sabato 3 novembre 2018

Lo scandalo urbanistico


Recensione a Ivan BLECIC (a cura di), Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo: Sguardi e orizzonti sulla proposta di riforma di Fiorentino Sullo, Franco Angeli, 2017, pp. 201, 26,50 euro.
 Da Città bene comune la casa della cultura Milano, 2018

Gli  urbanisti, i migliori, insegnano che ogni variazione di destinazione d’uso del suolo crea valore (la  rendita attraverso i piani). Un valore determinato per singole aree, per quelle aree destinate a modificare la loro destinazione d‘uso, e non per le altre aree. Caio si avvantaggia mentre Tizio,  limitrofo, no. Si crea quella che può essere chiamata “scarsità”, anche in relazione al fatto che non tutto il territorio può  trasformarsi in urbanizzato e per il fatto che si vuole “risparmiare terra”, una scarsità che alza la rendita e che crea, si dice differenze tra i cittadini. In questo caso si assume che la proprietà della terra (dell’area, più correttamente) ha in se stesso il diritto alla trasformazione. Un principio questo che non può essere accolto neanche in una situazione di sfrenato liberismo.
 Ma perché la rendita prevista si realizzi saranno necessari investimenti infrastrutturali e in servizi; investimenti che saranno realizzati dalla mano pubblica. Caio  si avvantaggia, cioè gode della rendita, in ragione del fatto di essere proprietario di un area che subisce una variazione di valore per  un atto amministrativo (un piano, per esempio) e per effetto degli  investimenti pubblici che graveranno sull’area. Lucra senza colpo ferire (da qui la definizione da parte di qualche settore politico della  rendita come “furto”).
L’operatore pubblico può evitare questo vantaggio di Caio, in relazione a tutti gli altri proprietari, eliminando fiscalmente questo vantaggio.  La leva fiscale sana la diseguaglianza tra i diversi proprietari, nessuno trae vantaggio per il solo fatto che una determinata porzione di territorio cambia destinazione d’uso.
Ammettiamo pure che sia facile e che esista la volontà politica di colpire la rendita nel momento della sua formazione, questo non risolve il problema generale della rendita perché la rendita è strettamente legata alla dinamica della città e agli investimenti pubblici e privati. Se in un quartiere si costruisce una metropolitana le abitazione del quartiere aumentano di prezzo (la rendita sale), mentre se si realizza un cimitero o un inceneritore è molto probabile che i prezzi delle abitazione diminuiscano (la rendita scende). La rendita, in sostanza,  ha una  sua vita che non è difficile immaginare (dipende da fattori localizzativi, dalla presenza e qualità delle infrastrutture e dei servizi, dell’esistenza o meno di beni posizionali, ecc.).
Si potrebbe immaginare di seguire tutte queste “strade” della redita e colpirla quando si realizza, ma il proprietario di una casa può non vedere la sua casa che nello stesso tempo aumenta di valore (la sua rendita e reale ma non realizzata),o  ancora può usare il suo valore patrimoniale cresciuto per iniziative finanziarie, ecc. 
Ma l’interesse dell’urbanistica per la rendita non è né di natura economica, né di natura fiscale, ma interessa per gli effetti che essa produce a livello dell’organizzazione della città.
L’urbanistica e la pianificazione hanno a loro “oggetto” la città, o come  preferisco “il governo delle trasformazioni urbane”,  a questo scopo usano il “ piano”  e  tanti altri strumenti, che possiamo accorpare nella famiglia delle politiche. Le politiche si individuano secondo le condizioni di tempo e di luogo, secondo le esigenze poste dalla società, ecc. se in un luogo e in un tempo insorge un problema abitativo per determinate fasce sociali, si possono attivare numerosi strumenti per risolvere il problema ( che si faccia o che si faccia poco è altra questione) ma non è il mercato che può risolverlo. Si ricordi, per esempio, che sulla questione del costo della casa, esisteva una volta l’equo canone , una legge che in qualche modo  misurava e controllava la dinamica dei prezzi degli affitti, si trattava di un calmiere, questo strumento  è stato eliminato sulla presunzione che sarebbe stato il mercato lo strumento adeguato per una gestione calmieratrice del costo della casa. Una presunzione del ruolo del mercato che non pare realistica; eliminato l’equo canone i fitti sono aumentati tutti, in ogni luogo e in ogni condizione.
Governare le trasformazioni significa occuparsi delle, se necessarie, espansioni, dei problemi abitativi, dei trasporti, della salute, del verde, della cultura, dell’estetica , del l’igiene, ecc. una serie enorme di attività in parte private, in parte pubbliche, in parte miste, ma che nell’insieme  hanno bisogno di regole (non fisse per l’eterno) dettate dalla mano pubblica ai quali, se necessario, si provvede con  specifiche “ politiche” tutte finalizzate al miglioramento della vita dei cittadini e alla costruzione di una città, per quanto possibile, equa.
La rendita  liberata da ogni controllo non produce una città equa, solidale e sostenibile, come in sintesi si dice, ma piuttosto una città densa di squilibri, il mercato oltre la favola della libertà è di fatto strumento di discriminazione che mette, nel caso specifico della città, “ciascuno al suo posto”.
Non  è casuale che in molti paesi si sono sviluppati strumenti per eliminare o drasticamente ridurre gli effetti della rendita nell’organizzazione della città. Il nostro paese, come è noto, si distingue per molte discussioni, per cervellotiche invenzioni, ma di fatto senza scalfire la rendita. Un concreto tentativo, il primo e   l’ultimo si potrebbe dire,  risale all’esperienza del ministro Fiorentino Sullo, al quale Ivan Blecic ha dedicato un volume che raccogli le principali relazioni presentati ad un convegno del  DADU, dipartimento di Alghero dell’Università di Sassari.
 Forse per i più giovani vale la pena di iniziare a dire chi è stato Fiorentino Sullo, qual era la sua proposta urbanistica e quale conseguenza quella proposta ha avuto sulla vita stessa del minisro.
Membro influente della DC, militante della sinistra democristiana, è stato più volte sottosegretario e ministro. Lo scandalo al quale si riferisce il testo di Blecic è relativo al tentativo di Sullo, quando era ministro dei Lavori pubblici ( 1962-63) di varare una riforma urbanistica avanzata che cercava di eliminare la rendita. “La proposta Sullo affronta tutti gli aspetti della disciplina urbanistica, dai compiti delle regioni, allora non ancora istituiti, ai comprensori (livello di pianificazione intermedio tra  regioni e comuni). Ma,  com’è noto, la proposta è passata alla storia solo per quanto riguarda il nuovo regime fondiario, basato sull’esproprio preventivo e generalizzato delle aree edificabili. (corsivo nel testo). L’indennità di esproprio era riferita al valore agricolo, congruamente incrementato per i suoli con destinazione urbana o già edificati. I comuni acquisiti le aree, dovevano provvedere alla loro urbanizzazione primaria e poi cederle ai costruttori , a mezzo di asta pubblica, in “diritto di superficie” (il che significava che restavano sempre di proprietà comunale) (V. De Lucia, pag. 29).
Contro questa riforma si scatena l’opposizione della proprietà fondiaria, e Fiorentino Sullo legge sul quotidiano del suo Partito, un editoriale del segretario della DC che disconosce il provvedimento. A Sullo non resta che dimettersi e fronteggiare una campagna diffamatoria anche sulla sua vita privata. Avrà diverse vicissitudini politiche e dopo alterne vicende rientrerà nella Dc ma il suo ruolo non sarà più quello di un rilevante dirigente del partito ma quello di un peones, usando  un termine oggi in voga. Questo squarcio di vita di Sullo è interessante per  capire il “potere” della rendita, e dei suoi alleati, quello che sarà chiamato da Valentino Parlato il  “Blocco edilizio”; ma la vicenda mette in luce la mancanza di scrupoli e di moralità di certi settori sociali quando si mette in discussione il loro potere.
 Va detto che il provvedimento elaborato da Sullo, sul tema specifico della rendita, appariva solo in parte nuovo per il nostro paese, esso infatti era previsto in determinati casi,  ma , in generale, era prassi comune in altri paesi dell’Europa. Non era il “comunismo” che Sullo voleva contrabbandare con il suo provvedimento ma piuttosto un’azione riformatrice che avrebbe avuto effetti importantissimi per il nostro paese.
Blecic, nell’introduzione al libro cerca di rispondere a quale sarebbe stato l’effetto della proposta Sullo,  se approvata,  sulla vita del nostro paese. “Una risposta precisa a questa domanda è pressoché impossibile, non perché riguarda un periodo lungo più di cinquant’anni, non perché richiederebbe la raccolta di una gran mole di dati di livello altamente disaggregato, ma soprattutto perché è plausibile supporre che l’introduzione della riforma avrebbe avuto un profondo impatto strutturale sulla traiettoria economica dell’Italia, sull’allocazione degli investimenti e dei consumi, sulle scelte di politiche di allestimento del sistema fiscale, ed infine sull’organizzazione e governo della città e del territorio” (pag. 9).
Insomma il paese, da diversi punti di vista paga il fio di quella mancata riforma: colpire la rendita significava dare base diverse alla dinamica del paese e alla sua struttura economica e sociale, non solo permettere al meglio il governo delle città e del territorio.
Blecic ha provato anche a calcolare il valore della rendita nel periodo 1961-2011, solo per le costruzioni residenziali, quindi escludendo le costruzioni commerciali, industriali, turistiche ecc., giunge ad una doppia valutazione, secondo due ipotesi di incidenza del valore del terreno sull’edificato:  una stima che va da 800 a 1.000 miliardi di euro.  Il calcolo può essere migliorato, integrato, corretto, ecc. ma quello che interessa non è tanto la cifra precisa al centesimo quanto l’ordine di grandezza. Spaventoso.
Può sembrare incredibile ma l’approvazione di quella riforma avrebbe fondato su basi completamente nuove lo sviluppo del paese: non solo il dissesto idrogeologico, ma anche la corruzione, le “mani sulla città” anche della criminalità organizzata, la bassa qualità dei nostri insediamenti, e lo stesso sviluppo industriale avrebbe forse preso un altro indirizzo. Non si tratta di un paradosso ma degli effetti a cascata che avrebbe generato la riforma. Certo le forze della conservazione e del potere economico avrebbero usato altri strumenti, si sarebbero inventati nuovi meccanismo, ma almeno le loro unghia sarebbero state spuntate.
Molti sono gli studiosi che Blecic ha raccolto attorno al tavolo dove era distesa la riforma Sullo.
Vezio De Lucia già citato colloca il tentativo di Sullo nella dialettica politica di quella fase storica, siamo agli albori del centro sinistra e fa specie che proprio in questa stagione la riforma Sullo viene maciullata. (Giorgio Ruffolo, attore principale di quella stagione, riflette sul fatto che il tentativo di Sullo risultava sopradimensionato rispetto alla società italiana, citato da Ernesti p. 55. Ma allora quale è il senso del centro-sinistra? Quello di non disturbare il pranzo dei potenti?
Giulio Ernesti ricostruisce il clima politico e culturale del dibattito attraverso il materiale (saggi, discorsi, ecc.) messo insieme dallo tesso Sullo in un volume del 1964 Lo Scandalo Urbanistico, con gli articoli apparsi direttamente nelle pubblicazioni della controparte (Il Giornale dei Costruttori e Il corriere dei costruttori).
Dal confronto emerge una qualche disponibilità da parte dei costruttori di accettare la strumentazione urbanistica, ma un assoluta contrarietà alla modifica del regime fondiario. Essi accusano Sulla di voler introdurre nel paese un regime collettivistico, mentre è chiara in loro che una pianificazione urbanistica privata dalla modifica del regime fondiario lascia a loro campo libero di speculare. Del resto le vicende urbanistiche della seconda metà del secolo scorso, con le speculazioni, la distruzione del territorio, la manomissione delle città, ecc.  nel nostro paese rende onore alla “lungimiranza”  della posizione dei costruttori (agevolati dalla sostanziale inerzia della politica).
Gli interventi di Dino Borri, Sergio  Brenna, Marco Cerasoli, Franco Farinelli, Paolo Carrozza, Paolo Pileri, Emanuele Boscolo, approfondiscono diversi aspetti della riforma Sullo e la collocano nel contesto storico e nella dinamica del nostro paese.
     L’intervento di Armando Cecchini mette a confronto due testi all’incirca coevi della riforma Sullo: si tratta di un articolo di Valentino Parlato (Il blocco edilizio, apparso sulla rista Il Manifesto) e della lettera pastorale di Giovanni Franzoni (La terra è di Dio).Cecchini mette a confronto il contenuto di questi due testi, di ispirazione molto diversi, per porre la questione dell’abitazione, affitto, proprietà, accessibilità, ecc. E sulla necessità di una politica abitativa che trova un suo limite sulla questione della rendita. Per questa strada il ragionamento di Cecchini si collega alla riforma Sullo.
Nella sua densa postfazione Luciano Vettoretto, tra le altre osservazione mette in luce come si sia posta la questione della formazione dellurbanista come figura professionale diversa dall’architett
Il volume curato da Blecic è rilevante non solo per la ricostruzione di una vicenda molta 
Importante della storia del nostro paese, ma anche perché mette in evidenza come la questione  della rendita non sia stata e non lo è ancora marginale sulla questione urbana, sulla dinamica delle città grandi e medie; e come sia emblematica del fallimento del riformismo italiano. Ma ancora di più, come è stato messo in luce in alcuni interventi, come la rendita i suoi risvolti, le sue vicende, ecc. sono state e lo sono ancora, come ci raccontano le cronache di molte città, uno degli elementi principale di speculazione e di corruzione.



Redistribuzione della ricchezza


Il Manifesto 2/11/2018
Francesco Indovina
Un tarlo sta allegramente banchettando con le gambe di legno del sistema capitalistico occidentale, si tratta dell’iniqua  distribuzione della ricchezza: a pochi molto e sempre più, a molti poco e sempre meno. Questa situazione sconquassa il sistema sociale, le aspettative dei singoli, le prospettive di futuro e, per quanto il capitalismo si sia acconciato a fare denaro con denaro (D-D*), piuttosto che attraverso la produzione di merci (D-M-D*), finisce per erodere la consistenza sociale del capitale e ne riduce il fascino.
La bibliografia in proposito è molto estesa, sia quella partigiana che quella critica, e guarda con sospetto o preoccupazione questa situazione e immagina lo sfaldamento delle opportunità. Quello che appare indispensabile (sia ai riformisti che ai radicali) è un meccanismo che possa redistribuire la ricchezza. Chi sostiene che solo lo sviluppo economico può operare questa redistribuzione, non riflette che l’attuale squilibrata distribuzione della ricchezza è figlia dell’attuale modello di sviluppo e che essa, inoltre, costituisce un vincolo allo sviluppo..
Ci sono altri vincoli e ostacoli alla costruzione di una società caratterizzata da giustizia sociale,  ma quello della distribuzione della ricchezza sembra uno dei principali.
Alcuni  ironizzano sullo Stato “Robin Hood”, senza riflettere che non di questo si tratta ma piuttosto di un principio di equità sociale. Le linee che in generale tendono a prevalere sono due: quella che affida allo sviluppo economico  una catartica minore sperequazione distributiva; e quella che punta ad alleviare le condizioni di chi meno ha (senza cioè incidere sullo squilibrio strutturale.  Nessuna ipotesi, le vedremo in concreto per quanto riguarda la situazione italiana, si pone il problema dei modi di come intervenire in questo squilibrio (sociale ed economico).
Si può essere d’accordo sul fatto che il “lavoro” sia qualcosa di più che la semplice opportunità per ottenere un reddito,  esso è anche soddisfazione, identificazione, occasione di socializzazione, esperienza tecnica e sociale, opportunità di costruire relazioni sociali e politiche, e altro ancora. D’accordo! ma non possiamo continuare a dire che il mondo del lavoro e il lavorare sono cambiati e continuare a proporre ricette non più adeguate. In realtà, un vero programma di cambiamento, come si dice oggi, imporrebbe la predisposizione di strumenti non solo per la redistribuire la ricchezza prodotta e accumulata, ma anche la  redistribuito del lavoro, del tempo di lavoro, modifiche profonde alla vita lavorativa, al tipo di lavoro, ecc. ma di questa necessità la politica non si cura con la conseguenza che queste trasformazioni si imporranno con costi sociali e umani enormi.
I governi di centro sinistra della redistribuzione della ricchezza non si sono occupati, se non nella tradizionale affermazione della lotta all’evasione fiscale. La ricchezza accumulata non poteva toccarsi onde evitare che questa fuggisse  dall’Italia. Si è provveduto, malamente, ai più bisognosi con gli 80 euro e con il “reddito di reinserimento” (vuoi mettere l’impatto comunicativo rispetto al “reddito di cittadinanza”?). Questi provvedimenti, per altro modesti, sono stati realizzati a debito non potendo intaccare la distribuzione della ricchezza.
Il governo di destra (Lega + 5*) ha adottato la stessa linea in modo più radicale e aggressiva sul piano della comunicazione (mi riferisco al tema della redistribuzione; ma un riflessione simile si può fare per tutti gli altri temi). Lo slogan del cambiamento è quanto mai falso: identica filosofia e logica sociale ma più ricca articolazione:
- la ricchezza accumulata non si tocca, da questo punto di vista la riforma del sistema fiscale con la flat-tax, è una dichiarazione esplicita di questa fondamentale opzione. Si butta a mare ogni progressività fiscale, tra l’altro prevista dalla Costituzione (art.53).
- creare un clima di accanimento e di odio contro specifici settori sociali e questi colpire dando il senso di un “far giustizia”. Tipico è il caso delle pensioni d’oro, talvolta  una stortura da correggere, o gli stipendi della casta. 
- far mostra di colpire gli evasori, mentre si predispongono concreti e ampi condoni per rendere più facile la vita di chi ha accumulato richezza

I punti di forza, nell’ambito che qui interessa, sono la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Due provvedimenti allo stato dei fatti  necessari e mi azzardo a dire di un riformismo di sinistra ma per come realizzate di destra. Questi provvedimenti, infatti,  non sono realizzati mettendo in moto un redistribuzione della ricchezza, ma sono realizzati a debito, fanno cioè aumentare il debito pubblico, cioè, per dirla in chiaro essi non gravano sui detentori della ricchezza accumulata, ma graveranno sulle generazioni future. Che poi i meccanismi e le regole della UE faranno si che questo debito aumenti anche perché i “mercati” (composti nel caso specifico anche da quelli sui quali non si è voluto intervenire) non si fidano della solidità del paese, dipende anche dall’incapacità di questo governo.

Il più giovane vicepresidente ha dichiarato di aver sconfitta la povertà (in realtà è stato più drastico, ma lasciamo stare) può dirlo perché ignora da dove nasce la povertà e non sa il funzionamento del nostro sistema economico-sociale, ma non perché non ha studiato ma perché è disinteressato alla realtà, gli interessa l’immagine di sé e delle cose che propone.

domenica 16 settembre 2018

NON TUTTE LE COLPE SONO DELL’URBANISTICA


NON TUTTE LE COLPE SONO DELL’URBANISTICA
Sul libro di Agostini-Scandurra e sul commento di Consonni
Francesco Indovina

(in Città bene comune, La casa della cultura Milano, 2018)


Questa mia nota si riferisce sia al libro di Ilaria Agostini e Enzo Scandurra – Miserie e splendori dell’urbanistica (DeriveApprodi, 2018) –, sia alla recensione dello stesso libro di Giancarlo Consonni apparsa in questa rubrica – In Italia c’è una questione urbanistica? (15 giugno 2018) –. I due testi dicono cose interessanti, forniscono riflessioni acute  ma, secondo me, non colpiscono il bersaglio. In ambedue l’Urbanistica è assunta come responsabile di ogni decisione che coinvolge la città (il suo sviluppo, la sua organizzazione, le sue dinamiche, la sua capacità di rispondere alle necessità di chi l’abita, ecc.). Non voglio dire che gli autori disconoscono il ruolo della politica nei processi di trasformazione della città – tutt’altro: essi ne sono perfettamente consapevoli – ma poi gli strali più potenti e convinti sono indirizzati verso l’Urbanistica, disciplina  che – secondo gli autori – avrebbe tradito i suoi compiti, la sua gloriosa tradizione, il suo ruolo. Ora, non si tratta di difendere l’Urbanistica, ne tantomeno gli urbanisti,  ma vorrei cercare qui di mettere a punto un ragionamento in cui tutti i pezzi siano ben sistemati sulla scacchiera.
Intanto, credo si possa convenire sul fatto che la città sia uno dei terreni principali nel quale si manifestano i conflitti sociali (e i nostri autori ne sono convinti come me): è infatti qui che le diverse componenti della società tendono ad affermare i loro interessi (e non soltanto in termini di “occupazione” dello spazio) senza, tuttavia, riuscire quasi mai a piegare l’intera organizzazione urbana a un solo di questi (non so se questa interpretazione sia condivisa dai tre autori che ho citato). La città, infatti, non è omologabile a un solo interesse o agli interessi di un solo gruppo sociale: nella città convivono e convivranno sempre gruppi sociali antagonisti: con proprie necessità, proprie speranze, proprie strategie. Ogni interesse che cerca di imporsi troverà sempre ostacoli, oppositori. Si sbaglia analisi e proposta politica ogni qualvolta si interpreta la città come totalmente asservita a un solo interesse. Ci sono fasi in cui prevalgono alcuni, ma difficilmente uno solo di questi può imporsi totalmente. Mi sento quindi di affermare che il livello della qualità sociale di una città dipende dal conflitto che in essa si manifesta e, al tempo stesso, della ricomposizione di tale conflitto che si realizza tra i contendenti. Stando così le cose, la qualità sociale di una città non può essere attribuita a una specifica qualità dell’urbanistica che in essa si esercita ma, piuttosto, alla forza e modalità del conflitto in essere in quel luogo e in quel tempo, e come questo conflitto è governato dalla politica con l’ausilio dell’urbanistica.
La città è un oggetto in continua trasformazione: non solo conflitti economici e sociali, ma anche modificazioni culturali, tecnologiche, negli stili di vita, nella tipologia dei consumi, ecc. determinano un dinamismo che investe sia la morfologia che la “condizione urbana”. Di tali modifiche, non c’è dubbio, la scelta urbanistica deve tener conto con un atteggiamento di cautela, senza necessariamente fare riferimento a un “modello di città” ideale ma, piuttosto, facendo i conti con le condizioni esistenti e le trasformazioni in atto.  Si potrebbe affermare che l’Urbanistica possa (debba) essere considerata lo strumento per il governo delle trasformazioni. Ma in che cosa consiste la scelta urbanistica? In molte occasioni, mi sono speso per affermare che ogni scelta urbanistica debba essere considerata scelta politica tecnicamente assistita. Scelta politica perchè l’intervento urbanistico, giusto o sbagliato che sia, modifica di fatto la condizione di uso della città, il che vuol dire che i cittadini di quella città e in generale chi usa la città si troveranno in una condizione diversa. Vien dunque spontaneo chiedersi chi è legittimato a decidere di queste modificazioni ed eventualmente a contrastare o a dare un indirizzo diverso alle tendenze in atto?
Secondo la struttura democratica del luogo e del tempo in cui viviamo è sicuramente la politica che possiede questa prerogativa; nella nostra situazione è l’amministrazione pubblica (comunale e regionale) che possiede questo potere legittimato da procedure, affidato a norme e valutato politicamente. La partecipazione della popolazione è sempre desiderabile, e questa può esprimersi secondo meccanismi istituzionali o attraverso iniziative  autonome, ma le istanze che emergeranno andranno interpretate sia sul piano politico che su quello tecnico: non saranno mai decisionali e cogenti se non per quanto previsto istituzionalmente. La legittimità dell’amministrazione pubblica a decidere dei destini della città e del territorio è caratterizzata da un aspetto formale (ma non privo di sostanza) che individua nella delega all’amministrazione stessa (democraticamente eletta) il “governo” (pro tempore) della città e delle sue trasformazioni e da un aspetto sostanziale che riconosce all’amministrazione la consapevolezza dei bisogni dell’intera città, della comunità che in essa è insediata, e non di sue singole parti o gruppi sociali (prerogativa, questa, non sempre manifesta e garantita).
Vorrei chiarire che la legittimazione della politica non riguarda le scelte specifiche e puntuali di organizzazione urbana quanto, piuttosto, gli indirizzi di evoluzione della città, la qualità dei servizi, la relazione da costruire tra bisogni della popolazione e servizi pubblici offerti. Cioè la definizione di un quadro di riferimento sull’evoluzione dell’organismo urbano e sugli indirizzi di questa evoluzione. Non dovrebbe trattarsi di un potere decisionale sulle specifiche realizzazioni quanto, piuttosto, di un indirizzo denso di contenuti sulla dinamica futura di quella specifica città. Non è un caso che tali indirizzi trovino in molte legislazioni regionali una loro espressione formale nel “documento preliminare” che impegna l’amministrazione pubblica su una linea di politica di sviluppo.
Il “tecnicamente assistito” di cui dicevo prima fa, ovviamente, riferimento all’Urbanistica, alle sue pratiche progettuali operative, ma non si tratta di un’attività di routine o semplicemente tecnica (tipo larghezza delle nuove strade, distanze tra gli edifici, ecc.). Piuttosto, questa va considerata come un’attività politico-culturale che chiama in campo l’intelligenza creativa, la capacità di lettura della città e della sua realtà sociale, che si esprime anche attraverso la domanda della collettività per una città diversa e che, attraverso la traduzione degli indirizzi politici generali in progetti di trasformazione, migliora la qualità della vita della popolazione insediata. Non siamo, quindi, di fronte a un’attività neutra, ma ad una che nell’ambito specifico delle proprie competenze pone problemi di scelta e di alternative. Si tratta infatti di tradurre in “opere di trasformazione” quanto contenuto negli indirizzi politici espressi dalla pubblica amministrazione e sulla base di quanto, spesso, sta già avvenendo nella città (del resto, secondo i casi, l’urbanista può essere  coinvolto anche nella definizione di detti indirizzi politici). Voglio dire che esiste una responsabilità politica dell’urbanista, ma che tale responsabilità può esercitarsi solo in presenza di una determinata scelta politica dell’amministrazione.
L’Urbanistica in sé e per sé non ha nessuna legittimità nel definire e attuare le trasformazioni della città che graveranno sulla popolazione che in quella città vive. Non si tratta di difendere gli urbanisti o l’Urbanistica, ma soltanto di mettere in evidenza ruoli e responsabilità. Non si può negare che in certe fasi storiche l’urbanista si è sentito investito di poteri che invadevano anche la sfera delle decisioni politiche, ma si è trattato di una fase nella quale lo spirito riformista dell’Urbanistica ha incontrato una posizione progressista della politica (i casi sono noti e riportati anche nei testi esaminati). Tuttavia, anche in quella felice occasione la mancata distinzione di ruoli e poteri ha spesso portato a conflitti, tra l’amministrazione e il “progettista”,  a continue discussioni e revisioni del piano (fino a fare apparire l’Urbanistica un’attività senza presa sul tempo e la realtà) che, spesso, hanno finito per vanificare o almeno depotenziare ogni ipotesi pianificatoria. Per non parlare dei piani rifiutati in toto (i casi sono molti e noti). Con questo ragionamento sul ruolo “tecnico” non intendo sostenere che ogni urbanista sia costretto a fornire il suo specifico sapere a qualsiasi decisione politica. Sarà scelta individuale del professionista accettare o meno incarichi che contrastino con il proprio sistema di valori (politici, ideali, sociali e culturali). Non va dimenticato, infatti, – anche in questo gli esempi che potremmo portare sarebbero numerosi – che l’urbanista è anche un intellettuale che combatte le sue battaglie su diversi piani e con molteplici strumenti.  Così come non può essere dimenticato che, d’altro canto, alcuni urbanisti, in buona fede o per opportunismo, hanno finito per legare il loro sapere agli interessi più biechi presenti nella società. Da questo punto di vista i nostri autori hanno ragione da vendere, ma sbagliano bersaglio quando investono con la loro critica l’Urbanistica nel suo insieme come disciplina, piuttosto che certi modi di praticare la professione.
Se guardiamo al panorama complessivo del nostro Paese e delle nostre città, non possiamo affermare di essere di fronte al “fallimento” dell’Urbanistica ma, piuttosto, alla “sconfitta” della disciplina. Il che fa una notevole differenza. L’Urbanistica quale attività di continuo riordino della città, di riduzione delle sperequazioni spaziali, quale “norma” che elimina l’arbitrio dei singoli nella trasformazione della città, ha molti nemici che solo una politica progressista tecnicamente assistita può sconfiggere o, almeno, contenere. Caricare sulle spalle dell’Urbanistica tutto quello che non ci soddisfa dell’organizzazione urbana non porta lontano, così come non cogliere le trasformazione negli stili di vita della popolazione può portare ad attribuire alla disciplina responsabilità che travalicano il suo specifico ambito di azione. Un solo esempio: esaltare condizioni di vita come quelle dei Sassi di Matera nel secondo dopoguerra – cosa che non mi sento di condividere nonostante il carattere comunitario che le caratterizzavano in quel particolare contesto fisico e sociale – accusando di grave errore urbanistico il tentativo, peraltro non completamente riuscito, di fornire a quella comunità – che viveva, non dobbiamo dimenticarlo, in condizioni deprecabili – una sistemazione più civile, mi pare una posizione senza speranza.
Non ho alcun dubbio che i miei interlocutori, nelle linee generali del mio ragionamento, possano condividere questa sistemazione dei ‘pezzi’ sulla scacchiera – si tratta di studiosi avveduti, preparati e colti – ma proprio per questo non posso accettare il loro giudizio sull’Urbanistica. Questo è frutto di una semplificazione che porta a dire che questa disciplina si sia chiusa in una falso tecnicismo, si sia legata ai poteri forti, insegua e avalli trasformazioni della città che peggiorano le condizioni di vita dei cittadini. Torno a dire l’urbanista è un intellettuale che combatte le proprie battaglie con strumenti diversi (comprese le “dimissioni”, in virtù di un ideale o, forse, un’illusione). Non solo: mi pare di poter affermare che il dibattito urbanistico presente nel nostro Paese non abbia uguali altrove, per intensità e articolazione. Ricorrere alle semplificazioni, dunque, non è lo strumento adatto per comprendere una realtà assai articolata. Fare di “tutta un’erba un fascio” non rende giustizia all’intelligenza e alla cultura dei miei interlocutori e finisce per disconoscere la ricchezza della ricerca in Urbanistica, anche se capisco che siano molti i segnali che spingono in questa direzione.  
La consapevolezza della necessità di aggiornare strumenti operativi, teorie, pratiche o anche solo punti di vista non è prerogativa di un piccolo gruppo di intellettuali, seppur ampiamente qualificati. In nessun Paese europeo e forse nel mondo sono presenti tante riviste di settore come in Italia, ben due associazioni nazionali di urbanisti che conducono analisi sullo stato di salute delle nostre città e della disciplina e collane editoriali specificatamente dedicate ai temi della città e della pianificazione. Il dibattito è vivace, franco, e spesso senza inutili prudenze diplomatiche. Come non capire che chi ha parlato di “cassetta degli attrezzi” non pensava a pinze, martelli e cacciaviti ma, piuttosto, ad attrezzi concettuali, né faceva un discorso di “tecniche”? Come non riflettere sul fatto che il campo dell’attività dell’urbanista sia quello dell’elaborazione di politiche adatte alla realizzazione di obiettivi pubblici, condivisi, e che per queste non esiste un prontuario ma la loro elaborazione impegna saperi, creatività e intelligenza di chi opera? Ci si può, certo, accomodare sulla banale semplificazione ma, proprio per quanto detto prima, non si può tralasciare di considerare che il campo conflittuale nel quale si misurano le forze sociali – ovvero la città – non può che influenzare anche quelle culturali che proprio della città si occupano. Una qualsiasi riflessione sull’Urbanistica merita attenzione contro ogni riduzionismo e richiama la necessità di confrontarsi con mente aperta, senza pregiudizi.
Ci sono due questioni con le quali vorrei concludere queste mie osservazioni. Mi pare che ogni discorso sull’urbanistica in azione non possa essere sviluppato senza affrontare il nodo della politica. La degradazione di questa pare enorme e con questa situazione dobbiamo fare i conti non solo come urbanisti ma anche come cittadini. Su questo fronte mi pare di cogliere, in generale e senza fare riferimento ai miei interlocutori, molte illusioni, se non la tendenza ad imboccare scorciatoie. Eppure la città è un fondamentale campo per misurare effetti e conseguenze delle scelte politiche e forse, proprio da ciò, bisognerebbe partire per affrontare qualsiasi riflessione sull’argomento. Partire dalla politica non significa abbandonare il terreno specifico della disciplina. Le trasformazioni della città sono l’esito aggregato di spinte economiche (sull’appropriazione dello spazio), di tensioni ideali, dell’affermarsi di nuove scoperte tecniche e scientifiche, delle dinamiche della cultura (in generale e specificatamente della città): un insieme che va analizzato e incardinato nella realtà di ogni contesto. Il dibattito urbanistico è spesso vivace ma le contrapposizioni tra le differenti posizioni culturali, in realtà, non riescono a nascondere una questione di fondo:  quella del tipo di società sottesa a ogni idea di città (desiderata). La critica sullo stato della società ci obbligherebbe a qualcosa di più dell’esplicitazione di un semplice “sogno”, a qualcosa di diverso dalla riaffermazione di un modello di città ideale: ci inviterebbe a lavorare, a riflettere, a mettere a frutto i nostri saperi e la nostra cultura per dire qualcosa della città del XXI secolo, sfuggendo alle mode ora della città ecologica, ora della smart city, ora della “rigenerazione”, ora della “città digitale”, o ancora delle comunità in estinzione, ecc. Fare i conti con tutto questo e altro ancora è fondamentale per poter dire qualcosa di sensato e di utile per noi e le future generazioni.
Ridurre le sperequazioni spaziali, contribuire a limitare le diseguaglianze sociali, costruire spazi collettivi adeguati ai tempi e ai bisogni (espressi o sottaciuti), fornire le condizioni perché comunità diverse da quelle che magari si amano possano realizzarsi, accrescere la responsabilità collettiva, cercare di “manomettere” il senso comune degradato verso la ricerca di un risanamento sociale, dare dignità a tutti i soggetti sociali anche a quelli nuovi, riconoscere esigenze culturali diverse dalla nostra tradizione, avere consapevolezza che il tempo di ciascuno di noi può essere sfruttato, utilizzato socialmente e attingere ad attività creative, ecc. Queste e altre sono le possibilità offerte al lavoro dell’urbanista che costituiscono, ciascuna di esse, un campo di confronto-scontro politico.
Bisogna essere convinti che l’età dell’oro delle città non sta nel passato ma nel futuro. Avere i piedi nel passato è indispensabile. Tuttavia considerare che il passato può essere il fango che ci tiene fermi non significa negare le radici, ma essere consapevoli di una certa realtà; lo sguardo al futuro, alle grandi possibilità esistenti, può permetterci di ragionare sulle condizioni attuali e future proponendo soluzioni che non ci separino violentemente da ciò che è alle nostre spalle ma che, contemporaneamente, sappiano guardare a ciò che ancora deve venire.
Francesco Indovina

N.d.C. - Francesco Indovina, già professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica, ha insegnato per anni Analisi delle strutture urbanistiche e territoriali all'Università IUAV di Venezia. Dal 2003 insegna alla Scuola di Architettura di Alghero. Da sempre è fautore di un approccio interdisciplinare agli studi sulla città e il territorio coniugato a un saldo impegno civile. È autore di numerose pubblicazioni e ha fondato e diretto i periodici "Archivio di studi urbani e regionali" e "Economia urbana" (già "Oltre il Ponte"); dirige inoltre la collana di Studi urbani e regionali della Franco Angeli.
Per Città Bene Comune ha scritto: Si può essere "contro" l'urbanistica? (20 ottobre 2015); Quale urbanistica in epoca neo-liberale (3 febbraio 2017); Pianificazione "antifragile": problema aperto (23 giugno 2017); Una vita da urbanista, tra cultura e politica (24 novembre 2017).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R.

   


Cristina Bianchetti, Spazi che contano


Cristina Bianchetti, Spazi che contano, Donzelli editore, 2916, pp. 119, 24,00 €

(da Città bene comune, La casa della cultura Milano, 2017)

Con questo suo ultimo lavoro Cristina Bianchetti continua, così a me pare, la sua esplorazione sulla fine dell’epoca moderna e sugli effetti di tale evento sul “fare” urbanistica.
Vorrei iniziare queste brevi note con una citazione del precedente lavoro (2011) della Bianchetti (Il novecento è davvero finito, sempre Donzelli editore); allora scriveva: “Un importante trasformazione nel regime economico e politico ha provocato (a partire dagli anni ottanta) lo smantellamento del regime keynesiano dei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale… Nei trent’anni di neoliberismo seguiti ai trenta gloriosi è cambiato il modo di insediarsi di famiglie, individui e imprese. È cambiato il territorio e il suo essere condizione nei processi di produzione, accumulazione e distribuzione di valore. È cambiato il rapporto del territorio con la politica: una politica che nel passato sapeva stare nel territorio e che oggi gioca il territorio contro la politica… Sono cambiate le grandi questioni pubbliche legate all’emancipazione, alla giustizia, alla politica della vita, riportate alla necessità di regolare preferenze, interessi, motivazioni personali. Naturalizzate in una dimensione che rimanda specificatamente all’individuo. Viene meno, in questa riduzione del pubblico all’individuale, il carattere politico, antagonista che esse avevano. Quel che si mobilita, nel mutare delle condizioni di sfondo, è una diversa accezione dei valori di riferimento. Cittadinanza, benessere, equità, funzionalità assumono declinazioni differenti che nel passato. Spesso una declinazione giuridica e regolatrice che li rende impegnativi in modo diverso”.
Il volume più recente indaga proprio queste trasformazioni, viste in se stesse e in relazione al territorio e alla sua progettazione (o mancata progettazione) dello stesso. L’autrice riconosce che una pianificazione funzionalista, cioè una pianificazione che assegna precisi ruoli e funzioni, non solo allo spazio ma anche agli individui e alle famiglie, nel neo-liberismo si scontra con le trasformazioni prima indicate, ma all’autrice non fa velo il “cambiamento”; dei nuovo moduli e modelli, usi e forme di regolazione, vede l’inadeguatezza (alla convivenza, direi) e anche una forma diversa di funzionalismo.
C’è un punto logico-interpretativo sul quale sarebbe necessario convenire. La pianificazione funzionalista non mai ha raggiunto pienamente i suoi obiettivi; sicuramente esprimeva il potere egemone e aveva chiare le relazioni tra territorio e accumulazione capitalistica, costruiva spazi conformi, ai quali il mercato dava “legittimazione democratica”, tuttavia questa regolamentazione è sempre risultata parziale. Ma non si tratta di incompetenza progettuale, ma della vivacità e vitalità della città, dall’essere un campo di contraddizioni, uno spazio espressivo di desideri, di volontà, di speranze e di angosce non coerenti. La città-fabbrica, che collegava la produzione tayloristica e l’operaio massa all’organizzazione della città è una metafora che non ha saputo cogliere la realtà della città. La condizione urbana per sua natura non è piegabile ad una solo dimensione, essa è plurima sul piano sociale, economico, culturale e politico, esprime progetti diversi non sempre compatibili, in questa situazione non solo sono notevoli le contraddizioni ma sono anche forti le tensioni nell’uso e nell’appropriazione dello spazio. Un territorio funzionalizzato costituisce una maglia, una rete, un perimetro, definiamolo come si preferisce, ma esso è continuamente forzato, è in continuo subbuglio.
Non condivido l’adesione dell’autrice alla tesi (di Bagnasco, ma non solo) secondo la quale il fordismo portava alla coincidenza industria/società; la trovo troppo schematica  e nega articolazione e ricchezza (di umori e interessi) della società, ed è solo con la fine del fordismo che l’individuo si è trovato non solo ma isolato. Marginalità, povertà, isolamento, diseguaglianze, alienazione, ecc. sono state anche modi di essere del potere fordista, questo non negando la forza di coesione, di lotta e, spesso, di vittoria dei lavoratori.
Il ruolo pubblico, negativo e positivo, è stato fondamentale nell’epoca fordista, per facilitare garanzie e opportunità, ma lo è anche (anche se sembra non saperlo) in epoca neo-liberista. È evidente che tanto più debole è il “potere” di regolazione (pubblica) tanto più numerosi, articolate e varie saranno le forzature.
Un ragionare in questo modo, dovrebbe liberare i mei colleghi urbanisti dall’angoscia del fallimento dei rispettivi progetti, ma non dovrebbe costituire un’opportunistica disponibilità a fare con faciloneria. I cambiamenti analizzati dalla Bianchetti sono reali, ma essi chiedono, ai fini di una convivenza civile, libera ed equa una migliore pianificazione.
Nel libro che si assume come occasione di discussione l’autrice in qualche modo, e con la sua lingua, mi pare condivida quel punto di vista logico-interpretativo, non a caso scrive: “sottovalutazione dell’adattamento come meccanismo che permette alla città di funzionare; della sregolazione; della familiarizzazione tra individui e spazi che deriva dalle forme d’uso parziali, inventive, distorte. La città reale funziona per incoerenza e temporalità”, ma mi pare che questa riflessione è inerente la fase neo-liberista, mentre “incoerenza e temporalità hanno operato, in forme diverse, anche nei “gloriosi trenta”.
La tesi, molto interessante, della Bianchetti è che, nel neo-liberismo, si è finiti per ricadere in un nuovo  funzionalismo, denominato “funzionalismo umanista” (con una forte componente moralistica), che tende alla semplificazione, che (spera) di sciogliere nodi, mentre in realtà ha finito per perdere la grana fine del territorio e dei processi reali.
L’autrice confuta la capacità operativa del nuovo funzionalismo su tre piani: perché non riesce a fronteggiare il sovrapporsi di familiare ed estraneo (lo spazio è familiare o estraneo, intimo o esposto; inondato di luce, igienizzato; in realtà è anche oscuro, patologico, irrazionale, alienato); perché non riesce a trattare il corpo come canale di transito, operatore di relazioni complesse con lo spazio (i soggetti sono scarnificati e trattati come silhouette, mentre, avverte l’autrice, “quanto più il corpo interagisce con lo spazio, tanto più lo comprende. È l’intrico delle relazioni tra corpo e spazio che rende lo spazio conoscibile e trasformabile”); perché non riesce a misurarsi con le forme molecolari, sconnesse, micro della sovranità e del conflitto (la sovranità e la capacità di decidere sottratta ai singoli si esprime in piccole “bolle”, azioni ristrette che ogni volta  appaiono (o si credono) risolutive anche sul piano “locale” e che invece risulta soddisfacente sul piano dell’ego.
Il rapporto tra familiarità ed estraneità, tra corpi e spazio e tra sovranità e conflitto sono descritti come fondamentali per avere una rappresentazione e una interpretazione sufficientemente realistica della condizione urbana oggi. Senza questa consapevolezza il progetto assume connotati “evasivi, consolatorie o ideologici”. 
Mi pare di poter condividere, per quello che vale, questa impostazione, tuttavia mi pare necessario anche cercare la “radice” di questa situazione.  Il rapporto familiare/estraneo, corpo/spazio, sovranità/conflitto, nel testo analizzati in dettaglio e con ricchissimi riferimenti, non sono, secondo il mio parere, caratterizzati da una soggettività libera, indipendente e priva di condizionamenti. Non si tratta di riportare in auge quelle che vengono definite “vecchie ideologie” (o più modernamente “narrazioni”), ma neanche dimenticare le loro lezioni fondamentali. Non sostengo che uomini e donne siano delle marionette le cui parole, passi, movimenti e azioni, non siano espressione di una propria volontà, ma non posso non pensare che esistono interessi specifici, che esiste una più o meno vasta egemonia culturale, che esistono debolezze (economiche, sociali e culturali) dei singoli, e che il manifestarsi dei modi nei quali le tre precedenti relazioni si manifestano (in concreto) costituiscono molto spesso dei costrutti sociali. Per esempio, la concezione che, in generale, si ha dell’estraneo e della sua relazione con la familiarità non è pensabile che come esito di un costrutto sociale (e politico), che magari “usa” l’estraneità per altri fini.  Trovare queste radici non costituisce la soluzione, ma rappresenta la possibilità di una concettualizzazione ricca che può permettere una riconoscibilità dei processi in atto e indicare, così, come si possa intervenire in modo (parzialmente) risolutivo, senza coartare l’individualità, ma al contrario permettendogli di esprimersi al meglio in un contesto di convivenza e di maggiore libertà.
L’autrice sottopone ad acume critico il manifestarsi, dentro il neo-liberismo, di quello che possiamo chiamare il nuovo vocabolario della condizione urbana e dei modi come si esprime la “costruzione” della città. È apprezzabile che l’autrice anche adoperando la sua fine critica cerchi, tuttavia, di salvare, per così dire, elementi positivi che da queste nuove pratiche possono derivare. Per quanto mi riguarda mi sembra troppo generosa e ottimista.
Per esempio è messa in luce come l’abitare è sempre più segnato da nuove virtù: cooperazione, e condivisone danno luogo a nuovi spazi.  A Bianchetti il “vicinato” non sembra un’alternativa alla metropoli, piuttosto la riproposizione di una famigli, ma guarda a questi episodi con interesse perché li intrepreta come “ribaltamento di valori e gerarchie della città moderna”.
Così come lo stare entre nous “mette in scena una provocazione quella di una nuova urbanità che avviene fuori dalla polis”; anche se in queste esperienze riconosce folklore, vanità e leggerezza , crede che finiscano per “assumere un carattere politico” uno scandalo rispetto all’abitare della città moderna. Ma trattandosi di episodi molto parziali, meriterebbe una riflessione e delle analisi circa la relazione (funzionale?) che si determinano tra il “vivere tra di noi” e i modi dell’esistenza della città moderna che non viene vanificata da questi episodi. Forse esiste una relazione di funzionalità tra queste forme e il meccanismo economico che governa la città moderna (detto in modo sintetico e un po’ grossolano, non si tratta forse di uno “scaricare” su individui e famiglie la soluzione di problemi ai quali il Pubblico non sa dare risposte concrete?)
Una lunga citazione permette di mettere in chiaro il pensiero dell’autrice e esprime il nocciolo teorico e programmatico del testo: “Rimango convinta che un ripensamento dell’urbanistica, dei suoi temi, dei suoi progetti possa molto avvantaggiarsi dalla riflessione sulla tensione tra individualismo e condivisione; tra felicità privata e aggressività; tra chiusura in sé stessi e bon voisinage; tra sostegni burocratici dello Stato e protezione sociale ravvicinata, tra welfare tradizionale e welfare fondato sull’impegno volontario, l’altruismo, il dono; tra paternalismo del pubblico e neo-paternalismo della condivisione; tra i giochi stretti della Self Building City e quelli larghi del progetto abitativo contemporaneo. … Ciò che essi mettono in evidenza è a livello micro il perpetuarsi di alcune grandi questioni con le quali l’urbanistica si è misurata nel Moderno… Questi giochi, come già detto, non sono innocui. E sul piano spaziale hanno importanti conseguenze poiché perpetuano asimmetrie, differenziali di proprietà, di accessibilità, di diritto.”    
Quella che emerge è una concezione tutta politica dell’urbanista, una modalità di intervento che pur avendo come oggetto principale l’organizzazione dello spazio non dimentica che questa spazio è occupato e usato da donne e uomini, con le loro preferenze e con i condizionamenti delle loro azioni derivanti da collocazione sociale, economica e culturale, e ancora che in questa fase storica tende a prevalere un individualismo che si traduce in progetti e realizzazioni non omologhi. Non so se l’autrice condivide completamente l’opinione che oggi più di ieri l’urbanistica non consista nell’applicazione di modelli, più o meno perfetti, quanto sul governo delle trasformazioni. Solo in questo modo l’organizzazione spaziale (e quella sociale) possono sfuggire all’occasionalità e contraddittorietà dei comportamenti e dei progetti di vita. Se democrazia, trasparenza, equità, solidarietà e convivenza fossero le guide di tale governo allora le emergenze e le novità di cui questo libro si occupa potrebbero non affermare una sorta di anarchia autarchica, ma la consapevolezza di contribuire a fare società, con le sue contraddizioni ma anche con le sue ricchezze.
Il testo della Cristina Bianchetti, di cui ho cercato di dare conto, a me pare un contributo importante per ragionare sulla “fase” attuale (sociale, economica, culturale e urbanistica) e sulle possibili vie di uscite.
La lettura di un testo non prescinde dalle idee del lettore, sebbene non facilissimo ho goduto di questa lettura per le assonanze che mi è sembrato di cogliere. Soprattutto c’è un aspetto che mi è sembrato rilevante, forse l’ho già detto ma voglia ripeterlo, colpisce l’attenzione dell’autrice nell’esame i singoli aspetti in cui si manifesta nella città e nel territorio il neoliberismo, né ha anche analizzato teoria e filosofia, ma ha mostrato una indipendenza e un acume critico di grande valenza senza farsi trascinare e traviare, se posso permettermi, dalle novità (che pur esercitano un grosso fascino su molti ricercatori). Un gran bel libro.       
      

venerdì 3 agosto 2018

Roberto Saviano ha ragione


Diario
3 agosto 2018

L’esortazione di Saviano sulla necessità di un impegno generalizzato degli intellettuali, genericamente intesi, adatto a contrastare il “veleno” culturale che spande l’attuale governo, non solo è giusta ma richiama ad una responsabilità collettiva che sembra in qualche modo atrofizzata. Il problema fondamentale è cosa fare e come farlo, a partire duna molto diffusa insoddisfazione per l’attività dei corpi intermedi di sinistra.
Si possono scrivere articoli e commenti, ma il guaio è che questi verranno pubblicati su organi di stampa che fanno riferimento ad un’opinione pubblica consapevole anche se non attiva. Insomma si comunica con chi la pensa più o meno come noi.
L’insoddisfazione per i corpi intermedi di sinistra spinge qualcuno a pensare alla necessità di una iniziativa che corregga questa situazione: l’esistente non soddisfa pensiamo a qualcosa di “nuovo”. Leggo con vera preoccupazione della proposta, da qualcuno avanzata, della necessità di formare un quarto “polo” di sinistra. Mi è chiaro cosa interpreta questa proposta (l’insoddisfazione totale per i poli di sinistra già esistenti e forse in via di estinzione), ma appare oscuro il modo e i contenuti, l’espressione di una esigenza non basta. Anche perché quello che circola di nuovo, si fa per dire, sono proposte che ricalcano l’esperienza del presidente francese, tutto men che vagamente di sinistra.  Siamo convinti che la costruzione di una polarità unitaria e di sinistra non possa essere l’idea geniale di un nuovo leader, pur necessario, ma la costruzione di una ipotesi politica collettivamente elaborata (cosa di cui si sente parlare spesso, ma di cui non si vede traccia riconoscibile).
La cosa concreta che è possibile fare, almeno così mi pare, è quella di trasformare ciascuno di noi in un corpo intermedio soggettivo, una sorta di alternativa politica autogestita. Intendo dire che esistono molte occasioni in cui è possibile intervenire per contestare, chiarire, contrapporre, ecc. (senza iattanza, ma anzi con l’atteggiamento di chi vuol convincere o anche che vorrebbe essere convinto). Sui treni, sugli autobus, al bar, ecc. si è costretti sentire delle articolazioni del discorso politico assolutamente in contrasto non solo con quanto può pensare una persona democratica e genericamente progressista, ma contrarie al senso comune, alla storia, alla realtà. Ma spesso non si ha voglia di interloquire, di entrare nelle argomentazioni esposte, un po’ per timidezza, un po’ per educazione, un po’ perché si pensa sia inutile. Si tratta di atteggiamenti da superare, bisogna avere la forza d’animo di contribuire a contrastare quel senso comune velenoso che sembra prevalere. Io penso che una quota non marginale della popolazione si adegua al senso comune prevalente con poca convinzione, soprattutto senza una riflessione (che è, come è noto, assente nel senso comune prevalente).
Credo che per contrastare le parole velenose sparse da questo governo della paura, della falsificazione, e delle promesse impossibili da realizzare, sia necessario svelare il reale, far capire dove ci stanno portando onte e gli altri (soprattutto gli altri).
La gente pensa che questa società non vada bene, non soddisfi le speranze, non crei opportunità, non offre sicurezza di avvenire, per questo la parola d’ordine del “cambiamento” è così attraente e affascinante, ma il cambiamento proposto è vaghezza, nullità, e in concreto un cambio di “chi” governa apparentemente, mentre in realtà le fila sono sempre tirate da quanti di questa situazione si approfittano. Parlare della distribuzione della ricchezza, del suo aumento distorto, può forse cominciare a chiarire, che il cambiamento necessario sia di diversa natura, un cambio di società, non dei suoi riti.        
    

martedì 19 giugno 2018

La lista di Matteo Salvini



Diario
19 giugno 2018

Dopo gli immigrati extracomunitari e gli “zingari”, il ministro Matteo Salvini ha una sua lista di gruppi di persone da perseguitare: si tratta di una politica di “pulizia” e l’affermazione di una civiltà (cattolica?):
     -      I medicanti;
-          Mendicanti senza casa;
-          Gay;
-          Gli artisti di strada;
-          I malati di mente;
-          I malati terminali;
-          Gli anziani bisognosi di assistenza domiciliare;
-          I comunisti;
-          Gli ebrei.

Fino a quando sopporteremo questa deriva di civiltà, di cultura, di politica?

martedì 12 giugno 2018

Errata corrige




Diario
12 giugno 2018

1.       È opinione comune che il presidente del consiglio, Professore Conti,  sia un pupazzo in mano a Salvini e Di Maio; privo di una sua volontà, senza un suo disegno politico, non può fare altro che quello che i due vice presidenti del consiglio (di guardia) dicono.
A me sembra un’opinione non corretta. È vero Conte è privo di una sua forza parlamentare, né ha ancora un’opinione pubblica  che lo sostenga.  Ma attenzione l’uomo è molto ambizioso, altrimenti non sarebbe a quel posto, e anche spregiudicato. Il suo atteggiamento è quello che non vuol pagare dazio e attende tempi diversi.
Egli è sicuramente debole, ma ha una forza nascosta: le dimissioni (nel senso delle minacce). Si tratta di una grande forza perché i contraenti il contratto sanno che dopo le sue dimissioni sarà difficile ricucire l‘alleanza. Ma Conti cosa pensa della società? Questo mistero è un vero pericolo perché rischia di coniugarsi con i peggiori pensieri dei sui vice.    
Si dice che a Salvini non dispiacerebbe andare alle elezioni, ha il vento in poppa, come si dice, ma attenzione gli “immigrati” pagano ma il resto no, come sarà l’umore degli elettori quando non c’è una nave da non fare attraccare?

2.       Salvini, vince! Ma sarà vero? L’immigrazione parla alla peggiore pancia del paese, ma siamo sicuri che si tratta del tema che assorbe tutti gli altri disaggi della popolazione. 
La maggioranza dell’opinione pubblica si assesta su una posizione “attendista”: aspettiamo, facciamoli lavorare e poi giudichiamo. Non c’è niente da attendere questo governo (a trazione sempre più leghista) non può darci niente di buono. Soprattutto il clima culturale e sociale sarà dei peggiori (con l’esaltazione dell’autodifesa, per esempio). Anche la vittoria di Salvini-Italia nei riguardi dell’Europa, non pare convincente.  La UE è enormemente carente, tanto per usare un eufemismo, ma il “ricatto” non sembra lo strumento adatto, soprattutto se fatto sulla pelle degli immigrati.

3.       “governo del mutamento”, ma quando? ma dove? ma come?
Il mutamento non è la sostituzione di qualche sedia o di qualche  quadro nel salotto buono. Il mutamento che la struttura sociale richiede, ormai le riflessioni sulla crisi del capitalismo sono numerosissime di autori non comunisti.  Bisogna buttare dalla finestra il salotto buono e attrezzare stanze, uffici, poteri adeguati ad una necessaria trasformazione sociale.  Il “governo del mutamento” pensa di mettere assieme dei tamponi alla situazione,senza speranza risolutiva.

4.        Il PD “respira”, i risultati delle elezioni amministrative sembra dare una boccata di ossigeno ad un malato (forse terminale).   
Se il malato deve essere dimesso allora non basta una boccata di ossigeno, ma un progetto di cambiamento sociale: cioè modifica dei rapporti sociali di produzione, livelli crescenti di egualitarismo, riorganizzazione delle modalità di lavorare, sviluppo economico generalizzato  e controllato…
Ma di questo nel PD non si parla, speriamo.

domenica 13 maggio 2018

Populismo e neo liberismo


Diario
13 maggio 2018

E’ molto probabile che nei prossimi giorni avremo il nuovo governo dei due fratelli siamesi Di Maio e Salvini, certo devono ancora superare lo scoglio di trovare una “persona terza” di prestigio e che voglia assumersi un incarico sicuramente prestigioso, ma altrettanto sicuramente compromettente, di breve durata e di fatto senza potere di controllo (non ha una “sua” maggioranza in parlamento né nel consiglio dei ministri. Le ambizioni sono  incontenibili, la troveranno).
Un governo che si presenta con il marchio, autodefinito, del cambiamento. Che nelle parole dei due leader significa una diga contro i poteri forti e la costruzione di un nuovo “sistema”.  Il punto di attenzione, secondo sempre le parole dei due, sono i cittadini.
Basta uno sguardo a quello che è noto dei venti o trenta punti  del “contratto” (a proposito il contratto con i cittadini si è trasformato in un contratto matrimoniale tra le due forze, senza comunione dei beni), per capire come le esigenze dei cittadini, nelle interpretazione di grillini e leghisti, sono miserevoli.  Il reddito di cittadinanza trasformato in un assegno di disoccupazione limitato nel tempo, la riforma fiscale in un regalo a chi più ha, l’estensione della legittima difesa, ecc. L’unica cosa certa è una stretta sull’immigrazione. Certa? Dipenderà  dalle pressioni che settori produttivi faranno in ordine alla necessità di ampliare la massa del lavoro nero e irregolare.
Ma non al programma e struttura del governo (questa dà i brividi, sei i nomi noti venissero confermati) che vorrei dedicare poche osservazioni, ma ad una questione più generale, al ruolo fondamentale nella crisi del capitalismo dei movimenti populisti.
Il sistema di produzione capitalistico occidentale non promette niente di buono, esso è strutturalmente inadatto a affrontare le grandi trasformazioni in corso. La sua cifra fondativa è stata la trasformazione ma adesso non è in grado di fornire  risposte positive e progressiste a questi cambiamenti. La ricetta prevalente sembra la violenza, il controllo, l’aumento delle diseguaglianze, disoccupazione, ecc.  Qualche saltino in alto (di reddito, produzione, consumi, occupazione, ecc.)  non riesce a consolidarsi, la prospettiva più favorevole sembra forme diverse di stagnazione.
La globalizzazione, anch’essa, non gode di ottima salute, le incipienti guerre commerciali, il nascente nazionalismo economico e  culturale, ecc. rischiano di minarne consistenza e sopravvivenza.
Intanto il calore della pentola sociale si alza, segmentazioni, divisioni, accomodamenti, ecc. servono, ma il rischio che la temperatura si alzi molto e possa determinare lo scoppia della pentola esiste.
Ma come ha scritto Miche Salvati “il capitalismo ha la pelle dura” e così usa mezzi e strumenti diversi per abbassare la temperatura della pentola sociale.
Intanto una battaglia culturale che, facendo perno sulla crisi della grande fabbrica, tende a far cancellare il concetto stesso di sistema capitalista,di un sistema di produzione specifico basato sullo sfruttamento della forza lavoro. La dilatazione delle “forme di lavoro”, la teoria dell’auto produzione, ecc. hanno annacquato il “sistema” a punto che ormai non si nomina, non si concepisce, non lo si vede più come l’origine dei disaggi.
È sorprendente come questo sia potuto avvenire in così poco tempo e in modo così diffuso. Certo esistono delle “sacche di resistenza”, ma non hanno la forza di controbattere a livello generale (l’organizzazione che nel tempo aveva assunto questo ruolo, diventando anche egemone, è stata essa stessa infiltrata dal neoliberismo, dilaniata da lotte di potere, insignificante sul piano elettorale).
Del resto in questo clima culturale anche questioni rilevanti, che hanno origine nel sistema sociale di produzione, come la questione ambientale, assume grande rilievo, mobilita forze e intelligenze, ma sembra una questione separata dal sistema di produzione: non tutti gli ambientalisti sono così … distratti, ma molti si, fino ad affermare che l’ambiente sarebbe potuto essere una business (di fatto lo è, ma lo è soprattutto sul piano politico, perché separa la questione rispetto al sistema di produzione).
In secondo luogo ha fagocitato tecnici, che messi in posti di “governo”, hanno attivato strumenti per risolvere la crisi, si è detto, ma piuttosto per nasconderla più che si può (Santo Draghi, sii adorato).
Ma la temperatura della pentola continua ad andare su e giù, e il pericolo di una deflagrazione è sempre presente.  È vero che in assenza ad una interpretazione della struttura della società e dei rapporti sociali, il sovrabollimento produrrebbe  rivolte più che rivoluzioni, ma è meglio non fidarsi del “popolo” (magari si organizza, riflette, assalta una libreria e trova risposte alle sue domande!). Ci  vogliono, politicamente,  mezzi più efficaci mezzi di distrazione di massa. Strumenti in grado di indirizzare il disaggio di massa verso obietti “altri”. Nei vari paesi, secondo le proprie condizioni specifiche culturali e sociali, secondo il loro percorso storico sono sorti movimenti populisti di carattere “sovranisti” (per lo più di impianto fascista)o “populisti”. Solo l’Italia gode del privilegio di averli ambedue,  in due hanno diviso il paese: un nord sovranista e un sud populista.
Così Di Maio e Salvini più che essere anti-istituzionali sono, utilizzando il linguaggio della terza internazionale, i lacchè del capitalismo di oggi, strumenti di distrazione di massa.
Questo governo nascente potrà avere breve vita (come minaccia Berlusconi), ma anche quello che seguirà avrà gli stessi connotati fino a quando non sarà concreta una forza che sul piano culturale, della teoria e dell’organizzazione non si pone come alternativo al sistema di produzione, individuando i mezzi e gli strumenti adatti alla situazione attuale,  e prospetti una società futura diversa, non con qualche sussidio (sotto qualsiasi forma), ma fondato  su libertà e uguaglianza (un futuro che subirà a sua volta una sua rivoluzione, e così via).



mercoledì 14 marzo 2018

Colpa di ignorare la realtà



Diario dopo il 4 marzo

Ci sono degli avvenimenti che lacerano la rete dei nostri riferimenti e che ci spiattellano   l’inconsistenza della nostra conoscenza della realtà. Avevamo una idea del mondo che non corrisponde completamente alle trasformazioni avvenute. Una ignoranza dettata da pigrizia, dall’essere affezionati ai nostri idoli, di cui si era in parte consapevoli ma che, in un certo senso, l'allontanavamo per paura. La trasformazione dell’essenza dei rapporti sociali di produzione, gli effetti della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle diseguaglianze  sociali, l’emarginazione di molto lavoro, la modifica dei riferimenti culturali, la trasformazione delle relazioni sociali, l’individualismo esasperato, l’egoismo, la violenza come essenza dell’individuo, l’incapacità di riconoscersi in altri, la diversità, di qualsiasi tipo, assunta come “vezzosa” conquista ma anche come insopportabile…di tutto questo si aveva cognizione ma contemporaneamente i nostri occhi erano opachi e non riuscivano a distinguere forme e colori del quadro complessivo.
Sentivamo che molti dei valori ai quali eravamo legati, come libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza, giustizia sociale non vivevano più come sistema nervoso della nostra società, ma ci sembrava di dover attribuire, questo nostro sentire,  al pessimismo.
Ma ecco che il 5 di marzo questa società e le sue trasformazioni si materializza sotto forma politica. Una società che molti di noi non riconoscono e nella quale non vogliono riconoscersi diventa evidente. Ma mettere la testa sotto la sabbia non serve a niente. Credo che anche in questa situazione si può essere comunisti o progressisti o anticapitalisti,  forse questa società più di ogni altra ha bisogno dei contenuti della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, dello spirito di accoglienza. Ma essere comunisti significa fare i conti con la società reale, non con una immagine di essa. Non intendo dire che la politica, in particolare la politica progressista e riformatrice possa essere un semplice adagiarsi sulle pieghe della società, deve influire, determinare, contenuti e senso di questa società a partire dalla precisa conoscenza della realtà e da un disegno di futuro. Chi ci dice che non sia più possibile fare progetti di futuro,  in realtà ci vuole convincere , con successo, che non siamo padroni del nostro destino, altri penseranno e si adopereranno per noi.

Se il “populismo” è l’adesione alla pancia, come si suole dire, della gente, non occuparsi della pancia è sintomo di insufficienza politica. Una politica di progresso è una politica di ragioni, è una politica che fa ragionare, ma non basta avere ragione, questa deve diventare senso comune, deve essere patrimonio della maggioranza delle persone: è questo è il lavoro politico. È chiaro che in una società che cambia, mostrare le proprie ragioni è più difficile, ci vuole più impegno e intelligenza politica. Per andare contro corrente i vogatori devono non solo avere ragione, non solo cogliere la realtà, ma avere anche muscoli formidabili.

Il capitalismo ha ormai concluso la sua spinta progressiva, i sintomi sono molto evidenti;  sempre più tede a trasformarsi in un regime di vessazioni e di violenza, la sua crisi come regime sociale si proietta negli individui, ne avvelena le relazioni, ne esaspera le aspettative individualistiche, frustra ogni speranza. I medici attenti ci dicono che cambiare si deve e si può, e che solo nel cambiamento sarà possibile utilizzare a beneficio di tutti le grandi risorse della scienza, della tecnologia e della cultura disponibili,  ma che senza una modifica della natura della società questi elementi possono essere (sono) strumento di oppressione e di degrado sociale. La sapienza dell'homo sapiens ha consistito, in questi milioni di occupazione della terra, nella sua capacità di cambiare continuamente l'organizzazione sociale, e se questo non è avvenuto mai in forma egualitaria, per molte ragioni non ultima la dimensione delle risorse disponibili, oggi siamo al paradosso, abbiamo risorse per tutti, ma un’organizzazione sociale e di potere che discrimina e privilegia. Il rinascimento per l'intera umanità può avvenire soltanto abbattendo gli ostacoli individuati.
I risultati delle ultime elezioni sono state una sorpresa? In parte, le tendenze erano evidenti; per molti di noi un’enorme frustrazione, per i partiti di sinistra (sic!) e progressisti un terremoto solo in parte inatteso. Discettare su quale sarebbe stata una sconfitta onorevole, o quale cifra percentuale avrebbe segnato la disfatta sono i sintomi di un ottimismo di facciata che sperava nel miracolo che è mancato.
Cercare gli errori, accusare dei cattivi risultati gli scissionisti o, al contrario, l'incapacità di liberarsi del tasso di pduismo portato nella nuova formazione; cogliere difetti programmatici, carenze propagandistiche, ecc.  pare il segno di una incomprensione: non avere consapevolezza del deficit di conoscenza accumulato circa la natura del sangue che scorre nelle vene della società. Continuare a pensare che poteva essere diverso,  perché i piccoli aggiustamenti avevano garantito e avrebbero garantito di soddisfare la domanda popolare. Può darsi che mi sbaglio, faccio un errore di ottimismo, ma credo che le scelte delle persone sono state dettate dall'assenza di un disegno di futuro. L'assenza di una linea di costruzione tra passato, presente e futuro, la maggioranza ha scelto l'offerta più ricca, quella che sembrava liberarla dalla paura, quella che promuoveva un nuovo che più vecchio non poteva essere. Chi giustifica la sconfitta del PD perché riconosciuto partito della borghesia. Cosa pensa che siano 5* o FI o anche la Lega? E che dire allora del misero risultato di UeL? I giovani, le donne, i votanti aspettavano una narrazione, come si dice oggi o era già ieri, del futuro, ma questa la sinistra non è stata capace di offrirla, allora si lasciano affascinare da una identità meschina più rivolta al passato che al futuro, o un incerto baldanzoso giovanilismo (ormai in giacca e cravatta).
Credo che i problemi più grossi e rilevanti in un prossimo futuro li avranno i vincitori di oggi, le loro offerte sono miserabili e non al livello di quello che la gente sente nel profondo; non parlo della loro capacità di fare o non fare un governo, né della difficoltà di trovare le risorse per quanto promesso, si tratta di qualcosa di più profondo:  del mantenimento di un sistema sociale che tutti sentono decrepito e in agonia (qualsiasi sia l'apparenza che offre). Gli sconfitti di oggi hanno nel loro dna, come si suol dire, ma più correttamente alcuni di loro hanno nella loro cultura i giusti elementi per affrontare la situazione, ma a due condizioni, da una parte avere coscienza e consapevolezza della realtà e dei suoi mutamenti (il che comporta qualcosa di diverso che tornare nel “territorio”), dall'altra parte, rielaborare gli strumenti e i mezzi necessari per trasformare questa realtà sociale, per immaginare e pensare che può esserci un mondo senza il Kapitalismo, ma liberarsene è impresa ardua, lunga e bisognosa di passaggi che non devono sembrare né oscuri né risolutivi. 
A Napoli direbbero "hai detto un prospero" (fiammifero), ma di questo si tratta, di svincolarsi dalla dittatura del presenta per immaginare un futuro attraente e desiderabile, sciogliere i nodi che ci legano a meccanismi di trasformazione ormai obsoleti per pensarne e sperimentarne di nuovi.