Diario
209
3 – 9 febbraio 2013
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Il professore di
Milano
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Perdiamo! Un po’
di buona volontà e ci si riesce
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Condono di qui,
condono di là, condono di su, condono di giù
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Più
“poteri”
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Alfonso Gianni
per Lucio Magri
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Citazioni: nel bene e nel male (Pierluigi Bersani, Giuseppe Bulgarella, Massimo Cacciari)
Il professore di Milano
C’è un professore narciso di Milano
si crede il salvatore ma è solo un nano
Ha fiutato il potere,
E con sorrisi, minacce e ricatti
Vorrebbe tutta la tabacchiera
Il nostro professore di Milano
Perdiamo! Un po’ di buona volontà e ci si riesce
Il centro
sinistra ha iniziato la campagna elettorale con un vantaggio su tutti
irraggiungibile. Siamo verso la fine e tale margine di vantaggio si assottiglia
molto paurosamente. Tutti guardano alla “rimonta” di Berlusconi, ma non è
questo il problema, se c’è una quota di italiani che si riconosce in Berlusconi
non possiamo farci niente, anche farli ragionare non serve, è una questione di
fede. Ma se il centro sinistra dovesse avere un risultato inferiore a quello
sperato non è per Berlusconi ma per Grillo. Le analisi dei flussi di voto
dicono che oltre che, ovviamente, Grillo, pesca nel centro destra una quota non
indifferente dei possibili elettori del movimento 5stelle viene da sinistra. E
su questo che si poteva fare molto e non si è fatto. Non si tratta(va) di
inseguire Grillo nel suo populismo, ma piuttosto di dare risposte alla protesta
che gli elettori di Grillo manifestano vistosamente. Lo stesso vale sul fronte
di Rivoluzione Civile di Ingroia. Sapendo che nel futuro parlamento, qualsiasi
sia la maggioranza, 5 stelle e Rivoluzione Civile incastreranno il centro
sinistra. Se uno di questi movimenti proponesse la riduzione degli emolumenti
dei parlamentari a 5.000 euro netti, i parlamentari del centro sinistra
potrebbero votare contro (possono trattare fino a 6.000 ma incastrati
resteranno). E se proponessero l’inasprimento della pena per gli evasori
fiscali, per esempio con il carcere, i parlamentari del centro sinistra
potrebbero votare contro? Così come non potrebbero votare contro una qualche
forma di patrimoniale, che la vuole anche la CGIL o verso pene inasprite per
gli inquinatori. L’elenco potrebbe continuare ma spero che il senso sia chiaro.
Il centro
sinistra si è concentrato sulla questione del lavoro, bene ha fatto, ma le
proposte sono sembrate poco incisive. Non c’è stata neanche (per paura di
Monti?) un’assunzione piena del piano del lavoro della CGIL. Nel paese cresceva
una protesta per le molte, troppe, storture del nostro sistema istituzionale e
per le politiche attive, ma di questo il centro sinistra si è poco occupato.
Aprendo un autostrada ai due movimenti che lo stanno lavorando ai fianchi. Non
era necessario assumere toni populisti e demagogici, ma soltanto affrontare con
precisione alcune questioni che ormai hanno l’odore della cancrena.
C’è tempo per
riparare? Non so. Non so soprattutto se si ha coscienza del pericolo, si guarda
solo a Berlusconi mentre rischiamo di non avere erba sotto i piedi. Nonostante
gli errori il centro sinistra può ancora farcela, ma deve avere più coraggio,
deve ascoltare gli umori non populisti ma di protesta concreta che cresce nel
paese.
Condono di qui, condono di là, condono di su,
condono di giù
Sembra
incredibile, i condoni dalle labbra di Silvio Berlusconi fioriscono, uno al
giorno. Ma siamo sicuri che sia propria tutta colpa di Berlusconi o di chi si
fa dettare l’agenda politica da un personaggio in forte declino? I condoni
fanno male alla salute sociale del paese, per questo Berlusconi li propone.
Egli ha bisogno di un paese degradato, immerso nella fanghiglia della
corruzione, dell’evasione fiscale, dell’assenza del rispetto della legge.
Questo paese c’è; la domanda è se sia maggioritario.
Più “poteri”
Dalla Banca
d’Italia, alla Consob, ecc. dopo lo scandalo MPS, richiedono nuovi e più forte
poteri. È sempre la stessa storia. Le istituzioni di controllo non svolgono
bene la loro funzione, non perché in qualche modo ”rispettosi” di chi
dovrebbero controllare, non perché in qualche modo, direttamente o
indirettamente, coinvolti, non per incapacità e inefficienza, ma solo perché
hanno scarsi poteri. Viene da ridere.
Alfonso Gianni per Lucio Magri
Ho ricevuto questo testo sul recente libro che
raccoglie, a cura di Luciana Castellina, alcuni scritti di Lucio Magri. Spero
che possa interessare i lettori del Diario.
Questa volta vorrei provare a non commentare la stretta
attualità. L'occasione mi viene dall'avere recentemente trascorso due belle
giornate in Basilicata, presentando nelle biblioteche civiche di Potenza e di
Rionero in Vulture il libro postumo di Lucio Magri, Alla ricerca di un altro
comunismo, uscito per i tipi de il Saggiatore,
grazie alle cure di Luciana Castellina, Famiano Crucianelli e Aldo Garzia.
E' stata una salutare boccata d'ossigeno, non tanto
per il tempo atmosferico, pessimo, quanto per il fatto di uscire almeno
mentalmente e per qualche ora da un dibattito politico tra i peggiori che io
ricordi. Siamo infatti tutti immersi, volenti o nolenti, in una campagna
elettorale dove anziché porsi il problema centrale di come uscire dalla crisi
senza pagare il prezzo di un massacro sociale, si assistono a discussioni
surreali: se Mussolini è stato un benefattore delle genti italiche o un perfido
dittatore; che cosa effettivamente pensa Mario Monti e cosa farà; se Bersani
otterrà il plauso dei mercati finanziari; oppure se il povero Falcone era più amico
di Ingroia o della Boccassini.
Tornare a discutere di cosa sia stata la politica
nell'arco di quasi cinquanta anni fa dunque bene. Tale è lo spazio temporale
lungo il quale si snoda la lunga intervista a Magri, l'unica che Lucio volle
concedere, condotta negli ultimi mesi della sua vita da Crucianelli e Garzia ed
entro cui è racchiusa la raccolta degli scritti di Magri contenuta nel volume.
Questi ultimi iniziano da un testo formidabile. Si
tratta della rielaborazione per la rivista di Jean Paul Sartre, Les Temps modernes, di una relazione che Magri tenne al famoso convegno
dell'Istituto Gramsci sulle nuove tendenze del capitalismo italiano, tenutosi a
Roma nel 1962. Quell'intervento venne aspramente criticato sia da Giorgio
Amendola che da Giancarlo Pajetta. I due dirigenti comunisti non sopportavano
che Magri mettesse al centro della sua analisi proprio il processo di
modernizzazione che il capitalismo italiano, infatti chiamato neocapitalismo,
stava producendo al culmine di quello venne definito "il miracolo
economico" e al contempo lo sottoponesse a una spietata critica da
sinistra. Magri seppe cogliere elementi portanti destinati a fare la storia del
capitalismo futuro e delle sue crisi, compresa quella attuale. Egli rivisitava
la nota contraddizione fra il carattere sociale della produzione e quello
privato dell'appropriazione dei profitti, cogliendo due essenziali novità.
La prima era il distacco tra il controllo e la
proprietà nelle grandi imprese. Era un fenomeno che rendeva evidente che non
bastava abolire la proprietà privata per evitare forme di dominio e di
sfruttamento; infatti potevano svilupparsi originali costruzioni di capitalismo
di stato. Magri si riferiva al mondo occidentale, ma il suo pensiero si
allargava inevitabilmente anche a est. Allo stesso tempo Magri si rendeva conto
che il ruolo dei manager - secondo una intuizione dello stesso Marx - poteva
benissimo sostituire, in quanto funzionari del capitale, quello dei proprietari
delle aziende. Dire che Magri aveva intuito il nuovo capitalismo cinese o il
ruolo dei vari Marchionne è troppo, ma ci siamo vicini.
La seconda novità era rappresentata dal ruolo del
consumo. Sviluppando il pensiero dei francofortesi, Magri comprendeva che una
produzione per la produzione - tale è il capitalismo - avrebbe portato a
elevare il ruolo del consumo a molla essenziale di quel tipo di sviluppo. Nella
"società opulenta", famosa definizione di John Galbraith, il consumo
è forzato dalla esigenza di vendere merci tendenzialmente in sovrapproduzione e
la società nel suo complesso viene "reificata". La critica
dell'economia politica si univa alla riflessione filosofica sul gigantesco
processo di alienazione e di spoliazione della persona umana.
Quanto è lontano lo spessore di questa riflessione
dalla politica d'oggi, ove assistiamo al contrario alla sua separazione
radicale dalla cultura. Basta sintonizzarsi a caso su un talk show televisivo.
Ma questo era già chiaro allo stesso Magri. Frugando fra i suoi editoriali
della Rivista del
Manifesto, che diresse nella prima parte degli anni
duemila, si può trovare un altro preveggente scritto. Il vuoto della politica è
il significativo titolo dell'editoriale che apre la Rivista nel gennaio del 2003. In esso Magri mette a confronto
l'enorme sviluppo dei movimenti di massa sul piano interno e internazionale,
con l'incapacità evidente della politica di poterli interpretare e meno che mai
rappresentare.
Come sappiamo da allora le cose non hanno fatto che
peggiorare, sia sul versante dei movimenti, ma soprattutto, e di gran lunga di
più, su quello della politica. Perciò la conclusione di quell'articolo appare a
me struggente e densa di un attualissimo significato politico e morale. Se la
situazione reale mi appare così disperante, ci dice Lucio Magri, mi consolo
ricordando una bella e sconosciuta frase di Santa Teresa de Jesús: "So che
niente dipende da me, ma parlo e agisco come se tutto dipendesse da me".
Non propongo di affidare la rinascita della politica al misticismo
cinquecentesco, ma certamente un principio di questo genere unirebbe la
necessaria umiltà a un profondo senso di responsabilità. Entrambi ora sono
assenti.
Citazioni: nel bene e
nel male
Pierluigi Bersani, La
Repubblica, 9 febbraio 2012
“Dovremo stupire anche quelli che non ci votano perché dicono di essere
troppo arrabbiati. Anch’io sono arrabbiato, e forse dieci volte di più perché
conosco le cose da vicino, ma con la la solo rabbia non si va da nessuna parte,
bisogna che si faccia un cambiamento e un governo senza cambiamento sarebbe
inutile” (ma diciamo chiaramente e semplicemente le cose che bisogna cambiare
subito).
Giuseppe Bulgarella, La Repubblica, 9 febbraio 2012
“Se non lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione”
(questo biglietto semplice e terribile, è quello lasciato dall’operaio
edile dentro la Costituzione, alla pag. dell’articolo 1. Un atto d’accusa al
governo (cattolico) e a tutte le forse politiche. Ma tutti fanno finta di
niente, diranno che era depresso; vorrei vedere)
Massimo Cacciari, L’Espresso,
14 febbraio 2013
“O c’è ancora qualcuno, da Bologna in giù, che pensa sia possibile
combinare qualche sensata riforma senza avere con sé Piemonte, Lombardia e
Veneto?” (mi pare che alimentare la
favola che i governi passati hanno fatto gli interessi del sud, da Bologna in
giù, non corrisponda alla verità. Il problema comunque non è geografico, ma di
interessi)
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