Diario 206
13 – 20 gennaio
- Voto utile e dissidenza versus strategie politiche-elettorali
- Creditori diversi e discriminati (senza benefici collettivi)
- Monti e Marchionne
- Citazioni: nel bene e nel male (Ernesto Galli della Loggia, Francesco Rutelli, Curzio Maltese, Michele Ainis, Mario Pianta, Livio Pepino, Mario Monti)
Voto utile e
dissidenza versus strategie politiche-elettorali
L’idea del voto utile o gli accordi di dissidenza, non
portano da nessuna parte e poi sono soprattutto avverse ad ogni seria e fondata
strategia politica-elettorale. Quello che più impressione è la chiarezza della
strategia politica della destra e del centro-destra, mentre impossibile è
individuare quella del centro-sinistra e la sinistra sembra votata
all’inconsistenza politica. Vediamo.
Nonostante le preoccupazioni per la rimonta del PDL, non si
capisce quanto inventata, il centro sinistra sembra destinato a vincere.
Sicuramente alla Camera, con qualche incertezza al Senato. È proprio questa
incertezza che ha scatenato la strategia di tutti i suoi avversari o
competitori.
Il PDL, o meglio Berlusconi, il partito non esistendo né
nella forma né nella sostanza, punta le sue carte contro il PD e Monti al
Senato: l’obiettivo è quello di creare una situazione di ingovernabilità che possa
portare alla “grande coalizione”. Per ottenere questo obiettivo deve attaccare
a testa bassa sia Monti che Bersani, e così facendo rendendo impossibile, o per
lo meno difficile, qualsiasi accordo post-elettorale. Del resto nessuno,
neanche per scherzo, ha mai ipotizzato un accordo, qualsiasi accordo con il
PDL.
Monti, pare abbia dato l’ordine (per meno non si spende) ai
membri della sua coalizione di non attaccare Bersani, ma quelli che egli chiama
i “conservatori” (Vendola, la
Cgil, Fassina, ecc.). Il suo disegno è chiaro: il pareggio
(cioè la mancanza di vittoria al Senato del centro sinistra), l’indebolimento
mediatico dei “conservatori” per poi trattare con Bersani. Questo disegno, per
avere un senso deve presupporre la non vittoria del PD al Senato, per cui c’è
una certa alleanza, nei fatti, tra Monti e Berlusconi (nonostante i reciproci
attacchi giornalieri).
Il PD, ovviamente, punta a vincere, questo pare ovvio, ma
non è escluso che di fatto o di speranza una parte del partito spera in una non
vittoria al Senato. Ma se così fosse dopo le elezioni che farebbe il PD? Le
dichiarazioni, dati i rapporti interni tra le correnti, sono per un’apertura
nei riguardi del centro (in ogni caso, perché, come ha detto Bersani, la
prossima legislatura dovrà essere costituente). Ma quanto è grande questa
apertura? Apertura fino a che punto? Tutto il centro-sinistro sarebbe d’accordo
e fino a che punto? Adesso niente si sa, si può solo accusare, da sinistra, il
PD, e soprattutto SEL, di cedimento, e
da destra di indeterminatezza. Bersani ha sempre detto che i “moderati” non
possono che essere i suoi interlocutori, ma chi sono i moderati? Monti è un
moderato, Casini è un moderato? Insomma del PD è difficile individuare una
strategia politica-elettorale che non sia quella “dobbiamo vincere sia alla
Camera che al Senato”; un auspicio piuttosto che una strategia.
Credo che a sinistra, senza qualificazione, sia vasto il consenso a che il centro-sinistra
vinca; come pure ampia è la speranza che questo centro-sinistra si qualifichi
di sinistra, più di sinistra che di centro. Si dice che una qualificazione più
di sinistra (anche se Monti non capisce la lingua) è richiesta dalla
situazione. Ma se questo fosse l’obiettivo allora bisognerebbe costruire una
strategia adeguata.
Il primo punto di questa strategia è la completa e autonoma vittoria del centro-sinistra. Cioè una successo
sia alla Camera che al Senato. Un centro-sinistra non obbligato ad alleanze
sarebbe più libero nella sua elaborazione di governo. Se il centro sinistra per
disgrazia dovesse pareggiare, il suo interlocutore, per ragioni interne al PD,
per ragioni di consistenza parlamentare, per dichiarazioni già fatte, sarebbe
il centro montiano. Per non rendere “naturale” tale esito sembra inevitabile uno
sforzo perché il centro-sinistra vinca alla Camera e al Senato.
La sinistra, variegata, si presenta unita (un miracolo)
nelle liste di Rivoluzione civile, la
lista di Ingroia.
Se da una parte pare assolutamente inefficace l’appello “al
voto utile”, dall’altra parte è irragionevole un accordo di desistenza con la
lista Ingroia soprattutto in Campania e
Sicilia, regioni sulle quali Ingroia punta per superare lo sbarramento. Ma in
Lombardia è tutta un’altra musica. Un ragionamento politico sensato e
realistico dovrebbe portare Ingroia a desistere, autonomamente, senza nessuna
trattativa; un atto di generosità dal contenuto politico altissimo e insieme l‘affermazione
di una strategia politica (anche nei riguardi delle elezioni regionali). Si sa in politica non c’è riconoscenza, ma
c’è l’oggettività della realtà sociale.
In un centro-sinistra autosufficiente, Bersani può riflettere
che una fase costituente non può mancare la sinistra e da questo pensiero essere
condizionato, non potrebbe non tenere conto delle scelte della sinistra, potrebbe
far pesare questo dato anche al suo interno,
e potrebbe, finanche, fare a meno
del centro per il governo e portare avanti la politica di equità e sviluppo di
cui si è detto paladino (e su questa strada incontrare, di fatto, la sinistra).
Una situazione di questo tipo, ammesso che Rivoluzione civile superasse lo
sbarramento, potrebbe far pesare la sinistra e non solo rappresentarla.
Creditori diversi e
discriminati (senza benefici collettivi)
In queste note più volte si è messo in luce come il governo
discriminasse tra i suoi creditori (trattasi di reato), privilegiando gli
investitori finanziari (speculatori o meno) e non considerando tutti gli altri (i pensionati,
gli insegnati, ecc.). Non volendo ripetere cose già scritte, oggi mi voglio
soffermare sui debiti che la pubblica amministrazione ha verso i propri
fornitori, riflessione alla quale mi ha richiamato il mio amico Mario. Si
tratta di 80 miliardi di euro. Il governo Monti si è inventata la
certificazione di questi debiti, del tutto pleonastica, per poi passarli in
pagamento. La certificazione va a rilento e non è stato pagato un soldo. Si
tratta di debiti per forniture di merci o di servizi, si tratta cioè di debiti
verso le imprese. Sono noti i casi di imprese fallite perché lo Stato non paga.
Ma quello che non si dice è che tali creditori lucrano, si
fa per dire, un tasso dell’8% annuo sulla cifra che devono avere. Se le
informazioni disponibili sono esatte questo vuol dire che ogni anno su quegli
80 miliardi lo Stato paga (si fa per dire, accumula sul debito) un cifra
complessiva di 6,5 miliardi di euro.
Tenuto conto che c’è la deflazione, tenuto conto che ora i
tassi sui titoli sono bassissimi, verrebbe in mente di pensare che la cosa più
saggia che il governo (presente e futuro) possa fare è quello di prendere in
prestito questi 80 miliardi al tasso del 2% e pagare i fornitori. In questo
modo lo Stato risparmierebbe il 6% (8%-2%) e soprattutto fornirebbe energia
finanziaria alla ripresa.
Perché non lo si fa? Se qualcuno ha qualche idea in
proposito scriva.
Monti e Marchionne
Sinceramente faccio fatica a riconoscere, a distanza
dell’evento, cinismo, falsità, ingenuità e imprevidenza nella manifestazione
alla Fiat di Melfi a cui hanno partecipato l’amministratore delegato della Fiat
e il Capo del governo. Il presidente del consiglio, se non ricordo male, ha
avuta una delle sue uscite retoriche, ha parlato, mi pare di ricordare, della forza della speranza, e operai e operaie a battere le mani, si
sentivano in prima linea, la prima falange per la ripresa economica. Oggi
Marchionne comunica che per due anni, dati i necessari interventi di rinnovo
della fabbrica, tutti i lavoratori di
Melfi andranno a rotazione in cassa integrazione (Marchione è un maestro ci
sono operai Fiat in cassa integrazione da sette anni). Allora non lo sapeva?
L’ha comunicato al presidente del consiglio? Si può essere più imbroglioni? Si può essere più ingenui? La forza della
speranza risuona oggi sinistro.
Citazioni: nel bene e
nel male
Ernesto Galli della
Loggia, Corriere della Sera, 14 gennaio 2013
“Il nostro presidente del Consiglio … sembra aver fatto
proprio, invece, il pregiudizio volgare secondo cui il professionismo politico
sarebbe il peggiore dei mali. Mentre un industriale, un economista, un
professore universitario - loro sì, espressione della celebrata <società
civile> - sarebbero invece per ciò stesso non solo onesti e disinteressati e
capaci di scelte giuste nonché di farle attuare presto e bene, ma anche in
grado di soddisfare quella condizione non proprio tanto secondaria che è il
consenso”.
Francesco Rutelli,
La Repubblica,
16 gennaio 2013
“La scelta in cuor mio era presa, e tutto porta a
confermarla” (anche Rutelli non si
candida, tanto per continuare le giravolte si voleva candidare con il movimento
di Tabacci. Che dire? non ci si può stracciare le vesti)
Curzio Maltese, La Repubblica, 18 gennaio
2013
“Com’è naturale, l’attenzione dell’opinione pubblica si
concentra su chi guiderà il governo, sulla personalità del leader e i suoi
programmi, lasciando nel cono d’ombra i probabili sconfitti. In Italia sta accadendo l’esatto contrario.
Il centro della scena elettorale è fragorosamente occupato dai perdenti
designati. Berlusconi in testa. Mentre i probabili vincitori, Bersani e il PD,
non fanno notizia” (c‘è una stortura, ma
il centro sinistra farebbe bene a chiarire cosa farà in concreto, lasciando da
parte gli attributi generali (equità, sviluppo, ecc.). Che se poi per finire
“coppa o giornale” deve dire quello che non fa (la patrimoniale), siamo fritti)
Michele Ainis,
Corriere della Sera, 18 gennaio 2013
“Perché il pluricandidato reca sempre sul petto una
medaglia, che gli assegna di diritto un posto in zona Champions nella lista. E
perché quindi è destinato a convertirsi in plurieletto. Siccome nessuno può
posare i propri glutei contemporaneamente su più di una poltrona, a urne chiuse
dovrà scegliere o di qua o di là. E la sua scelta finirà per decretare
l’elezione di chi gli viene appresso nella lista. Da qui un ossimoro consacrato
dal Porcellum: è l’eletto che elegge
non già l’elettore”
Mario Pianta, Il
Manifesto, 19 gennaio 2013
“Banca d’Italia spera che nella seconda metà del 2013 la
caduta del prodotto possa fermarsi grazie ad una ripresa di investimenti e
export. Ma quali imprese investono quando perdono un quarto della produzione? E
nel 2013 (e dopo) peserà l’effetto delle manovra del governo Monti che tagliano
la spesa pubblica per molte diecine di miliardi. La domanda continuerà a cadere
e, senza domanda – lo sanno tutti – il prodotto non cresce. Solo un drastico
cambio di rotta può farci uscire dalla crisi, cambiando la traiettoria di uno
sviluppo ingiusto e insostenibile”.
Livio Pepino, Il
Manifesto, 20 gennaio 2013
“C’è in essa, anzitutto, una perversa accettazione del
personalismo e del leaderismo, che non si può accantonare con sufficienza
all’insegna del <così fan tutti>. … Ma in questo modo non si fa che
incentivare il processo di trasformazione del leader in capo e unico titolare
del rapporto con l’elettorato… Ciò, inoltre, non riguarda solo il leader:
pressoché ovunque i candidati che lo seguono sono estranei alle realtà virtuose
dei territori e catapultati, con una designazione dall’alto, in una pluralità
di collegi in modo da consentire poi, attraverso il gioco delle rinunzie, la
costruzione della rappresentanza come un puzzle studiato a tavolino e con
logiche spartitorie. Tutto questo mortifica le energie migliori e aumenta il
senso di estraneità, con conseguenti disaffezioni e astensionismo” (Per chi non avesse compreso si parla della
lista Rivoluzione civile di Ingroia, da parte di un … sostenitore)
Mario Monti,
Corriere della Sera, 20 gennaio 2013
“è anche per questo che oggi a Bergamo dirò che non possiamo
rimettere l’Italia nelle mani degli incapaci” (caspita! Le uniche mani capaci sono quelle del governo tecnico?)
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