martedì 19 giugno 2018

La lista di Matteo Salvini



Diario
19 giugno 2018

Dopo gli immigrati extracomunitari e gli “zingari”, il ministro Matteo Salvini ha una sua lista di gruppi di persone da perseguitare: si tratta di una politica di “pulizia” e l’affermazione di una civiltà (cattolica?):
     -      I medicanti;
-          Mendicanti senza casa;
-          Gay;
-          Gli artisti di strada;
-          I malati di mente;
-          I malati terminali;
-          Gli anziani bisognosi di assistenza domiciliare;
-          I comunisti;
-          Gli ebrei.

Fino a quando sopporteremo questa deriva di civiltà, di cultura, di politica?

martedì 12 giugno 2018

Errata corrige




Diario
12 giugno 2018

1.       È opinione comune che il presidente del consiglio, Professore Conti,  sia un pupazzo in mano a Salvini e Di Maio; privo di una sua volontà, senza un suo disegno politico, non può fare altro che quello che i due vice presidenti del consiglio (di guardia) dicono.
A me sembra un’opinione non corretta. È vero Conte è privo di una sua forza parlamentare, né ha ancora un’opinione pubblica  che lo sostenga.  Ma attenzione l’uomo è molto ambizioso, altrimenti non sarebbe a quel posto, e anche spregiudicato. Il suo atteggiamento è quello che non vuol pagare dazio e attende tempi diversi.
Egli è sicuramente debole, ma ha una forza nascosta: le dimissioni (nel senso delle minacce). Si tratta di una grande forza perché i contraenti il contratto sanno che dopo le sue dimissioni sarà difficile ricucire l‘alleanza. Ma Conti cosa pensa della società? Questo mistero è un vero pericolo perché rischia di coniugarsi con i peggiori pensieri dei sui vice.    
Si dice che a Salvini non dispiacerebbe andare alle elezioni, ha il vento in poppa, come si dice, ma attenzione gli “immigrati” pagano ma il resto no, come sarà l’umore degli elettori quando non c’è una nave da non fare attraccare?

2.       Salvini, vince! Ma sarà vero? L’immigrazione parla alla peggiore pancia del paese, ma siamo sicuri che si tratta del tema che assorbe tutti gli altri disaggi della popolazione. 
La maggioranza dell’opinione pubblica si assesta su una posizione “attendista”: aspettiamo, facciamoli lavorare e poi giudichiamo. Non c’è niente da attendere questo governo (a trazione sempre più leghista) non può darci niente di buono. Soprattutto il clima culturale e sociale sarà dei peggiori (con l’esaltazione dell’autodifesa, per esempio). Anche la vittoria di Salvini-Italia nei riguardi dell’Europa, non pare convincente.  La UE è enormemente carente, tanto per usare un eufemismo, ma il “ricatto” non sembra lo strumento adatto, soprattutto se fatto sulla pelle degli immigrati.

3.       “governo del mutamento”, ma quando? ma dove? ma come?
Il mutamento non è la sostituzione di qualche sedia o di qualche  quadro nel salotto buono. Il mutamento che la struttura sociale richiede, ormai le riflessioni sulla crisi del capitalismo sono numerosissime di autori non comunisti.  Bisogna buttare dalla finestra il salotto buono e attrezzare stanze, uffici, poteri adeguati ad una necessaria trasformazione sociale.  Il “governo del mutamento” pensa di mettere assieme dei tamponi alla situazione,senza speranza risolutiva.

4.        Il PD “respira”, i risultati delle elezioni amministrative sembra dare una boccata di ossigeno ad un malato (forse terminale).   
Se il malato deve essere dimesso allora non basta una boccata di ossigeno, ma un progetto di cambiamento sociale: cioè modifica dei rapporti sociali di produzione, livelli crescenti di egualitarismo, riorganizzazione delle modalità di lavorare, sviluppo economico generalizzato  e controllato…
Ma di questo nel PD non si parla, speriamo.

domenica 13 maggio 2018

Populismo e neo liberismo


Diario
13 maggio 2018

E’ molto probabile che nei prossimi giorni avremo il nuovo governo dei due fratelli siamesi Di Maio e Salvini, certo devono ancora superare lo scoglio di trovare una “persona terza” di prestigio e che voglia assumersi un incarico sicuramente prestigioso, ma altrettanto sicuramente compromettente, di breve durata e di fatto senza potere di controllo (non ha una “sua” maggioranza in parlamento né nel consiglio dei ministri. Le ambizioni sono  incontenibili, la troveranno).
Un governo che si presenta con il marchio, autodefinito, del cambiamento. Che nelle parole dei due leader significa una diga contro i poteri forti e la costruzione di un nuovo “sistema”.  Il punto di attenzione, secondo sempre le parole dei due, sono i cittadini.
Basta uno sguardo a quello che è noto dei venti o trenta punti  del “contratto” (a proposito il contratto con i cittadini si è trasformato in un contratto matrimoniale tra le due forze, senza comunione dei beni), per capire come le esigenze dei cittadini, nelle interpretazione di grillini e leghisti, sono miserevoli.  Il reddito di cittadinanza trasformato in un assegno di disoccupazione limitato nel tempo, la riforma fiscale in un regalo a chi più ha, l’estensione della legittima difesa, ecc. L’unica cosa certa è una stretta sull’immigrazione. Certa? Dipenderà  dalle pressioni che settori produttivi faranno in ordine alla necessità di ampliare la massa del lavoro nero e irregolare.
Ma non al programma e struttura del governo (questa dà i brividi, sei i nomi noti venissero confermati) che vorrei dedicare poche osservazioni, ma ad una questione più generale, al ruolo fondamentale nella crisi del capitalismo dei movimenti populisti.
Il sistema di produzione capitalistico occidentale non promette niente di buono, esso è strutturalmente inadatto a affrontare le grandi trasformazioni in corso. La sua cifra fondativa è stata la trasformazione ma adesso non è in grado di fornire  risposte positive e progressiste a questi cambiamenti. La ricetta prevalente sembra la violenza, il controllo, l’aumento delle diseguaglianze, disoccupazione, ecc.  Qualche saltino in alto (di reddito, produzione, consumi, occupazione, ecc.)  non riesce a consolidarsi, la prospettiva più favorevole sembra forme diverse di stagnazione.
La globalizzazione, anch’essa, non gode di ottima salute, le incipienti guerre commerciali, il nascente nazionalismo economico e  culturale, ecc. rischiano di minarne consistenza e sopravvivenza.
Intanto il calore della pentola sociale si alza, segmentazioni, divisioni, accomodamenti, ecc. servono, ma il rischio che la temperatura si alzi molto e possa determinare lo scoppia della pentola esiste.
Ma come ha scritto Miche Salvati “il capitalismo ha la pelle dura” e così usa mezzi e strumenti diversi per abbassare la temperatura della pentola sociale.
Intanto una battaglia culturale che, facendo perno sulla crisi della grande fabbrica, tende a far cancellare il concetto stesso di sistema capitalista,di un sistema di produzione specifico basato sullo sfruttamento della forza lavoro. La dilatazione delle “forme di lavoro”, la teoria dell’auto produzione, ecc. hanno annacquato il “sistema” a punto che ormai non si nomina, non si concepisce, non lo si vede più come l’origine dei disaggi.
È sorprendente come questo sia potuto avvenire in così poco tempo e in modo così diffuso. Certo esistono delle “sacche di resistenza”, ma non hanno la forza di controbattere a livello generale (l’organizzazione che nel tempo aveva assunto questo ruolo, diventando anche egemone, è stata essa stessa infiltrata dal neoliberismo, dilaniata da lotte di potere, insignificante sul piano elettorale).
Del resto in questo clima culturale anche questioni rilevanti, che hanno origine nel sistema sociale di produzione, come la questione ambientale, assume grande rilievo, mobilita forze e intelligenze, ma sembra una questione separata dal sistema di produzione: non tutti gli ambientalisti sono così … distratti, ma molti si, fino ad affermare che l’ambiente sarebbe potuto essere una business (di fatto lo è, ma lo è soprattutto sul piano politico, perché separa la questione rispetto al sistema di produzione).
In secondo luogo ha fagocitato tecnici, che messi in posti di “governo”, hanno attivato strumenti per risolvere la crisi, si è detto, ma piuttosto per nasconderla più che si può (Santo Draghi, sii adorato).
Ma la temperatura della pentola continua ad andare su e giù, e il pericolo di una deflagrazione è sempre presente.  È vero che in assenza ad una interpretazione della struttura della società e dei rapporti sociali, il sovrabollimento produrrebbe  rivolte più che rivoluzioni, ma è meglio non fidarsi del “popolo” (magari si organizza, riflette, assalta una libreria e trova risposte alle sue domande!). Ci  vogliono, politicamente,  mezzi più efficaci mezzi di distrazione di massa. Strumenti in grado di indirizzare il disaggio di massa verso obietti “altri”. Nei vari paesi, secondo le proprie condizioni specifiche culturali e sociali, secondo il loro percorso storico sono sorti movimenti populisti di carattere “sovranisti” (per lo più di impianto fascista)o “populisti”. Solo l’Italia gode del privilegio di averli ambedue,  in due hanno diviso il paese: un nord sovranista e un sud populista.
Così Di Maio e Salvini più che essere anti-istituzionali sono, utilizzando il linguaggio della terza internazionale, i lacchè del capitalismo di oggi, strumenti di distrazione di massa.
Questo governo nascente potrà avere breve vita (come minaccia Berlusconi), ma anche quello che seguirà avrà gli stessi connotati fino a quando non sarà concreta una forza che sul piano culturale, della teoria e dell’organizzazione non si pone come alternativo al sistema di produzione, individuando i mezzi e gli strumenti adatti alla situazione attuale,  e prospetti una società futura diversa, non con qualche sussidio (sotto qualsiasi forma), ma fondato  su libertà e uguaglianza (un futuro che subirà a sua volta una sua rivoluzione, e così via).



mercoledì 14 marzo 2018

Colpa di ignorare la realtà



Diario dopo il 4 marzo

Ci sono degli avvenimenti che lacerano la rete dei nostri riferimenti e che ci spiattellano   l’inconsistenza della nostra conoscenza della realtà. Avevamo una idea del mondo che non corrisponde completamente alle trasformazioni avvenute. Una ignoranza dettata da pigrizia, dall’essere affezionati ai nostri idoli, di cui si era in parte consapevoli ma che, in un certo senso, l'allontanavamo per paura. La trasformazione dell’essenza dei rapporti sociali di produzione, gli effetti della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle diseguaglianze  sociali, l’emarginazione di molto lavoro, la modifica dei riferimenti culturali, la trasformazione delle relazioni sociali, l’individualismo esasperato, l’egoismo, la violenza come essenza dell’individuo, l’incapacità di riconoscersi in altri, la diversità, di qualsiasi tipo, assunta come “vezzosa” conquista ma anche come insopportabile…di tutto questo si aveva cognizione ma contemporaneamente i nostri occhi erano opachi e non riuscivano a distinguere forme e colori del quadro complessivo.
Sentivamo che molti dei valori ai quali eravamo legati, come libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza, giustizia sociale non vivevano più come sistema nervoso della nostra società, ma ci sembrava di dover attribuire, questo nostro sentire,  al pessimismo.
Ma ecco che il 5 di marzo questa società e le sue trasformazioni si materializza sotto forma politica. Una società che molti di noi non riconoscono e nella quale non vogliono riconoscersi diventa evidente. Ma mettere la testa sotto la sabbia non serve a niente. Credo che anche in questa situazione si può essere comunisti o progressisti o anticapitalisti,  forse questa società più di ogni altra ha bisogno dei contenuti della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, dello spirito di accoglienza. Ma essere comunisti significa fare i conti con la società reale, non con una immagine di essa. Non intendo dire che la politica, in particolare la politica progressista e riformatrice possa essere un semplice adagiarsi sulle pieghe della società, deve influire, determinare, contenuti e senso di questa società a partire dalla precisa conoscenza della realtà e da un disegno di futuro. Chi ci dice che non sia più possibile fare progetti di futuro,  in realtà ci vuole convincere , con successo, che non siamo padroni del nostro destino, altri penseranno e si adopereranno per noi.

Se il “populismo” è l’adesione alla pancia, come si suole dire, della gente, non occuparsi della pancia è sintomo di insufficienza politica. Una politica di progresso è una politica di ragioni, è una politica che fa ragionare, ma non basta avere ragione, questa deve diventare senso comune, deve essere patrimonio della maggioranza delle persone: è questo è il lavoro politico. È chiaro che in una società che cambia, mostrare le proprie ragioni è più difficile, ci vuole più impegno e intelligenza politica. Per andare contro corrente i vogatori devono non solo avere ragione, non solo cogliere la realtà, ma avere anche muscoli formidabili.

Il capitalismo ha ormai concluso la sua spinta progressiva, i sintomi sono molto evidenti;  sempre più tede a trasformarsi in un regime di vessazioni e di violenza, la sua crisi come regime sociale si proietta negli individui, ne avvelena le relazioni, ne esaspera le aspettative individualistiche, frustra ogni speranza. I medici attenti ci dicono che cambiare si deve e si può, e che solo nel cambiamento sarà possibile utilizzare a beneficio di tutti le grandi risorse della scienza, della tecnologia e della cultura disponibili,  ma che senza una modifica della natura della società questi elementi possono essere (sono) strumento di oppressione e di degrado sociale. La sapienza dell'homo sapiens ha consistito, in questi milioni di occupazione della terra, nella sua capacità di cambiare continuamente l'organizzazione sociale, e se questo non è avvenuto mai in forma egualitaria, per molte ragioni non ultima la dimensione delle risorse disponibili, oggi siamo al paradosso, abbiamo risorse per tutti, ma un’organizzazione sociale e di potere che discrimina e privilegia. Il rinascimento per l'intera umanità può avvenire soltanto abbattendo gli ostacoli individuati.
I risultati delle ultime elezioni sono state una sorpresa? In parte, le tendenze erano evidenti; per molti di noi un’enorme frustrazione, per i partiti di sinistra (sic!) e progressisti un terremoto solo in parte inatteso. Discettare su quale sarebbe stata una sconfitta onorevole, o quale cifra percentuale avrebbe segnato la disfatta sono i sintomi di un ottimismo di facciata che sperava nel miracolo che è mancato.
Cercare gli errori, accusare dei cattivi risultati gli scissionisti o, al contrario, l'incapacità di liberarsi del tasso di pduismo portato nella nuova formazione; cogliere difetti programmatici, carenze propagandistiche, ecc.  pare il segno di una incomprensione: non avere consapevolezza del deficit di conoscenza accumulato circa la natura del sangue che scorre nelle vene della società. Continuare a pensare che poteva essere diverso,  perché i piccoli aggiustamenti avevano garantito e avrebbero garantito di soddisfare la domanda popolare. Può darsi che mi sbaglio, faccio un errore di ottimismo, ma credo che le scelte delle persone sono state dettate dall'assenza di un disegno di futuro. L'assenza di una linea di costruzione tra passato, presente e futuro, la maggioranza ha scelto l'offerta più ricca, quella che sembrava liberarla dalla paura, quella che promuoveva un nuovo che più vecchio non poteva essere. Chi giustifica la sconfitta del PD perché riconosciuto partito della borghesia. Cosa pensa che siano 5* o FI o anche la Lega? E che dire allora del misero risultato di UeL? I giovani, le donne, i votanti aspettavano una narrazione, come si dice oggi o era già ieri, del futuro, ma questa la sinistra non è stata capace di offrirla, allora si lasciano affascinare da una identità meschina più rivolta al passato che al futuro, o un incerto baldanzoso giovanilismo (ormai in giacca e cravatta).
Credo che i problemi più grossi e rilevanti in un prossimo futuro li avranno i vincitori di oggi, le loro offerte sono miserabili e non al livello di quello che la gente sente nel profondo; non parlo della loro capacità di fare o non fare un governo, né della difficoltà di trovare le risorse per quanto promesso, si tratta di qualcosa di più profondo:  del mantenimento di un sistema sociale che tutti sentono decrepito e in agonia (qualsiasi sia l'apparenza che offre). Gli sconfitti di oggi hanno nel loro dna, come si suol dire, ma più correttamente alcuni di loro hanno nella loro cultura i giusti elementi per affrontare la situazione, ma a due condizioni, da una parte avere coscienza e consapevolezza della realtà e dei suoi mutamenti (il che comporta qualcosa di diverso che tornare nel “territorio”), dall'altra parte, rielaborare gli strumenti e i mezzi necessari per trasformare questa realtà sociale, per immaginare e pensare che può esserci un mondo senza il Kapitalismo, ma liberarsene è impresa ardua, lunga e bisognosa di passaggi che non devono sembrare né oscuri né risolutivi. 
A Napoli direbbero "hai detto un prospero" (fiammifero), ma di questo si tratta, di svincolarsi dalla dittatura del presenta per immaginare un futuro attraente e desiderabile, sciogliere i nodi che ci legano a meccanismi di trasformazione ormai obsoleti per pensarne e sperimentarne di nuovi.

mercoledì 7 febbraio 2018

Le liste elettorali e il declino delle “comunità politiche”

Diario
6-7  febbraio 2018



Da sempre la formazione delle liste elettorali sono stati un momento di tensione all’interno delle diverse forze politiche, ambizioni personali e divergenze politiche si amalgamavano in un contesto conflittuale. Tali tensioni si sono aggravate quando hanno cominciato a prevalere sistemi elettorali che, con formule diverse, richiedevano liste bloccate. L’essere o non essere in lista diventava discriminante per l’elezioni. Questi sistemi avrebbero dovuto correggere le storture del  voto di preferenza, che  nel nostro paese non ha una buona tradizione, soprattutto in certe  regione del mezzogiorno ha facilitato collusioni con gruppi di potere, non raramente criminali, è stato quasi sempre elemento di “corruzione” dell’elettore e dell’eletto,  e ha fornito quote di  “personale politico” di dubbia levatura e onorabilità.
La lista o il listino bloccato sarebbe, in questo senso, una soluzione qualora le forze politiche da una parte fossero cresciuti sempre più come “comunità politiche” e dall’altra si fossero  radicati nel territorio o nella società. Ma questi connotati sono sempre più evaporati lasciando scheletri senza carne che, come i burattini, si possono manovrare a piacere.
Se si osservassero i “lavori” (si fa per dire) per la preparazione delle liste per le prossime elezioni si metterebbe a nudo una completa trasformazione delle “forze” politiche (partiti, movimenti, associazioni, ecc., come piace chiamarsi) che  hanno dato piena e completa dimostrazione di non essere una comunità politica, ma solo strumenti in mano al “capo” del momento.
Le cronache raccontano di riunioni di poche persone (il “capo” e i fedelissimi), blindati in stanze, spesso telefonicamente scollegate, a stilare elenchi, a spostare persone, a premiare amici fedeli, a penalizzare i tiepidi, ecc. Lo schema è unico: in parlamento il capo deve avere un gruppo di soldatini fedeli. Volerlo non è poterlo; la presente legge elettorale, che dà grande potere ai partiti (o meglio al capo), ma che, contemporaneamente, data la non stabilità elettorale,  non permette una valutazione precisa dei “posti sicuri”, ha dato come esito un vagare dei candidati che il capo vuole in parlamento, da una città ad un'altra, da una regione del nord al sud. I candidati “paracadutati”  (come si dice)  non sempre risultano ben accetti dagli elettori locali, che li trovano estranei, non legati al territorio, ecc. (il paradosso è quando quello che è stato un buon sindaco nella sua città viene presentato in tutt’altra regione; per garantirlo? Per fregarlo? Si vedrà dopo, ma certo i suoi legami con il territorio dove è candidato sono labili).  
Così è avvenuto nel PD, dove il capo,  così ha esternato, vuole avere un gruppo fidato per qualsiasi manovra deciderà dopo il voto. Il dato caratteristico non è neanche la coesione politica, quanto piuttosto la “fedeltà”, il domani non sarà determinato da un dibattito politico, quanto piuttosto da quello che il capo deciderà essere la cosa migliore. Così di gran lunga prevalenti i candidati fedeli, penalizzati le minoranze di opposizione, ma anche i tiepidi.
In Forza Italia abbiamo il paradosso dell’avvio del turnover dei gruppi dirigenti nelle imprese del padrone attraverso il trasferimento di un consistente gruppo di attuali dirigenti dalle imprese al parlamento.
La Lega non è stata da meno, sono stati fatti fuori, almeno così raccontano le cronache, non solo gli amici di Maroni, ma anche quelli del potentissimo presidente della regione Veneto.
Il “capo politico” del movimento 5* (questa è l’appellativo di Di Maio), ha combinato tanti di quei pasticci che fa un po’ pena. L’algoritmo non ha potuto risolvere tutti i problemi, e poi la dichiarata volontà di pescare il meglio dalla società civile ha fatto il resto. Certo il “capo politico” non poteva sapere, perché incapace e perché gli strumenti in suo possesso dimostrano la loro vacuità e incapacità di cogliere il segno, che l’ammiraglio che non orgoglio doveva essere “portato” in parlamento era consigliere comunale per un altro partito. Quello che meraviglia ancora di più è la sfrontatezza dell’ammiraglio che consigliere comunale del PD trova del tutto naturale candidarsi al parlamento per 5* (e, la società civile!). Certo il “capo politico” corre ai ripari, fa firmare inutili atti di dimissioni se eletto ad un candidato impresentabile, depenna a destra e a manca, ma non si tratta di un bello spettacolo, se questi sono i noti, degli ignoti chi garantisce?
Ma lasciamo stare il folclore e guardiamo alla sostanza. Il problema che è emerso, con troppa evidenza per non essere guardato negli occhi, è la fine di ogni dinamica democratica interna a queste organizzazioni che continuiamo a chiamare partiti ma che sono solo delle organizzazioni elettorali al servizio ora dell’uno ora dell’altro. È evidente il manifestarsi di una sorta di totalitarismo organizzativo che non può non influenzare la società.
Non è possibile meravigliarsi se la percentuale degli astenuti, di quanti non vanno a votare o di quanti annullano la scheda, tende ad aumentare. Né ci si può consolare osservando che si tratta di una tendenza mondiale. In realtà si è creata una frattura profonda tra la società e le organizzazioni politiche, tra la società e le istituzioni pubbliche, del resto l’episodio della formazione delle liste è un esempio lampante della “solitudine” della politica. Ma quello che pare in gioco non è questa o un’altra occasione, quello che pare messo in discussione è il tono democratico di un paese. Quella che è in discussione è la relazione tra una qualche forma di democrazia e l’attuale assetto sociale ed economico. Né vale essere distratti e poi scendere in piazza quando il peggio è già avvenuto (comunque scendere in piazza fa sempre bene)  
Quanti articoli e libri abbiamo letto nei quali la soluzione della crisi di democrazia era individuata nel  rapporto telematico, ma mi pare si possa essere scettici, il rapporto telematico dimostra tutta la sua inefficacia, la sua volatilità e la trasformazione della “scelta politica” in un gioco di cui non si conoscono le regole, o diciamo meglio qualcuno di volta in volta piega le regole al suo interesse.
La politica non è più in rapporto con la società. Alcuni gruppi di potere  fanno la politica, per lo più mentendo e raccontando frottole, intorno ad un capo che “sfonda lo schermo”; esiste un gruppo di persone appassionate, si potrebbe dire dei viziosi, che si interessano ai fatti della politica, un gruppo  sempre più sottile, una sorta di club amante del picchio rosso; il resto della società pensa ad altro, o meglio pensa ai fatti propri che cerca di realizzare in modo lecito, in modo quasi lecito o in modo illecito. Tra questi ci sono gli elettori, sempre meno, a cui i politici sono interessati. Come conquistarli? Il modo tradizionale è quello della “promesse”, promesse campate in aria, non realizzabili e senza scadenza. ma ormai il disincanto è molto avanzato: la gente sempre meno fa affidamento alla politica, fa finta di crederci, la gente è buona, applaudisce anche, ma poi  punta su se stessa ed alimenta un individualismo sfrenato e viscerale.   
Ma i politici riescono a immaginare della cose che sono fuori dalla portata di noi umani: per superare l’indifferenza e la sordità niente di meglio che alimentare la paura. Non ci siamo mai liberati dalle nostre paure infantili: il lupo, l’orco, l’uomo nero,…il nostro mondo infantile è pieno di mostri, non ci pensiamo ma essi lavorano dentro di noi. Il meglio è svegliare questi mostri; diffidare bisogna, ciascuno è nemico a te, ma alcuni sono più pericolosi, uccidono, stuprano, rubano. Devi difenderti, bisogna cacciarli. L’immigrato è il mostro dei nostri giorni; mi domando spesso a quanti bambini si racconta non più del lupo cattivo, ma del negro terribile.
Il fascismo militante, con le sue ronde, con i suoi pestaggi, con le sue sparatorie, dice dovete aver paura, noi vi difendiamo, vogliamo difendere la razza, la nostra razza, dovete affidarvi a noi. Loro di razza se ne intendono, milioni sono gli ebrei che i loro padri politici hanno mandato nelle camere a gas. Questi potrebbero essere spazzati via, la violenza, i traffici che gestiscono, ecc. sarebbero più che sufficienti per ridurli all’impotenza. Loro non sono un pericolo diretto, ma fanno clima. I veri pericolosi sono quelli più o meno in giacca e cravatta, più o meno membri del parlamento o aspiranti tali, che giudicano le violenze dei primi delle ragazzate, ma con i loro discorsi, piene di menzogne di esagerazione, di negazione dei diritti civili, che enumerano le centinaia di miglia di immigrati clandestini che dovrebbero essere mandati via, rimpatriati, alimentano la paura. Sono questi che cercano di pescare nella massa disincantata ma impaurita. Sono questi che invitano i cittadini a denunziare dove si annidano i clandestini. Ma fanno finta di non saperlo, mentre lo sanno tutti, basta andare in campagna durante la raccolta del pomidoro, o altri periodi critici e la si trovano, ma quelli servono, si tratta di manodopera pagata pochissimo e super sfruttata gestita dalla organizzazioni criminali. Questi devono essere lasciati allo stato di clandestini, senza diritti per poter essere meglio sfruttati.

L’avevo già scritto un’altra volta, gli umori della nostra società non mi sembrano, come dire, democratici, ma virano verso forme nuove di fascismo, verso la richiesta di un “potere forte” di cui il totalitarismo organizzativo mostrato dai partiti in questo scorcio di febbraio fornisce un esempio e una guida.

lunedì 8 gennaio 2018

Giù le tasse. La sfrenata eccitazione dei politici


Diario
8/1/2018

La campagna elettorale pare si stia organizzando al grido “giù le tasse”, niente di più populista. Chi non può essere d’accordo nel pagare meno tasse? Sulla base di questa banale ma anche insensata costatazione la campagna elettorale si gioca su chi la spara più grossa. Si si sa che sono promesse scritte sull’acqua, e se così non fosse sarebbero molto contenti quelli che più hanno e che meno avrebbero bisogno di pagare meno tasse.
Abbattimento dell’Irpef (aliquota unica) grida Berlusconi, ma anche, sempre lui, abbattimento dell’Ires (l’imposta sul reddito delle società)e ancora La flat-tax è la sintesi, a cui si accoda la Lega, ecc.
Di Maio, 5*, non è da meno, promette drastica riduzione delle imposte  a favore dell’impresa, semplificazione dell’Irpef (anche qui aliquota unica?), ecc.
Renzi non si tira indietro. Abolizione del canone Rai, e chi sa ancora cosa nelle prossime settimane.
Allegri e spensierati, nessuno dice cosa può avvenire nei servizi pubblici se questa madornale bugia si avverasse. Nella scuola, nella salute, nei trasporti collettivi e nella sicurezza, nella manutenzione urbana e nel verde pubblico,  ecc. cosa avverrebbe?   La cosa è molto semplice: meno tasse per chi ha e più spese per chi non ha. Ma anche un paradosso: il retro pensiero e che la fiscalità generale dovrebbe sopperire a questi tagli,mentre i taglia riducono le disponibilità della fiscalità generale. Certo mi immagino che qualcuno, in buona o cattiva fede, immagina che la somma di tutti questi tagli produrranno un boom economico di proporzioni mai viste, per cui tutti pagheremo meno tasse ma lo stato incasserà di più. Le favole incantano anche gli adulti.
La cosa che fa disperare e che a questa sirena non ha saputo resistere nemmeno Liberi e Uguali, il suo presidente non ha resistito e anche lui ha la sua trovata: abolizione delle tasse universitarie. Ma nessuno gli ha spiegato che le tasse sono una voce minore per le famiglie che devono mantenere un figlio/a all'università? E se si tratta di uno studente fuori sede allora le tasse sono una spesa infima.  Se si volessero aiutare i giovani a studiare altre dovrebbero essere le proposte, non c’è che la difficoltà della scelta, dalle borse di studio alla case dello studente,  dai libri gratis ai sussidi di mantenimento, dalla moltiplicazione dei tutor al riordino di percorsi formativi maciullati dagli atenei. Insomma se a LeU stesse a cuore una migliore preparazione dei giovani, una loro più efficiente ed efficace carriera universitaria, le cose da fare sono migliaia, eccetto che l’abolizione delle tasse universitarie (di cui godrebbero  maggiormente i ceti benestanti).
Continuo a dare fiducia a LeU, capisco che una topica può sempre prendersi, anche per “inesperienza”, basta riparare il danno. Ma una cosa deve essere chiaro che se LeU insegue con quello che in apparenza potrebbe sembrare più a sinistra l’andazzo del teatro della politica non farà molta strada.

Liberi e Uguali non può essere  solo un movimento di resistenza, ma deve essere una movimento di proposta a livello della gravità della situazione. Non può per esempio adagiarsi sull’idea che la crisi sia finita, e in questa nuova cuccia adattarsi, quando un’altra ondata ci aspetta sulla porta; deve riferirsi a precisi programmi di investimenti pubblici (per l’occupazione, il territorio, le città, le reti). Insomma deve essere un martello teso ad abbattere gli idoli antichi e nuovi che ingannano mentre altrove si fa festa sulla pelle del popolo.

giovedì 4 gennaio 2018

Qualche modesta speranza


Diario
31/1/2017

Tra i più dei duecento amici che, divisi in tre gruppi, ricevono il Diario, so che alcuni voteranno PD (nonostante Renzi), altri voteranno Liberi e Uguali, alcuni non voteranno, mentre altri pensano di votare 5*. So che le motivazione del voto di ciascuno sono meditate e ragionate, io le rispetto tutte anche se non tutte le condivido. La Politica presente ha un alto tasso di incredibilità, ma la nostra libertà personale, sintomo di libertà collettiva, pretende una scelta autonoma. Questa non potrà che essere libera ma legata ad una prospettiva credibile. Quello che è in gioco non è il futuro, quello rotola giorno dopo giorno, quanto la convivenza nella nostra società e lo spirito di uguaglianza. A me pare che mai come oggi la nostra società (piena di ingiustizie e contraddizioni, ma ancora vitale) risulti accerchiata da pericolosissimi nemici: il fascismo emergente, la criminalità organizzata che sempre più si fa largo in ogni nodo della nostra organizzazione sociale, la corruzione endemica, un individualismo non temperato ... Alcune delle forze politiche in campo di questi nemici costituiscono le quinte colonne manifeste, altre non paiono consapevolmente armati, altre hanno perso vigore.
Io non credo che sarà facile rompere questo assedio, né che l’assedio sarà breve. Resistere bisognerà,  ma non basta.
Ogni 31dicembre si ha l’impressione di un inizio, in realtà si tratta di una continuazione. Il 2018, a livello complessivo,  non sarà diverso del 2017, in realtà potrebbe essere peggiore, sono presenti delle nuove bolle che possono scoppiare da un momento all’altro, la pace mondiale potrebbe essere sempre più compromessa (e l’Italia potrebbe essere obbligata a nuovi interventi), la crisi ambientale non ci darà pace ed eventi eccezionali potrebbero colpire alcune regioni, per non parlare della crisi economica che sottrae speranza e prospettiva a milioni di giovani, mentre cresce la povertà e i poveri si vogliono nascondere, ecc. Non si tratta di fare l’uccello del malaugurio ma di guardare con realismo il futuro. Ma un inizio a cui guardare c’è, si tratta del 5 di marzo, ad urne chiuse.
Non si tratta di uno spartiacque, ma sicuramente molte cose cambieranno. Non è detto in meglio.
Non voglio fare previsioni ma avanzare qualche ragionamento. Non credo che nessuna tra le tre coalizioni maggiori avrà la maggioranza per governare, questo avrà come conseguenza una non facile tenuta delle coalizioni elettorali, mentre si porrà il problema della ricerca di un’alleanza di governo. Ci si può sbizzarrire, ma credo che le peggiori, dal mio punto di vista,  non saranno facile da realizzarsi.
Personalmente non spero che il PD tracolli, mi auguro che mantenga la percentuale, magra, che le previso0ni gli assegnano;  mi auguro che Liberi è Uguali sia capace di mobilitare il voto di sinistra deluso, che costituisca una polarità di richiamo per il voto di protesta nonostante la penalizzazione del maggioritario e che non paghi cara la propaganda per il voto utile. Questi due possibili risultati potrebbero essere una buona base di governo, ma altri passi andranno fatti: tutti i presidenti del Consiglio dei ministri passati e presenti dovrebbero fare un bel passo in dietro, se i  deputati e senatori delle due organizzazioni  fossero indotti a ragionare, piuttosto che ad atti di fede,  si potrebbe aprire la strada per un accordo di governo di centro, il  PD , sinistra,  Liberi e Uguali: una tale alleanza potrebbe attrarre altre forze democratiche e moderatamente riformiste, per un governo in grado di rompere l’assedio, che stringe in una morsa la nostra società,  o almeno di ridurne i danni.
So che molti amici sapranno individuare molti “bachi” in questo ragionamento (speranza), io stesso ho consapevolezza dei suoi limiti, ma guardando all’interesse collettivo non vedo altra strada (il tanto peggio tanto meglio non mi convince), né il diritto di tribuna può soddisfarmi(ci), mentre altri portano a compimento lo smantellamento dei connotati democratici e riformisti della nostra società.
Detto questo, va bene, buon anno nuovo.


mercoledì 6 dicembre 2017

Emergenza fascismo

Diario
6/12/2017

Non credo che la povertà, la diseguaglianza, la disoccupazione, l’assenza di prospettiva, ecc. portino al fascismo, così come non incamminino le masse verso il comunismo; si tratta di una condizione “favorevole” dove possono attecchire forme diverse della politica, ma perché questo avvenga, è necessario un alimento ideologico.
Tale alimento assume come ricostituente la mancanza di memoria e l’ignoranza. Un paese senza memoria non assume contro corpi dal passato. Abbiamo ancora davanti agli occhi il calciatore che per festeggiare il gol fatto alla squadra avversaria, il  Marzabotto, giocando a Marzabotto, non trova di meglio che avvicinarsi alla sua curva sfoderando un saluto fascista e mostrando il simbolo della Repubblica sociale, stampata nella maglia che teneva sotto quella della sua squadra. La giustificazione? “Non sapevo niente della strage di Marzabotto fatta dai fascisti e dai tedeschi”. L’ignoranza come giustificazione. E che dire del carabiniere che esponeva sul suo letto la bandiera del Reich. Egli studia storia all’università, e ritiene di aver fatto una leggerezza (e tale deve essere stata giudicata dai commilitoni e dai superiori che non hanno mosso ciglio).
La cosa più preoccupante è da una parte una certa indifferenza generalizzata di fronte ai molti fenomeni di manifestazione, spesso anche violenti e intimidatori, di gruppi che si dichiarano di fede fascista o addirittura nazista (si tende a minimizzare il fenomeno).
Alcuni  partiti politici, non sia mai detto, criticano tali manifestazioni,  ma contemporaneamente strizzano  loro  l’occhio pensando di poter lucrare elettoralmente sul fenomeno. Del resto non possono che criticare blandamente perché essi stessi trasmettono parole d’ordine di stampo fascista: razzismo, insopportabilità per le differenze (drogati, omosessuali, ecc.), esaltazione dell’individualismo, la violenza come soluzione, egoismo sociale, ecc. Si tratta della  Lega di Salvini (che pare diversa da quella di Bossi), di Fratelli d’Italia della Meloni, il gruppo di Storace, ecc. Mentre altri navigano nell’equivoco, come Forza Italia, che con i fascisti ha una lunga frequentazione e che con i partiti di Salvini e della Meloni è alleato. Ancora equivoca è la posizione di 5*, che dipende da chi parla, dalla lingua che usa, e dal periodo.  Anche su questo terreno è ondivago.
Dichiaratamente contrari sono i partiti e movimenti di sinistra anche se nel clima del paese qualche proprio membro possa esprimersi scorrettamente.
Il tutto finisce per avvelenare  il clima sociale del paese, ed è in questa atmosfera maleodorante che si picchiano gli immigrati, che si bruciano i senza casa, che si invadono le riunioni delle associazioni impegnate nell’accoglienza (come a Como) per leggere proclami più o meno farneticanti. Razzismo e violenza sono le cifre di questo clima: il diverso per colore della pelle, per scelte sessuali, per scelte politiche non può che essere l’oggetto di vessazioni. È questo il clima che accentua il maschilismo violento, anche se questo ha anche altre radici.
Un clima che tende a trasformarci tutti in “miserabili”, e che influenza tutti, come dimostrano, i casi di amministratori del PD che hanno espresso valutazioni razziste (riportati con nomi e cognomi dalla stampa). Questa non vuole essere una polemica verso il PD, ma solo la dimostrazione del gravità del veleno che circola nella società.
La sottovalutazione del fenomeno pare pericolosa e il clima sociale ha pochi altri nutrimenti (una manifestazione ogni tanto non serve). Ma poi cosa è il fascismo? si domandano i giovani; cosa è stato? questione già risolta, rispondono i “grandi”,  mentre la penna e la voce di alcuni commentatori sono al servizio della minimizzazione. Del resto, ripeto,  in un paese senza memoria nessuno ha paura del passato, questo non esiste.
Insomma mi pare si possa parlare di una emergenza fascista, forse la più grave tra quelle che sentiamo nominare quotidianamente. Non sto parlando del pericolo di una iterazione del fascismo mussoliniano, ma di qualcosa di diverso e forse di peggio, mentre  preoccupa una certa indifferenza generalizzata di fronte ai molti fenomeni attraverso i quali questa emergenza si manifesta.  
Certo si può tentare di eliminare il disaggio sociale che costituisce terreno favorevole per una adesione a valori di destra estrema e violenta, ma non pare che siamo sulla strada giusta nonostante le ottimistiche dichiarazioni governativi, e poi non basta, è il clima culturale che va aggredito. Una manifestazione ogni tanto non basta; sembra positivo che dirigenti del PD iniziano a dirsi  preoccupati.
Una battaglia politica permanente e consistente va condotta contro i partiti che stabilmente si collocano nella scia del fenomeno (razzismo e violenza), e che questa scia di fatto alimentano con le loro dichiarazione di minimizzazione. Qualsiasi cautela e calcolo verso questi, pensando anche a possibili necessari accordi post elettorali non farebbe che alimentare il clima avvelenato. Contro il fascismo, in ogni sua forma, manifesta o travestita, non ci possono essere tentennamenti né calcoli opportunistici.
Alle  organizzazione di estrema destra, che paiono potersi contare in 15 raggruppamenti (ma probabilmente di numero superiore)  non può essere concessa nessuna agibilità politica, sono portatori dichiarati di razzismo e di violenza, che esercitano, per esempio negli stadi o organizzando ronde punitive contro immigrati, senza tetto o comunque “diversi”.
Si tratta inoltre di gruppi molti dei quali intrattengono relazioni strette con la criminalità organizzata e la “fede politica”  costituisce cemento per loschi affari illegali o criminali.
Esistono gli strumenti amministrativi  e giudiziari per colpirli, ma deve svilupparsi una forte iniziativa politica e culturale. Solo utilizzando tutti i tasti è possibile cancellare l’emergenza fascismo.



sabato 2 dicembre 2017

È morto Franco Azara


Diario
1 dicembre 2017

Nei giorni scorsi è morto Franco Azara al quale mi legava la militanza a Il Manifesto.
Franco non era un uomo semplice, tutt’altro, con lui era più facile litigare che andare d’accordo, ma il suo contributo in molte delle battaglie che Il Manifesto, organizzazione politica, ha condotto  a Venezia, a Marghera e nel resto del Veneto, è stato sempre importante. Non sempre ha condiviso le scelte nazionali dell’organizzazione soprattutto in termini di alleanze. Quando il movimento si è sciolto ha cercato ancora di restare legato al giornale, ma dopo un poco ha lasciato. Ha organizzata una sua attività economica, è ha vissuto la politica da lontano senza mai allontanarsi dagli ideali della sinistra.

Anche tra di noi abbiamo molto battagliato, ma eravamo legati da affetto.       

venerdì 24 novembre 2017

Quel che ci tocca: Berlusconi o 5*?

Diario
19/11/2017



Siamo a questo punto: dopo le prossime elezioni il paese sarà governato o da una coalizione guidata da Berlusconi, o dal movimento 5*. Cosa è peggio lo lascio decidere a voi. La sinistra o il centro sinistra non ha possibilità di entrare in graduatoria, ma su questo dopo.
Intanto la neopresenza invadente, come è nello stile dell’uomo, di Berlusconi che organizza, tratta, elargisce consigli a Salvini della Lega e alla Meloni del raggruppamento fascista. Quello che appare sconcertante non è tanto una qualsiasi strategia di “presa del potere”, ma come i mezzi di comunicazione di massa (e gli stessi alleati) abbiano memoria corta, cortissima. In sostanza Berlusconi è nato ieri ed è un perseguitato perché non può candidarsi secondo i risultati processuali e la legislazione vigente nel nostro paese. La storia di Berlusconi è cancellata: nessuno ricorda la corruzione di un senatore, nessuno ricorda le leggi ad personam che hanno cancellato fattispecie penali dai nostri codici nei quali era incappato lo stesso expresidente del consiglio a quel tempo presidente del consiglio, nessuno ricorda altre leggi ad personam  di riduzione di pena e aumento della prescrizione  per reati nei quali era coinvolto sempre lo stesso. Nessuno ricorda i possibili rapporti con la mafia di cui si è parlato e per il quale un suo stretto collaboratore e amico è stato condannato eincarcerato. Nessuno si ricorda della sua vita privata, delle “cene eleganti” e dei possibili rapporti con minorenne. Tutto cancellato.
In contrapposizione a Berlusconi si muove il movimento 5*, accreditato di novità, di essere fuori dai giochi di potere, tutto dedito al bene del paese. Credibile, solo un poco, molto poco; le esperienze di governo che suoi rappresentanti hanno fatto, solo a livello locale, sono disastrose e non aliene da pasticci, per essere gentili, o da manovre poco chiare, falsi in bilancio ecc. Questo a livello locale, dove tutto doveva essere più semplice, immaginiamo cosa possa succedere a livello nazionale.
Per dirlo in modo tradizionale il paese si trova tra l’incudine e il martello. So che alcuni dei miei amici che leggono questo diario in questa situazione si dicono concordi nell’appoggiare il movimento 5*, personalmente mi pare pazzesco. Tra un populismo reazionario e fascista e un populismo governato da un qualche algoritmo faccio fatica a scegliere.
La sinistra, senza altra qualificazione, mi pare fuori gioco: non solo perché questo è sostanzialmente un paese di destra, e per molti versi anche peggio, ne danno testimonianza le aggressioni continue subite dagli extracomunitari, l’insopportabilità crescente per gli immigrati,  la corruzione dilagante anche ai bassi livelli, il potere maschilista, ecc. Tutto il paese si può descrivere in questo modo? Non di certo, ma questa considerazione appare una giustificazione, ci consoliamo pensando alla solidarietà della chiesa e di molti cattolici, ci consoliamo pensando al volontariato (all’interno del quale sono stati denunziati violenze sessuali), e a tante altre cose buone, il tono principale del paese non è dato da queste cose accettabile e buone (non è un caso che il buonismo è diventato un’accusa denigratoria), ma di tutte le cose prima descritte.   La sinistra senza altra qualificazione non può vincere perché questo è il Paese ma anche  per i suoi ritardi, per le sue divisioni, per i suoi personalismi. In un paese che di mala grazie sopporta un Papa appena più consapevole delle cose del mondo e lo sente come un estremista comunista, in un paese che sostanzialmente considera un modesto presidente del consiglio come una figura emerita, solo perché non baldanzoso e cauto, una sinistra senza qualificazioni non ha possibilità di convogliare su di sé un consenso massiccio. Ci sarebbe bisogno, allo scopo,  di una nuova ondata di politicizzazione di massa, ma perché questo accada bisognerebbe che fosse di senso comune la natura del meccanismo economico vittorioso, la sua trasformazione, il fatto che degrada i lavoratori, che non dà speranza ai giovani e sfrutta le risorse lasciando per il futuro un piatto vuoto. Un sistema economico vincente nelle sue diverse forme e ormai globale. La sinistra in un solo paese (paragrafando ben altre situazioni, non si dà), come dimostrano i risultati elettorali americani ed europei più recenti.
Se questa fosse la situazione vale la pena di interrogarci se un’alleanza di centro-sinistra sia possibile e se questa possa essere vincente.  Andiamo per ordine.
Un’alleanza di centro sinistra non è un’alleanza per il comunismo e neanche per il socialismo, ma può essere un’alleanza progressista che si faccia carico della situazione delle persone in carne ed ossa e a queste offra soluzioni “mediate” ai propri bisogni, significa non una maggiore ma finalmente una politica di equità, che possa proibire l’accumulazione smodata di risorse finanziarie, che colpisca pesantemente i lasciti ereditari, che attivi una tassazione fortemente progressiva, che si impegni per la scuola e la formazione, che sviluppi economie di solidarietà, che punti all’innovazione tecnologica diffusa, un progetto per il mezzogiorno del paese, che cerchi di liberare i cittadini dall’invadenza di potentati nella loro vita personale, che metta in moto meccanismi in grado di evitare la formazione di caste immuni da ogni giudizio popolare e della legge, ecc. Insomma una civile società “giusta” fatta di uomini liberi e nella quale prevalga il diritto e non il potere.
Per questa alleanza un centro c’è già: è il PD (e così facciamo riposare l’on. Casini). Non sembri un’offesa; le dichiarazioni del suo leader e del suo gruppo dirigente definiscono una politica di centro e per alcuni versi anche populista: la dichiarazione per una riduzione della tassazione, per esempio, la politica del lavoro che solo di sponda può essere considerata favorevole all’occupazione, i benefici accordati agli esportatori all’estero di capitali, ecc. Certo un partito di centro fa anche cose buone, per esempio lo jus soli, l’attenzione alle periferie, il sostegno ai più disagiati, ecc.
Ammettiamo che la sinistra-sinistra riesca a quagliare una sua struttura, oltre esiste il gruppo di Pisapia, forse è recuperabile il gruppo di Montanari e Falcone (colpiti da individualismo estremo), tutta questa costellazione potrebbe stringere con il PD una alleanza di centro-sinistra. E se in grado di darsi la carica potrebbe anche sconfiggere sia Berlusconi, Salvini e la Meloni sia 5*. Ma quest’esito è improbabile, ma, anche  mi pare possibile ad alcune precise condizioni.
Un raggruppamento di questo tipo richiede discontinuità (tutti lo dicono)i. Detto papale papale: Matteo Renzi non raccoglie il consenso dell’alleanza. Diciamo ancora più brutalmente gli altri non si fidano di Renzi (compreso Pisapia che oggi chiede la presenza di un “garante”); il giovane segretario del PD non ha lesinato motivi di diffidenza: a cominciare con lo “stai sereno” rivolto a Enrico Letta poco prima di scaricarlo, ma a seguire, il pasticcio della riforma costituzionale con l’arrogante referendum, il rifiuto di considerare le molte osservazioni dei “compagni” sulle molte leggi a partire del jobs acta, le fiducia sulla legge elettorale, ecc. ecc. Credo che Renzi sia animato da una forte ambizione, questo non è male di per sé, ma se crede a quello che dice, cioè che lui lavora per il “paese”, deve prendere atto che questa assenza di fiducia gli consiglia un passo indietro (a favore del paese), una passo indietro vero, non una furbizia (tipo il capo del governo lo decidiamo insieme dopo le elezioni), anche se fosse convinto di essere il “migliore”. Non credo che dall’altra parte ci sia una brama di potere personale, nel raggruppamento più conistente non credo che Bersani aspiri al governo, le sue performance non sono state brillante, forse è stato un buon presidente di Regione, ma come ministro lasciamo perdere, né tanto meno D’Alema, l’aver messo la sua intelligenza al servizio di furberie lo rendono impresentabile.
Ora senza pensare a rinnovamenti giovanilistici, né a riferimenti alla “società civile”, penso che oggi chi può fare il miracolo di guidare un’alleanza di centro-sinistra sia Pietro Grasso. Credo che sulla base di un programma chiaro e ben definito, sia sugli indirizzi che sulle cose immediate da fare, un’alleanza che raccolga la sinistra-sinistra, le altre sparse membra e il centro, il tutto guidato da Pietro Grasso quale presidente del consiglio pre-indicato possa anche vincere. Possa, non è certo.
È quello in cui molti di noi speravano, sicuramente no, ma la scelta è brutale: questa possibilità possibile o piuttosto  una governo Berlusconi+i fascisti o un governo 5*? Ma c’è di più in assenza di un centro sinistra dal risultato molto consistente, l’esito elettorale  negherà la maggioranza a chiunque, e allora quali alleanze? Il pallottoliere da molte soluzioni. Evviva! siamo tornati al peggio della I Repubblica.      

  

giovedì 31 agosto 2017

Rossana Galdini, Terapie urbane.


Rossana Galdini, Terapie urbane. I nuovi spazi pubblici della città contemporanea (Rubettino, 2017, pp. 168, 14 euro).

Tra le questioni che riguardano la città contemporanea sicuramente si trovano quelle relative allo spazio pubblico; i termini più ricorrenti sono quelli della sua crisi, della necessita di un rifondazione del concetto, della riflessione sulla loro progettazione oggi, ecc. In tutte queste riflessioni è possibile evidenziare un punto mai completamente risolto: è la forma e struttura degli spazi pubblici che ne determinino l'uso o piuttosto è il tipo di organizzazione sociale e di organizzazione della vita quotidiana che determina l'uso che degli spazi pubblici si fa. Che sia in una falsa alternativa  è evidente, ma tale reciproca relazione mette in evidenza come non sia possibile trattare la questione degli spazi pubblici nell'ambito delle idee astratte di organizzazione della città o l’occasione per applicare modelli più o meno realistici.
La piazza è sempre là, uguale a se stessa, ma nel tempo l'uso che ne è stato fatto si è notevolmente modificato ed è stato strettamente collegato ai bisogni che quella collettività esprimeva in una determinata stagione storica; una funzione sembrava decadere ma poi la stessa in forma diversa si ripresentava. L'appropriazione politica di quello spazio pubblico sembrava scomparsa con il mutare della comunicazione politica, ma all'improvviso essa accoglie migliaia di uomini e donne, di ragazzi e vecchi che sentivano l’improvviso  bisogno di esprimere con la presenza del corpo la loro domanda politica, il loro disaggio, la loro voglia di cambiamento. La piazza, spazio pubblico emblematico, mostra tutta la sua disponibilità alla flessibilità. Si tratta di tema importante sui si tornerà anche perché costituisce uno dei tratti principali del lavoro di Rossana Galdini.
È proprio la ricchezza dei punti di vista, l'articolazione dei ragionamenti e dei riferimenti che rende interessante questo testo. L’autrice ci pone di fronte alla coniugata differenza tra “spazio pubblico” e “spazi pubblici”, essendo questi ultimi la materiale organizzazione dei primi, o ancora la distinzione tra luoghi e spazi. Con riferimenti ricchi e appartenenti a campi disciplinari diversi, l'autrice conduce in un percorso di definizioni, di ipotesi progettuali e di osservazioni che rendono chiaro quanto sia centrale nel discorso sulla città la questione degli spazi pubblici, tanto che è possibile affermare che senza “spazi pubblici” non vi è città. Non si tratta solo di una modalità di organizzare le relazioni spaziali, ma anche quello di dare corpo alla socialità, costruire le possibilità materiale perché la colloquialità urbana possa esprimersi, espandersi, dare senso alla città.
Osserva l'autrice che: “ non sempre esiste una diretta conseguenza tra la presenza di uno spazio materiale è la creazione di uno spazio relazionale. Molte volte lo spazio formale e il suo progetto facilitano la realizzazione di spazi relazionali aperti, dell'incontro, del dialogo, altre volte sono percorsi immateriali, relazioni interpersonali che creano spazi pubblici informali”. Un'osservazione questa che apre a molte questioni, che vanno dalla progettazione, alla previsione di bisogni presenti e futuri, alle modalità attraverso le quali far partecipare le persone alla costruzione degli spazi pubblici (collettivi), al ruolo della tecnologi nella ridefinizione degli spazi pubblici, alla loro privatizzazione, alla perdita di ruolo della sfera pubblica nella vita quotidiana e quindi al deperire dello spazio e degli spazi pubblici e all’emergere, fino a quando non saranno investiti da una crisi di ruolo, di spazi privati ad uso pubblico.  Tutte questioni importanti ma spesso contraddittorie, che vengono nel testo esplorati mettendo il luce punti di vista diversi, collegando la dinamica della “questione” all'evoluzione della società, degli stili di vita prevalenti.
Si tratta di una trattazione quanto mai ricca e documentata, un testo con una forte componente didattica, l’assenza di banalizzazione e la ricchezza dei riferimenti hanno lo scopo di sollecitare la riflessione, anche per l’attenzione posta agli strumenti adottati più recentemente nel tentativo di reinventare gli spazi pubblici adatti alla nostra epoca..   
“Accanto all'opinione diffusa del declino dello spazio pubblico, si è diffusa, parallelamente, anche l'ipotesi di una sua reinvenzione, supportata da motivazioni differenti come l'ispirazione all'idea di estetizzazione della scena urbana, alla tematizzazione degli spazi, alla trasformazione recente di molte città in set turistici, o, al diffuso bisogno di creare e ricreare spazi di interazione e luoghi di socialità”. L'autrice mette in campo tutto il suo interesse e la sua capacità esplorativa, soprattutto, sulle nuove metodiche di intervento; così esplora l’Everyday Urbanism, il Tactical Urbanism, il Temporary Urbanism, l’Ago puntura urbana, il Do it Yourself Urbanism.
A me pare, ma si tratta di un punto di vista molto soggettivo, che queste metodiche possono finire per  mettere in discussione  senso e significato di spazio pubblico. Si tratta di  metodiche che in misura più o meno grande comportano il coinvolgimento della popolazione nella progettazione o anche realizzazione e gestione degli spazi pubblici. La partecipazione dei cittadini costituisce, insieme, una necessità, un’opportunità e di una ragionevole attenzione ad alcune modifiche della società. Ma si tratta anche di una questione problematica. Il mio atteggiamento non è contro la partecipazione ma questa non può essere nominata e proclamata senza senso critico, come spesso avviene in tanti “innamorati”.
Intanto la partecipazione dovrebbe rendere espliciti i bisogni della popolazione, le necessità che complessivamente o in gruppi, più o meno grandi esprimono. Tuttavia se la crisi degli spazi pubblici fosse  interpretata come l'esito della frantumazione sociale, la società liquida, per fare riferimento ad una interpretazione che gode molti consensi, allora  ogni aggregazione di popolazione finalizzata alla definizione  di un bisogno comune non potrebbe che essere considerata temporanea, caduca, e non tale da essere assunta come riferimento per la costruzione di spazi pubblici che rispondano a bisogni espressi. È la caducità di tali bisogni, non esito di un aggregato sociale stabile, a rendere inagibile tale domanda come programmatica.
Se da una parte sembra difficile che la frammentazione della società possa essere assunta come riferimento, con tutte le conseguenza che si riverberano sul problema degli spazi pubblici, dall'altra parte la società esprime disagi che una buona organizzazione degli spazi pubblici potrebbe attenuare, e ancora esprime, anche se in modo contraddittorio, esigenze di socializzazione che spesso esplodono contro ogni previsione. La società pur nella sua frammentazione, nel prevalere di un individualismo distruttivo di ogni senso di appartenenza, continua ad esprimere bisogni di collettività. È proprio l'espressione individuale di questi bisogni che non appaiono stabili e si esprimono in forma individualistica che spesso non può permettere processi di aggregazione.
La risposta consapevole a questo stato di cose è l'individuazione dello “ spazio flessibile”  come opportuno è necessario. Gli spazi pubblici flessibili costituiscono la frontiera più avanzata della progettazione della città; spazi che si prestano ad essere adattati secondo bisogni e necessità espresse. Questa enfasi sulla flessibilità lascia intendere che gli spazi pubblici della tradizione urbana, usiamo questo termine generico, fossero caratterizzati da rigidità. Ma è proprio così?  Non credo. La piazza, assumiamo questo spazio emblematico, è stata ed è ancora, mercato, luogo di manifestazioni politiche, campo di gioco e spazio sportivo, vi si fanno anche corsi di cavalli e partite di calcio, palcoscenico per manifestazioni artistiche e culturali, luogo di socializzazione, parcheggio di auto, luogo adatto per i venditori ambulanti,  spazio per manifestazioni religiose o di preghiera. E chi sa quanto altro ancora. Non sono così stupido da pensare che tutte le piazze siano uguali e così flessibili, ma voglio sottolineare che in generale gli spazi pubblici sono per loro natura flessibili, ed entro ceri limiti possono essere utilizzati a scopi diversi. Non nego che esistano spazi specializzati e non flessibili, penso alle corsie preferenziali per le tranvie, per esempio, o ancora agli spazi specializzati per specifici sport, tutto vero, ma in generale gli spazi pubblici si presentano in larga parte già predisposti ad usi diversi. Da questo punto di vista l'invenzione della gente, dei giovani è molto superiore a quanto previsto da progettisti e amministratori. Non sono gli spazi ad essere rigidi, ma molto spesso è l’amministrazione e la politica che mette ostacoli alla flessibilità. Quale è stato il contributo della street art nel modificare il senso di alcuni spazi? Si pensi a cosa potranno presto diventare le  gradi rotatorie di cui oggi è disseminato il paese come preso da un  virus?
Non sto dicendo che tutti gli spazi pubblici si presentano con un alto tasso di flessibilità,  credo che molta attenzione a questo aspetto vada posto nella progettazione di nuovi spazi pubblici (da questo punto di vista, tuttavia,  mi spaventa l'idea progettuale  che dovrà programmaticamente  essere fissata sulla flessibilità).  Non è lo spazio che sarà flessibile ma l'uso che le persone ne faranno.
Quello che in realtà si sta perdendo, ed è positivo, è l'idea prevalente di spazi pubblici monofunzionali, anche se di alcuni di questi ci sarà ancora bisogno. La città sempre più si apre ad esperienze diverse, a culture estranee, a bisogni modificati e in continua  evoluzione, gli spazi pubblici che della città costituiscono l'ossatura portante, dovranno adattarsi a questa situazione ma a partire dalla loro reale natura: substrato da cui è possibile esercitare il diritto alla città, elementi che danno senso alla condizione urbana, luogo dove si esercita una possibilità di espressione sociale e individuale. Saranno necessari aggiustamenti ma non mi pare che la strada giusta sia quella di inseguire una frammentata domanda è l'esercizio di un individualismo rivendicato come diritto.  Nella partecipazione frammentata, nella volontà del piccolo gruppo di realizzare un proprio punto di vista, va colto il dato di arbitrarietà e di egotismo.
Il testo di Rossana Galdini di questo e di altro ancora si occupa. Che ci vogliano dei “nuovi spazi pubblici” come recita il sottotitolo del libro è necessario, che nuovi esperimenti andranno fatti è pur vero, ma assumiamo che la città è in continuo cambiamento e che questo non sarà tanto l'esito di un progetto audace, ma la creazione delle possibilità che il nuovo possa realizzarsi e che i vincoli che imponiamo, o che abbiamo la pretesa di imporre, non riescano a trascinare nell’ignavia la capacità creativa della popolazione e che questa dovrà misurarsi con le contraddizioni nel suo seno.
Un testo da studiare per i suoi molti filoni seguiti, non già una ipotesi preconfezionata ma una vera ricerca tra le molte ragioni, i molti esperimenti, tenendo  ferma la relazione tra città e spazi pubblici.
Francesco Indovina



mercoledì 2 agosto 2017

L’abusivismo cresce e i condoni pure. Viva il locale



Diario n. 348
1 agosto 2017-08-01

Circa il 18% delle costruzioni realizzate nel 2015 risultano abusive. Il dato è in continua crescita. Il 20% dei fabbricati costruiti non rispetta le norma urbanistiche. Le regioni campioni dell’abusivismo sono: Sicilia, Campania, Calabria, Molise, con percentuali di abusi intorno al 50%.
Si tratta di un esito congiunto di disattenzione e inettitudine delle autorità, dei connubi tra certe amministrazioni e la speculazione edilizia con annessa corruzione e dalla prevaricazione della criminalità organizzata.  
Questo tuttavia è niente in confronto a quello che ci prepara il futuro, infatti, accanto al sostanziale blocco dei condoni a livello nazionale, si sta sempre più sviluppando una politica di condoni selvaggi regionali e locali, all’insegna della riduzione del consumo di suolo.
Se da una parte è ovvio che il suolo va risparmiato, lo slogan consumo di suolo zero, che presuppone o meglio che lascia intendere la salvaguardia dell’agricoltura e ovviamente dell’ambiente, a me pare priva di senso, rispetto alle dinamiche urbane e alle trasformazioni delle città e alle dinamiche della stessa agricoltura.  Certo i vuoti vanno riutilizzati, lo si sostiene dagli anni ’70, i terreni interstiziale devono essere recuperati, ma l’affermazione (disegno di legge approvata dalla Camera) sul consumo di suolo avrebbe bisogno di maggiore riflessione, maggiori analisi, qualche fondamento teorico, ecc. Il guaio è che si è trasformato in uno slogan che mostra oggi tutta la sua pericolosità.
Per risparmiare suolo alcune regioni condonano le mansarde trasformate e finanche le cantine. Ove queste ultime  fossero incompatibili con gli standard di abitabilità si “suggerisce” di scavare e/o togliere soffitti per guadagnare i necessari centimetri di altezza. Questo avviene, per esempio, in Abruzzo, terra sismica, dove i terremoti spesso disastrosi e cruenti niente hanno insegnato alle autorità.
In Lombardia e Lazio i sottotetti possono essere condonati se trasformati in abitazioni.
La Campania, Regione gestita dal “compagno” Vincenzo de Luca, ha in corso di gestazione una legge che di fatto evita ogni demolizione di edifici abusivi (immagino perché così si risparmia suolo).  
Chiudiamo con la Sardegna (governata dal centro sinistra) dove la nuova legge urbanistica in approvazione dal Consiglio regionale di fatto riduce drasticamente i vincoli posti dal piano paesaggistico circa l’inedificabilità  di una fascia di territorio inferiore a 300 metri dalla costa.  
Questa vicenda, e altre ancora, fanno giustizia del luogo comune (comune anche alla sinistra) secondo il quale il miglior governo è quello più fisicamente vicino ai governati: il “locale” come luogo della mobilizzazione popolare e per il raggiungimento dei migliori obiettivi. Il locale sembra quanto mai permeabile ad interessi locali non sempre legittimi e spesso contrari ad ogni criterio di buon governo. Ma la vicenda chiama in causa direttamente Gentiloni e De Rio che hanno la possibilità e il potere di impugnare questi provvedimenti perché contrari all’indirizzo nazionale. Lo faranno? c’è da dubitare.

Non convince che per risparmiare suolo bisogna incrementare l’abusivismo edilizio e condonare ogni abuso ed ogni costruzione irregolare. 

domenica 16 luglio 2017

Guarire dalla violenza fascista

Diario n. 347
16 luglio 2017

Alcuni anni fa mi aveva impressionato lo stupro che due ragazzi, facenti parte di un’associazione di volontariato (che si occupava di malati o forse di anziani), avevano esercitato su una loro collega (amica?) facente parte della stessa associazione. A quel tempo un pensiero ingenuo mi aveva colto: come mai dei ragazzi dediti all’aiuto di altri fossero stati presi dall’impeto violento di non rispettare una donna loro compagna? Il cinismo violento del maschio sembra che non trovi ostacoli né ideologici né di pratica di vita.
Questo episodio mi è tornato alla mente leggendo del più grave fatto avvenuto a Parma.
In quella città la notte del 12 settembre 2010 si festeggiava la ricorrenza di una vittoria antifascista (1922) che aveva contrastato l’intenzione degli squadristi di Italo Balbo di espugnare un quartiere rosso della città. Ebbene in quella ricorrenza e festa antifascista, nei locali della RAF (rete antifascista) tre compagni (?) stuprano per una intera notte una compagna lasciandola su un tavolo del circolo. I tempi sono cambiati i tre si divertono anche a filmare la scena. La ragazza per pudore non dice nulla, i compagni del circolo coprono con l’omertà pelosa gli autori della violenza.
Anni dopo un’indagine della polizia, per altri fatti, scopre in un vecchio telefonino il filmato (i tre sono arrestati e ora condannati). Si potrebbe dire una normale storia di violenza contro le donne. Ma non è così, c’è dell’altro.
I compagni della RAF emarginano la ragazza perché alla fine collabora con gli “sbirri” (alla violenza  si aggiunge il linguaggio mafioso).
Avrei capito, ma non condiviso,  se il gruppo RAF, immagine di una società futura, forte di una propria ideologia di libertà e di antagonismo allo stato, avesse processato i tre, magari condannandoli  all’evirazione chirurgica o chimica, o li avesse, almeno,  espulsi dal “collettivo”. Niente di tutto questo solo la difesa omertosa dei membri maschi.
Se neanche l’antifascismo militante riesce a liberarci della cinica e ignobile violenza fascista quale speranza? non ci sono scuse né politiche, né psicologiche, ma solo bassa connivenza.

Un altro pensiero ingenuo: il piccolo gruppo non solo politico ma anche costruito su una identità sociale o culturale o ideale, come adesso è la “moda” politica, è il luogo più adatto per liberarci individualmente e collettivamente? io penso di no, solo l’apertura ampia, il nuotare nei contrasti e scontri collettivi può essere la nostra scuola di civilizzazione.         

sabato 24 giugno 2017

Ivan Blečić e Arnaldo Cecchini - Verso una pianificazione antifragile.

(da Archivio di studi urbani e regionali; La città bene comune, Casa della cultura Milano)
Il saggio di Ivan Blečić e Arnaldo Cecchini - Verso una pianificazione antifragile. Come pensare al futuro senza prevederlo (FrancoAngeli, 2016) - si raccomanda per più di un motivo: è intelligente, puzza di originalità, non è accomodante e stimola punti di vista imprevisti. Non è la solita lamentazione intorno alle difficoltà della pianificazione, né se ne prospetta l'abbandono - già questo sarebbe un motivo di grande apprezzamento - ma si propone di costruire un punto di vista nuovo sulla natura della città e le sue dinamiche.
In apertura gli autori denunziano tre limiti del loro lavoro: aver posto attenzione alle città occidentali, non aver considerato il ruolo del conflitto sociale e aver fatto riferimento più alle "azioni di governo delle trasformazioni urbane" che alla strumentazione e alla tecnica di piano. A me pare che l'ultima piuttosto che un limite sia un giusto atteggiamento che fa i conti con la realtà della pianificazione: non applicazione di modelli astratti ma, piuttosto, "governo delle trasformazioni urbane". Della prima non merita parlare: le situazioni urbane mondiali tendono a una diversificazione di cui non sembra potersi intuire la logica, mentre più omogenee appaiono le città occidentali. Invece, il non aver considerato il ruolo del conflitto sociale e la dinamica degli interessi contrastanti nelle trasformazioni urbane, può effettivamente essere considerato un limite. "Conflitti" (in tutte le forme ed espressioni) e dinamica urbana appaiono legati da strettissime relazioni. Si potrebbe azzardare che vivono in simbiosi: le dinamiche urbane sono figlie dei conflitti e questi ultimi nascono nell'alveo delle dinamiche urbane. A me pare che i due autori, anche se non esplicitamente, proprio nella formulazione della loro tesi in realtà abbiano fatto riferimento ai conflitti. Seppur in una visione individualista - quando, per esempio, affermano con decisione che "la gente fa di testa propria" - essi di fatto si riferiscono a quei conflitti che in varia forma e con diversi esiti generano dinamiche urbane.
Blečić e Cecchini si muovono lungo la corrente che individua come scopo del progetto l'adattamento "della forma alla funzione", un progetto possibile solo se c'è "un soggetto che consapevolmente si pone e persegue degli obiettivi". Ma, la relazione tra adattamento della forma alla funzione e la necessità di una soggettività che si ponga degli obiettivi applicata ai sistemi sociali non è priva di significative implicazioni. Tra queste c'è l'imprevedibilità degli esiti dovuta alla natura dei sistemi sociali, all'azione e all'intenzione dei soggetti sociali. È a partire da queste considerazioni che i due autori formulano un lungo elenco di idola (il riferimento è a Francesco Bacone) che tanta parte hanno nella "scarsa efficacia" della pianificazione e gestione del territorio. Nonostante quello che appare, o meglio che si crede, la pianificazione non ha rappresentato un corpo stabile e immobile di regole, principi e strumenti. Da sempre la sua scarsa efficacia - per dirla con i nostri autori - ha spinto a continui aggiustamenti, a considerare nuove ipotesi, nuove interpretazioni. Qualcuna di queste ne ha messo perfino in discussione la necessità e l'utilità al punto da determinare, molto più spesso di quanto non si creda, una struttura di pensiero poco utile, degli idola in parte identificati e descritti dai nostri autori. Non vorrei soffermarmi su ciascuno di questi (sono 12) ma elencarli sì, perché da un lato sono espressione dell'attenzione e dell'acume degli autori, dall'altro perché la semplice loro elencazione dovrebbe o potrebbe fare arrossire qualche pianificatore per la sua affezione ad alcuni di questi (va detto, non parlo di errori, ma di convinzioni e diffuse credenze che questi comportino risultati negativi). L'elenco comprende: Il dogma della continuità; La fallacia dell'estrapolazione; L'assunto della retroattività dei principi morali; La pretesa dell'universalità - spaziale e temporale - dei comportamenti; L'oblio degli effetti contro-intuitivi; La sindrome del defroqué; L'ipotesi dell'agire razionale; La querelle riduzionismo vs olismo; La querelle bottom-up vs top-down; La querelle quantitativo vs qualitativo; Il "buon dottore"; Le intelligenze sono multiple e non trasferibili; Misurare non è valutare, valutare non è decidere; Troppo tardi per smettere (una delle ragioni dei disastri della pianificazione). Per ognuno di questi idola, gli autori forniscono anche una ricetta per la loro cura "attraverso la concezione del progetto come processo che si svolge a molti livelli e coinvolge molti attori, e non come il prodotto di una mente razionale che disegna in modo fermo e razionale la strada del futuro".
Le ricette - com'è noto - sono sempre impastate con l'idola della semplificazione. Non sfuggono a questa regola neanche quelle degli autori che, pur nella loro linearità argomentativa, tralasciano molte questioni, la principale delle quali - mi pare - sia un sostanziale sorvolare sulla questione del potere o dei poteri. Tralascio tuttavia questo argomento, per arrivare al nocciolo del saggio che mi pare molto interessante. Gli autori ci guidano verso una distinzione che nel loro ragionamento appare centrale: gli oggetti, sistemi, organismi, ecc. possono essere distinti in fragili, robusti e antifragili. Sono fragili quelli che subiscono negativamente gli effetti delle modifiche dell'ambiente; una tazza di vetro se cade a terra si rompe, non sappiamo quando, ma nel lungo periodo è molto probabile che ciò avvenga. Mentre robusto è un oggetto che non viene sostanzialmente modificato da eventi che avvengono nell'ambiente. Così, mentre "cadere" per un bicchiere genera una catastrofe, cioè la rottura dell'oggetto, se cade un'incudine, questa non si modifica ma resta intatta. Tuttavia, robusto non è il contrario di fragile, come non lo sono durevole, resistente, resiliente, ecc. "L'opposto di essere fragile - scrivono gli autori - sarebbe qualcosa che eventi, perturbazioni, fattori di stress, volatilità, disordine - dunque il tempo - in generale non nocciono e però nemmeno lasciano com'è. Sarebbe piuttosto qualche cosa che può, perlomeno in alcune circostanze, guadagnare, migliorare, ossia prosperare nel disordine". La parola adatta, allora, secondo gli Blečić e Cecchini è: antifragile.
Gli autori identificano la città come un sistema antifragile, nel senso che nel disordine essa può perfino migliorare. Possono cioè presentarsi dei "cigni neri" - espressione che Blečić e Cecchini riprendono dal saggio di Nassim Nicholas Taleb -, ovvero eventi con scarsa probabilità di avvenire ma, nel caso, con notevoli conseguenze. Mi pare, però, che la città si presenti come antifragile non solo per l'esistenza dei "cigni neri" - che in generale non è possibile né prevedere, né controllare - ma per le dinamiche delle sue stesse variabili. Mi viene comodo, per provare a spiegarmi, far riferimento a quanto sottolineato in precedenza circa la relazione simbiotica esistente tra conflitto e città: il primo crea disordine, mette cioè in discussione l'ordine esistente e la città è costretta a migliorare, ma tale miglioramento determina nuovo conflitto. La nozione di antifragilità attribuita alla città pare dunque convincente, anche se appare utile un'altra precisazione. La Città, cioè la specie città, l'idea di città, può effettivamente essere considerata antifragile, mentre le singole città possono essere fragili: non migliorare nel disordine ma perire. I motivi possono essere esogeni ed endogeni: l'incapacità (soprattutto nella prima fase della storia della città e nell'epoca attuale) di fare i conti con la disponibilità di risorse; distruzioni belliche (che possono tuttavia trasformarsi in occasioni di miglioramento); cataclismi naturali; epidemie, "piaghe"; ecc.
Ma qui sorge un altro problema: la fragilità e la robustezza sono caratteristiche che distinguono oggetti o sistemi, ma lo è anche l'antifragilità? In altri termini, mentre le prime due sono caratteristiche degli oggetti o dei sistemi, l'antifragilità appare piuttosto come una possibile "condizione". Una città sarà cioè antifragile se "curata" con intelligenza e amore, mentre in assenza di questa attitudine di governo una città può risultare fragile. Non è casuale se alla nozione di antifragilità sia connessa la possibilità di miglioramento. Una possibilità, non una certezza, perché devono essere presenti le condizioni affinché quella potenzialità diventi effettiva. Sollevare questo problema non ha il significato di mettere in discussione il contributo, anche di metodo, di questo testo. Piuttosto quello di far notare come nell'antifragilità sia contenuta un'azione consapevole per realizzarne le potenzialità. In modo diretto e indiretto i due autori hanno messo in luce questo aspetto e non è casuale che la seconda parte del testo sia dedicata alla pianificazione antifragile.
L'aver impostato il testo sull'antifragilità della città, mette in chiaro come la dinamica urbana sia collegata al disordine, un disordine che eventualmente migliora. Il governo della città, quindi, dovrebbe ritenere preziosi gli elementi di disordine (il passare del tempo, ma non solo) e intervenire con mano intelligente e amorosa per non distruggere gli elementi dinamici e migliorativi della città e, nello stesso tempo, tentare di creare le condizioni per uno sviluppo creativo della popolazione. Secondo gli autori, infatti, i connotati di una pianificazione antifragile sono: evitare di fare quel che è nocivo; cercare di costruire una visione condivisa e garantire una certa azione autonoma delle forze sociali. In quest'ultimo ambito pongono però dei paletti, dei punti fermi e fanno sfoggio di buon senso "pianificatorio", avendo sempre presente la realtà che è spesso contraddittoria e che "in ultima istanza - secondo gli autori - suggerisce di intervenire solo quando e dove è necessario, con massima economia e sfruttando il più possibile tendenze 'naturali', facendo il più possibile scelte aperte e reversibili. Ciò d'altro canto non vuol dire abbandonare l'idea delle regole. Al contrario. Ma occorrono regole e vincoli che siano generali, sovraordinati e sottratti alle contingenze e convenienze di breve periodo".
La pianificazione antifragile trova nei cittadini non solo quanti dovranno sopportare le scelte di pianificazione, ma i soggetti attivi nella determinazione degli obiettivi. Si tratta, dunque, di mettere in campo nuovi strumenti in grado di coinvolgere i cittadini, con particolare attenzione a quelli più svantaggiati. Quello degli "scenari" potrebbe essere lo strumento adatto per costruire un punto di vista condiviso, mettendo in luce quelli desiderabili e quelli da evitare. L'approccio teorico che i due autori propongono per definire meglio la loro ipotesi programmatoria è quello della capability approach, ovvero delle capacità urbane. Di ogni comunità "si tratta [cioè] di stabilire, e possibilmente di isolare, come e sino a che punto le loro capacità complessive - che ovviamente dipendono da molti altri fattori a-spaziali e non legati al loro ambiente fisico - sono determinate da fattori eminentemente urbani, legati al funzionamento della città e dell'ambiente urbano". L'esempio dei parchi a cui ricorrono gli autori - uno dei tanti che si potrebbero fare - chiarisce bene questa problematica: non si tratta soltanto di determinare la quantità di verde necessaria per la specifica città ma, piuttosto, di individuare le opportunità e gli ostacoli che permettono o frenano le persone a "ricrearsi in luoghi naturalistici". In altri termini - se mi posso produrre in una traduzione - il problema sta nel negare operatività ad approcci che privilegino "quantità", secondo parametri quanto articolati si voglia ma comunque astratti e non misurati nella specifica condizione urbana, e affermare invece la necessità di realizzare funzionamenti urbani adatti agli individui più svantaggiati. Questo perché se fossero positivi per gli individui più svantaggiati a maggior ragione lo sarebbero per gli altri dotati di maggior capacità urbana. Questo approccio è certamente condivisibile anche se non privo di difficoltà applicative. Altre volte ho affermato che il compito della pianificazione e dell'organizzazione della città è quello di mitigare le condizioni più svantaggiate, non essendo nella natura del piano modificarne l'origine. Non si fa fatica a riconoscere nell'approccio di Blečić e Cecchini un atteggiamento più universalistico, che è facilitato dall'avere espunto dal loro lavoro la matrice dello svantaggio sociale, risolta - semplifico - nella capacità urbana.
Per concludere, il testo mi sembra molto interessante per i problemi che direttamente o indirettamente pone ai pianificatori e a chi ha responsabilità di governo della città. Tuttavia, che siano state messe a punto soluzioni complete ai problemi sollevati, non si può dire. Del resto, in chiusura del libro, i due autori ci invitano a un "arrivederci" per il lavoro che resta da fare. In altre parole, le novità introdotte nella riflessione di Blečić e Cecchini sono molte, ma non mi pare che siano tutte convincenti. Qui ho cercato di mettere in luce alcune obiezioni, la necessità di approfondimenti, ecc. anche per evitare che l'elaborazione dei due autori diventi non un modello di approccio teorico ma uno strumento standardizzato (cosa che gli stessi autori - credo - non vorrebbero). È importante, infatti, ricordare che dentro un dato sistema socio-economico le logiche che regolano il funzionamento delle città sono abbastanza omogenee. Si potrebbe forse dire che si tratta di un' "unica logica", con poche variazioni, mentre la concreta realizzazione della singola città, pur rispondendo alla stessa logica, si presenta diversa da ogni altra (in ragione del sito, della storia, dello sviluppo economico, delle tipologie di produzione, ecc.). Si ha invece l'impressione che nel testo questa "logica" venga se non cancellata almeno messa tra parentesi: la città viene cioè "osservata" nella sua antropologica realtà, ma non viene affrontato il tema dei meccanismi generativi, degli interessi contrastanti, dei conflitti e, spesso, dell'indisponibilità individuale. Per fare un solo esempio, l'uso del termine "attore" sembra rimandare alla deprivazione dei singoli individui di ogni propria componente sociale, cosa che nella realtà non è. Dunque, personalmente ho trovato la lettura del testo molto interessante. Soprattutto, ho apprezzato la capacità di prospettare una modalità di osservazione non usuale e che provoca nuovi pensieri. E un testo, si sa, vale proprio per i pensieri che è capace di generare. Come, in concreto, si possa poi organizzare una pianificazione antifragile resta un problema aperto che ha la necessità di ulteriori approfondimenti, ricerche e sperimentazioni. L'importante è non fermarsi, non guardarsi allo specchio: il lavoro fatto è significativo e interessante, quello da fare è ancora tanto.

Francesco Indovina