mercoledì 2 agosto 2017

L’abusivismo cresce e i condoni pure. Viva il locale



Diario n. 348
1 agosto 2017-08-01

Circa il 18% delle costruzioni realizzate nel 2015 risultano abusive. Il dato è in continua crescita. Il 20% dei fabbricati costruiti non rispetta le norma urbanistiche. Le regioni campioni dell’abusivismo sono: Sicilia, Campania, Calabria, Molise, con percentuali di abusi intorno al 50%.
Si tratta di un esito congiunto di disattenzione e inettitudine delle autorità, dei connubi tra certe amministrazioni e la speculazione edilizia con annessa corruzione e dalla prevaricazione della criminalità organizzata.  
Questo tuttavia è niente in confronto a quello che ci prepara il futuro, infatti, accanto al sostanziale blocco dei condoni a livello nazionale, si sta sempre più sviluppando una politica di condoni selvaggi regionali e locali, all’insegna della riduzione del consumo di suolo.
Se da una parte è ovvio che il suolo va risparmiato, lo slogan consumo di suolo zero, che presuppone o meglio che lascia intendere la salvaguardia dell’agricoltura e ovviamente dell’ambiente, a me pare priva di senso, rispetto alle dinamiche urbane e alle trasformazioni delle città e alle dinamiche della stessa agricoltura.  Certo i vuoti vanno riutilizzati, lo si sostiene dagli anni ’70, i terreni interstiziale devono essere recuperati, ma l’affermazione (disegno di legge approvata dalla Camera) sul consumo di suolo avrebbe bisogno di maggiore riflessione, maggiori analisi, qualche fondamento teorico, ecc. Il guaio è che si è trasformato in uno slogan che mostra oggi tutta la sua pericolosità.
Per risparmiare suolo alcune regioni condonano le mansarde trasformate e finanche le cantine. Ove queste ultime  fossero incompatibili con gli standard di abitabilità si “suggerisce” di scavare e/o togliere soffitti per guadagnare i necessari centimetri di altezza. Questo avviene, per esempio, in Abruzzo, terra sismica, dove i terremoti spesso disastrosi e cruenti niente hanno insegnato alle autorità.
In Lombardia e Lazio i sottotetti possono essere condonati se trasformati in abitazioni.
La Campania, Regione gestita dal “compagno” Vincenzo de Luca, ha in corso di gestazione una legge che di fatto evita ogni demolizione di edifici abusivi (immagino perché così si risparmia suolo).  
Chiudiamo con la Sardegna (governata dal centro sinistra) dove la nuova legge urbanistica in approvazione dal Consiglio regionale di fatto riduce drasticamente i vincoli posti dal piano paesaggistico circa l’inedificabilità  di una fascia di territorio inferiore a 300 metri dalla costa.  
Questa vicenda, e altre ancora, fanno giustizia del luogo comune (comune anche alla sinistra) secondo il quale il miglior governo è quello più fisicamente vicino ai governati: il “locale” come luogo della mobilizzazione popolare e per il raggiungimento dei migliori obiettivi. Il locale sembra quanto mai permeabile ad interessi locali non sempre legittimi e spesso contrari ad ogni criterio di buon governo. Ma la vicenda chiama in causa direttamente Gentiloni e De Rio che hanno la possibilità e il potere di impugnare questi provvedimenti perché contrari all’indirizzo nazionale. Lo faranno? c’è da dubitare.

Non convince che per risparmiare suolo bisogna incrementare l’abusivismo edilizio e condonare ogni abuso ed ogni costruzione irregolare. 

domenica 16 luglio 2017

Guarire dalla violenza fascista

Diario n. 347
16 luglio 2017

Alcuni anni fa mi aveva impressionato lo stupro che due ragazzi, facenti parte di un’associazione di volontariato (che si occupava di malati o forse di anziani), avevano esercitato su una loro collega (amica?) facente parte della stessa associazione. A quel tempo un pensiero ingenuo mi aveva colto: come mai dei ragazzi dediti all’aiuto di altri fossero stati presi dall’impeto violento di non rispettare una donna loro compagna? Il cinismo violento del maschio sembra che non trovi ostacoli né ideologici né di pratica di vita.
Questo episodio mi è tornato alla mente leggendo del più grave fatto avvenuto a Parma.
In quella città la notte del 12 settembre 2010 si festeggiava la ricorrenza di una vittoria antifascista (1922) che aveva contrastato l’intenzione degli squadristi di Italo Balbo di espugnare un quartiere rosso della città. Ebbene in quella ricorrenza e festa antifascista, nei locali della RAF (rete antifascista) tre compagni (?) stuprano per una intera notte una compagna lasciandola su un tavolo del circolo. I tempi sono cambiati i tre si divertono anche a filmare la scena. La ragazza per pudore non dice nulla, i compagni del circolo coprono con l’omertà pelosa gli autori della violenza.
Anni dopo un’indagine della polizia, per altri fatti, scopre in un vecchio telefonino il filmato (i tre sono arrestati e ora condannati). Si potrebbe dire una normale storia di violenza contro le donne. Ma non è così, c’è dell’altro.
I compagni della RAF emarginano la ragazza perché alla fine collabora con gli “sbirri” (alla violenza  si aggiunge il linguaggio mafioso).
Avrei capito, ma non condiviso,  se il gruppo RAF, immagine di una società futura, forte di una propria ideologia di libertà e di antagonismo allo stato, avesse processato i tre, magari condannandoli  all’evirazione chirurgica o chimica, o li avesse, almeno,  espulsi dal “collettivo”. Niente di tutto questo solo la difesa omertosa dei membri maschi.
Se neanche l’antifascismo militante riesce a liberarci della cinica e ignobile violenza fascista quale speranza? non ci sono scuse né politiche, né psicologiche, ma solo bassa connivenza.

Un altro pensiero ingenuo: il piccolo gruppo non solo politico ma anche costruito su una identità sociale o culturale o ideale, come adesso è la “moda” politica, è il luogo più adatto per liberarci individualmente e collettivamente? io penso di no, solo l’apertura ampia, il nuotare nei contrasti e scontri collettivi può essere la nostra scuola di civilizzazione.         

sabato 24 giugno 2017

Ivan Blečić e Arnaldo Cecchini - Verso una pianificazione antifragile.

(da Archivio di studi urbani e regionali; La città bene comune, Casa della cultura Milano)
Il saggio di Ivan Blečić e Arnaldo Cecchini - Verso una pianificazione antifragile. Come pensare al futuro senza prevederlo (FrancoAngeli, 2016) - si raccomanda per più di un motivo: è intelligente, puzza di originalità, non è accomodante e stimola punti di vista imprevisti. Non è la solita lamentazione intorno alle difficoltà della pianificazione, né se ne prospetta l'abbandono - già questo sarebbe un motivo di grande apprezzamento - ma si propone di costruire un punto di vista nuovo sulla natura della città e le sue dinamiche.
In apertura gli autori denunziano tre limiti del loro lavoro: aver posto attenzione alle città occidentali, non aver considerato il ruolo del conflitto sociale e aver fatto riferimento più alle "azioni di governo delle trasformazioni urbane" che alla strumentazione e alla tecnica di piano. A me pare che l'ultima piuttosto che un limite sia un giusto atteggiamento che fa i conti con la realtà della pianificazione: non applicazione di modelli astratti ma, piuttosto, "governo delle trasformazioni urbane". Della prima non merita parlare: le situazioni urbane mondiali tendono a una diversificazione di cui non sembra potersi intuire la logica, mentre più omogenee appaiono le città occidentali. Invece, il non aver considerato il ruolo del conflitto sociale e la dinamica degli interessi contrastanti nelle trasformazioni urbane, può effettivamente essere considerato un limite. "Conflitti" (in tutte le forme ed espressioni) e dinamica urbana appaiono legati da strettissime relazioni. Si potrebbe azzardare che vivono in simbiosi: le dinamiche urbane sono figlie dei conflitti e questi ultimi nascono nell'alveo delle dinamiche urbane. A me pare che i due autori, anche se non esplicitamente, proprio nella formulazione della loro tesi in realtà abbiano fatto riferimento ai conflitti. Seppur in una visione individualista - quando, per esempio, affermano con decisione che "la gente fa di testa propria" - essi di fatto si riferiscono a quei conflitti che in varia forma e con diversi esiti generano dinamiche urbane.
Blečić e Cecchini si muovono lungo la corrente che individua come scopo del progetto l'adattamento "della forma alla funzione", un progetto possibile solo se c'è "un soggetto che consapevolmente si pone e persegue degli obiettivi". Ma, la relazione tra adattamento della forma alla funzione e la necessità di una soggettività che si ponga degli obiettivi applicata ai sistemi sociali non è priva di significative implicazioni. Tra queste c'è l'imprevedibilità degli esiti dovuta alla natura dei sistemi sociali, all'azione e all'intenzione dei soggetti sociali. È a partire da queste considerazioni che i due autori formulano un lungo elenco di idola (il riferimento è a Francesco Bacone) che tanta parte hanno nella "scarsa efficacia" della pianificazione e gestione del territorio. Nonostante quello che appare, o meglio che si crede, la pianificazione non ha rappresentato un corpo stabile e immobile di regole, principi e strumenti. Da sempre la sua scarsa efficacia - per dirla con i nostri autori - ha spinto a continui aggiustamenti, a considerare nuove ipotesi, nuove interpretazioni. Qualcuna di queste ne ha messo perfino in discussione la necessità e l'utilità al punto da determinare, molto più spesso di quanto non si creda, una struttura di pensiero poco utile, degli idola in parte identificati e descritti dai nostri autori. Non vorrei soffermarmi su ciascuno di questi (sono 12) ma elencarli sì, perché da un lato sono espressione dell'attenzione e dell'acume degli autori, dall'altro perché la semplice loro elencazione dovrebbe o potrebbe fare arrossire qualche pianificatore per la sua affezione ad alcuni di questi (va detto, non parlo di errori, ma di convinzioni e diffuse credenze che questi comportino risultati negativi). L'elenco comprende: Il dogma della continuità; La fallacia dell'estrapolazione; L'assunto della retroattività dei principi morali; La pretesa dell'universalità - spaziale e temporale - dei comportamenti; L'oblio degli effetti contro-intuitivi; La sindrome del defroqué; L'ipotesi dell'agire razionale; La querelle riduzionismo vs olismo; La querelle bottom-up vs top-down; La querelle quantitativo vs qualitativo; Il "buon dottore"; Le intelligenze sono multiple e non trasferibili; Misurare non è valutare, valutare non è decidere; Troppo tardi per smettere (una delle ragioni dei disastri della pianificazione). Per ognuno di questi idola, gli autori forniscono anche una ricetta per la loro cura "attraverso la concezione del progetto come processo che si svolge a molti livelli e coinvolge molti attori, e non come il prodotto di una mente razionale che disegna in modo fermo e razionale la strada del futuro".
Le ricette - com'è noto - sono sempre impastate con l'idola della semplificazione. Non sfuggono a questa regola neanche quelle degli autori che, pur nella loro linearità argomentativa, tralasciano molte questioni, la principale delle quali - mi pare - sia un sostanziale sorvolare sulla questione del potere o dei poteri. Tralascio tuttavia questo argomento, per arrivare al nocciolo del saggio che mi pare molto interessante. Gli autori ci guidano verso una distinzione che nel loro ragionamento appare centrale: gli oggetti, sistemi, organismi, ecc. possono essere distinti in fragili, robusti e antifragili. Sono fragili quelli che subiscono negativamente gli effetti delle modifiche dell'ambiente; una tazza di vetro se cade a terra si rompe, non sappiamo quando, ma nel lungo periodo è molto probabile che ciò avvenga. Mentre robusto è un oggetto che non viene sostanzialmente modificato da eventi che avvengono nell'ambiente. Così, mentre "cadere" per un bicchiere genera una catastrofe, cioè la rottura dell'oggetto, se cade un'incudine, questa non si modifica ma resta intatta. Tuttavia, robusto non è il contrario di fragile, come non lo sono durevole, resistente, resiliente, ecc. "L'opposto di essere fragile - scrivono gli autori - sarebbe qualcosa che eventi, perturbazioni, fattori di stress, volatilità, disordine - dunque il tempo - in generale non nocciono e però nemmeno lasciano com'è. Sarebbe piuttosto qualche cosa che può, perlomeno in alcune circostanze, guadagnare, migliorare, ossia prosperare nel disordine". La parola adatta, allora, secondo gli Blečić e Cecchini è: antifragile.
Gli autori identificano la città come un sistema antifragile, nel senso che nel disordine essa può perfino migliorare. Possono cioè presentarsi dei "cigni neri" - espressione che Blečić e Cecchini riprendono dal saggio di Nassim Nicholas Taleb -, ovvero eventi con scarsa probabilità di avvenire ma, nel caso, con notevoli conseguenze. Mi pare, però, che la città si presenti come antifragile non solo per l'esistenza dei "cigni neri" - che in generale non è possibile né prevedere, né controllare - ma per le dinamiche delle sue stesse variabili. Mi viene comodo, per provare a spiegarmi, far riferimento a quanto sottolineato in precedenza circa la relazione simbiotica esistente tra conflitto e città: il primo crea disordine, mette cioè in discussione l'ordine esistente e la città è costretta a migliorare, ma tale miglioramento determina nuovo conflitto. La nozione di antifragilità attribuita alla città pare dunque convincente, anche se appare utile un'altra precisazione. La Città, cioè la specie città, l'idea di città, può effettivamente essere considerata antifragile, mentre le singole città possono essere fragili: non migliorare nel disordine ma perire. I motivi possono essere esogeni ed endogeni: l'incapacità (soprattutto nella prima fase della storia della città e nell'epoca attuale) di fare i conti con la disponibilità di risorse; distruzioni belliche (che possono tuttavia trasformarsi in occasioni di miglioramento); cataclismi naturali; epidemie, "piaghe"; ecc.
Ma qui sorge un altro problema: la fragilità e la robustezza sono caratteristiche che distinguono oggetti o sistemi, ma lo è anche l'antifragilità? In altri termini, mentre le prime due sono caratteristiche degli oggetti o dei sistemi, l'antifragilità appare piuttosto come una possibile "condizione". Una città sarà cioè antifragile se "curata" con intelligenza e amore, mentre in assenza di questa attitudine di governo una città può risultare fragile. Non è casuale se alla nozione di antifragilità sia connessa la possibilità di miglioramento. Una possibilità, non una certezza, perché devono essere presenti le condizioni affinché quella potenzialità diventi effettiva. Sollevare questo problema non ha il significato di mettere in discussione il contributo, anche di metodo, di questo testo. Piuttosto quello di far notare come nell'antifragilità sia contenuta un'azione consapevole per realizzarne le potenzialità. In modo diretto e indiretto i due autori hanno messo in luce questo aspetto e non è casuale che la seconda parte del testo sia dedicata alla pianificazione antifragile.
L'aver impostato il testo sull'antifragilità della città, mette in chiaro come la dinamica urbana sia collegata al disordine, un disordine che eventualmente migliora. Il governo della città, quindi, dovrebbe ritenere preziosi gli elementi di disordine (il passare del tempo, ma non solo) e intervenire con mano intelligente e amorosa per non distruggere gli elementi dinamici e migliorativi della città e, nello stesso tempo, tentare di creare le condizioni per uno sviluppo creativo della popolazione. Secondo gli autori, infatti, i connotati di una pianificazione antifragile sono: evitare di fare quel che è nocivo; cercare di costruire una visione condivisa e garantire una certa azione autonoma delle forze sociali. In quest'ultimo ambito pongono però dei paletti, dei punti fermi e fanno sfoggio di buon senso "pianificatorio", avendo sempre presente la realtà che è spesso contraddittoria e che "in ultima istanza - secondo gli autori - suggerisce di intervenire solo quando e dove è necessario, con massima economia e sfruttando il più possibile tendenze 'naturali', facendo il più possibile scelte aperte e reversibili. Ciò d'altro canto non vuol dire abbandonare l'idea delle regole. Al contrario. Ma occorrono regole e vincoli che siano generali, sovraordinati e sottratti alle contingenze e convenienze di breve periodo".
La pianificazione antifragile trova nei cittadini non solo quanti dovranno sopportare le scelte di pianificazione, ma i soggetti attivi nella determinazione degli obiettivi. Si tratta, dunque, di mettere in campo nuovi strumenti in grado di coinvolgere i cittadini, con particolare attenzione a quelli più svantaggiati. Quello degli "scenari" potrebbe essere lo strumento adatto per costruire un punto di vista condiviso, mettendo in luce quelli desiderabili e quelli da evitare. L'approccio teorico che i due autori propongono per definire meglio la loro ipotesi programmatoria è quello della capability approach, ovvero delle capacità urbane. Di ogni comunità "si tratta [cioè] di stabilire, e possibilmente di isolare, come e sino a che punto le loro capacità complessive - che ovviamente dipendono da molti altri fattori a-spaziali e non legati al loro ambiente fisico - sono determinate da fattori eminentemente urbani, legati al funzionamento della città e dell'ambiente urbano". L'esempio dei parchi a cui ricorrono gli autori - uno dei tanti che si potrebbero fare - chiarisce bene questa problematica: non si tratta soltanto di determinare la quantità di verde necessaria per la specifica città ma, piuttosto, di individuare le opportunità e gli ostacoli che permettono o frenano le persone a "ricrearsi in luoghi naturalistici". In altri termini - se mi posso produrre in una traduzione - il problema sta nel negare operatività ad approcci che privilegino "quantità", secondo parametri quanto articolati si voglia ma comunque astratti e non misurati nella specifica condizione urbana, e affermare invece la necessità di realizzare funzionamenti urbani adatti agli individui più svantaggiati. Questo perché se fossero positivi per gli individui più svantaggiati a maggior ragione lo sarebbero per gli altri dotati di maggior capacità urbana. Questo approccio è certamente condivisibile anche se non privo di difficoltà applicative. Altre volte ho affermato che il compito della pianificazione e dell'organizzazione della città è quello di mitigare le condizioni più svantaggiate, non essendo nella natura del piano modificarne l'origine. Non si fa fatica a riconoscere nell'approccio di Blečić e Cecchini un atteggiamento più universalistico, che è facilitato dall'avere espunto dal loro lavoro la matrice dello svantaggio sociale, risolta - semplifico - nella capacità urbana.
Per concludere, il testo mi sembra molto interessante per i problemi che direttamente o indirettamente pone ai pianificatori e a chi ha responsabilità di governo della città. Tuttavia, che siano state messe a punto soluzioni complete ai problemi sollevati, non si può dire. Del resto, in chiusura del libro, i due autori ci invitano a un "arrivederci" per il lavoro che resta da fare. In altre parole, le novità introdotte nella riflessione di Blečić e Cecchini sono molte, ma non mi pare che siano tutte convincenti. Qui ho cercato di mettere in luce alcune obiezioni, la necessità di approfondimenti, ecc. anche per evitare che l'elaborazione dei due autori diventi non un modello di approccio teorico ma uno strumento standardizzato (cosa che gli stessi autori - credo - non vorrebbero). È importante, infatti, ricordare che dentro un dato sistema socio-economico le logiche che regolano il funzionamento delle città sono abbastanza omogenee. Si potrebbe forse dire che si tratta di un' "unica logica", con poche variazioni, mentre la concreta realizzazione della singola città, pur rispondendo alla stessa logica, si presenta diversa da ogni altra (in ragione del sito, della storia, dello sviluppo economico, delle tipologie di produzione, ecc.). Si ha invece l'impressione che nel testo questa "logica" venga se non cancellata almeno messa tra parentesi: la città viene cioè "osservata" nella sua antropologica realtà, ma non viene affrontato il tema dei meccanismi generativi, degli interessi contrastanti, dei conflitti e, spesso, dell'indisponibilità individuale. Per fare un solo esempio, l'uso del termine "attore" sembra rimandare alla deprivazione dei singoli individui di ogni propria componente sociale, cosa che nella realtà non è. Dunque, personalmente ho trovato la lettura del testo molto interessante. Soprattutto, ho apprezzato la capacità di prospettare una modalità di osservazione non usuale e che provoca nuovi pensieri. E un testo, si sa, vale proprio per i pensieri che è capace di generare. Come, in concreto, si possa poi organizzare una pianificazione antifragile resta un problema aperto che ha la necessità di ulteriori approfondimenti, ricerche e sperimentazioni. L'importante è non fermarsi, non guardarsi allo specchio: il lavoro fatto è significativo e interessante, quello da fare è ancora tanto.

Francesco Indovina



martedì 6 giugno 2017

I conti sbagliati

Diario n. 346
6 giugno 207



Tutti i commentatori, e non solo, sono convinti che si andrà a votare a settembre (mese della maggior parte dei disastri); lo vogliono i partiti dell’accordo elettorale, lo vuole Matteo Renzi, nonostante tutte le affermazioni precedenti.
Tutti si domandano perché? ad eccezione del “buon” Gentiloni, agnello sacrificale. C’è solo una ragione: la legge elettorale.
Il meccanismo che le due Camere del parlamento si apprestano a votare in gran fetta, come è noto, prevede uno sbarramento al 5%, che il vorrebbe dire lasciare fuori dal parlamento (dati dell’intenzione di voto di maggio) i rappresentati di almeno il 13% degli elettori che hanno dimostrato di avere intenzione di votare (a questa percentuale andrà aggiunta la quota degli astenuti e di quanti votano scheda bianca o nulla). Insomma ci si avvicina al 50% degli aventi diritti. Si può esultare: abbiamo raggiunto una democrazia matura.
Tutto pacifico? Ma neanche per sogno! Da qui la voglia e il desiderio di andare subito al voto. Se fosse tutto pacifico non sarebbe necessaria nessuna accelerazione, ma siccome nell’area di quanti sarebbero privati di  rappresentanza c’è movimento (i cespugli, come dispregiativamente sono chiamati i partiti che non raggiungono il5%), siccome esiste una massa di non rappresentati che cerca rappresentanza, il calcolo sbagliato è allora quello di anticipare al massimo il voto, per evitare che i movimenti in atto si consolidano. Ma qui sta l’errore: l’acceleratore potrebbe essere un potente coagulante.
Per esempio potrebbe mettere le ali ai piedi dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia (che potrebbe ottenere un’ulteriore spinta dalla eventuale vittoria dei laburisti in Gran Bretagna). È noto che l’impresa di Pisapia è ardua e densa di ostacoli: programmatici, differenze di prospettive, idiosincrasie personali, ecc. Ma ridurre i tempi potrebbe facilitare l’impresa. In questo caso non solo raggiungere il 5% sarebbe molto, ma molto facile, ma questa lista punirebbe il PD, soprattutto, e in parte 5*.
A anche a destra le cose si muovono; Alfano è in affanno, sicuro, ma anche lui è alla ricerca di soluzioni: il movimento di Parisi? la discesa in campo di Ciriaco de Mita? Gli stessi deputati e senatori verdiniani, ormai senza capo? Non so, ma certo anche in questo caso l’accelerazione potrebbe essere un buon viatico, con il risultato di colpire Forza Italia e 5*.
La fretta, come diceva mia nonna, fa i gattini ciechi. Per questo i conti dei partiti dell’accordo elettorale mi sembrano sbagliati.
Tutto questo, nell’uno e nell’altro caso, sembra avere poco a che fare con i destini (parola roboante) del nostro paese.

  

domenica 28 maggio 2017

Movimenti e istituzione

Diario n. 345


Durante questo mese di maggio ho avuto molte occasioni di discutere in pubblico del rapporto movimenti e istituzioni (e connessi), lo spunto era sempre il libro di Oriol Nel.lo Città in movimento (ora apparso in traduzione italiana presso Edicampo editore, Roma). Le discussioni pubbliche sono sempre molto stimolanti, interventi diversi suggeriscono pensieri diversi, punti di ista particolari possono mettere in crisi i tuoi, ma sono anche insoddisfacenti, non c’è mai abbastanza tempo per approfondire determinate questione e aspetti. E’ questo il motivo che mi spinge a dedicare questo diario alla questione.
L’esperienza spagnola, ovviamente, è stata sempre al centro o come sottofondo alla discussione. Se essa spinge all’ottimismo, non è priva di problemi. Ma di questa non vorrei parlare solo ricordare che negli ultimi due anni le maggiore città spagnole (da Madrid a Barcellona, Valenza, ecc.) sono governate da sindaci che sono stati impegnati nei movimenti che si sono sviluppati negli ultimi anni in Spagna (gli Indignati). Movimenti che non sono riusciti a modificare la natura delle maggioranze di governo sia nazionali che regionali, ma che hanno conquistato le maggiori città Questo è un problema. Ma lasciando da parte la Spagna e in particolare la Catalogna dove incombe un possibile referendum sull'indipendenza, vediamo qualche tematica generale.
Intanto la definizione di “movimenti sociali urbani” copre tipologie di iniziative molto diverse, molti di questi originano da una posizione politico-ideologica, mentre altri costituiscono la reazione allo stato delle cose su singoli aspetti. Questa non vuole e non deve essere considerata una distinzione di “valore”: partire dalla realtà o da una visione della società costituiscono da sempre due modalità di iniziativa (il passaggio dal sé al per sé è una delle fondamentali dinamiche politiche). Detto questo tuttavia non si può disconoscere che sul piano politico generale le “motivazioni” espresse o implicite non sono prive di conseguenze. Un punto di vista politico-ideologico (politico-ideologico generale non partitico) costituisce una buona premessa per l’unificazione di questi movimenti. Cioè possono presupporre una dinamica che porti a porsi la questione del potere (istituzionale e no) all'interno della società.
Movimenti contro gli sfratti, per la casa, per una scuola migliore, per il lavoro, per l’ambiente, ecc.; o movimenti di costruzione diretta di spazi di socializzazione, attività di costruzione di spazi verdi, di sistemazione di zone, la costruzione di orti urbani, la nascita delle banche del tempo, la costruzione di spazi culturali, ecc.; movimenti contro la costruzione di opere pubbliche, contro processi di gentrification, ecc., sono tutti importanti ma appartengono a famiglie diverse e talvolta possono essere tra di loro incoerenti. Ma tuttavia tutti dimostrano una volontà attiva e una sorta di assunzione di responsabilità.
La possibilità di “successo” di ciascun di questi diversi movimenti e rivendicazioni è legata alla loro unificazione (sostanziale ma anche formale) in un grande movimento generale, senza di questo alcuni vincono, molti perdono, alcuni sembrano vincere ma in realtà perdono… Ma per questa unificazione sono indispensabili i “corpi intermedi” che oggi non sono latitanti ma sembrano scomparsi. Qualcuno mi ha fatto osservare che la pratica del movimento, il conflitto, la presa nelle proprie mani di obiettivi, la pratica della democrazia diretta sono comunque importanti e sedimentano consapevolezza e coscienza politica. Tutto vero, ma è necessario guardare alla nostra esperienza: negli anni ’70 in Italia (e non solo) vivacissimi erano le esperienze di conflitto sociale urbano, e quelle che hanno avuto modo di connettersi in “corpi intermedi” (anche in nuove loro espressioni, penso per esempio all'Unione inquilini), hanno raggiunto degli obiettivi, ma quello che qui interessa è riflettere come quell'esperienza di ampio raggio ha sedimentato poco se fosse vero che la stagione politica successiva non potrebbe essere annoverata tra la più progressista e democratica.
Non vale nascondersi dietro il dito: i movimenti in Italia non hanno trovato un interlocutore ed anche le formazioni di sinistra (a quel tempo si dicevano extraparlamentari) sono state capaci di divisione e non di unificazione, disperdendo esperienze, impegno, e volontà.
Quello che sta succedendo in Spagna in questi anni è diverso (almeno mi pare): prima, durante e dopo il movimento degli “indignatos” esistevano e si sviluppavano movimenti sociali urbani, ma gli indignatos ponevano la necessità di un cambiamento sociale, sia gli indignatos sia i movimenti sociali (non faccio né penso ad una contrapposizione) hanno saputo, trovato, costruito… una espressione politica unitaria, base di successo.
Il rapporto dei movimenti sociali con le istituzioni non può prescindere da una presa del governo. Ma i movimenti devono sapere, sanno, che non esistono governi simbiotici, al massimo governi amici, i governi hanno delle logiche di equilibrio (anche se riformisti) che non permettono una loro adesione completa ai movimenti. Ma quest’ultimi devono usare con intelligenza politica l’amicizia dei governi (e se questa amicizia manca, usare mezzi convincenti per neutralizzarne l’azione). Il cambiamento è insieme facile e complesso, dipende dall'unità di obiettivi che si riesce costruire tra istituzioni e movimenti, dalla capacità del movimento di non farsi abbindolare  e delle istituzioni nel valorizzare le istanze del movimento.
Insomma è necessario tanto e buon lavoro.

  



martedì 2 maggio 2017

Valentino Parlata

Questa mattina è morto Valentino Parlato.
La sinistra ha perso un compagno resistente, io ho perso un amico. Valentino è stato un personaggio prezioso per la sinistra, la sua ironia, la sua leggerezza, il suo disinganno, la sua attenzione ai processi reali e politici, mi, e ci, hanno aiutato a resistere nei momenti più perniciosi e a sorridere in quelli di allegria.
Valentino non demordeva mai, è stato un pilastro molto importante per Il Manifesto (giornale e movimento), ed anche in questa ultima fase del giornale lui non è stato capace di stargli lontano, ha ritenuto che fosse utile collaborare con il giornale che aveva contribuito a creare.
Uomo di sinistra, era anche bizzarro. Aveva una frequentazione di personaggi “strani”, si potrebbe dire, ma facevano parte del suo modo di essere, raccoglieva frutti in qualsiasi albero maturassero, i suoi editoriali e i suoi corsivi per questo erano sempre incisivi e uno specchio della realtà ben interpretata.

La morte di un amico dovrebbe suggerire parole alate, non ne sono capace, il dolore che sento forte è prima di tutto per l’amico perduto per sempre e poi per il terreno della sinistra sempre meno abitato. 

lunedì 1 maggio 2017

Il discorso di incoronazione di Matteo Renzi nuovo(vecchio) segretario del PD



Diario 344
1 maggio 2017

Si capisce la gioia e la soddisfazione di Renzi per avere raggiunto il 72% dei consensi nel ballottaggio per diventare segretario del PD.  Non fa velo a neo segretario il fatto di non avere avuti contendenti. È felice e basta, lo si capisce.
Ma non ha seguito il consiglio che da più parti gli veniva elargito: compostezza, contegno. Non può, non è nel suo carattere, ha considerato questo risultato un ribaltamento del referendum sulla riforma, che si tratti di dati non comparabili non interessa, non è la realtà quella che conta ma l’immaginazione.
In termini di immaginazione nel suo discorso (di incoronamento) ha esaltato il popolo che lo ha votato, è ha garantito un partito unito, aperto alla discussione, con idee diverse ma unito. Si è dimenticato di dire che dati i risultati per forza il partito sarà unito, tutti gli organi avranno una maggioranza di almeno il 72% di persone all’unisono con il segretario (le fronde renziane tremano, le così dette opposizione sanno che avranno il “diritto di tribuna”, ma niente di più). Il PD sarà unito in quanto renziano in ogni sua piega.
Il governo Gentiloni è stato richiamato all’obbedienza da Orfini, il così detto presidente del PD, che in una sua intervista ha chiarito come da oggi forte sarà il pressing del partito sul governo e come da questo pressing il governo uscirà più … forte.
Renzi nel suo discorso a parlato di tutto, non si riusciva a frenarlo, era come una bottiglia di Coca Cola agitata a lungo e poi stappata, la coca esce a fiumi, non la si può fermare, il risultato della confronto elettorale ha avuto lo stesso effetto sul rinnovato segretario.
Non merita commentare le cose dette e tanto meno le più numerose non dette, su un punto vale la pena fare qualche pulce: a proposito die Jobs Act.
Si vorrebbe consigliare a neo-vecchio segretario di andare a leggere i risultati dell’indagine curata dalla Demos Coop e commentata da Ilvo Diamanti su La Repubblica del 29 aprile.
Le indagini demoscopiche vanno usate con cautela, ma quando i risultati sono di grande dimensione qualche indicazione la danno: il 67% degli italiani intervistati crede di sapere che il lavoro nero negli ultimi 5 anni è aumentato, così come il 75% degli intervistati ritiene che sia aumentato il lavoro precario. Il 71%  ritiene che l’occupazione in Italia non sia ripartita. Il Jobs Act, definito da Renzi una riforma di sinistra, secondo l’opinione degli intervistati non gode di buon giudizio; l’8% ritiene che la legge ha migliorato il mercato del lavoro, il 32% ritiene che l’ha peggiorato, mentre un altro 32% ritiene che sia ancora troppo presto per una valutazione (il rimanente 27% è composto da un 16% che ritiene la situazione non modificata e l’11% non sa o non risponde). Certo si tratta di opinioni, ma il problema è: si tratta di un’opinione sostanzialmente negativa per carenza di comunicazione o piuttosto per esperienza diretta?
Ma c’è un punto che a me pare tragico: l’84% ritiene che i giovani di oggi avranno pensioni con cui sarà difficile vivere. Si tratta di un’osservazione (verità?) che si sente continuamente ripetere, che i commentatori, economisti, sociologi, politici, ecc. ripetono ad ogni piè sospinto; dichiarazioni ammantate da leggerezza che al contrario mi paiono connotate da un cinismo macroscopico. Sta diventando una sorta di legge di natura (sociale) contro la quale niente si può fare (e la politica?). E nessuno fa lo sforzo di immaginare in che tipo di società i nostri figli e nipoti vivranno se questa legge si affermerà.

domenica 30 aprile 2017

Dopo le primarie, che cosa?

Diario n. 343
30 aprile 2017

Fra qualche ora si chiude la possibilità di votare alle primarie del PD. Mi pare che il risultato sia scontato: vince Renzi, nonostante la buona volontà di Orlando e le continue capriole di Emiliano. È bello sapere che gli scritti a quel partito non contano niente, non possono neanche eleggere il loro segretario. Si tratta, si dice, di un atto di vera e grande democrazia, certo in qualche varia forma di populismo, ma i corpi intermedi, cioè i partiti, non solo sono strumenti importanti del nostro ordinamento politico, ma sono anche strumento molto importante nell’organizzazione sociale, canali di raccolta del disaggio del “popolo”, strumento di educazione civile, meccanismo di coagulo della società, luoghi di identità politica. Si potrà dire che si tratta di una visione vecchia; sarà, ma il nuovo (la democrazia elettronica) non mi piace e il più delle volte fornisce risultati discutibili. Ma non è di questo che volevo parlare.
Renzi segretario a furor di popolo (quanto numeroso? Vedremo), cosa farà?
Molti garantiscono che non si andrà ad elezioni anticipate, non so, fidarsi della parola di Renzi è sempre un rischio: anticipate o meno prima o dopo alle urne bisognerà andare.
Alcuni consigliano un’alleanza del PD con un blocco di tutte le sinistre guidato da Giuliano Pisapia. Sarebbe bello, a prescindere dall’alleanza con Renzi, se le membra sparse della sinistra riuscissero a ricomporsi (si può sperare, ma non crederci). Orlano il competitore di Renzi, che con il futuro segretario del PD ha governato per anni (in un posto non marginale), assicura che Renzi vuol fare l’alleanza con Berlusconi (diciamo la destra moderata), sarà. Ma Renzi è molto fantasioso c’è da aspettarsi di tutto e di peggio.
Alcuni (soprattutto Scalfari) consigliano una linea di condotta per il prossimo segretario lontana dalle corde del cuore renziano: non dovrebbe aspirare a fare il capo del governo, dovrebbe indicare una personalità diversa e occuparsi dell’Europa, della sua rifondazione (è vero che Scalfari nell’editoriale di oggi declina in modo diverso la sua proposta). Potrebbe indicare chi? Per esempio Enrico Letta, come atto riparatorio se non fosse insultante; Maria Elena Boschi, non sarebbe male un capo del governo donna, anche perché in questo periodo di sottosegretario unico della Presidenza del consiglio, ha accresciuto il suo potere e la sua rete, ma soprattutto la sua attitudine al comando-ubbidiente. Del giro renziano tranne lei c’è qualcuno altro?
Che l’Europa abbia bisogno di una rifondazione democratica è certo, ma che su questa strada si incontrano macigni è la verità. Non credo che Renzi, per il suo carattere sia disposto a cedere il governo per imbarcarsi in una impresa molto impervia e di incerto esito. Egli preferisce quello che è possibile subito.
Parliamo del futuro governo ma per fare che? Mi pare che in questi giorni vengano fuori dei bilanci dell’azione del governo (Renzi e Gentiloni) non entusiastici, sul piano del lavoro, sul piano dell’occupazione giovanile, sul piano del mezzogiorno, sul piano della scuola, ecc. ecc. Sento parlare della riduzione delle imposte, ma nessuno dice cosa bisogna tagliare in presenza di minore entrate; sento parlare di sviluppo ma nessuno ci dice che cosa facciamo con le indicazione della tecnocrazia europea (il Portogallo non pare che sia un esempio da seguire, eppure sta ottenendo importanti risultati), sento parlare della prossima (e ti pareva) uscita dalla crisi senza che di questa crisi si pensi di individuare e affrontare i punti portanti.
La sinistra unita (sempre sperando) è portatrice soltanto di una ipotesi solidaristica (importante), o anche di una punto di vista diverso sul futuro di questo paese? Brandelli di questo futuro si riescono a leggere, ma si tratta sempre e soprattutto di risposte alle emergenze (importanti), ma molti si aspettano una proposta di trasformazione o almeno di transizione.



giovedì 9 marzo 2017

Il colpo d’ala dell’8 marzo

 
di   IDA DOMINIJANNI


Pubblicato su Internazionale l'8 marzo 2017
Mentre Donald Trump, e con lui i suoi fans di destra e purtroppo anche di sinistra, fantasticano un’improbabile de-globalizzazione, spunta (o rispunta) un movimento femminista che ha tutte caratteristiche di un movimento globale. Mentre i media mainstream capovolgono l’elezione di Trump nella sconfitta del femminismo perché il famoso tetto di vetro non è stato infranto neanche stavolta, spunta (o rispunta) un movimento femminista che mette il tetto di vetro suddetto all’ultimo posto della sua agenda, e al primo la vita. Mentre l’egemonia del capitalismo neoliberale vacilla ovunque sotto i colpi di una crisi ormai decennale, e ovunque ripropone per tutta risposta le sue ricette fallimentari senza trovare a sinistra ostacoli rilevanti e aprendo a destra vie di fuga razziste e fascistoidi, spunta (o rispunta) un movimento femminista che si riappropria della centralità femminile nella produzione e nella riproduzione sociale, ne fa una leva sovversiva e chiama tutti, donne uomini e altri generi di ogni paese e di ogni colore, a unirsi a questa spinta sovversiva. Sono i colpi d’ala che solo la politica delle donne è capace periodicamente di inventarsi, gli scarti imprevisti dall’agenda politica e mediatica del presente che solo la politica delle donne è capace periodicamente di produrre. E che fanno dell’8 marzo di quest’anno una giornata diversa dal solito, inedita, irrituale, inaugurale.
Ma non estemporanea. Lo sciopero delle donne dal lavoro e dalla cura dichiarato per oggi in una quarantina di paesi del mondo – in Italia dalla rete “Non una di meno”, con l’adesione dei sindacati - arriva a coronamento di un anno che ha visto i movimenti femministi al centro, e alla guida, di mobilitazioni straordinarie, su un’agenda ben più ampia e articolata di quella “di genere”. L’inizio fu il Black Monday polacco, il 3 ottobre dell’anno scorso, quando un’imponente manifestazione sotto la pioggia e gli ombrelli bloccò la legge che voleva proibire l’aborto, prima azione politica contro i governi reazionari che si sono succeduti in quel paese. Poi il Mércoles Negro contro la violenza sessuale in Argentina il 17 ottobre, convocato dalla rete NiUnaMenos, sigla migrata in Italia con la manifestazione contro la violenza del 26 novembre, tanto sorprendente per quantità e qualità quanto ignorata da giornali e tv, all’epoca troppo impegnati nello sfornare sondaggi sulla rimonta del sì al referendum costituzionale poi stravinto dal no. Infine l’immensa Women’s March del 21 gennaio a Washington e ovunque nel mondo, in risposta alla misoginia suprematista di Trump, tre milioni di donne e uomini in piazza negli Usa e due nel resto del pianeta, altro che protezionismo e de-globalizzazione: America first, ma in tutt’altra direzione da quella neopresidenziale.
Vengono infatti da quella marcia, e sono vistosamente marcate dal lessico politico radicale americano, le due parole-chiave, inclusive e intersectional, che orientano la giornata di oggi.
Inclusivo, perché l’organizzazione e la regia della mobilitazione è femminile ma apre a chiunque ne condivida le intenzioni, lasciandosi il separatismo alle spalle. Intersezionale, perché il dominio di genere si intreccia con altri dispositivi di dominio e di esclusione, di classe e razziali in primis, e domanda in risposta “l’alleanza dei corpi”, per dirlo con il titolo dell’ultimo libro di Judith Butler, di tutte le soggettività interessate.
Perché allora l’8 marzo, e perché le donne al centro e al timone? Si possono dare due risposte. La prima è che le donne e il femminismo sono state e sono l’oggetto privilegiato della rivoluzione neoliberale, e non stupisce che ne diventino il soggetto antagonista di prima fila. L’egemonia neoliberale deve molto della sua presa al modo in cui ha cercato di trascrivere la libertà politica e la padronanza sul proprio destino guadagnate dalle donne nel femminismo in autoimprenditorialità e libertà di consumo, nonché al modo in cui ha “valorizzato”- nel senso dell’estrazione capitalistica di valore - il lavoro produttivo, il lavoro di cura, l’intera vita delle donne. Non a caso la pratica di lotta scelta stavolta è quella dello sciopero: per sottrarsi a questo sfruttamento, e per mostrare – per sottrazione, appunto – quanto il lavoro femminile - visibile e invisibili, contato e non contato nelle statistiche, retribuito e gratuito – sia tanto cruciale per far girare la macchina produttiva e riproduttiva quanto sottostimato e sottovalutato, in tutti i sensi del termine.
La seconda ragione è politica, ed è tutta inscritta nella genealogia e nella memoria del femminismo. In una stagione come quella di oggi, in cui la politica ufficiale di opposizione, orfana delle sue appartenenze e strutture storiche, sembra non trovare vie diverse dalla ripetizione del passato da un lato e dalla demagogia populista dall’altro, il femminismo conosce l’arte della tessitura di un “noi” che si costruisce non malgrado ma in forza delle sue differenze e molteplicità costitutive. E’ l’arte della tessitura di relazioni libere ma non per questo volatili, che consente al movimento delle donne di andare e venire dalla ribalta della cronaca, ma di tornare sempre, imprevisto, quando e dove occorre. Non a caso si chiude con un richiamo a Carla Lonzi il testo di Non Una di Meno che convoca lo sciopero di oggi: “Il Soggetto Imprevisto ha fatto nuovamente irruzione nella politica e nelle nostre vite. Riconosciamo a noi stesse la capacità di fare di questo attimo una modificazione totale della vita”.



lunedì 27 febbraio 2017

Libertà di morire


Diario 342
27/2/2017

Non è mai finita. Ogni occasione mette il tappeto rosso perché i moralizzatori possano salire sul palco e farci la predica, indicarci la strada e imporci come vivere.
In che cosa consiste il fondamentalismo? nel voler imporre a tutti quello che si ritiene il dettato della propria fede. In che cosa consiste il laicismo? nella libertà per ciascuno di credere a qualsiasi credenza, un dettato che vale per se stesso e che non è da imporre.
Il nostro paese sarà mai una società laica? Non credo; ed è disperante.
La libertà di morire, non può che essere un diritto della persona, ma questo diritto viene negato a partire dalla sacralità della vita, non merita sottolineare come questa sacralità venga negata nella guerra, nello sfruttamento nel lavoro, nella povertà e marginalità, ecc., la condizione mortale può esserci somministrata (tutta in una volta o a poco a poco), ma non siamo liberi di decidere da noi stessi se morire e quando morire. Un diritto non obbliga, determina una opportunità (come l’aborto).
Qualche concessione viene fatta per l’accanimento terapeutico (il testamento biologico), anche qui con molte limitazioni, ma di suicidio assistito (la buona morte) neanche a parlarne. Il suicidio deve essere cruento (mala morte): spararsi, gettarsi nel vuoto, avvelenarsi, impiccarsi ecc.  
Gli amanti della vita non capiscono come il diritto alla morte in realtà esalta la vita, mette la vita nelle nostre mani, non in qualche ente supremo che dà e toglie, e ci rende più responsabili, non meno, ci fa più cauti e attenti.

Ma ovviamente non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire  

venerdì 24 febbraio 2017

Tra i cattolici i ginecologi sono tra i più praticanti


Diario 341
24 febbraio 2017

Da una recente indagine risulta che l’88% della popolazione italiana si dichiara cristiana cattolica, ma solo il 37% si dichiara praticante.
Non so se sia consolante, ma comunque genera una certa meraviglia, constatare che i medici ginecologi sono nel nostro paese il segmento della popolazione cattolica più praticante. Per cui affidiamo in mani profumate di fede le future  puerpere, mentre chi deve abortire finisce in mani avide e (spesso) anche incompetenti.
Se guardiamo ai medici ginecologi obiettori, che cioè si rifiutano di applicare la legge 194, come pubblicati dalla La Repubblica  del 23 febbraio, questi risultano il 70%. Gli anestesisti che obiettano di assistere interventi di aborto sono il 49%, mentre gli infermieri sono obiettori al 46%.
Spaventosi di dati per regioni: in Molise, Bolzano e Basilicata, sono obiettori più del 90%; superano l’80% in Sicilia, Puglia, Campania, Abbruzzo e Lazio; tra il 64% e il 76% si collocano Marche, Piemonte, Umbria, Liguria e Lombardia; intorno al 50% Friuli V.G.,  Toscana ed Emilia. Spicca la Valle d’Aosta con il 13%, regione meravigliosamente laica.
Si può immaginare che un cattolico che prende una così drastica decisione di obiettare (che gli è concesso dalla legge) all’applicazione di una legge dello Stato non lo faccia per convenienza ma per adesione piena ad un convincimento religioso, non solo ma non può essere una persona che fa parte dei “cattolici tiepidi”, che professano ma non praticano, devo sicuramente far parte della quota dei praticanti.
Se così fosse c’è da meravigliarsi che una percentuale così alta di praticanti (in alcune regioni la quasi totalità) sia concentrata tra i medici e in particolare tra i ginecologi.
Per l’esperienza personale che ho dei medici mi risultano, in generale laici (spesso atei); certo un’esperienza non è generalizzabile, ma sorprende questa grande concentrazione di praticanti in una specializzazione medica.    

Non colpevolizzo gli obiettori, fanno valere un loro diritto, così come un tempo, ma ce n’è voluto, obiettavano i giovani che rifiutavano il servizio militare perché contro la guerra (ma ero obbligati ad un servizio civile), ma ritengo che vada salvaguardato l’altrettanto sacrosanto diritto delle donne che vogliono e devono abortire. Per questo non si può non plaudire alla regione Lazio, e a tutte le regioni, soprattutto del sud che volessero seguirne l’esempio, che vuole assumere per i propri ospedali solo ginecologi non obiettori.

L’età dell’oro sta davanti a noi



Diario 340
24 febbraio 2017

Non sopporto, ma questo è il meno, e ritengo sbagliati (culturalmente e soprattutto politicamente) ogni atteggiamento contro il progresso. Rifugiarsi nella “bellezza” della piccola comunità, esaltare come elemento di progresso il ritorno all’artigiano, immaginare che l’identità di luogo possa risolversi in costruzione di società, ecc. è un’illusione. Fare gli scongiuri per ogni nuovo fattore di progresso cantando le lodi del bel tempo che fu, nel momento in cui gli avanzamenti della scienza e della tecnica ci promettono benessere, una vita più lunga e più sana, libertà dal lavoro più alienato, ecc. mi sembra di una miopia tragica.
Non sopporto, ma questo è il meno, e ritengo sbagliati (culturalmente e soprattutto politicamente) ogni atteggiamento che affida con ingenuità, spesso con furbizia, e quasi sempre con ignoranza, alle nuove tecnologie la soluzione di tutti i nostri problemi sociali.
Né il ritorno al passato, predicato ma mai realizzato, né l’attesa che la tecnologia ci porti in paradiso, ci faranno fare un passo avanti nella conquista generalizzata di un livello di vita dignitoso, libero, denso, per tutti (per l’intera umanità). La strada per raggiungere una possibile età dell’oro sarà faticosa, irta di pericoli, ma sicuramente porterà alla meta.
Questa strada presume che si accetti che la grande rivoluzione capitalista (“La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria” Marx e Engels) abbia perso la sua spinta propulsiva (usando le parole che  Berlinguer ha adottato con riferimento al socialismo realizzato) e si assuma piena consapevolezza che lo sviluppo delle forze produttive è in contrasto e trova un ostacolo nei rapporti sociali di produzione. Sempre più emergono elementi e nessi che pongono, anche con una certa urgenza, la necessità di un cambiamento della struttura sociale capitalistica.
Il “capitalismo” non è più “rivoluzionario”, i suoi cambiamenti, la sua finanziarizzazione, la concentrazione della ricchezza l’hanno trasformato non più in un fattore (contradittorio) di progresso, ma piuttosto in un agente della discriminazione, della rottura di ogni vincolo sociale, della distruzione dello stesso territorio della specie.
All'interno della struttura sociale capitalistica lo sviluppo tecnologico non potrà che produrre disoccupazione, quindi miseria, e concentrazione della ricchezza. Sono ormai numerose le ricerche che indicano come l’avanzamento tecnologico, in tutti i settori compresi i servizi, e soprattutto lo sviluppo della robotica (per l’industria, i servizi e le famiglie) ridurrà drasticamente l'occupazione (negli Stati Uniti è stata calcolata una riduzione del 80% a fronte di un incremento derivato di solo il 5%). In sostanza l'ipotesi che lo sviluppo tecnologico tagliasse posti di lavoro da una parte ma ne creasse più numerosi da un'altra parte risulta non corrispondente al tipo di rivoluzione tecnologica in atto. Non si tratta di luddismo, ma piuttosto della presa d’atto che lo sviluppo tecnologico, dentro l’attuale regime sociale, non si combina con la crescita sociale (opera discriminazione, segmentazioni, divergenze, ecc.).
Il crescente sviluppo del settore di ricerca e della struttura economica/produttiva  legata al genoma, costituisce, insieme alla robotica e alla rete,  un settore trainante. Non si tratta solo di “soldi” (di molti soldi), ma di qualcosa che riguarda da una parte il diritto alle cure non legate alla propria condizione di reddito, e dall’altra a questioni etiche non marginali che hanno a che fare con la eredità della specie, con interventi su altre specie, ecc. Sviluppo tecnologico e “manipolazione” dei geni, aprono all’umanità prospettive di grandi miglioramenti, ma al contempo non bisogna chiudere gli occhi davanti ai possibili esiti negativi, drammatici e sconvolgenti che ne possono derivare se il potere di decidere la direzione di queste innovazioni e il loro scopo restano in mano a chi “razionalmente” vuole accumulare ricchezza.
Quello che  deve spaventare non è l'innovazione, non è la tecnologia, non sono le ricerche più avanzate e ardite ma il loro uso, il fine che si vuole raggiungere ( i “soldi” non sono un buono scopo, accecano).
Dallo sviluppo delle nuove tecnologie ci si deve attendere grandi miglioramenti per la vita di tutti. Ma non c’è garanzia, anzi è possibile avvenga il contrario, è il vincolo del rapporto sociale capitalistico che è necessario rimuovere, in forme più riflessive di quanto si sia fatto nel passato.
Se si guardasse con attenzione all’oggi non si potrebbe non vedere la crescita delle diseguaglianze economico-sociale (sia interne che internazionali). Non è casuale che nella crisi che ha attanagliato l'economia mondiale negli ultimi 10 anni, ad una riduzione generalizzata delle condizioni di vita della gran parte della popolazione corrisponde una crescita della ricchezza di pochi. Questo, si  osservi, vale per tutti i sistemi economici qualsiasi sia il regime politico di governo. Come è stato simbolicamente indicato si tratta dell’1% contro il 99% della popolazione, ma bisogna riflettere anche sul fatto che questa sperequazione non riguarda soltanto i “grandi finanzieri”, ma si riferisce anche ad una sorta di “mentalità” che tende a stravolgere la “concezione” del guadagno, i parametri con i quali misurarlo e i rapporti con gli altri (“approfittare” è il verbo più declinato dai singoli).  
L’individualismo e l’egoismo (alimentato anche dal bisogno e dalla paura di perdere il poco che si ha) incide profondamente sulle relazioni sociali e tende a frantumare ogni relazione che non sia di mera convenienza, di difesa corporativa, o che non abbia a sua base una identità fasulla.   
Ma come garantire che di tutto il progresso possibile possa godere l’umanità tutta e non solo una sua porzione (di ceti e popoli privilegiati)?  Come garantire che tutto il progresso possibile sia portatore di libertà, di giustizia sociale, di eguaglianza per tutta l’umanità e non invece di discriminazioni, di diseguaglianze e di oppressione? Domande che interrogano la “politica”, la politica di sinistra, che ha bisogno di interrogarsi sia sui suoi fini che sui suoi mezzi.
La sinistra (quella che qui interessa) ha perso molto (tutto?) il suo potere di attrazione, la sua lingua non pare più adeguata, il disegno di società futura, quella di cui piacerebbe sentire parlare, non emerge e non attrae quel 99%. Eppure quello che avviene nel mondo, pur nella sua contraddittorietà, appare interessante. Si nota un riemergere di consapevolezza. Gruppi, movimenti, partiti di “sinistra” si fanno evidenti.
Quando questi assumeranno che va infranto il rapporto sociale di tipo capitalistico, che una forma nuova di società sarà possibile costruire (senza prescrizioni che non siano di uguaglianza e libertà), allora le questioni del lavoro, della dignità di vita, della disponibilità dei beni, dei vincoli all’accumulazione personale, della parità, dell’accesso al sapere e alla cultura, ecc. potranno essere risolte. Affrontare ciascuno di questi aspetti, e altri ancora, senza affrontarne la matrice rischia di dare l’impressione di una soluzione sul punto specifico, che non solo risulterà temporanea e non risolutiva, ma la “soluzione” si scaricherà su altri aspetti.  
Il rapporto capitalistico che nella cultura dei nostri giorni viene considerato un “rapporto tecnico”, per sua natura originaria si costituisce come “rapporto sociale”. Pensare che qualche “regola” può aiutare il “rapporto tecnico” ad essere di vantaggio a tutti è una illusione; il “rapporto sociale” ha bisogno di una trasformazione (sociale), di una “rivoluzione” creatrice di nuova ricchezza, di nuova socialità, di uguaglianza, libertà e democrazia.

I vecchi non possono che sperare che i giovani, la massa di quel 99%, prendano in mano la trasformazione della società e portino verso l’età dell’oro, che continuerà ad essere una meta sempre da raggiungere.  

mercoledì 22 febbraio 2017

Lo scongiuro della scissione

di ida dominijanni

Pubblicato su Huffington Post il 19/2/2017
L’infinita soap-opera del Pd non ha dalla sua dei buoni sceneggiatori: né fra i protagonisti, né fra gli osservatori. A una classe politica che oscilla fra il non dare il meglio e il dare il peggio di sé fa riscontro un coro di cronisti e commentatori che oscillano a loro volta fra la foga di descriverla come un covo di vipere velenose e l’ansia di scongiurare una scissione che sarebbe al meglio incomprensibile, al peggio devastante. Il bilancio della parabola del Pd – dieci anni non ancora compiuti e vissuti molto pericolosamente – pencola infine fra quello di un partito mai nato, di una miscela mal riuscita e di un progetto mai decollato, a quello di un bene prezioso e irrinunciabile, dell’unico superstite del riformismo europeo, dell’ultima barriera della civiltà contro l’invasione dei barbari pentastellati o trumpisti.
Tutto questo non aiuta a capire se c’è, e qual è, la posta della partita che si sta giocando – malamente – nel Pd, ma anche fuori dal Pd: sono aperti altri cantieri, in primis quello del congresso di fondazione di Sinistra Italiana, e intanto non smobilitano le reti dei comitati nati a sostegno del No al referendum costituzionale. Si può continuare a guardare tutto questo come una commedia recitata da attori di second’ordine, con le batterie cariche di personalismi, ambizioni, rivincite e rancori incrociati. Oppure si può fare uno sforzo di generosità – ce ne vuole parecchia, lo so – e alzare, quantomeno, l’asticella delle aspettative e delle richieste, sperando che serva ad alzare anche quella delle risposte.
Lascerei perdere, intanto, gli scongiuri. Il fantasma delle scissioni perseguita la sinistra, e l’invocazione dell’unità la alimenta, da quando è nata. Già questa storica altalena dovrebbe dire qualcosa di un problema evidentemente malposto. Non sempre la convivenza forzata è sinonimo di unità, e non sempre le divisioni sono foriere di sciagura. Non sempre l’unità è garanzia di un’identità riconoscibile, e non sempre le differenze condannano alla frammentazione. Un’articolazione non settaria delle differenze è ciò che da sempre manca alla sinistra e alla forma-partito disciplinata e disciplinare da cui la sinistra, fra mille trasmutazioni che della forma-partito hanno buttato il bambino tenendosi l’acqua sporca, non è mai riuscita a emanciparsi davvero.
Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Stiamo all’oggi: è possibile guardare a quello che sta capitando non come un a un destino di disgregazione, ma come a un’occasione di ricomposizione? E’ possibile pensare che sia questa, e non la solita “resa dei conti” fra narcisi (uomini) in guerra fra loro la posta in gioco della situazione? E’ possibile guardare all’eventualità che il Pd si spezzi definitivamente come a un elemento di maggior chiarezza, e non maggior cupezza, del quadro?
Tutto dipende, naturalmente, dal giudizio che dell’avventura targata Pd si dà. Lo scongiuro della scissione muove evidentemente da un giudizio positivo, o meglio dalla convinzione che, ben realizzato o no, il progetto del Pd fosse, dieci anni fa, la risposta giusta al problema. Varrebbe la pena ricordare che dieci anni fa “il problema” era assai diverso da quello di oggi: in Italia c’era un bipolarismo che pareva definitivo; la crisi mondiale del debito si annunciava – non vista, al Lingotto - ma non aveva ancora messo in crisi il pensiero unico neoliberale; l’opera di sistematico smantellamento delle tradizioni politiche europee novecentesche, e segnatamente di archiviazione del bagaglio concettuale della sinistra, era al suo apice; l’America era ancora, per quelli che si volevano emancipare dal complesso di colpa per essere stati comunisti a loro insaputa, un mito progressista, e l’aggettivo “democratico” un passepartout per risolvere qualunque dilemma del presente e del futuro. Si innamorò di quel progetto chi voleva una sinistra light, liberata da qualunque istanza di critica anticapitalistica, completamente risolta nell’interiorizzazione del paradigma liberaldemocratico come unico orizzonte possibile.
Era un innamoramento malriposto. Ma non solo per la perenne incompiutezza che avrebbe da allora in poi caratterizzato “l’amalgama mal riuscito”, bensì per i suoi difetti genetici. Un difetto di identità, perché dalla somma di due tradizioni indebolite non nasceva una cultura politica riconoscibile. Un difetto di struttura e di radicamento, perché il partito dei gazebo e delle primarie portava in sé l’embrione del partito personale del leader. Un difetto di progetto, perché la bandiera dei diritti, separata dalla critica dei poteri, si sarebbe rivelata ben presto una strada aperta al loro smantellamento più che al loro allargamento. Un difetto perfino nel nome, perché già allora era chiaro – non c’era ancora Trump, ma Berlusconi sì – che l’aggettivo “democratico”, in un Occidente in cui la democrazia si sfigurava partorendo mostri, non era la soluzione ma il problema. Un difetto, infine, di presunzione, in quell’ostinata idea, tutt’ora perdurante, che il Pd fosse “il partito della nazione” (il termine risale ad allora) che rappresentava e incorporava i destini dell’Italia. Il difetto stava dunque nel progetto, non nella sua cattiva realizzazione. Il seguito della vicenda l’ha solo aggravato, fino all’esito, estremo ma coerente, della scalata di Matteo Renzi, con la iper-personalizzazione della leadership e la rottamazione di ogni residua cultura politica che l’hanno caratterizzata.
Ma nel frattempo, soprattutto, si è rovesciato il mondo, ed è collassato il sistema politico italiano. Le sorti della globalizzazione non sono più magnifiche e progressive. La crisi del capitalismo finanziario ha smontato da sola le ricette neoliberali, con o senza lo zuccherino delle “terze vie” blairiane. La destra ha cambiato natura e da liberista si è fatta protezionista. I nazionalismi risorgono sotto la bandiera illusoria del sovranismo. E i popoli spremuti dalla crisi e, in Europa, dall’austerity si danno voce come possono e con chi trovano, sui una sponda e sull’altra dell’Atlantico: e tanto peggio per chi ha aspettato Trump per accorgersene, liquidando quattro anni fa il M5S a fenomeno effimero e transeunte e pensando di riportare il tripolarismo in un bipolarismo forzato a colpi di leggi elettorali incostituzionali e di riforme costituzionali sonoramente bocciate.
In un mondo così, torna non il bisogno, ma la necessità di una sinistra. Detta o non detta, dichiarata o sussurrata, esplicita o implicita, la posta in gioco della scissione del Pd, e più in generale dei lavori in corso in questo così denso fine settimana, è questa. Lo sanno benissimo i sacerdoti dello scongiuro, che non tralasciano talk show per mostrarsi esterrefatti e scandalizzati del riapparire dello spettro che il Pd avrebbe dovuto seppellire per sempre. La domanda vera è quanto ne siano consapevoli invece i protagonisti dello scontro. I quali stavolta, dentro e fuori dal Pd, sono pregati di fare sul serio. Il compito è urgente ma tutt’altro che facile, e tutt’altro che light. Lo dico con le parole di Carlo Galli (www.ragionipolitiche. wordpress.com) : una sinistra di governo (e di “protezione” non securitaria della società ) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire”. Vietato bluffare, accontentarsi di un pur necessario cambio ai posti di comando, riproporre ricette usurate con l’aggiunta di un 3 o 4.0, diluire nel moderatismo la radicalità necessaria. Gli esami non finiscono mai, ma qualche volta sono ultimativi.



martedì 14 febbraio 2017

Un dissenso circa la questione urbanistica a partire da Roma


Diario 339
14/2/2017

Lo scandalo, per così dire, sulla discussione (finta?) circa  la realizzazione del nuovo stadio (e connessi) a Roma ha acceso numerose iniziative sia di "solidarietà" con l'assessore Paolo Berdini. sia più in generale di riflessione sullo stato delle cose in Italia.
I "buoni propositi" che sono sintetizzati nell'appello di alcuni urbanisti agli urbanisti non mi paiono completamente convincenti. Non me ne vogliano gli amici che si sono impegnati in questa impresa, amici che stimo e ai quali mi legano anni sia di battaglie politiche che di riflessioni sulle questioni urbane; cercherò di argomentare, anche se in breve.
Se la vicenda romana, recita l'appello, chiama in causa  
"l’intera comunità degli urbanisti, troppo spesso proni a legittimare questa deriva e a rovesciare il loro ruolo a facilitatori degli interessi immobiliari"  
mi sembrerebbe improprio un appello generale agli urbanisti, a quali? 
Nell'appello ancora si dice:
"L’abbandono di ogni prospettiva seriamente riformatrice in materia di governo del territorio da parte delle maggioranze elette che governano le nostre città e i nostri territori contribuisce a rendere ancora più esasperata la disuguaglianza tra chi riesce tuttora a privatizzare i benefici delle decisioni pubbliche e chi – il popolo delle periferie -, assiste impotente a trasformazioni che non modificano affatto le sue condizioni di indigenza, privazione e marginalità".
L'abbandono? ma da quando? Non possiamo immaginarci un passato consolatorio. Non nego che alcune amministrazioni locali e in qualche regione sono prevalse, anche per lungo tempo, "prospettive seriamente riformiste", ma bisogna guardare e tutto il paese?  nel sud,  a Milano, lungo le nostre coste, o ... che cosa è successo. L'urbanista è stata sconfitta, la forza di quello che un tempo chiamavamo il "blocco edilizio" è stata dirompente per vanificare un discorso nazionale di sana organizzazione delle città e del territorio.E' forvianti riferirsi a periodi d'oro del passato inesistenti. 
La chiusa dell'appello mi pare, come dire, poco incisiva
"Noi urbanisti denunciamo l’estromissione delle questioni dell’urbanistica e del governo del territorio dal nucleo centrale dei programmi politici delle maggioranze che governano le nostre città e i nostri territori,e ci impegniamo, nei nostri rispettivi ruoli, a mobilitarci affinché il miglioramento delle condizioni collettive di vita degli abitanti delle città e dei territori torni al centro delle politiche pubbliche".
Nei nostri rispettivi ruoli ci mobiliteremo? eppure ai miei amici è chiaro che si tratta di uno scontro politico (l'urbanistica quale scelta politica tecnicamente assistita), l'appello alla mobilitazione di "noi urbanisti" (chi? come?, quando?) mi pare un po' consolatoria. Noi urbanisti, dico noi "bravi" (sic!),bisogna riconoscerlo, abbiamo cincischiato con tematiche parziali (marginali?), avendo perso di vista le dinamiche che investivano i territori e le città,le modifiche della struttura capitalistica, le nuove realtà  urbane sia economiche che sociali, Ci siamo  mobilitati per battaglie singole (sacrosante) ma che nella loro parzialità non permettevano di osservare (e contrastare) i grandi processi in atto.  Il "locale" (come dimensione chiave), il consumo di suolo (come variabile esistenziale), lo smantellamento degli standard (anche per ragioni (sic!) "urbanistiche" oltre che economiche), il partenariato (come la soluzione di tutti i problemi, certo pericoloso ma necessario), ecc. 
Speriamo che l'appello smuova il torpore, ma fatto questo bisogna ragionare di politica.
Il caso di Roma è da orticaria. Paolo Berdini è stato spinto ad accettare l'incarico di assessore all'urbanistica del comune di Roma-Raggi, da un misto di ingenuità e presunzione. Una ingenuità frutto di una considerazione positiva (a diversi livelli di positività) del movimento 5*, tanto da spingere una parte della sinistra a votare per Virginia Raggi. Analisi politica zero; riflessione su motivazioni e fondamenti, zero, studio delle radici del movimento, zero, analisi dei possibili legami, zero. Ma a questa ingenuità si somma un po' di presunzione: uomo onesto, uomo di sinistra, uomo della legalità urbanistica, ora arrivo io e metto tutto a posto. Su questa strada l'anno spinto amici e estimatori, non sono casuali gli appelli perché l'assessore sia confermato, appelli a chi a Raggi? ai padrini della stessa?, come Di Maio, a Grillo? O si pensa che l'URBANISTICA possa essere una branca autonoma della politica di un'Amministrazione?
Paolo Berdini, che non nego abbia potuto fare delle cose buone (Roma era in tale stato che sarebbe stato difficile non fare bene), ha un pessimo giudizio delle capacità amministrative del  Sindaco, si sente un "estraneo" rispetto alla maggioranza, ma non si capisce perché è ancora in quel posto.
Mi sembra difficile un movimento di protesta contro la grande speculazione dello stadio in appoggio all'assessore della giunta che, sostanzialmente, lo stadio lo vuole.
Mi sembra uno dei tanti pasticci della sinistra (di quella radicale).  


giovedì 29 dicembre 2016

Lavoro e diseguaglianze

Diario n. 328
27 dicembre 2016



Non vi è dubbio che i problemi più gravi dell’attuale fase (non transitoria) siano il lavoro e le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Collegati a questi due, come in una catena, troviamo la crisi fiscale dello stato (a tutti i livelli), la riduzione dei servizi sociali, la mancanza di abitazioni a basso prezzo (a cui corrisponde una grande quantità di abitazioni vuote e di invenduto), la cattiva situazione delle infrastrutture, la mini criminalità (mentre gode ottima salute quella organizzata), la crisi del sistema sanitario, la sicurezza, ecc. Una catena che può essere allungata come si vuole ma che si sviluppa a partire da quei due anelli. Di questi due problemi un qualsiasi governo si dovrebbe occupare, ma ne prima né ora le questioni sono all’ordine del giorno con il dovuto impegno e con le necessarie nuove idee.

Lavoro      
I provvedimenti già attivi non solo non sono stati risolutivi, ma hanno, in un certo senso aggravato la situazione. Gli strumenti attivati non hanno inciso significativamente sulla disoccupazione e hanno reso precario e vergognosamente super sfruttato chi il lavoro, anche se marginale, a tempo, incerto in qualche modo lo ha. I vaucher producono racconti  agghiaccianti: 7,5 euro all’ora per qualsiasi tipo di lavoro (dal servizio di sicurezza, al servizio bar, passando per il call center , ecc., parcellizzato e spezzettato  in modo tale che pochi riescono ad avere garanzia, sia fa per dire, di un reddito mensile. Non solo pagati con ritardo, ma spesso i voucher sono utilizzati come “tessera” per un lavoro nero più sfruttato, mentre l’ultima frontiera è quella della loro utilizzazione per pagare chi sostituisce (sic!) i lavoratori in sciopero.
La filosofia “meglio di niente” sta ancora di più imbarbarendo la nostra società e il mercato del lavoro: ogni dignità di se stessi sembra vanificata dalla ricerca di una elemosina-lavorativa.
La bellezza del paese, la sua cultura, la sua storia, che poi tradotto in soldoni significa turismo non solo sarebbe assurdo che portasse ad una società fatta di camerieri, guidi turistiche e commesse, ma neanche si costruisce con progetti adeguati, mentre quei specifici settori, insieme all’edilizia sono quelli del massimo sfruttamento e dell’uso (non chiamiamolo abuso) dei voucher.
Non c’è una soluzione facile, si tratta di modificare quanto, dove, come e quando ciascuno debba lavorare; come assicurare comunque un reddito ad ogni famiglia; come riconoscere differenze di ruoli e di remunerazione che non potranno che essere da limitate.
Non solo i camerieri, non solo le signorine gentili che assillano dai call center, non solo le rare, ovviamente, start up, ecc. si tratta di un progetto di società che rifiuta lo stato attuale e che prospetta una diversa organizzazione sociale fondata sulla dignità.

Diseguaglianze  
Le maglie della società, i suoi nodi e i suoi incroci sembravano offrire a ciascuno, secondo volontà e capacità, di trovare una propria collocazione che non fosse esclusivamente determinata dalla nascita. Si trattava di una mitologia, di una retorica, ma in parte costituiva anche una realtà, ma soprattutto imprimeva le stigmate della “capacità” (anche nel nostro paese dove vige e si fa sempre forte il familismo, la pratica della raccomandazione, ecc.). Una società felice, certo che no, una società segnata da differenze, ma anche da lotte per attenuarle. Nessuno si arrendeva, il vivere individuale era anche collettivo, l’ “insieme agli altri” era una filosofia di vita.
Ma oggi tutto sembra cambiato. L’individualismo estremo ha introdotto una nuova filosofia: da solo e per me stesso. Ma questa modalità di agire germina l’approfittatore. Non è il saper fare, non è l’essere parte di una massa in cammino, ma soltanto ed esclusivamente il saper sfruttare l’occasione. Questa è la matrice generativa della corruzione (insaziabile e  diffusiva), dell’evasione, del piccolo trucco.
Questa situazione ha moltiplicato le diseguaglianze. Non si tratta di quella macroscopica tra l’1% e  il 99% della popolazione), che sarebbero da colpire, ma si sono moltiplicate le diseguaglianze anche all’interno del 99%: corruzione, evasione, trucchi, ecc., tutti governati dal verbo approfittare, costituiscono il nuovo magma sociale. E che si tratti di un magma male odorante.
Facile accusarmi di fare di tutta un’erba un fascio, so che non tutti sono come descritti. Ma so di una società in sofferenza e  malata dove il tono complessivo è dato dalla malattia, e chi non è partecipe di questo povero e indegno banchetto è come tramortito.

Politica
È chiaro che diseguaglianze e lavoro  (sua mancanza, sua condizione, ecc.) si sostengono a vicenda: la società “civile” che ne emerge è malata, non si tratta di mele marcie, come spesso si sente dire, ma di una condizione generale. Spesso quella che ci appare non è più una società ma una massa di individui agglomerati, dove al massimo vige il piccolo clan.
Questi mi sembrerebbero gli argomenti della politica, non necessariamente in questa versione. Ma questo governo, approssimativo come il precedente, usa la lingua dell’ottimismo, o dice parole indecorose in bocca ad un ministro.

Lunga o breve che sia la sua vita, il futuro non promette bene. Anche se, e ripeto se, non sia impossibile che il popolo tramortito non si svegli, ma anche in questo caso, anzi soprattutto in questo caso, c’è necessità di politica, di una idea di futuro, si una idea di società.