­no di più quelli che le risposte le cercano, e dicono «non so».
Non mi piace chi dice di sapere cosa è bene e cosa è male, perché sta in una chiesa che ha il monopolio di Dio, e non vede quante diver­se chiese esistono al mondo. Quante morali diverse, e ciascuna sincera, esistono al mondo. Non mi piace chi dice a tutti cosa tutti devono fare, perché si sente forte grazie al suo Dio. Mi piace chi mi dà suggerimenti sommessi, chi vive in un modo che mi stupi­sce e ammiro, chi fa scelte che mi emozionano e mi fanno pensare.
Mi piace parlare agli amici, provare a con­solarli se soffrono. Mi piace parlare alle pian­te, dare loro da bere se hanno sete. Mi piace amare. Mi piace guardare  il cielo in silenzio. Mi piacciono le stelle. Mi piacciono infinita­mente le stelle. Non mi piace chi si rifugia nelle braccia di una religione quando è sper­so, quando soffre; preferisco chi  accetta il vento della vita, e sa che gli uccelli dell'aria hanno il loro nido, ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il suo capo.
E siccome vorrei essere simile alle persone che mi piacciono, e non a quelli che non mi piacciano, non credo in Dio.
(da Corriere della sera, 26/11/2016)


mercoledì 2 novembre 2016

Tina Anselmi

Diario n, 323
2/11/2016



Con la morte di Tina Anselmi scompare una delle poche personalità democristiana degna e una delle poche personalità politiche ammirabili della I Repubblica. Mai coinvolta in giochi di potere, o in altri giochi non confessabile. Con la sua rettitudine ha illuminato la Politica e i posti di responsabilità ricoperti: soprattutto per la sua determinazione godiamo del sistema sanitario nazionale, che ora le regioni manomettono continuamente.  La sua cifra morale è stata fondamentale nel guidare la Commissione di indagine sulla P2.

L’ho incontrata solo una volta, non era una persona semplice ma piuttosto consistente di quella materia che rendono uomini e donne politiche esemplari: schiettezza, dirittura morale, senso dello stato. L’avevo invitato, tanti anni fa,  ad un incontro con gli studenti, ma le condizioni di salute di quel momento non le hanno permesso di accettare l’invito. Mi dispiace molto di non avere provato ancora in seguito.

giovedì 27 ottobre 2016

Referendum


Il culto dei morti e la resurrezione dei corpi

Diario 322
27/10/2016


La Chiesa cattolica non finisce mai di sbagliare,  ogni volta si mette nella condizione di dover far marcia indietro per adeguarsi alle trasformazioni della società che, in qualche modo,  deve assecondare. È  stato così per l’omosessualità, il divorzio, i libri all’indice, per non parlare di streghe e di Inquisizione. Certo il ripensamento ha sempre qualcosa di equivoco ma i “fedeli” intendono.
La Chiesa ha accettato che dopo la morte i corpi potessero essere cremati (molti non hanno atteso il suo permesso), bene. Fatta la dichiarazione taci. No! Adesso i vincoli: le ceneri non possono essere disperse, non si possono tenere in casa, non si possono distribuire ai parenti, ecc. Tranne casi eccezionali, quali sono? perché? Ma!
Le ceneri dovranno essere sepolte in terra consacrata (cimitero)  in attesa della resurrezione dei corpi.
Per un credente la resurrezione dei corpi è universale, ovunque i corpi si trovino e in qualsiasi stato siano. Non avranno la resurrezione i tanti caduti in guerra e dispersi? non quelli annegati? non quelli sbranati da bestie feroci? non quelli torturati e buttati in fosse comuni?  non quelli sepolti con riti diversi. Insomma una dichiarazione senza senso, che depotenzia Dio stesso che pare possa resuscitare solo quelli sepolti in terra consacrata.
Probabilmente l’intenzione era buona ma non tiene conto né della storia né della realtà: si voleva forse  combattere una sorta di “nuova idolatria”: quella delle ceneri onorate in casa, conservate, divise tra i parenti, racchiuei in gioielli, o esse stesse trasformate in pietre preziose.  
Ma non si capisce quale sia lo scandalo. Il “culto dei morti”  è stato sempre accompagnato da forme non proprio spirituali. Un tempo la ricorrenza dei morti era per i bambini una festa, in quanto i morti portavano regali. Mi ricordo perfettamente con mia madre andare per i negozi di giocatoli  a individuare i miei desideri, con la speranza che mi fossero soddisfatti dal nonno tale, dalla zia talaltra, dalla bisnonna, ecc.. Una personalizzazione del ricordo legato ad un dato di gioia, infatti la mattina della ricorrenza dei morti era una festa:  cercare per casa dove erano stati nascosti i doni,  scoprire se i morti avevano esaurito i miei desideri, e i regali erano personalizzati dai specifici defunti. Quasi sempre i miei desideri erano soddisfatti, perché mia madre mi guidava in modo che le mie scelte fossero compatibili con la capacità di pagare dei morti.

Poi venne Babbo natale e i morti, i morti veri (si direbbe in carne e ossa), sono scomparsi dall’immaginario dei bambini.     

giovedì 29 settembre 2016

Parole/illusioni; parole/menzognere.

Diario n. 321
29/9/2016



Parole/illusioni

Austerità  è stato questo il tema ricorrente per molti anni illudendoci (ma soprattutto illudendosi) che questa formula, che non è di gestione del “bilancio pubblico” ma piuttosto una politica (anti)sociale (vedi la Grecia come caso emblematico), avrebbe garantito la soluzione della crisi, la riduzione del debito pubblico, il risanamento delle banche, lo sviluppo dell’occupazione, l’efficienza della pubblica amministrazione, la razionalizzazione della spesa sanitaria e non so che altro. Risultato zero, né poteva essere diverso. Ha aggravato le condizioni degli anziani e dei giovani, ha peggiorato i servizi sociali e collettivi, ha aumentato le diseguaglianze, ha peggiorato la situazione delle nostre città, ha ripristinato le discriminazioni e ha accresciuta la povertà (meno male che c’è la Caritas, ma che ovviamente non può bastare). Nonostante quello che si dice, questa politica non ha fatto bene neanche alla Germania, che ne era la portabandiera.

Flessibilità ma il vento è cambiato ora la parola/illusione  austerità è sostituita da un’altra parola/illusione: la flessibilità. Anche questa dovrebbe garantire le stesse cose che garantiva l’austerità (ma come sarà possibile è un mistero): l’uscita dalle crisi, lo sviluppo dell’occupazione, l’innovazione, l’aumento di produttività, la riduzione del debito (magari a più lungo tempo), il salvataggio delle banche, il  ripristino della legalità, grandi investimenti pubblici, ecc.

Un tempo insegnavano che prima di esprimersi, nell’ira e nel dolore, nell’entusiasmo e nella gioia conveniva sempre “contare fino a dieci”. Ma se questo insegnamento era negletto dalla “vecchia” politica lo è ancora di più dalla “nuova”.

Parole/menzognere   

Ci sembrava (o forse si sperava) di esserci liberati dai “contratti con gli italiani”, di berlusconiana memoria. Ma siamo al “diteci che c’è da fare ed io faccio” non un contratto ma una sorta di bancomat, o se si preferisce spesa alla carta. Ma non solo, nel tempo si è annunziato un elenco non solo di grande proporzione ma pieno di contraddizioni: il ripristino ambientale e idrogeologico e la continuazione di scavi di galleria già avviate (ma almeno una pare abbandonata anche dalla Francia), o la programmazione di altre gallerie i cui progetti erano abbandonati da tempo. La banda larga, l’informatizzazione della pubblica amministrazione che spesso è priva degli strumenti tecnici e della professionalità per utilizzarli. Il ripristino dei territori distrutti da terremoto, con grandi promesse su metodi e tempi. Non si potrà fare peggio di come abbia fatto il governo Berlusconi e il suo plenipotenziario Bertolaso a L’Aquila, ma si può tentare.
E per finire il ponte sullo stretto. Questo veramente ha meravigliato tutti! Ma perché un’affermazione così cervellotica, fuori dalla realtà e dal senso? Sospetto che si  tratti di una specie di ripicca. Una mia nipotina (cinque anni) in risposta al divieto di suo padre di fare una certa cosa, ha detto: “allora io dico minchia”. Renzi ha detto “minchia”: la Raggi non vuole fare le Olimpiadi a Roma, allora io faccio il ponte sullo stretto.  Questa mia affermazione nobilita l’affermazione di Renzi, fornisce una ragione, un motivo, se non fosse così sarebbe ancora peggio.
Michele Serra, che è un tiepido sostenitore di Renzi, oggi su Le Repubblica ha scritto che, è favorevole che si realizzi il ponte sullo stretto dopo la messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati nelle zone sismiche, dopo il risanamento idrogeologico, dopo avere investito fino a renderle efficienti e vivibili le linee ferroviarie “minori” dopo avere completato le opere pubbliche lasciate a metà, dopo la riforestazione, ecc. In sostanza, insinua Serra, ci sarebbe tanto cose  da fare invece del ponte di Messina.
Si noti, per altro, che  il piano presentato oggi dalle ferrovie sembra andare in altra direzione, altro che linee ferroviarie minori.

L’affermazione che questo ponte si faccia è una vera bufala, il ponte è una parola/menzogna, dovrebbe saperlo lo stesso Renzi (altrimenti a che cosa gli servono i tanti consiglieri?) o forse siamo ancora alle parole/illusioni.  

Matteo Renzi: consenso e realtà

Diario n. 320
11 settembre 2016



Matteo Renzi gode di molto consenso nell’opinione pubblica (può essere diminuito, tuttavia è ancora molto alto); ma in molti si chiedono su che basi si fondi tale consenso, dati gli scarsi risultati della sua azione e di quella del suo governo.
Egli appare come un innovatore, un bastonatore dei vecchi vizi. Per esempio gode della fama di “rotamatore” della vecchia politica, ma se guardassimo con attenzione si osserverebbe che gli unici rotamati, con qualche successo, sono stati Rosi Bindi e Massimo D’Alema, non  Lugi Bersani (perché godeva di un notevole consenso nel partito, al contrario dei primi due), ma soprattutto non ha rotamato  Verdini e i suoi compagni di merenda, tanto per fare un nome per tutti.
L’opinione pubblica è convinta che di “Matteo” ci si può fidare, solo perché la nostra memoria ha cancellato lo scherzo liceale, che insieme al presidente Napolitano, ha fatto al suo predecessore. Ci siamo scordati lo “stai sereno” comunicato al presidente del consiglio poche ore prima di defenestrarlo.
Un politico “nuovo”, fuori dalle manovre della vecchia politica, e ti sforna il Patto del Nazzareno con Berlusconi (quest’ultimo nella disfida per guadagnare consenso lo riconosce come “suo” erede).
Un politico che crede nella necessità di coinvolgere le migliori competenze, mentre il suo cerchio ristretto di consulenti è composto soprattutto da amici, di cui è chiara la fedeltà ma non sembra accertato il tasso di competenza.
Un politico alieno dalle lottizzazioni, con una visione netta della divisione tra i compiti della politica e la funzione delle altre istituzioni (pubbliche e private), ma poi ecco interventi sulle nomine bancarie, sulla Rai, ecc.
Un politico del fare e non del parlare, ma solo perché si dimentica la spericolata politica dell’annunzio: sull’uscita dalla crisi, sull’occupazione, su provvedimenti poi inariditi, ecc.
Un politico che sa quello che vuole e sa quello che deve fare. Immagini evanescenti, forse sarebbe bene dire che sa quello che vorrebbe ma non sa come fare. La crisi, la sua fine, la luce infondo al tunnel, l’occupazione che sale, i consumi che crescono, gli investimenti (anche esteri) che cadano a pioggia, … niente, solo parole. Per onestà bisogna dire che non è colpa sua, il male dell’economia non sono capaci di leggerlo (e quindi non possono e non sanno intervenire), ma è sua la colpa di declamare ottimismo, come spirito del tempo, di spingere all’auto-iniziativa come soluzione, mentre il debito pubblico cresceva, così come cresceva l’indebitamento privato, le famiglie (i nonni) come unico baluardo alla crisi, la disoccupazione prendeva un brodino con i soldi distribuiti ai padroni, la banche cavalcavano onde minacciose, ecc. Ottimismo di maniera, cura sicura, come quando l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi negava la crisi con la faceta osservazione che i “ristoranti erano pieni”.
Però uomo coerente: ah! ah! Proviamo a vedere: l’Italicus (legge elettorale) non si tocca; forse si può ritoccare; forse è necessario migliorarla; be rivediamola (con o senza la sentenza della Corte Costituzionale. Si può cambiare opinione, ma per un politico è fondamentale spiegare le ragioni del cambiamento. Ci sono motivi di fondo? Oppure è pura opportunità. Dico questo perché se uno non spiega il perché del cambiamento gli altri non capiscono e non si fidano.
La Riforma Costituzionale è fondamentale per il “paese” io (Renzi) ci metto la faccia. Se non passa abbandono la politica, mi dimetto, … fino a garantire elezioni nel 2018, cioè anche se non passasse avremmo un governo Renzi fino a quella data.
Insomma queste brevissime note, che potrebbero essere molto più lunghe e puntuali, dicono che non ci sono motivi oggettive e reali perché Renzi goda del consenso dell’opinione pubblica (non sto dicendo che il Governo ha fatto tutto male, per realizzare questo obiettivo ci vorrebbe una determinazione fuori dall’usuale).
Ma perché questo consenso senza ragione? Certo Renzi è bravo, ha una buona comunicativa, è uomo di spettacolo, ma questo non basta, il successo dipende dalla pochezza (di idee e di forze) dei suoi antagonisti. Gli unici che sembravano potergli tenere testa erano i 5* il cui futuro è incerto (non credo nel loro disfacimento, che tuttavia sarebbe un bene perché toglierebbe un tappo alla protesta che potrebbe essere indirizzata verso una proposta alternativa non populista).
È in questa debolezza che sta la forza di Renzi. Una debolezza che non è solo organizzativa, ma anche di analisi e di proposta. Tra il populismo dei 5*, il politichese di una parte della sinistra, e Matteo Renzi, le speranze per il paese sono molto poche.

  

domenica 10 luglio 2016

C’è qualcosa di marcio in … USA, e non soltanto li



Diario n. 319
10 luglio 2012

L’America è sconvolta, titolano i giornali, dichiarano gli speaker della TV, confermano i corrispondenti. Il cecchino che appostato in un palazzo uccide alcuni poliziotti è sconvolgente. Un atto di barbarie, si uccide a caso, un atto che  non può che essere condannato ed esecrato. Il giudizio non ammette varianti.
Non si tratta di giustificare ma di trovare una spiegazione, per quanto assurda possa essere. A me pare che la questione causa-effetto sia chiara. Nelle ultime settimane, e ancora ieri,  poliziotti bianchi  hanno esercitato la loro autorità e il loro ruolo in modo eccessivo, freddando, spesso assolutamente senza motivo e senza pericolo per la loro incolumità cittadini americani neri spesso inermi e in condizione di non nuocere. I video e le registrazioni sono chiarissimi; spesso si è trattato di esecuzioni a freddo. Per questi numerosi episodi l’America non si è sconvolta. Ora è chiaro che tra i membri della polizia ci possano essere delle persone, diciamo così, “eccessive”, questo non infirma la natura di quel paese ed il ruolo della polizia; ma natura del paese e ruolo della polizia viene messo in discussione quando i poliziotti che si sono macchiati di un crimine non vengono inviati a giudizio, non vengano esonerati dal servizio, non vengano sottoposti a provvedimenti. Per questa mancanza di giustizia sarebbe stato necessario, democratico e solidale che l’America, anche in questo caso, si svegliasse sconvolta.
La causa non giustifica l’effetto, ma forse serve a dare qualche spiegazione.
Alimentato da un possibile futuro presidente degli USA il clima razzista negli USA tende a crescere, il rivendicazionismo culturale, etnico e sociale appare come una brutta strada, una terribile strada. Si getta molto acqua sul fuoco, non è in atto una guerra razziale, vogliamo crederlo, ma non si tratta di minimizzare ma di azioni concrete e di una nuova presidentessa USA che non si lasci trascinare da quest’onda per guadagnare qualche voto.     
Ma il marcio del razzismo non alligna soltanto negli USA, ha rappresentanti e attivisti anche in Europa e nel nostro paese.
Amedeo Mancini può essere un balordo, violento e ignorante, ma ha ucciso Emmanuel Chidi Nnamdi per motivi razzisti; i bagnini di quello stabilimento della Versilia che hanno esposto la bandiera dei confederati nella guerra civile americana sono sicuramente stupidi ma anche razzisti, per non parlare di molti dei discorsi della Lega e del suo segretario, e degli infiniti episodi quotidiani non sempre cruenti ma sempre razzisti. Fassino, ex sindaco di Torino, ora propone liste per le case popolari divise tra italiani e immigrati, una soluzione contro gli immigrati;  la proposta si giustifica perché è nei quartieri popolari che Fassino ha perso e li il problema dell’immigrazione e sentito pesantemente. Che scelta, legarsi al carro dell’onda anti-immigrati e razzista.
Stiamo scherzando con il fuoco, facciamo finta di niente e voltiamo la faccia, invochiamo l’Europa che non c’è, e speriamo nel Papa. Questa si che è la politica che ci salverà.


mercoledì 6 luglio 2016

Piove, piove, piove e siamo senza … ombrello




Diario n. 318
6 luglio 2016

Il terrorismo religioso si diffonde; non ha bisogno di un califfato, che perde terreno, per produrre dolore e morte inutili a tutte le latitudini.
La vittoria dei secessionisti nel Regno Unito indebolisce l’Europa, che sempre più diventa succube del capitale finanziario e della Germania. Le promesse di trasformare la UE in una “unità di popoli”, sembrano poco credibili; né ogni “nazione” che facesse per sé sarebbe più debole.
Il tracollo delle borse colpisce in maniera rilevante  tutti i paesi e in maniera molto pesante l’Italia. L’assicurazione del governo che il nostro sistema bancaria era solido, tra i più solidi d’Europa mostra la chiacchiera a vuoto dei nostri governanti, ai quali è oscura la “speculazione”. Le borse hanno perso, ma ci piacerebbe sapere, ma non lo sapremo mai, ma possiamo immaginarlo, da questa caduta delle borse chi e quanto ha guadagnato. Al gioco delle borse non esiste il caso che perdono … tutti.
In tutta Europa avanzano forze di destra, reazionarie, molto spesso razziste e social-fasciste. Non si tratta di colore “locale”, ma di una marea crescente alla quale non si pone diga.
In Spagna Podemos subisce una imprevista sconfitta (ma che sta nell’ordine delle cose europee), alla quale va allegata la possibile crisi della dirigenza del Partito Laburista inglese.
In Italia il movimento 5* conquista alcune maggiori città, Roma compresa; quando va ai ballottaggi vince sempre. Non ostante l’evidenza di una molto parziale capacità di governo, si appresta alla scalata a Palazzo Chigi, grazie anche alla nuova legge elettorale.
Per non parlare del possibile esito della prossima elezione del presidente degli USA.
Diciamo chiaramente non piove, grandina, e siamo senza riparo.
Chi, come, quando, perché… troppo complicato e troppo lungo. Qualche brevissima osservazione.
Non si lotta più? No! Non si può dire, anzi movimenti e conflitti sono sempre più diffusi e, soprattutto, articolati.
Ma di queste lotte e conflitti mi pare di poter osservare:
-         che il “capitale” è quasi scomparso come oggetto dell’antagonismo. Certo che oggi è inafferrabile e non identificabile materialmente. Si può manifestare contro le borse, o le banche, ma non si scalfisce il capitale finanziario. Così il nemico di queste lotte finiscono per essere le Istituzione (il comune, la regione, ecc.);
-         gli obiettivi di queste lotte sono sostanzialmente tutte valide (acqua, ambiente, salute, servizi, traffico, organizzazione urbana, ecc.), anche se alcune sono da rigettare (immigrati, integrità culturale, ecc.). Ma facciamo aggio sulle prime.
-         molte di queste lotte o fanno riferimento alla condizione specifica micro di chi lotta, senza collegarla alla realtà più ampia, o nascono da un rigetto “culturale” verso la politica e soprattutto i politici (i quali danno man forte al crearsi di questo rigetto). Questo fa si che movimenti anche possenti, come 5*, non hanno nessuna garanzia di tenuta a mano a mano che vincono: ogni vittoria li porta a trasformarsi in casta. Perché la “casta”, oltre che un contenuto soggettivo (come si fa politica) ne ha uno oggettivo (la collocazione istituzionale e nelle strutture di potere). Sta qui la matrice della sconfitta di Podemos, non so, chiedo lumi agli amici spagnoli.
 Come si costruisce l’ombrello? Non ho ricette, ma so che si tratta di una necessità e di una urgenza. So anche che ci vorrà tempo, intelligenza e capacità “politica”. Mi scoraggia (ammesso che sia rilevante) guardarmi attorno. La riunione della direzione del PD fa cadere le braccia. Lo spreco di energia per contrastare il referendum costituzionale mi è incomprensibile:  riducono la democrazia, allora riprendiamocela. Costruire oggi un’alternativa impone chiarire ed affrontare le condizioni strutturali, progettare un futuro appetibile, capire che si tratta di una lotta per il potere. Il potere non è tutto ma senza di esso vince e stravince il capitale finanziario. Capisco che sono generico, ma non è più il mio tempo.    


  

venerdì 24 giugno 2016

Studentessa condannata. Intimidazione e attacco alla libertà di ricerca


Diario 317
24 giugno 2016


Più che scandaloso è un violento attacco alla libertà della ricerca e alla libertà in se stessa.
In un paese autoritario e antidemocratico, come l’Egitto, i servizi, più o meno segreti, più o meno di stato, possono arrestare (o meglio prelevare), torturate e poi uccidere un giovane ricercatore come Giulio Regeni che studiava e indagava i movimenti operai di quel paese.
Nel nostro paese, democratico, una studentessa, Roberta Chiroli, è stata condannata dal Tribunale di Torino a due mesi di reclusione per il contenuto della sua tesi in antropologia, che riguardava il  movimento No Tav. E’ stata riconosciuta, contro ogni evidenza, non solo partecipe di quel movimento ma corresponsabile.
Insomma sempre più i punti di “scontro”, o anche soltanto di tensione, della società non possono essere studiati, non possono essere indagati senza finire, secondo le condizioni dei singoli paesi, nel mirino delle autorità che difendono lo stato quo.
Evidentemente il giudici di Torino, tanto occhialuto quanto ignorante, non sa che l’antropologia pretende lo studio di campo, sia che l’indagine investa una tribù dell’Amazonia, sia i movimenti sociali, sia la vita di una comunità, sia i comportamenti dei giovani. Dicendo che si tratti di un giudice ignorante non si vuole fare velo sul contenuto tutto politico non solo della condanna ma anche dell’inchiesta giudiziaria.  Una tesi di laurea ha un referente, detto “relatore”, che ne attesta qualità e metodo, viene presentata e discussa davanti ad una commissione che la valuta anche in relazione alla carriera dello studente/essa; tutto questo non può essere ignorato dal giudice che questa stessa procedura ha seguito per potersi laureare; e allora?  Credo che si tratti non solo di una condanna politica inflitta ad una studentessa, che diventa responsabile dell’oggetto del proprio studio, ma anche di un avvertimento al corpo docente che potrebbe essere investito da correità. Una vera e propria intimidazione. Studiate il sanscrito ma lasciate stare i movimenti sociali.
Credo che l’Università, pur nella sua disgraziata situazione in cui si trova, debba reagire. Spero che Ca’ Foscari, Ateneo presso il quale la studentessa compiva i suoi studi, abbia preso posizione (essendo stato all'estero la notizia potrebbe essermi sfuggita). Ma forse in questo scampolo di fine anno accademico si dovrebbe e potrebbe discutere della liberà di ricerca e del ruolo sociale della ricerca stessa. La libertà della ricerca non riguarda solo gli ogm ma riguarda tutti i campi della vita sociale, culturale e politica.