martedì 13 novembre 2018

Pianificazione antifragile


Ivan Blecic e Arnaldo Cecchini, Verso una pianificazione antifragile: come pensare al futuro senza prevederlo, Franco Angeli editore, Milano, 2016,  pp. 191, 25 euro.    

da ASUR 
Questo saggio di Blecic e Cecchini si raccomanda per più di un motivo: è intelligente, puzza di originalità, non è accomodante e stimola punti di vista imprevisti.
Non è la solita lamentazione intorno alle difficoltà della pianificazione, né se ne prospetta l’abbandono, già questo sarebbe un motivo di grande apprezzamento, ma si propone di costruire un punto di vista nuovo sulla natura della città e della sua dinamica.
In apertura gli autori denunziano tre limiti del loro lavoro: aver posta attenzione alle città occidentali, non aver considerato il ruolo del conflitto sociale e aver fatto riferimento più alle “azioni di governo delle trasformazioni urbane” che alla strumentazione e alle tecniche di piano.
A me pare che l’ultima piuttosto che un limite sia un giusto atteggiamento che fa i conti con la realtà della pianificazione: non applicazione di modelli astratti, ma piuttosto “governo delle trasformazioni urbane”. Della prima non merita parlare, le situazioni urbane mondiali tendono ad una diversificazione di cui non sembra potersi intuire la dinamica, mentre più omogenee appaiono le città occidentali.
Il non aver considero il ruolo del conflitto sociale e la dinamica degli interessi contrastanti  nelle trasformazioni urbane, può effettivamente essere considerato un limite. “Conflitti”  (in tutte le  forme ed espressioni) e dinamica urbana appaiono legati da strettissime relazioni, si potrebbe azzardare che vivono in simbiosi: la dinamica urbana è figlia di conflitti, e questi ultimi nascono nell’alveo della dinamica urbana. A me pare che i due autori proprio nella formulazione della tesi, anche se non esplicitamente, hanno fatto riferimento ai conflitti anche se in una visione individualista; quando affermano con decisione che “la gente fa di testa propria”, essi di fatto si riferiscono ai conflitti, che in varia forma e con diversi esiti generano dinamiche urbane.

Blecic e Cecchini si muovono lungo la corrente che individua come scopo del progetto l’adattamento “della forma alla funzione”. Ma il progetto è possibile solo se c’è “un soggetto che consapevolmente si pone e persegue degli obiettivi”. La  relazione tra adattamento della forma alla funzione e la necessità di una soggettività che si ponga degli obiettivi applicata ai sistemi sociali non è priva di implicazioni e di manomissioni, l’imprevedibilità essendo la natura costitutiva dei sistemi sociali a motivo soprattutto dell’azione e dell’intenzione dei soggetti sociali.
È a partire da queste considerazioni che i due autori formulano un lungo elenco di idola (il riferimento è a Francesco Bacone), che hanno tanta parte nella “scarsa efficacia” della pianificazione e gestione del territorio.
Nonostante quello che appare o meglio che si crede, la pianificazione non ha rappresentato un corpo stabile e immobile di regole, principi e strumenti. Da sempre la sua scarsa efficacia, per dirla con i nostri autori, ha spinto a continui aggiustamenti, a considerare nuove ipotesi, a considerare nuove interpretazioni, e se anche qualcuna di queste ne ha messo in discussione la necessità e utilità, hanno determinato, molto più spesso di quanto non si creda, una struttura di pensiero poco efficace, costruendo degli idola alcuni dei quali sono elencati e visitati dai nostri autori. 
Non vorrei soffermarmi su ciascuno di essi (sono 12) ma elencarli sì, perché essi sono espressivi dell’attenzione e dell’acume degli autori, ma anche  perché il singolo titolo dovrebbe o potrebbe fare arrossire molti pianificatori per la loro affezione ad alcuni di questi (va detto, non parlo di errori, ma di convinzioni e di credulità che esitano  risultati negativi).
L’elenco comprende: Il dogma della continuità; La fallacia dell’estrapolazione; L’assunto della retroattività dei principi morali; La pretesa dell’universalità – spaziale e temporale – dei comportamenti; L’oblio degli effetti contro-intuitivi; La sindrome del defroqué; L’ipotesi dell’agire razionale; La querelle riduzionismo vs olismo; La querelle bottom-up vs top-down; La querelle quantitativo vs qualitativo; Il buon dottore; Le intelligenze sono multiple e non trasferibili; Misurare non è valutare, valutare non è decidere; Troppo tardi per smettere.
Gli autori forniscono anche una ricetta per la cura dagli idola: “attraverso la concezione del progetto come processo che si svolge a molti livelli e coinvolge molti attori, e non come il prodotto di una mente razionale che disegna in modo fermo e razionale la strada del futuro, si può operare concretamente per selezionale azioni e percorsi che attraversino i futuri possibili e li conducano verso futuri desiderabili”.
Le ricette, come è noto, sono impastate con l’idola della semplificazione, non sfugge neanche questa ricetta, che pur nella sua linearità lascia fuori molte questioni, la principale delle quali mi pare un sorvolare sulla questione del potere o dei poteri. Ma voglio arrivare al nocciolo del saggio che mi pare molto interessante. 
Gli autori ci guidano verso una distinzione che nel loro ragionamento appare centrale: gli  oggetti, sistemi, organismi, ecc. possono essere distinti in fragili, robusti e  antifragili. Sono fragili quelli che subiscono negativamente gli effetti delle modifiche dell’ambiente; una tazza di vetro se cade a terra si rompe, non sappiamo quando, ma nel lungo periodo è molto probabile che ciò avverrà. Mentre robusto è un oggetto che non viene sostanzialmente modificato da eventi di trasformazione  dell’ambiente. Così mentre “cadere” per un bicchiere genera una catastrofe, cioè la rottura dell’oggetto, se cade un’incudine, questa non si modifica, resta intatta. 
Ma robusto non è il contrario di fragile, come non lo sono durevole, resistente, resiliente, ecc. “L’opposto di essere fragile sarebbe qualcosa cui  eventi, perturbazioni, fattori di stress, volatilità, disordine – dunque il tempo – in generale non nuociono e però nemmeno lasciano com’è. Sarebbe piuttosto qualche cosa che può, perlomeno in alcune circostanze, guadagnare, migliorare, ossia prosperare nel disordine”.  La parola adatta è allora: antifragile. 
Gli autori identificano la città come un sistema antifragile, nel disordine essa può migliorare. Possono cioè presentarsi dei “cigni neri” (N.N. Taleb, Il cigno nero), eventi con bassa probabilità di realizzarsi ma con notevoli conseguenze. Ma mi pare che la città si presenta come antifragile non solo per l’esistenza dei “cigni neri” (che in generale non è possibile né prevedere, né controllare), ma per le dinamiche delle sue stesse variabili. 
Mi viene comodo a questo punto far riferimento a quanto sottolineato in precedenza circa la relazione simbiotica esistente tra conflitto e città: il primo crea disordine, mette cioè in discussione l’ordine esistente e la città è costretta a migliorare, ma tale miglioramento determina nuovo conflitto. 
La nozione di fragilità assegnata alla città pare molto convincente, anche se  pone qualche problema. La Città, cioè la specie città, appare antifragile, mentre le singole città possono risultare fragili: non migliorare nel disordine ma perire. I motivi possono essere esogeni ed endogeni: l’incapacità, soprattutto nella prima fase della storia della città e nell’epoca attuale,  di fare i conti con la disponibilità di risorse; distruzioni belliche, che possono tuttavia essere occasioni di miglioramento; cataclismi naturali; epidemie, “piaghe”; ecc.
Ma qui sorge un  problema: la fragilità e la robustezza sono caratteristiche che distinguono oggetti o sistemi, ma lo è anche l’antifragilità? Mentre le prime due caratteristiche ci paiono  intrinseche agli oggetti o ai sistemi, l’antifragilità appare come una possibile “condizione”. Una città sarà antifragile se “curata” con intelligenza e amore, mentre in assenza di questa attitudine di governo una città può risultare fragile. Non è casuale se alla nozione di antifragile sia connessa la possibilità di un miglioramento. Una possibilità, non una certezza, devono essere presenti le condizioni perché quella potenzialità diventi effettiva. 
Sollevare questo problema non ha il significato di mettere in discussione il contributo, anche di metodo,  di questo testo, ma piuttosto chiarire come nell’antifragilità è contenuta una azione consapevole per realizzarne le potenzialità. In modo diretto e indiretto i due autori hanno messo in luce questo aspetto. Non è casuale che la seconda parte del testo sia dedicata alla pianificazione antifragile.
L’aver impostato il testo sull’antifragilità della città, mette in chiaro come la dinamica urbana sia collegata al disordine, un disordine … che migliora, il governo della città deve, quindi, ritenere preziosi gli elementi di disordine (il passare del tempo, ma non solo) e  quindi  intervenire con mano intelligente e amorosa per non distruggere gli elementi dinamici e migliorativi della città e nello stesso tempo tentare di creare le condizioni per lo sviluppo creativo della popolazione.
Secondo gli autori i connotati di una pianificazione antifragile dovrebbero sono: evitare di fare quel che è nocivo; cercare di costruire una visione condivisa; garantire una certa azione autonoma delle forze sociali.   
In quest’ambito gli autori mettono dei paletti, dei punti fermi e fanno sfoggio di buon senso pianificatorio, avendo sempre presente la realtà contraddittoria: “in ultima istanza, questo suggerisce di intervenire solo quando e dove è necessario, con massima economia e sfruttando il più possibile tendenze «naturali» facendo il più possibile scelte aperte e reversibili. Ciò dall’altro canto non vuol dire abbandonare l’idea delle regole. Al contrario. Ma occorrono regole e vincoli che siano generali, sovraordinati e sottratti alle contingenze e convenienze di breve periodo”.     
La pianificazione antifragile trova nei cittadini non solo i soggetti che dovranno sopportare le scelte di pianificazione, ma i soggetti attivi nella determinazione degli obiettivi, si tratta di mettere in campo nuovi strumenti in grado di coinvolgere i cittadini, con particolare attenzione a quelli  più svantaggiati. Gli scenari potrebbero essere lo strumento adatto per costruire un punto di vista condiviso, mettendo in luce quelli desiderabili e quelli da evitare.
L’approccio teorico che i due autori propongono per definire meglio la loro ipotesi programmatoria è quello della capability approach. Gli autori propongono di tradurre la capability approach come capacità urbana: “si tratta di stabilire, e possibilmente di isolare, come e sino a che punto le loro [delle persone che abitano la città] capacità complessive – che ovviamente dipendono da molti altri fattori a-spaziali e non legati al loro ambiente fisico – sono determinate da fattori eminentemente urbani, legati al funzionamento della città e dell’ambiente urbano”.  L’esempio dei parchi, uno dei tanti, forse chiarisce questa problematica: non si tratta soltanto di determinare la quantità di verde necessaria per la specifica città, ma piuttosto di individuare le opportunità e gli ostacoli che hanno le persone a “ricrearsi in luoghi naturalistici”. In sostanza, se mi posso produrre in una traduzione, il problema sta nel negare operatività ad approcci che privilegiano “quantità”, secondo parametri quanto articolati si voglia ma comunque astratti e non misurati nella specifica condizione urbana, e affermare invece la necessità di realizzare funzionamenti urbani adatti per gli individui più svantaggiati (se fossero positivi per gli individui più svantaggiati a maggior ragione lo sarebbero per gli altri dotati di maggior capacità urbana).  Mi pare di condividere questo modo di ragionare, anche se non mi nascondo le difficoltà applicative, del resto in altro contesto ho affermato che compito della pianificazione e dell’organizzazione della città sia quello di mitigare le condizioni più svantaggiate, non essendo nella natura del piano modificare l’origine degli svantaggi. 
Non si fa fatica a riconoscere nell’approccio di Blecic e Cecchini un atteggiamento più universalistico, un atteggiamento che è facilitato dall’avere espunto dal loro lavoro la matrice dello svantaggio sociale, risolta, semplifico, nella capacità urbana.
Il testo mi sembra molto interessante per i problemi che direttamente o indirettamente pone ai pianificatori e a chi ha responsabilità di governo della città; che siano state messe a punto soluzioni complete all’ordine dei problemi sollevati, non si può dire, del resto in chiusura i due autori ci invitano ad un “arrivederci” per il molto lavoro che ancora c’è da fare.
Le novità sono molte, che siano tutte convincenti non mi pare (ho cercato di mettere in luce alcune obiezioni, la necessità di approfondimenti, ecc. anche per evitare che l’elaborazione dei due autori diventi non un modello di approccio ma uno strumento standardizzato (cosa che gli autori non vorrebbero). È importante, infatti,  ricordare che  dentro un dato sistema socio-economico la logica di funzionamento della città sia abbastanza omogeneo, si potrebbe dire che si tratta di un’“unica logica”, con poche variazioni, mentre la concreta realizzazione della singola città, pur rispondendo alla stessa logica, si presenta diversa da ogni altra (in ragione del sito, della storia, dello sviluppo economico, delle tipologie di produzione, ecc.). Si ha l’impressione che nel testo analizzato questa “logica” venga se non cancellata almeno messa tra parentesi:  la città viene “osservata” nella sua antropologica realtà, mentre non viene affrontato il tema dei meccanismi generativi, degli interessi contrastanti, dei conflitti e, spesso, della non disponibilità individuale. L’uso per esempio del termine “attore”, corrisponde alla deprivazione dei singoli individui di ogni propria componente sociale.   
Personalmente ho trovato la lettura del testo molto interessante, soprattutto ho apprezzato la capacità di prospettare una modalità di osservazione non usuale e che provoca nuovi pensieri. Un testo vale proprio per i pensieri che è capace di generare. Come in concreto si possa organizzare una pianificazione antifragile è problema di ulteriore approfondimenti, ricerche e sperimentazioni, l’importante è non innamorarsi e non guardarsi allo specchio: il lavoro fatto è tanto e interessante, quello da fare mi pare tanto.

Francesco Indovina
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Conca d'oro



Giuseppe Barbera, Conca d’oro, Sellerio editore Palermo, 2012, pp. 155, € 12,00

Da ASUR


Un prezioso libro, l’autore docente di Colture arboree all’Università di Palermo,  narra in una lingua densa e chiara nello stesso tempo, delle trasformazioni della Conca d’oro di Palermo, un paesaggio meraviglioso che è stato coinvolte in tanti sommovimenti e cambiamenti fino alla sua, di fatto,  distruzione, frutto dell’incontro  perverso e si potrebbe dire contro natura, tra amministrazione locale e mafia edilizia. A Palermo questo incontro più che perverso è stato per tanto tempo naturale. Mafia e amministrazione locale, come in molte località dell'isola, non è che hanno convissuto ma hanno intrecciato strettamente le loro decisioni.
Non si tratta di un libro sulla mafia, ma di un libro su un paesaggio, la Conca d’oro,  che ha segnato nei secoli la città e che dalla città ha assorbito umori, trasformazioni, modifiche culturali, ma tutte, fino ad un certo periodo,  all’insegna del meraviglioso. “L’ordine produttivo degli orti e dei frutteti che hanno cinto Palermo, la diversità biologica accresciuta secolo dopo secolo cogliendo opportunità offerte dalla posizione geografica e dalla storia con  il concorso di differenti civiltà agrarie, la presenza rinfrescante dell’acqua, la forma degli alberi, i profumi, i sapori, i colori, hanno segnato come  ‹fruttifero e dilettevole› il suo paesaggio agrario, attraverso un percorso di lavoro e di ingegno che inizia con la storia della città”.   
L’autore insegue, si potrebbe dire, le trasformazioni legate alle diverse vicissitudini della città, ai popoli che vi si sono insediati, originari di “differenti civiltà agrarie”, ciascuno dei quali ha contribuito a creare, conservare e trasformare un paesaggio che era contemporaneamente estetico e produttivo. Cioè il vero paesaggio dell'uomo.
Va sottolineato come la Sicilia e Palermo sono stati sedi di convivenza, molto spesso pacifica, fin dalle origine e come a Palermo sono riscontrabili le testimonianze che, fin dal quarto millennio, trovava insediata una “cultura evoluta”, oggi nominata come cultura Conca d’oro.
Palermo come città di frontiera, cioè luogo di scambio culturale tra diverse popoli e tra gli insediamenti diversificati al mare, in collina sui monti. La descrizione che l’autore fa della forma delle coltivazioni, soprattutto all’inizio della vite, dell’olivo e dei cereali (“trinità figlia del clima e della storia” la definiva Braudel), e come si inseriscano poi, duraturi nel tempo gli agrumi, segnando il paesaggio con i colori sgargianti dei frutti, è piena di passione, ma soprattutto esplicita con attenzione le trasformazioni, le ibridazioni, la costruzione di una civiltà.
Particolare attenzione viene posta alla rivoluzione agraria introdotta dagli islamici, con la loro attenzione all’acqua. L’autore esalta la visione complessiva di questa cultura che lega uomini, animali e piante; la città con la campagna; “bisogni e desideri”; la sussistenza e il commercio, la bellezza e il piacere. L’acqua come elemento fondamentale per la vita e la coltivazione ma anche per la sua capacità di contribuire a creare la bellezza del luogo. “Utilità e contemplazione, cioè frutti e fiori, contemporaneamente presenti, sono prerogativa dell’albero del limone: la coltura che, con gli altri agrumi, segna l’ultima gloriosa pagina della Conca  d’oro e ne rappresenta al meglio il fascino paesaggistico fiorendo ininterrottamente  nel corso delle stagioni”. Questi “giardini”, spesso promiscui di “melaranci, melangoli, limoni, limoncelli, lumie, cedri, cedrati, cetrangoli” stregano quanti arrivano a Palermo.  
La Conca d’oro luogo produttivo, ma anche luogo del piacere, non è casuale l’insediamento di  ville e palazzi per il divertimento, l’ozio, certo il piacere dei potenti, ma che sapevano costruire e che hanno lasciato edifici che ammiriamo (come la Zisa, Mare dolce),  lo stesso parco della Favorita con la discutibile Palazzina cinese, di epoca borbonica,  poi le ville nelle quali si ritirano gli aristocratici a tramare, a disegnare percorsi di trasformazione spesso velleitari (non c’è bisogno di far riferimento al Gattopardo).      
All’inizio del ‘900  l’attenzione  è ancora per il giardino ornamentale, ancora per qualche tempo è possibile passeggiare negli agrumeti, godere di queste bellezze “fruttifere”.  Poi venne la guerra, la seconda guerra mondiale,  con i terribili bombardamenti sulla città e, soprattutto, per il tema che qui interessa venne il “dopoguerra”. La ricostruzione, non della città che per decenni si caratterizzerà ancora per le zone sventrate dalle bombe, ma piuttosto la costruzione della nuova Palermo, una costruzione senza sapienza, senza cura, senza estetica, ma sola attenta al guadagno e con la speculazione edilizia in mano alla mafia. Si può dire che quello che non fecero le fortezze volanti delle forze alleate lo fece la mafia. Si distrusse un pezzo di città, i villini della via libertà, spesso manufatti appartenenti al miglior liberty italiano, per costruire palazzoni. Una distruzione-ricostruzione sistematica e quando si paventava la possibilità, per altro molto rara data la permeabilità della mafia,  di un blocco amministrativo (in difesa del patrimonio) per la distruzione di qualche villa, si procedeva rapidamente con un incendio notturno. Intanto la città si ampliava e questo ampliamento invadeva la Conca d’ora, mentre il centro storico (uno dei più grandi d' Italia) degradava sempre più e veniva abbandonato. Solo negli ultimi anni è iniziato un’opera di recupero (anche se non sistematica).
Il “sacco di Palermo”, un episodio di “mani sulla città” tra i più feroci sul piano urbanistico e ambientale, con l’Amministrazione locale a tenere il sacco. Un’amministrazione non tanto e non solo collusa con la mafia, ma fortemente infiltrata dalla mafia. La mafia palermitana nominava, di fatto, sindaci e assessori, con propri uomini di fiducia o direttamente con propri affiliati. Nonostante un opposizione spesso vivace e qualche volta distratta, la distruzione della Conca d’oro si è consumata. E se qualche parte si è salvata, come quella del mandarino tardivo di Ciaculli,  non dipende tanto da un ripensamento, né dalla vittoria dell'ambiente e dell’estetica sul soldo, ma solamente perché era  (è?) utile alla mafia per organizzare la trasformazione della droga.
L’autore illustra bene  questa parte della storia di un pezzo di Palermo,  rende edotti, chi della città o è un abitante “distratto” (tanti sono gli abitanti “distratti”) o un visitatore più o meno frettoloso. Rendendo esplicito che la città, ancora, nonostante tutto,  bella, i  chilometri di rettilineo che tutta l’attraversano, costituiscono un'eccezione urbanistica, come il suo patrimonio artistico testimonia della sua storia, sarebbe potuta essere ancora più bella e attraente incorniciata dalla corona dei giardini. La Conca d’oro non è ormai più godibile che per pezzettini minuscoli che non rendono la  meraviglia di un tempo.
Questo di Barbera è un libro di storia “naturale” e sociale, l’intreccio reale della trasformazione,  ma è anche una sorta di galateo filosofico, le citazioni potrebbero essere diverse ma questa mi appare come molto significativa:  la Conca d’oro conferma un basilare dogma ecologico e culturale. Insegna che è solo il confronto tra diversi, l’incontro reso possibile e non ostacolato o negato, che si compie attraverso margini permeabili e non barriere invalicabili (muri, fili spinati, recinti e respingimenti), a generare nuova vita, saperi e  paesaggi che rispondono ai bisogni, sempre in evoluzione, del mondo.”
Un libro gradevole, leggero e profondo, una lettura da raccomandare a tutti ma specialmente ai giovani che studiano e si interessano di territorio, di ambiente e di paesaggio e che spesso guardano con occhi che semplificano troppo i processi di trasformazione. 
 Francesco Indovina
    

sabato 3 novembre 2018

Lo scandalo urbanistico


Recensione a Ivan BLECIC (a cura di), Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo: Sguardi e orizzonti sulla proposta di riforma di Fiorentino Sullo, Franco Angeli, 2017, pp. 201, 26,50 euro.
 Da Città bene comune la casa della cultura Milano

Gli  urbanisti, i migliori, insegnano che ogni variazione di destinazione d’uso del suolo crea valore (la  rendita attraverso i piani). Un valore determinato per singole aree, per quelle aree destinate a modificare la loro destinazione d‘uso, e non per le altre aree. Caio si avvantaggia mentre Tizio,  limitrofo, no. Si crea quella che può essere chiamata “scarsità”, anche in relazione al fatto che non tutto il territorio può  trasformarsi in urbanizzato e per il fatto che si vuole “risparmiare terra”, una scarsità che alza la rendita e che crea, si dice differenze tra i cittadini. In questo caso si assume che la proprietà della terra (dell’area, più correttamente) ha in se stesso il diritto alla trasformazione. Un principio questo che non può essere accolto neanche in una situazione di sfrenato liberismo.
 Ma perché la rendita prevista si realizzi saranno necessari investimenti infrastrutturali e in servizi; investimenti che saranno realizzati dalla mano pubblica. Caio  si avvantaggia, cioè gode della rendita, in ragione del fatto di essere proprietario di un area che subisce una variazione di valore per  un atto amministrativo (un piano, per esempio) e per effetto degli  investimenti pubblici che graveranno sull’area. Lucra senza colpo ferire (da qui la definizione da parte di qualche settore politico della  rendita come “furto”).
L’operatore pubblico può evitare questo vantaggio di Caio, in relazione a tutti gli altri proprietari, eliminando fiscalmente questo vantaggio.  La leva fiscale sana la diseguaglianza tra i diversi proprietari, nessuno trae vantaggio per il solo fatto che una determinata porzione di territorio cambia destinazione d’uso.
Ammettiamo pure che sia facile e che esista la volontà politica di colpire la rendita nel momento della sua formazione, questo non risolve il problema generale della rendita perché la rendita è strettamente legata alla dinamica della città e agli investimenti pubblici e privati. Se in un quartiere si costruisce una metropolitana le abitazione del quartiere aumentano di prezzo (la rendita sale), mentre se si realizza un cimitero o un inceneritore è molto probabile che i prezzi delle abitazione diminuiscano (la rendita scende). La rendita, in sostanza,  ha una  sua vita che non è difficile immaginare (dipende da fattori localizzativi, dalla presenza e qualità delle infrastrutture e dei servizi, dell’esistenza o meno di beni posizionali, ecc.).
Si potrebbe immaginare di seguire tutte queste “strade” della redita e colpirla quando si realizza, ma il proprietario di una casa può non vedere la sua casa che nello stesso tempo aumenta di valore (la sua rendita e reale ma non realizzata),o  ancora può usare il suo valore patrimoniale cresciuto per iniziative finanziarie, ecc. 
Ma l’interesse dell’urbanistica per la rendita non è né di natura economica, né di natura fiscale, ma interessa per gli effetti che essa produce a livello dell’organizzazione della città.
L’urbanistica e la pianificazione hanno a loro “oggetto” la città, o come  preferisco “il governo delle trasformazioni urbane”,  a questo scopo usano il “ piano”  e  tanti altri strumenti, che possiamo accorpare nella famiglia delle politiche. Le politiche si individuano secondo le condizioni di tempo e di luogo, secondo le esigenze poste dalla società, ecc. se in un luogo e in un tempo insorge un problema abitativo per determinate fasce sociali, si possono attivare numerosi strumenti per risolvere il problema ( che si faccia o che si faccia poco è altra questione) ma non è il mercato che può risolverlo. Si ricordi, per esempio, che sulla questione del costo della casa, esisteva una volta l’equo canone , una legge che in qualche modo  misurava e controllava la dinamica dei prezzi degli affitti, si trattava di un calmiere, questo strumento  è stato eliminato sulla presunzione che sarebbe stato il mercato lo strumento adeguato per una gestione calmieratrice del costo della casa. Una presunzione del ruolo del mercato che non pare realistica; eliminato l’equo canone i fitti sono aumentati tutti, in ogni luogo e in ogni condizione.
Governare le trasformazioni significa occuparsi delle, se necessarie, espansioni, dei problemi abitativi, dei trasporti, della salute, del verde, della cultura, dell’estetica , del l’igiene, ecc. una serie enorme di attività in parte private, in parte pubbliche, in parte miste, ma che nell’insieme  hanno bisogno di regole (non fisse per l’eterno) dettate dalla mano pubblica ai quali, se necessario, si provvede con  specifiche “ politiche” tutte finalizzate al miglioramento della vita dei cittadini e alla costruzione di una città, per quanto possibile, equa.
La rendita  liberata da ogni controllo non produce una città equa, solidale e sostenibile, come in sintesi si dice, ma piuttosto una città densa di squilibri, il mercato oltre la favola della libertà è di fatto strumento di discriminazione che mette, nel caso specifico della città, “ciascuno al suo posto”.
Non  è casuale che in molti paesi si sono sviluppati strumenti per eliminare o drasticamente ridurre gli effetti della rendita nell’organizzazione della città. Il nostro paese, come è noto, si distingue per molte discussioni, per cervellotiche invenzioni, ma di fatto senza scalfire la rendita. Un concreto tentativo, il primo e   l’ultimo si potrebbe dire,  risale all’esperienza del ministro Fiorentino Sullo, al quale Ivan Blecic ha dedicato un volume che raccogli le principali relazioni presentati ad un convegno del  DADU, dipartimento di Alghero dell’Università di Sassari.
 Forse per i più giovani vale la pena di iniziare a dire chi è stato Fiorentino Sullo, qual era la sua proposta urbanistica e quale conseguenza quella proposta ha avuto sulla vita stessa del minisro.
Membro influente della DC, militante della sinistra democristiana, è stato più volte sottosegretario e ministro. Lo scandalo al quale si riferisce il testo di Blecic è relativo al tentativo di Sullo, quando era ministro dei Lavori pubblici ( 1962-63) di varare una riforma urbanistica avanzata che cercava di eliminare la rendita. “La proposta Sullo affronta tutti gli aspetti della disciplina urbanistica, dai compiti delle regioni, allora non ancora istituiti, ai comprensori (livello di pianificazione intermedio tra  regioni e comuni). Ma,  com’è noto, la proposta è passata alla storia solo per quanto riguarda il nuovo regime fondiario, basato sull’esproprio preventivo e generalizzato delle aree edificabili. (corsivo nel testo). L’indennità di esproprio era riferita al valore agricolo, congruamente incrementato per i suoli con destinazione urbana o già edificati. I comuni acquisiti le aree, dovevano provvedere alla loro urbanizzazione primaria e poi cederle ai costruttori , a mezzo di asta pubblica, in “diritto di superficie” (il che significava che restavano sempre di proprietà comunale) (V. De Lucia, pag. 29).
Contro questa riforma si scatena l’opposizione della proprietà fondiaria, e Fiorentino Sullo legge sul quotidiano del suo Partito, un editoriale del segretario della DC che disconosce il provvedimento. A Sullo non resta che dimettersi e fronteggiare una campagna diffamatoria anche sulla sua vita privata. Avrà diverse vicissitudini politiche e dopo alterne vicende rientrerà nella Dc ma il suo ruolo non sarà più quello di un rilevante dirigente del partito ma quello di un peones, usando  un termine oggi in voga. Questo squarcio di vita di Sullo è interessante per  capire il “potere” della rendita, e dei suoi alleati, quello che sarà chiamato da Valentino Parlato il  “Blocco edilizio”; ma la vicenda mette in luce la mancanza di scrupoli e di moralità di certi settori sociali quando si mette in discussione il loro potere.
 Va detto che il provvedimento elaborato da Sullo, sul tema specifico della rendita, appariva solo in parte nuovo per il nostro paese, esso infatti era previsto in determinati casi,  ma , in generale, era prassi comune in altri paesi dell’Europa. Non era il “comunismo” che Sullo voleva contrabbandare con il suo provvedimento ma piuttosto un’azione riformatrice che avrebbe avuto effetti importantissimi per il nostro paese.
Blecic, nell’introduzione al libro cerca di rispondere a quale sarebbe stato l’effetto della proposta Sullo,  se approvata,  sulla vita del nostro paese. “Una risposta precisa a questa domanda è pressoché impossibile, non perché riguarda un periodo lungo più di cinquant’anni, non perché richiederebbe la raccolta di una gran mole di dati di livello altamente disaggregato, ma soprattutto perché è plausibile supporre che l’introduzione della riforma avrebbe avuto un profondo impatto strutturale sulla traiettoria economica dell’Italia, sull’allocazione degli investimenti e dei consumi, sulle scelte di politiche di allestimento del sistema fiscale, ed infine sull’organizzazione e governo della città e del territorio” (pag. 9).
Insomma il paese, da diversi punti di vista paga il fio di quella mancata riforma: colpire la rendita significava dare base diverse alla dinamica del paese e alla sua struttura economica e sociale, non solo permettere al meglio il governo delle città e del territorio.
Blecic ha provato anche a calcolare il valore della rendita nel periodo 1961-2011, solo per le costruzioni residenziali, quindi escludendo le costruzioni commerciali, industriali, turistiche ecc., giunge ad una doppia valutazione, secondo due ipotesi di incidenza del valore del terreno sull’edificato:  una stima che va da 800 a 1.000 miliardi di euro.  Il calcolo può essere migliorato, integrato, corretto, ecc. ma quello che interessa non è tanto la cifra precisa al centesimo quanto l’ordine di grandezza. Spaventoso.
Può sembrare incredibile ma l’approvazione di quella riforma avrebbe fondato su basi completamente nuove lo sviluppo del paese: non solo il dissesto idrogeologico, ma anche la corruzione, le “mani sulla città” anche della criminalità organizzata, la bassa qualità dei nostri insediamenti, e lo stesso sviluppo industriale avrebbe forse preso un altro indirizzo. Non si tratta di un paradosso ma degli effetti a cascata che avrebbe generato la riforma. Certo le forze della conservazione e del potere economico avrebbero usato altri strumenti, si sarebbero inventati nuovi meccanismo, ma almeno le loro unghia sarebbero state spuntate.
Molti sono gli studiosi che Blecic ha raccolto attorno al tavolo dove era distesa la riforma Sullo.
Vezio De Lucia già citato colloca il tentativo di Sullo nella dialettica politica di quella fase storica, siamo agli albori del centro sinistra e fa specie che proprio in questa stagione la riforma Sullo viene maciullata. (Giorgio Ruffolo, attore principale di quella stagione, riflette sul fatto che il tentativo di Sullo risultava sopradimensionato rispetto alla società italiana, citato da Ernesti p. 55. Ma allora quale è il senso del centro-sinistra? Quello di non disturbare il pranzo dei potenti?
Giulio Ernesti ricostruisce il clima politico e culturale del dibattito attraverso il materiale (saggi, discorsi, ecc.) messo insieme dallo tesso Sullo in un volume del 1964 Lo Scandalo Urbanistico, con gli articoli apparsi direttamente nelle pubblicazioni della controparte (Il Giornale dei Costruttori e Il corriere dei costruttori).
Dal confronto emerge una qualche disponibilità da parte dei costruttori di accettare la strumentazione urbanistica, ma un assoluta contrarietà alla modifica del regime fondiario. Essi accusano Sulla di voler introdurre nel paese un regime collettivistico, mentre è chiara in loro che una pianificazione urbanistica privata dalla modifica del regime fondiario lascia a loro campo libero di speculare. Del resto le vicende urbanistiche della seconda metà del secolo scorso, con le speculazioni, la distruzione del territorio, la manomissione delle città, ecc.  nel nostro paese rende onore alla “lungimiranza”  della posizione dei costruttori (agevolati dalla sostanziale inerzia della politica).
Gli interventi di Dino Borri, Sergio  Brenna, Marco Cerasoli, Franco Farinelli, Paolo Carrozza, Paolo Pileri, Emanuele Boscolo, approfondiscono diversi aspetti della riforma Sullo e la collocano nel contesto storico e nella dinamica del nostro paese.
     L’intervento di Armando Cecchini mette a confronto due testi all’incirca coevi della riforma Sullo: si tratta di un articolo di Valentino Parlato (Il blocco edilizio, apparso sulla rista Il Manifesto) e della lettera pastorale di Giovanni Franzoni (La terra è di Dio).Cecchini mette a confronto il contenuto di questi due testi, di ispirazione molto diversi, per porre la questione dell’abitazione, affitto, proprietà, accessibilità, ecc. E sulla necessità di una politica abitativa che trova un suo limite sulla questione della rendita. Per questa strada il ragionamento di Cecchini si collega alla riforma Sullo.
Nella sua densa postfazione Luciano Vettoretto, tra le altre osservazione mette in luce come si sia posta la questione della formazione dellurbanista come figura professionale diversa dall’architett
Il volume curato da Blecic è rilevante non solo per la ricostruzione di una vicenda molta 
Importante della storia del nostro paese, ma anche perché mette in evidenza come la questione  della rendita non sia stata e non lo è ancora marginale sulla questione urbana, sulla dinamica delle città grandi e medie; e come sia emblematica del fallimento del riformismo italiano. Ma ancora di più, come è stato messo in luce in alcuni interventi, come la rendita i suoi risvolti, le sue vicende, ecc. sono state e lo sono ancora, come ci raccontano le cronache di molte città, uno degli elementi principale di speculazione e di corruzione.



Redistribuzione della ricchezza


Il Manifesto 2/11/2018
Francesco Indovina
Un tarlo sta allegramente banchettando con le gambe di legno del sistema capitalistico occidentale, si tratta dell’iniqua  distribuzione della ricchezza: a pochi molto e sempre più, a molti poco e sempre meno. Questa situazione sconquassa il sistema sociale, le aspettative dei singoli, le prospettive di futuro e, per quanto il capitalismo si sia acconciato a fare denaro con denaro (D-D*), piuttosto che attraverso la produzione di merci (D-M-D*), finisce per erodere la consistenza sociale del capitale e ne riduce il fascino.
La bibliografia in proposito è molto estesa, sia quella partigiana che quella critica, e guarda con sospetto o preoccupazione questa situazione e immagina lo sfaldamento delle opportunità. Quello che appare indispensabile (sia ai riformisti che ai radicali) è un meccanismo che possa redistribuire la ricchezza. Chi sostiene che solo lo sviluppo economico può operare questa redistribuzione, non riflette che l’attuale squilibrata distribuzione della ricchezza è figlia dell’attuale modello di sviluppo e che essa, inoltre, costituisce un vincolo allo sviluppo..
Ci sono altri vincoli e ostacoli alla costruzione di una società caratterizzata da giustizia sociale,  ma quello della distribuzione della ricchezza sembra uno dei principali.
Alcuni  ironizzano sullo Stato “Robin Hood”, senza riflettere che non di questo si tratta ma piuttosto di un principio di equità sociale. Le linee che in generale tendono a prevalere sono due: quella che affida allo sviluppo economico  una catartica minore sperequazione distributiva; e quella che punta ad alleviare le condizioni di chi meno ha (senza cioè incidere sullo squilibrio strutturale.  Nessuna ipotesi, le vedremo in concreto per quanto riguarda la situazione italiana, si pone il problema dei modi di come intervenire in questo squilibrio (sociale ed economico).
Si può essere d’accordo sul fatto che il “lavoro” sia qualcosa di più che la semplice opportunità per ottenere un reddito,  esso è anche soddisfazione, identificazione, occasione di socializzazione, esperienza tecnica e sociale, opportunità di costruire relazioni sociali e politiche, e altro ancora. D’accordo! ma non possiamo continuare a dire che il mondo del lavoro e il lavorare sono cambiati e continuare a proporre ricette non più adeguate. In realtà, un vero programma di cambiamento, come si dice oggi, imporrebbe la predisposizione di strumenti non solo per la redistribuire la ricchezza prodotta e accumulata, ma anche la  redistribuito del lavoro, del tempo di lavoro, modifiche profonde alla vita lavorativa, al tipo di lavoro, ecc. ma di questa necessità la politica non si cura con la conseguenza che queste trasformazioni si imporranno con costi sociali e umani enormi.
I governi di centro sinistra della redistribuzione della ricchezza non si sono occupati, se non nella tradizionale affermazione della lotta all’evasione fiscale. La ricchezza accumulata non poteva toccarsi onde evitare che questa fuggisse  dall’Italia. Si è provveduto, malamente, ai più bisognosi con gli 80 euro e con il “reddito di reinserimento” (vuoi mettere l’impatto comunicativo rispetto al “reddito di cittadinanza”?). Questi provvedimenti, per altro modesti, sono stati realizzati a debito non potendo intaccare la distribuzione della ricchezza.
Il governo di destra (Lega + 5*) ha adottato la stessa linea in modo più radicale e aggressiva sul piano della comunicazione (mi riferisco al tema della redistribuzione; ma un riflessione simile si può fare per tutti gli altri temi). Lo slogan del cambiamento è quanto mai falso: identica filosofia e logica sociale ma più ricca articolazione:
- la ricchezza accumulata non si tocca, da questo punto di vista la riforma del sistema fiscale con la flat-tax, è una dichiarazione esplicita di questa fondamentale opzione. Si butta a mare ogni progressività fiscale, tra l’altro prevista dalla Costituzione (art.53).
- creare un clima di accanimento e di odio contro specifici settori sociali e questi colpire dando il senso di un “far giustizia”. Tipico è il caso delle pensioni d’oro, talvolta  una stortura da correggere, o gli stipendi della casta. 
- far mostra di colpire gli evasori, mentre si predispongono concreti e ampi condoni per rendere più facile la vita di chi ha accumulato richezza

I punti di forza, nell’ambito che qui interessa, sono la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Due provvedimenti allo stato dei fatti  necessari e mi azzardo a dire di un riformismo di sinistra ma per come realizzate di destra. Questi provvedimenti, infatti,  non sono realizzati mettendo in moto un redistribuzione della ricchezza, ma sono realizzati a debito, fanno cioè aumentare il debito pubblico, cioè, per dirla in chiaro essi non gravano sui detentori della ricchezza accumulata, ma graveranno sulle generazioni future. Che poi i meccanismi e le regole della UE faranno si che questo debito aumenti anche perché i “mercati” (composti nel caso specifico anche da quelli sui quali non si è voluto intervenire) non si fidano della solidità del paese, dipende anche dall’incapacità di questo governo.

Il più giovane vicepresidente ha dichiarato di aver sconfitta la povertà (in realtà è stato più drastico, ma lasciamo stare) può dirlo perché ignora da dove nasce la povertà e non sa il funzionamento del nostro sistema economico-sociale, ma non perché non ha studiato ma perché è disinteressato alla realtà, gli interessa l’immagine di sé e delle cose che propone.

domenica 16 settembre 2018

NON TUTTE LE COLPE SONO DELL’URBANISTICA


NON TUTTE LE COLPE SONO DELL’URBANISTICA
Sul libro di Agostini-Scandurra e sul commento di Consonni
Francesco Indovina

(in Città bene comune, La casa della cultura Milano, 2018)


Questa mia nota si riferisce sia al libro di Ilaria Agostini e Enzo Scandurra – Miserie e splendori dell’urbanistica (DeriveApprodi, 2018) –, sia alla recensione dello stesso libro di Giancarlo Consonni apparsa in questa rubrica – In Italia c’è una questione urbanistica? (15 giugno 2018) –. I due testi dicono cose interessanti, forniscono riflessioni acute  ma, secondo me, non colpiscono il bersaglio. In ambedue l’Urbanistica è assunta come responsabile di ogni decisione che coinvolge la città (il suo sviluppo, la sua organizzazione, le sue dinamiche, la sua capacità di rispondere alle necessità di chi l’abita, ecc.). Non voglio dire che gli autori disconoscono il ruolo della politica nei processi di trasformazione della città – tutt’altro: essi ne sono perfettamente consapevoli – ma poi gli strali più potenti e convinti sono indirizzati verso l’Urbanistica, disciplina  che – secondo gli autori – avrebbe tradito i suoi compiti, la sua gloriosa tradizione, il suo ruolo. Ora, non si tratta di difendere l’Urbanistica, ne tantomeno gli urbanisti,  ma vorrei cercare qui di mettere a punto un ragionamento in cui tutti i pezzi siano ben sistemati sulla scacchiera.
Intanto, credo si possa convenire sul fatto che la città sia uno dei terreni principali nel quale si manifestano i conflitti sociali (e i nostri autori ne sono convinti come me): è infatti qui che le diverse componenti della società tendono ad affermare i loro interessi (e non soltanto in termini di “occupazione” dello spazio) senza, tuttavia, riuscire quasi mai a piegare l’intera organizzazione urbana a un solo di questi (non so se questa interpretazione sia condivisa dai tre autori che ho citato). La città, infatti, non è omologabile a un solo interesse o agli interessi di un solo gruppo sociale: nella città convivono e convivranno sempre gruppi sociali antagonisti: con proprie necessità, proprie speranze, proprie strategie. Ogni interesse che cerca di imporsi troverà sempre ostacoli, oppositori. Si sbaglia analisi e proposta politica ogni qualvolta si interpreta la città come totalmente asservita a un solo interesse. Ci sono fasi in cui prevalgono alcuni, ma difficilmente uno solo di questi può imporsi totalmente. Mi sento quindi di affermare che il livello della qualità sociale di una città dipende dal conflitto che in essa si manifesta e, al tempo stesso, della ricomposizione di tale conflitto che si realizza tra i contendenti. Stando così le cose, la qualità sociale di una città non può essere attribuita a una specifica qualità dell’urbanistica che in essa si esercita ma, piuttosto, alla forza e modalità del conflitto in essere in quel luogo e in quel tempo, e come questo conflitto è governato dalla politica con l’ausilio dell’urbanistica.
La città è un oggetto in continua trasformazione: non solo conflitti economici e sociali, ma anche modificazioni culturali, tecnologiche, negli stili di vita, nella tipologia dei consumi, ecc. determinano un dinamismo che investe sia la morfologia che la “condizione urbana”. Di tali modifiche, non c’è dubbio, la scelta urbanistica deve tener conto con un atteggiamento di cautela, senza necessariamente fare riferimento a un “modello di città” ideale ma, piuttosto, facendo i conti con le condizioni esistenti e le trasformazioni in atto.  Si potrebbe affermare che l’Urbanistica possa (debba) essere considerata lo strumento per il governo delle trasformazioni. Ma in che cosa consiste la scelta urbanistica? In molte occasioni, mi sono speso per affermare che ogni scelta urbanistica debba essere considerata scelta politica tecnicamente assistita. Scelta politica perchè l’intervento urbanistico, giusto o sbagliato che sia, modifica di fatto la condizione di uso della città, il che vuol dire che i cittadini di quella città e in generale chi usa la città si troveranno in una condizione diversa. Vien dunque spontaneo chiedersi chi è legittimato a decidere di queste modificazioni ed eventualmente a contrastare o a dare un indirizzo diverso alle tendenze in atto?
Secondo la struttura democratica del luogo e del tempo in cui viviamo è sicuramente la politica che possiede questa prerogativa; nella nostra situazione è l’amministrazione pubblica (comunale e regionale) che possiede questo potere legittimato da procedure, affidato a norme e valutato politicamente. La partecipazione della popolazione è sempre desiderabile, e questa può esprimersi secondo meccanismi istituzionali o attraverso iniziative  autonome, ma le istanze che emergeranno andranno interpretate sia sul piano politico che su quello tecnico: non saranno mai decisionali e cogenti se non per quanto previsto istituzionalmente. La legittimità dell’amministrazione pubblica a decidere dei destini della città e del territorio è caratterizzata da un aspetto formale (ma non privo di sostanza) che individua nella delega all’amministrazione stessa (democraticamente eletta) il “governo” (pro tempore) della città e delle sue trasformazioni e da un aspetto sostanziale che riconosce all’amministrazione la consapevolezza dei bisogni dell’intera città, della comunità che in essa è insediata, e non di sue singole parti o gruppi sociali (prerogativa, questa, non sempre manifesta e garantita).
Vorrei chiarire che la legittimazione della politica non riguarda le scelte specifiche e puntuali di organizzazione urbana quanto, piuttosto, gli indirizzi di evoluzione della città, la qualità dei servizi, la relazione da costruire tra bisogni della popolazione e servizi pubblici offerti. Cioè la definizione di un quadro di riferimento sull’evoluzione dell’organismo urbano e sugli indirizzi di questa evoluzione. Non dovrebbe trattarsi di un potere decisionale sulle specifiche realizzazioni quanto, piuttosto, di un indirizzo denso di contenuti sulla dinamica futura di quella specifica città. Non è un caso che tali indirizzi trovino in molte legislazioni regionali una loro espressione formale nel “documento preliminare” che impegna l’amministrazione pubblica su una linea di politica di sviluppo.
Il “tecnicamente assistito” di cui dicevo prima fa, ovviamente, riferimento all’Urbanistica, alle sue pratiche progettuali operative, ma non si tratta di un’attività di routine o semplicemente tecnica (tipo larghezza delle nuove strade, distanze tra gli edifici, ecc.). Piuttosto, questa va considerata come un’attività politico-culturale che chiama in campo l’intelligenza creativa, la capacità di lettura della città e della sua realtà sociale, che si esprime anche attraverso la domanda della collettività per una città diversa e che, attraverso la traduzione degli indirizzi politici generali in progetti di trasformazione, migliora la qualità della vita della popolazione insediata. Non siamo, quindi, di fronte a un’attività neutra, ma ad una che nell’ambito specifico delle proprie competenze pone problemi di scelta e di alternative. Si tratta infatti di tradurre in “opere di trasformazione” quanto contenuto negli indirizzi politici espressi dalla pubblica amministrazione e sulla base di quanto, spesso, sta già avvenendo nella città (del resto, secondo i casi, l’urbanista può essere  coinvolto anche nella definizione di detti indirizzi politici). Voglio dire che esiste una responsabilità politica dell’urbanista, ma che tale responsabilità può esercitarsi solo in presenza di una determinata scelta politica dell’amministrazione.
L’Urbanistica in sé e per sé non ha nessuna legittimità nel definire e attuare le trasformazioni della città che graveranno sulla popolazione che in quella città vive. Non si tratta di difendere gli urbanisti o l’Urbanistica, ma soltanto di mettere in evidenza ruoli e responsabilità. Non si può negare che in certe fasi storiche l’urbanista si è sentito investito di poteri che invadevano anche la sfera delle decisioni politiche, ma si è trattato di una fase nella quale lo spirito riformista dell’Urbanistica ha incontrato una posizione progressista della politica (i casi sono noti e riportati anche nei testi esaminati). Tuttavia, anche in quella felice occasione la mancata distinzione di ruoli e poteri ha spesso portato a conflitti, tra l’amministrazione e il “progettista”,  a continue discussioni e revisioni del piano (fino a fare apparire l’Urbanistica un’attività senza presa sul tempo e la realtà) che, spesso, hanno finito per vanificare o almeno depotenziare ogni ipotesi pianificatoria. Per non parlare dei piani rifiutati in toto (i casi sono molti e noti). Con questo ragionamento sul ruolo “tecnico” non intendo sostenere che ogni urbanista sia costretto a fornire il suo specifico sapere a qualsiasi decisione politica. Sarà scelta individuale del professionista accettare o meno incarichi che contrastino con il proprio sistema di valori (politici, ideali, sociali e culturali). Non va dimenticato, infatti, – anche in questo gli esempi che potremmo portare sarebbero numerosi – che l’urbanista è anche un intellettuale che combatte le sue battaglie su diversi piani e con molteplici strumenti.  Così come non può essere dimenticato che, d’altro canto, alcuni urbanisti, in buona fede o per opportunismo, hanno finito per legare il loro sapere agli interessi più biechi presenti nella società. Da questo punto di vista i nostri autori hanno ragione da vendere, ma sbagliano bersaglio quando investono con la loro critica l’Urbanistica nel suo insieme come disciplina, piuttosto che certi modi di praticare la professione.
Se guardiamo al panorama complessivo del nostro Paese e delle nostre città, non possiamo affermare di essere di fronte al “fallimento” dell’Urbanistica ma, piuttosto, alla “sconfitta” della disciplina. Il che fa una notevole differenza. L’Urbanistica quale attività di continuo riordino della città, di riduzione delle sperequazioni spaziali, quale “norma” che elimina l’arbitrio dei singoli nella trasformazione della città, ha molti nemici che solo una politica progressista tecnicamente assistita può sconfiggere o, almeno, contenere. Caricare sulle spalle dell’Urbanistica tutto quello che non ci soddisfa dell’organizzazione urbana non porta lontano, così come non cogliere le trasformazione negli stili di vita della popolazione può portare ad attribuire alla disciplina responsabilità che travalicano il suo specifico ambito di azione. Un solo esempio: esaltare condizioni di vita come quelle dei Sassi di Matera nel secondo dopoguerra – cosa che non mi sento di condividere nonostante il carattere comunitario che le caratterizzavano in quel particolare contesto fisico e sociale – accusando di grave errore urbanistico il tentativo, peraltro non completamente riuscito, di fornire a quella comunità – che viveva, non dobbiamo dimenticarlo, in condizioni deprecabili – una sistemazione più civile, mi pare una posizione senza speranza.
Non ho alcun dubbio che i miei interlocutori, nelle linee generali del mio ragionamento, possano condividere questa sistemazione dei ‘pezzi’ sulla scacchiera – si tratta di studiosi avveduti, preparati e colti – ma proprio per questo non posso accettare il loro giudizio sull’Urbanistica. Questo è frutto di una semplificazione che porta a dire che questa disciplina si sia chiusa in una falso tecnicismo, si sia legata ai poteri forti, insegua e avalli trasformazioni della città che peggiorano le condizioni di vita dei cittadini. Torno a dire l’urbanista è un intellettuale che combatte le proprie battaglie con strumenti diversi (comprese le “dimissioni”, in virtù di un ideale o, forse, un’illusione). Non solo: mi pare di poter affermare che il dibattito urbanistico presente nel nostro Paese non abbia uguali altrove, per intensità e articolazione. Ricorrere alle semplificazioni, dunque, non è lo strumento adatto per comprendere una realtà assai articolata. Fare di “tutta un’erba un fascio” non rende giustizia all’intelligenza e alla cultura dei miei interlocutori e finisce per disconoscere la ricchezza della ricerca in Urbanistica, anche se capisco che siano molti i segnali che spingono in questa direzione.  
La consapevolezza della necessità di aggiornare strumenti operativi, teorie, pratiche o anche solo punti di vista non è prerogativa di un piccolo gruppo di intellettuali, seppur ampiamente qualificati. In nessun Paese europeo e forse nel mondo sono presenti tante riviste di settore come in Italia, ben due associazioni nazionali di urbanisti che conducono analisi sullo stato di salute delle nostre città e della disciplina e collane editoriali specificatamente dedicate ai temi della città e della pianificazione. Il dibattito è vivace, franco, e spesso senza inutili prudenze diplomatiche. Come non capire che chi ha parlato di “cassetta degli attrezzi” non pensava a pinze, martelli e cacciaviti ma, piuttosto, ad attrezzi concettuali, né faceva un discorso di “tecniche”? Come non riflettere sul fatto che il campo dell’attività dell’urbanista sia quello dell’elaborazione di politiche adatte alla realizzazione di obiettivi pubblici, condivisi, e che per queste non esiste un prontuario ma la loro elaborazione impegna saperi, creatività e intelligenza di chi opera? Ci si può, certo, accomodare sulla banale semplificazione ma, proprio per quanto detto prima, non si può tralasciare di considerare che il campo conflittuale nel quale si misurano le forze sociali – ovvero la città – non può che influenzare anche quelle culturali che proprio della città si occupano. Una qualsiasi riflessione sull’Urbanistica merita attenzione contro ogni riduzionismo e richiama la necessità di confrontarsi con mente aperta, senza pregiudizi.
Ci sono due questioni con le quali vorrei concludere queste mie osservazioni. Mi pare che ogni discorso sull’urbanistica in azione non possa essere sviluppato senza affrontare il nodo della politica. La degradazione di questa pare enorme e con questa situazione dobbiamo fare i conti non solo come urbanisti ma anche come cittadini. Su questo fronte mi pare di cogliere, in generale e senza fare riferimento ai miei interlocutori, molte illusioni, se non la tendenza ad imboccare scorciatoie. Eppure la città è un fondamentale campo per misurare effetti e conseguenze delle scelte politiche e forse, proprio da ciò, bisognerebbe partire per affrontare qualsiasi riflessione sull’argomento. Partire dalla politica non significa abbandonare il terreno specifico della disciplina. Le trasformazioni della città sono l’esito aggregato di spinte economiche (sull’appropriazione dello spazio), di tensioni ideali, dell’affermarsi di nuove scoperte tecniche e scientifiche, delle dinamiche della cultura (in generale e specificatamente della città): un insieme che va analizzato e incardinato nella realtà di ogni contesto. Il dibattito urbanistico è spesso vivace ma le contrapposizioni tra le differenti posizioni culturali, in realtà, non riescono a nascondere una questione di fondo:  quella del tipo di società sottesa a ogni idea di città (desiderata). La critica sullo stato della società ci obbligherebbe a qualcosa di più dell’esplicitazione di un semplice “sogno”, a qualcosa di diverso dalla riaffermazione di un modello di città ideale: ci inviterebbe a lavorare, a riflettere, a mettere a frutto i nostri saperi e la nostra cultura per dire qualcosa della città del XXI secolo, sfuggendo alle mode ora della città ecologica, ora della smart city, ora della “rigenerazione”, ora della “città digitale”, o ancora delle comunità in estinzione, ecc. Fare i conti con tutto questo e altro ancora è fondamentale per poter dire qualcosa di sensato e di utile per noi e le future generazioni.
Ridurre le sperequazioni spaziali, contribuire a limitare le diseguaglianze sociali, costruire spazi collettivi adeguati ai tempi e ai bisogni (espressi o sottaciuti), fornire le condizioni perché comunità diverse da quelle che magari si amano possano realizzarsi, accrescere la responsabilità collettiva, cercare di “manomettere” il senso comune degradato verso la ricerca di un risanamento sociale, dare dignità a tutti i soggetti sociali anche a quelli nuovi, riconoscere esigenze culturali diverse dalla nostra tradizione, avere consapevolezza che il tempo di ciascuno di noi può essere sfruttato, utilizzato socialmente e attingere ad attività creative, ecc. Queste e altre sono le possibilità offerte al lavoro dell’urbanista che costituiscono, ciascuna di esse, un campo di confronto-scontro politico.
Bisogna essere convinti che l’età dell’oro delle città non sta nel passato ma nel futuro. Avere i piedi nel passato è indispensabile. Tuttavia considerare che il passato può essere il fango che ci tiene fermi non significa negare le radici, ma essere consapevoli di una certa realtà; lo sguardo al futuro, alle grandi possibilità esistenti, può permetterci di ragionare sulle condizioni attuali e future proponendo soluzioni che non ci separino violentemente da ciò che è alle nostre spalle ma che, contemporaneamente, sappiano guardare a ciò che ancora deve venire.
Francesco Indovina

N.d.C. - Francesco Indovina, già professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica, ha insegnato per anni Analisi delle strutture urbanistiche e territoriali all'Università IUAV di Venezia. Dal 2003 insegna alla Scuola di Architettura di Alghero. Da sempre è fautore di un approccio interdisciplinare agli studi sulla città e il territorio coniugato a un saldo impegno civile. È autore di numerose pubblicazioni e ha fondato e diretto i periodici "Archivio di studi urbani e regionali" e "Economia urbana" (già "Oltre il Ponte"); dirige inoltre la collana di Studi urbani e regionali della Franco Angeli.
Per Città Bene Comune ha scritto: Si può essere "contro" l'urbanistica? (20 ottobre 2015); Quale urbanistica in epoca neo-liberale (3 febbraio 2017); Pianificazione "antifragile": problema aperto (23 giugno 2017); Una vita da urbanista, tra cultura e politica (24 novembre 2017).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R.