domenica 22 giugno 2014

Immunità: di immunità si può morire

Diario 265

Immunità: di immunità si può morire



Fa scandalo l’introduzione dell’immunità per i futuri senatori. Essi saranno non solo non eletti direttamente ma anche immuni. Quindi un sindaco o un presidente di regione o un consigliere regionale, sarebbero “immuni” anche per i reati commessi non come senatori.

Non ho mai stimato il senatore Casson (la sua insensibilità istituzionale mostrata nel candidarsi a sindaco di Venezia mentre era pubblico ministero nella stessa città, me lo ha reso sempre alieno), ma oggi non posso che essere d’accordo con lui: l’immunità va eliminato sia per i senatori ma anche per i parlamentari. Dello stesso avviso Calderoli, persona per la quale ho molto antipatia e poca stima (suo il porcellum), ma oggi è un altro giorno. Per altro questa immunità è figlia di nessuno, il governo, a detta dei suoi membri, non la volevano, altri l’hanno chiesto (sul chi? mistero), ma il governo non si è opposto anche perché, come dichiarato dal ministro Elena Boschi, si tratta di questione non centrale. Caspita se è centrale, ministro, lo è molto di più che non le modalità di elezione dei senatori.

“Svoltare”, secondo la formulazione di Matteo Renzi, non significa soltanto modificare alcune regole, ma soprattutto ripristinare l’uguaglianza tra i cittadini; questi infatti hanno la consapevolezza, non a torto, che il ceto politico goda di privilegi. L’immunità dei deputati e senatori è uno di questi privilegi e non il minore (come la cronaca ci ha insegnato).

Eliminare questo privilegio, ministro Boschi, è principio di eguaglianza dei cittadini davanti al legge. Lei la ritiene una questione non centrale? La sua affermazione ci fa capire che la sua “bravura” e “capacità”, che molti le riconoscono, è priva di sensibilità democratica. Se ne aveva il sospetto, la questione dell’immunità è una conferma.

Ma cosa può succedere se al Senato nella votazione della riforma del Senato se l’immunità per i senatori non passasse? Pare che si delinei una forte, numericamente forte, opposizione. Non solo il M5*, non solo (spero) i senatori di SEL ovunque collocati, ma anche i pochi di scelta civica, una parte del PD (quanto consistente non è chiaro, e questa è questione diversa rispetto alla modalità di elezione dei senatori), i senatori a vita, ecc.

Ministro Boschi nonostante la sua abilità, il suo ottimismo e la sua sicurezza mi pare che sta conducendo la barca della riforma a sbattere contro uno scoglio. Che falla sarà? Non è prevedibile, ma è certo che anche con un po’ d’acqua in stiva l’equilibrio della barca rischia.

giovedì 19 giugno 2014

La sinistra potrà sopravvivere?

Diario 264

  • La sinistra potrà sopravvivere?
  • Tutti d’accordo, tutti contro tutti
  • Le manovre presidenziali                                                                     
  • SEL:  si discute o tramonta?
  • L’imbroglio della garanzia della Cassa Depositi e Prestiti




La sinistra potrà sopravvivere?
Con un articolo di Marc Lazar, il quotidiano La Repubblica (19 giugno) affronta il tema della  sopravvivenza della sinistra europea. I sostanziali magri risultati della “sinistra” nelle recenti elezioni europee (ad eccezione del PD in Italia) sono l’occasione di questa discussione.
La sostanza è: il mondo è cambiato e la sinistra no, in questa situazione potrà questa sinistra sopravvivere?
Il punto di vista sostenuto da Lazar tiene molto l’occhio sulla situazione francese, ma generalizza. In sostanza ecco le motivazioni esplicative (riassunte ma spero non tradite): carenza di organizzazione che combatta la disaffezione dalla democrazia e dalla partecipazione; difficoltà a riconquistare credibilità a fronte della diffidenza verso la classe politica; la scelta degli elettori a cui fare appello in via prioritaria; quali politiche pubbliche adottare a fronte della trasformazione del capitalismo; mancanza di identità del socialismo del XXI secolo; quale sia il leader in grado di affrontare le nuove forme della politica.  
Certo si tratta di questioni non di poco conto, ma forse c’è dell’altro. Alcuni autori, infatti,  in testi  brevissimi, tendono a sottolineare altri aspetti.
Alain Touraine individua nella necessità della difesa dell’individuo (non individualismo), e quindi nella difesa dei diritti umani, la chiave di una possibile ripresa del socialismo. Per Massimo Salvatori la ripresa non può che essere strettamente collegata alla lotta alle diseguaglianze. Marco Revelli fa riferimento ad una identità antiliberista. Guido Craine fa appello alla necessità di attivare due gambe per far camminare l’idea socialista: la prima è ridare fiducia ai cittadini nella democrazia, la seconda è l’equità sociale.
A me pare (non ho nessun titolo se non quella di una lunga militanza), che la questione di fondo sia la “natura” della società. Credo che nella crisi del welfare state e nel conseguente aumento delle  diseguaglianze economiche vada trovata il nocciolo della crisi del socialismo. Il WS è stato considerato intanto come statico, mentre la sua dimensione politica (e sociale) presupponeva un suo dinamismo, una sua continua crescita, inoltre sulla base della crisi fiscale dello stato si è iniziato a limarlo, in alcuni casi a tagliarlo con l’accetta. Si tratta di un fulcro fondamentale della crisi dell’idea socialista (o comunista, non del comunismo reale), proprio perché metteva in discussione una prospettiva sociale e politica, offuscando  la prospettiva di un futuro migliore.
In questa frattura si insinua il capitalismo del XXI secolo che afferma con forza una società delle diseguaglianze e quindi il suo dinamismo non è più fondato sulle lotte sociali ma sull'invidia,  sul rosico e sulla capacità di accaparramento.   
Le diseguaglianze sociali sono il germe di una società ingiusta che non sempre produce rigetto, ma
molto spesso corruzione sia intellettuale che fattuale. Oggi le diseguaglianze sono crescenti  in modo insopportabile (non che ci sia un livello di diseguaglianza sopportabile, ma insomma), e maturano all'interno dell’economia finanziaria.
Se il socialismo non deve morire deve aprire un fronte di conflitto con il capitale finanziario, contro le diseguaglianze e per lo sviluppo del WS e la crescita economica adeguata al tempo (se poi la “nuova politica industriale” fosse quella annunziata in questi giorni dal governo, allora potremmo  dormire sonni pieni di demoni).
Tutto molto facile a dirsi, lo so bene, ma pieno di difficoltà, ma un po’ di strumenti concettuali sono disponibili.   


Tutti d’accordo, tutti contro tutti
Renzi, Berlusconi, Salvini, Grillo, prove di accordo “costituzionale”, ma in realtà dietro l’accordo forse c’è l’avvio di una guerra di posizione.
Berlusconi si sbraccia per il mantenimento dei patti, ma nello stesso tempo lancia il “presidenzialismo”, che di fatto mette in discussione l’impianto della riforma. Che gioco è? Nello stesso tempo il falco Brunetta mette in campo una serie di “divergenze” sulla legge elettorale e sulla riforma del Senato. Una distribuzione di ruoli diversi? O l’estrema confusione in quella parte politica, l’una o l’altra non costituisce una buona garanzia.
Grillo esprime una sua disponibilità a trattare sulle riforme costituzionali. Bene. Mette in campo una riforma elettorale proporzionale (una testa un voto), che ha tutto il mio incondizionato accordo ma si tratta di una proposta che collide totalmente con la riforma già approvata dalla Camera dei deputati. E allora? O Grillo non conosce il testo approvato, o la proposta del M5* è un tentativo di far suonare le campane silenti dopo la batosta delle europee. O molto semplicemente si tratta di un modo per ricollocare il M5* nell’ambito della prassi parlamentare dopo il periodo del No, No, No… non si tratta con nessuno. Gli umori che esprime Grillo (proporzionale a parte) non mi piacciono, hanno un tasso di autoritarismo e una inconcludenza politica insopportabile. Va detto, tuttavia, che il M5* costituisce (o costituiva?) di fatto l’unica opposizione presente in Parlamento e questo è salutare, l’opposizione fa bene alla democrazia e al dibattito politico.
Salvini, che si fa forte di un modesto peso complessivo della Lega, si dimostra d’accordo sulla riforma del Senato e del Titolo V che ridà competenze legislative alle regioni. Che, si fa per dire, si presentano come limpide ed efficiente istituzioni.
Renzi ha fretta, tanta fretta, vuole sedersi alla presidenza del semestre italiano della UE con le riforme in tasca (o quasi): fissa una data di scadenza il 3 luglio. Ma la fretta, quasi mai è una buona consigliera (né lo è la sua Ministra alle riforme che invece costituisce un eco-renziana).
Nodi, i nodi esistenti sono molti, possono essere risolti da un accordo strappato a Berlusconi e al… PD, ma i problemi restano. Sulla legge elettorale il Presidente del consiglio sembra più duttile: ritiene il 40%  dei voti ottenuti alle europee come messi in cassaforte (io sarei più cauto), e quindi sembra disposto ad accettare, appunto al 40% dei voti, la soglia minima per il premio di maggioranza. La soglia di “entrata” è portata al 4%, tanto che importa ragiona il presidente del consiglio. Sembra anche disposto a cedere sulle preferenze o sui collegi minimi.
Sulla riforma del Senato le cose sono più complicate perché le divergenze sono più articolate. Non c’è un’opposizione che voglia ripristinare il bicameralismo, ma non tutti condividono l’assenza di una elezione diretta dei senatori. La elezione di secondo grado pone problemi complessi di equilibrio e di rappresentanza, mentre la nomina di un numero di senatori (5 o 21) da parte del Presidente della Repubblica convince pochissimo. Renzi ha messo a tacere le sue opposizioni interne con la “forza”,non mi sembra la trovata di un grande leader.
La mia impressione è che la fretta farà i gattini ciechi: la riforma andrà in porto, ma risulterà piena di questioni non risolte e lascerà degli strascichi.       
 
Le manovre presidenziali                                                                     
A lato della riforma costituzionale,  ma a quella strettamente intrecciata, sono visibili le manovre per la Presidenza della Repubblica: Napolitano potrà durare ancora un po’ ma non troppo.
Casini fa le sue mosse, tutte tese ad acquisire riconoscenza da parte di Renzi. Basterà? credo di no.
Ma da quando circola l’idea che i tempi sono maturi per una presidenza al femminile, mi sembra che si  possa interpretare l’attivismo “convergente” della senatrice Finocchiaro, come finalizzato anche a questa possibilità. 
Due soluzioni del tutto insoddisfacenti, per ragioni uguali e politiche. C’è di meglio, anche fuori dalle due Camere.

 
SEL:  si discute o tramonta?
Il voto sul decreto fiscale ho diviso i parlamentari di SEL; niente di grave, ma è la crisi di SEL, che preoccupa.
Una crisi, come si dice, che viene da lontano, dall'incapacità di rifondare una prospettiva comunista adeguata al XXI secolo, sfuggendo dalle mode, dall'inseguimento ora di questo ora di quel movimento (ed è ancora il meglio) o di agitare prospettive politichese, senza affrontare le trasformazioni del capitalismo e della società, ma facendosi forte di un “dover essere” che data la sua dimensione appariva più che velleitario. Il relativo successo della lista per le europee poteva essere la buona occasione per rifondare un discorso che affrontasse i nodi strutturali del processo economico sociale della “nuova” società e facesse i conti con i fondamenti teorici.
Entrare nel PD o starne fuori a questo punto è indifferente, almeno così mi pare e soprattutto inutile dal punto di vista politico generale.

L’imbroglio della garanzia della Cassa Depositi e Prestiti

Ricevo dal mio amico Angelo un’analisi su una questione oggi cruciale anche per l’apertura di una procedura di infrazione della UE)

E' possibile stare a sentire politici e grandi giornalisti accreditati, presso tutti, come esperti, discettare su problemi non da poco senza che nessuno di loro accenni alla sostanza delle cose.
 Questa mattina, nella trasmissione della "la 7"(19giugno), Alan Friedman lamentava il ritardo nei pagamenti dei debiti dello Stato verso i propri fornitori, debiti per i quali il Governo ha già deliberato che sia "la Cassa Depositi e Prestiti" a fare da garante alle banche, affinché queste anticipino ai fornitori quanto dovuto dallo Stato.
 Ma il capitale della CDP è di 3,5 miliardi più utili di 2,3 miliardi, mentre i debiti dello stato ammontano (dicono, ma nessuno ne è sicurissimo) a 75 miliardi. Volete sapere a quanto ammonta la "cassa e disponibilità liquide" della CDP? traendo il dato così come è scritto nel suo bilancio (31.12.2013), risulta di 3.530 euro (lo ripeto in lettere a scanso di equivoci; "tremilacinquecento euro"). Meno di quanto, forse, l'ultimo impiegato della CDP tiene in casa per le spese correnti.
 Mi si obietterà che la liquidità reale è sui conti che la CDP ha nelle banche. Ma se avesse conti a credito il saldo a credito del conto bancario sarebbe tra le liquidità. Ma alla voce banche c’è un attivo di 14 miliardi 851 milioni di euro, e un  passivo di 24 miliardi 8 milioni.
 La CDP gestisce tra l'altro, in quanto titolare,  i risparmi che gli italiani hanno depositato presso le poste, quindi di chi sono i soldi su cui si rivarranno le banche in caso di mancato pagamento alla scadenza del credito finanziato ai fornitori dello Stato? Avete indovinato.
 Ma che bisogno c'è, se il debitore è lo Stato, che questo venga garantito dai soldi dei cittadini italiani? E gli impiegati, quando vi invitano a fare buoni del tesoro o libretti postali, non vi dicono che sono depositi sicuri in quanto garantiti dallo Stato?
 Vediamo, allora, come funziona e soprattutto quale ne è la logica: i cittadini hanno i propri depositi garantiti dallo Stato ma i loro depositi garantiscono i debiti dello Stato.  Sembra qualcosa di molto confuso ma a ben guardare non lo è affatto. Il gioco è questo: io Stato non pago i debiti verso i fornitori perché non ho soldi allora, in base alla garanzia prestata,  li paga la CDP con i soldi dei cittadini. A questo punto lo Stato dovrebbe, in base alla garanzia fornita ai depositi postali dallo Stato, restituire ai cittadini quanto utilizzato per pagare le banche. Ma se lo Stato non ha i soldi che succede? Ecco: i fornitori sono stati pagati dalle banche, le banche sono state pagate dai cittadini e i cittadini sono restati con i depositi garantiti dallo Stato, che già li garantiva, ma che non ha un euro.
 Ma attenzione. Vi diranno tutti che sia di fondamentale importanza che i fornitori dello stato vengano pagati perché così si riavvia la "crescita" senza la quale siamo perduti. Ma allora, perché la CDP non finanzi direttamente i fornitori dello Stato senza passare attraverso le banche così, almeno, gli interessi che, senza rischi, guadagneranno le banche li guadagnerebbe la CDP?


lunedì 16 giugno 2014

Polemiche

Diario 263




Viva il miracolo

Sull’ultimo Domenicale del Sole 24 ore, Carlo Maria Croce da una parte ed Elena Cattaneo, Gilberto Corbellini e Michele De Luca, dall’altra, hanno affrontato quello che può definirsi la sconvolgente e vergognosa, ingannevole e speculativa, mistificante e approfittatrice del dolore, storia di “stamina”. Un medico sotto accusa dalla procura di Torino, viene autorizzato a procedere ad una nuova infusioni (con spettacolo televisivo) da un magistrato di Pesaro.

Il Ministero e il Governo sono carenti, la magistratura opera nel disprezzo della scienza, la cultura scientifica nel nostro paese è bassissima e quasi nulla, la scuola dà in questa direzione un notevole contributo, ecc. Tutto vero e ragionevole, ma bisogna anche fare riferimento ad un costrutto antropologico della nostra società che più di altri, ma non la sola, crede ai “miracoli”, è proprio questa credenza che costituisce la base su cui si assidono truffatori e malfattori, approfittando del dolore di malati o dell’angoscia di genitori di bambini malati, ma soprattutto della credulità che il miracolo può sempre avvenire.


La statistica maltrattata a fini politici

Angelo Panebianco, non sopporta la vittoria di Renzi, pare un po’ livido. Renzi può non piacere, ci mancherebbe, la sua politica può apparire discutibile, lo credo, il suo vitalismo può irritare, ma piegare con tono scientifico la statistica ai propri umori, non pare corretto. Panebianco (sul settimanale Sette, del Corriere della Sera) contesta il “valore” della vittoria di Renzi con l’argomento, vero, che ha votato solo “il 58,7% degli aventi diritto” ed ecco la stoccata: “se si fosse votato in elezioni politiche (ove l’affluenza in genere supera l’80%) la percentuale di suffragi raccolti da Renzi sarebbe stata molto più bassa”.

Il nostro professore suppone che i non votanti si distribuiscono, nelle preferenze di voto, in modo diverso dai votanti, possibile, ma non esistono evidenze di questo fatto, mentre non è escluso che i due “universi” (votanti e non votanti) si somigliano molto.

Potrà accadere che Renzi prenda meno o più del 40%, ma questo dipende da motivi diversi da quelli prospettati da Panebianco.


La finestra, imbarazzante

Il 2 giugno il Presidente del consiglio ha approfittato della festa per un personale bagno di folla: ha camminato a piedi, ha distribuito strette di mano e sorrisi (non mi pare che abbia ancora baciato bambini). Tutto discutibile ma sta dentro la dimensione politica attuale, accreditata anche se non condivisa.

Ma Renzi mi ha sbalordito, quando si è affacciato dalla finestra di Palazzo Chigi a salutare la folla. Si tratta forse di ipersensibilità, così mi dice qualche amico, a me quella faccia e la mano che si agitava ha determinato uno stralunamento, una sensazione di ripulsa come segnale di un populismo autoritario.

Spero e mi auguro di sbagliare, che Renzi possa essere ben consigliato sui contenuti della democrazia, anche se l’episodio della riforma del Senato mi conferma su una possibile deriva.

Intanto solidarizziamo con Mineo e i 14 senatori autosospesesi; ma forse non basta.



Qualche “mela marcia”?

Gli scandali Expo, Mose, Finanza a Napoli, ecc. mettono in evidenza come non sono solo i politici ad essere coinvolti, ma anche nodi delicati della Pubblica Amministrazione. Certo la teoria della “mela marcia” va sempre bene, ma forse c’è qualcosa di più. I complicati meccanismi pubblici non solo non garantiscono controllo ed efficienza, e già sarebbe un male, ma sembrano adatti a promuovere la corruzione. Non si tratta solo di bonificare, ma di trasformare.    

venerdì 30 maggio 2014

Il 40% è troppo. Pericoli crescenti

Diario 263

Il 40% è troppo. Pericoli crescenti

Mi ha molto, ma molto, preoccupato la dichiarazione del vincitore Renzi quando ha detto il PD deve allargarsi fino a diventare il partito della nazione. Evidentemente il 40% dei voti dà alla testa.

Il partito della nazione è il contrario della democrazia, sia perché rende anche impossibile quel brutto esemplare di democrazia che è l’alternanza, sia perché cancella l’articolazione politica (e democratica) delle forze sociali. Il partito della nazione si traduce come un partito della totalità. Un partito e un uomo prende tutto. Il 40% ha fatto male anche alle forze articolate, si fa per dire, del PD, la versione del salire sul carro del vincitore viene oggi tradotto nel “il partito è di tutti”, anche il ribelle Citati chiede un posto in segretaria (perché negarglielo, non potrà fare niente di male). 

Ma la sindrome imperversa su tutto l’arco parlamentare: il partito di Monti si è squagliato, e le gocce premono per essere assorbite nella spugna renziana (del resto alcune di queste gocce da quel partito provenivano e si erano accasate con Monti farneticando di un centro trionfante). 

Non mi meraviglierei se anche alcuni orfani di Berlusconi, invece di bussare alla porta di Alfano bussassero a quella di Renzi.

Ma quello che intristisce e fa cadere le braccia, come si dice, è l’atteggiamento di una parte (solo una parte?) di SEL. Pare che ci sia una parte che vorrebbe che SEL entrasse al governo come premessa per una confluenza nel PD (o viceversa, non fa differenza). Si poteva sperare, come ho scritto in precedenza, che a partire del risicato successo della lista per l’Europa, risicato ma niente affatto scontato, quell’area, vista l’aria che soffiava dalla parte del PD, si impegnasse a fare qualche cosa di diverso dall’entrismo (spettacolo già visto in altre occasioni). Si poteva sperare ma non era certo che ci si poteva credere. Così mi pare è.

La “democrazia” non è volti sorridenti e soddisfatti, non è promessa di riforme forse utili, del pensiero dell’uomo al comando o anche del “suo” partito, vive di dialettica, di conflitti, di antagonismi, di differenze, di diverse opzioni sociali, di diverse visioni del mondo, cioè di un confronto non solo di interessi ma anche di idee e di prospettive. Il coltivare gli interessi può generare mostruosità, Certo che la situazione attuale vive dell’orgia della governabilità, cioè non tanto di un punto di equilibrio temporaneo tra diversità, ma di una prevaricazione (fosse anche istituzionalmente garantita). 

I tempi che ci vengono incontro sono molto instabili, essi meriterebbero un surplus di democrazia, ma la malattia di questa, dichiarata da tutti i medici, almeno in Italia, sembra adottare la cura dell’unanimismo. Brutto, brutto temporale.

Del resto, e questo è l’altro grande problema, quando l’alternativa si focalizza tra M5* e FI, non c’è scampo. 

Si può sperare solo in una pioggia torrenziale che spazi via i miserabili, ma possenti, ripari costruiti con l’unanimismo.




divendres, 30 maig de 2014

Innovació i conflicte social: Can Vies com a símptoma

Els incidents d’aquests darrers dies en el barri de Sants i en diversos barris de Barcelona arran del desallotjament de Can Vies evidencien, més allà de la gravetat dels fets concrets, dues qüestions principals: per un costat, la creixent distància de sectors significatius de la ciutadania envers la política institucional; per l’altre, la importància que prenen les iniciatives d’innovació social en l’actual conjuntura de crisi econòmica i social.
Comencem per aquest darrer tema. En un context en el les administracions públiques –per impotència o per pròpia voluntat- renuncien a satisfer les promeses de l’Estat del Benestar, les iniciatives ciutadanes destinades a fer front a la crisi i els seus efectes prenen una importància creixent. Com ja hem tingut ocasió de comentar aquí, aquestes iniciatives són de dos tipus: unes prenen formes caritatives i solidàries amb l’objecte, sobretot, de pal·liar les situacions de privació material; d’altres, sense renunciar a aquesta tasca solidària, tracten, a més, d’apoderar les comunitats locals per tal de reclamar els seus drets i per construir allò que podrien ser alternatives a l’actual organització social. Aquests darrers són els denominats moviments d’innovació social.
Resulta interessant i significatiu que l’acció d’aquests moviments es centri, sobretot, en l’àmbit de la reproducció social, més que no pas en el món del treball, on per molt de temps s’han concentrat els principals conflictes socials. Això fa que la seva acció tingui una incidència rellevant en allò que podríem considerar els corol·laris urbans de la pugna sobre l’Estat del Benestar: la qüestió de la casa (Plataforma d’Afectats per la Hipoteca), els espais verds (horts urbans), el consum (cooperatives, Som Energia) i els centres cívics (espais autogestionats com la Carboneria o Can Vies).
Al nostre entendre, allò que confereix força i capacitat d’irradiació a aquest moviments en la ciutat és precisament el retrocés de les polítiques socials, per una banda, i la prevalença dels interessos privats en l’àmbit de l’habitatge i de la gestió urbana, per l'altra. La seva naturalesa i evolució no es troba, tanmateix, exempta de limitacions i aspectes polèmics. Com ha mostrat elMapa de la Innovació Social elaborat recentment a la Universitat Autònoma de Barcelona, els moviments d’innovació social tendeixen a radicar-se no tant en aquells barris amb població més pobra i més desproveïts de serveis, sinó en d’altres relativament més benestants que compten amb un més alt capital urbà i major capacitat de reacció (Sants, en seria un bon exemple). D’altra banda, l’efectivitat de les iniciatives s’ha mostrat alta des del punt de vista defensiu (la PAH n’és una bona mostra) i a l’hora de promoure accions significatives, però de cap manera han assolit la dimensió que els permeti substituir les polítiques públiques, ni tan sols compensar els efectes del retrocés d’aquestes.
Són aquestes limitacions les que han portat a afirmar que els conflictes a l’entorn de les iniciatives d’innovació han de ser considerats, de moment, més com a símptoma que com a expressió d’una alternativa en vies de consolidació. Ara bé, hi ha un segon aspecte que fomenta la seva importància i atracció: la creixent desconfiança de parts significatives de la ciutadania envers els canals establerts de representació política i les institucions. En aquest context, els moviments de caràcter disruptiu, exteriors a la política institucional, generen una simpatia i tenen una atracció major. Aquesta circumstància hauria de constituir una crida a la responsabilitat: per a uns, a no malbaratar amb accions estèrils aquesta simpatia i capacitat d’irradiació; per als altres, a no preservar en les polítiques i les pràctiques que contribueixen a anar eixamplant més i més aquella desconfiança. 
[Foto: Wikipedia Commons]

mercoledì 28 maggio 2014

Elezioni europee, sorridere si deve

Diario 262

Elezioni europee, sorridere si deve

Per quello che vale, personalmente sono moderatamente soddisfatto per come è andata la lista di sinistra per Tsipras. Come si erano avviate le cose, avere superato lo sbarramento può essere considerato un successo in sé, ma non conforta la prospettiva. Potrebbe essere un buon segnale se fossero/fossimo capace di una riflessione collettiva, di massa, non di gruppi dirigenti, su quello che è necessario, se fossero/fossimo in grado di annullare ogni egotismo e ogni volontà di prevaricazione, se fossero/fossimo in grado di dismettere il termometro ideologico e mettessero/mettessimo l’intelligenza a ricostruire un corpo di idee fondate a partire dalla “matrice” su quello che dovrebbe servire nella nuova fase della società capitalista. Ne saranno/saremmo capaci? sperare è d’obbligo, ma crederci è difficile. Comunque un risultato che molti di noi ritenevano impossibile è stato realizzato. Bene il sorriso illumini oggi il nostro viso.

Sono molto soddisfatto per la sconfitta del M5*; nonostante la convinzione di alcuni amici, ritengo la sconfitta salutare e forse liberatoria. L’unica contrarietà è nel fatto che Grillo non ha mantenuto la promessa di ritirarsi se avesse perso. Ha perso ma pari che non si ritiri. Non mi convincono gli amici che sottolineano che il voto per Grillo è un voto di protesta e quindi la sconfitta del M5* indebolisce la protesta nel paese. La protesta non è garanzia di nulla. Il M5* è un seminatore di umori di destra, per nulla progressisti, e violenti. La capacità di Grillo deve preoccupare, il suo ridimensionamento mi pare una boccata di aria pulita.

Molto soddisfatto per la sconfitta di FI, Silvio Berlusconi è finito, e la dimensione della sconfitta scongiura la farsa della successione ereditaria. Nel centro destro si apre un terremoto di cui non sono chiari ne prevedibili gli esiti.

Abbastanza soddisfatto e molto preoccupato sono per la limpida e di dimensione non prevista vittoria di Renzi. Oggi Renzi è il meglio che ci possa capitare, ma non è quello che ci vuole, non solo, la dimensione del successo ne rafforza i suoi tratti meno esaltanti. È evidente, tuttavia, che la fonte della mia soddisfazione dovrebbe essere la base per una mia contemporanea soddisfazione (i vasi comunicanti), ma non è così e si tratta non tanto di una contraddizione logica, quanto di un’esigenza politica. Sono inquieto: le politiche economiche e sociali di Renzi non solo non sono convincenti, ma sono, a mio parere, contrarie alle necessità. Il successo, invece, è interpretato come la loro esaltazione. Non si tratta da dove ha pescato i voti per la sua vittoria e quindi del prezzo (di riconoscenza) che dovrà pagare, non credo che Renzi pensi a questo. Egli persegue la sua politica che non garantisce sviluppo equilibrato, redistribuzione, equità, e soprattutto lotta alla finanza. Ora il nemico è l’austerità, va bene, ma non solo non basta ma rischia di essere oltre che un’illusione, un diversivo.

Ci sarebbe da ragionare sul comportamento degli italiani, ma se ne potrà riparlare.

Per oggi sorridiamo.

giovedì 22 maggio 2014

Euro, maledetto euro

Diario 261



Euro, maledetto euro 
I test di ammissione per le facoltà a numero chiuso 
Il processo popolare promesso da Grillo: l’intolleranza al potere 


Euro, maledetto euro

In occasione della campagna elettorale per il Parlamento europeo, spesso viene avanzata una richiesta politica di “abbandonare” l’euro, essendo la moneta unica responsabile del disastro economico del nostro paese. Si fa strada tra le gente il convincimento che tutto il male dipenda dall’euro, mentre tornare alla lira risolverebbe i problemi. 

Si tratta di una proposizione opportunistica, si scarica su una “cosa” che tutti conoscono e maneggiano, appunto l’euro, l’insofferenza per il disaggio economico e sociale senza andare alla ricerca dei veri “responsabili”.

Anche quanti si oppongono a questa “ricetta”, discettano dei meccanismi complessi e non chiari, e forse non previsti, attraverso i quali questa fuoriuscita possa avvenire. Altri, giustamente, sostengono che l’abbandono dell’euro con il ritorno alla lira che dovrebbe permette una svalutazione in modo da aiutare e facilitare le nostre esportazioni, e quindi avviare un nuovo periodo di sviluppo, trova una sua contropartita negativa nell’aumentato costo delle importazioni, ed essendo il nostro paese dipendente dalle importazioni per beni essenziali non solo all’economica ma anche alla vita quotidianità, si pensi solo all’energia, la svalutazione finirebbe per essere negativa e produrrebbe ulteriori processi di redistribuzione negativi. 

Ma tutti questi ragionamenti sono fuffa e soprattutto si vuole consapevolmente nascondere il nodo fondamentale. Si possono dividere le questioni considerando due aspetti principali. 

Da una parte va detto che la crisi da cui non si riesce ad uscire, e non parlo solo dell’Italia, è generato dalla speculazione finanziaria (fare denaro con denaro), e negli strumenti che la finanza internazionale ha “inventato” per poter concentrare sempre più il potere economico in poche mani, il famoso 1%, e scaricare, sul 99% , il costo dell’operazione.

Dall’altra parte le politiche di austerità attivate in Europa (ma non solo) hanno aggravato la crisi per il semplice fatto che esse non erano finalizzate a cercare, in qualche modo, delle soluzioni, anche parziali, alla crisi, ma solo a garantire finanza e banche. Si salvano le banche e si affamano i popoli, questa è la fondamentale guida delle politiche dell’Unione Europea e delle istituzioni pubbliche finanziarie internazionali.

Se ipotizzassimo il nostro paese fuori dallo euro e dalla UE, avremmo lo stesso enorme debito, con la stessa percentuale del 130% sul PIL, questo rapporto non cambierebbe. Ma quale sarebbe la politica del governo? Non faccio fatica a pensare che sarebbe la stessa: la sua preoccupazione maggiore sarebbe quello di garantire i “possessori” del nostro debito, con il pagamento degli interessi e il rimborso del capitale, attraverso il rinnovo del debito. La finanza ci terrebbe per il collo e non saremmo capace di scioglierci da questo nodo. Continueremmo ad avere una continua tosatura della popolazione per garantire i creditori. Faremmo delle politiche di ristrutturazione del debito? non credo; faremmo delle politiche di taglio del valore del debito? non credo; ci rifiuteremmo di pagare il debito? non credo. Non solo perché non esiste nell’orizzonte della nostra politica andare contro la finanza, ma perché un paese solo (debole e piccolo, questa è l’Italia) non potrebbe fare una tale politica con risultati positivi. La fionda di David in questo caso non funziona. 

Non è l’euro il nostro problema e dell’Europa, sono solo in parte le politiche di austerità imposte dalla UE (pensare che sia possibile una politica di espansione e che questa sia la soluzione ci pare un’illusione), il nostro problema è la finanza internazionale, ma per combatterla bisogna essere forti e grandi. È la politica della UE che va cambiata, ma non solo in termine di meno austerità, certo anche questo, ma in termini di conflitto aperto e risolutivo verso la finanza internazionale. Ma di questo non si parla.


I test di ammissione per le facoltà a numero chiuso

Il destino della nostra Università è legata al “pensiero”, diciamo così, dei relativi ministri che si succedono al ministero. Ci deve essere qualcosa di malvagio, un incantesimo ministeriale: professori ed ex rettori di università prestigiose appena si siedono su quella poltrona perdono la conoscenza che hanno, o dovrebbero avere, dell’Università.

Non sfugge neanche l’attuale ministro, il quale raccogliendo il “grido di dolore” per i test di selezione per le facoltà a numero chiuso, indica una nuova strada: tutti dentro la selezione sarà effettuata alla fine del primo anno (ma si dice anche alla fine del secondo anno) sulla base dei risultati conseguiti. 

Intanto, i test non piacciono anche al ministro perché mal fatti, o come strumento in sé? Questo non è chiaro, e sarebbe un’opinione importante. Ma tralasciamo. Una volta deciso il numero chiuso un criterio di selezione si impone. Quello proposto dal ministro mi sembra peggiore dei test.

Anche se il ministro contemporaneamente avesse garantito al primo (o ai primi due anni) di quelle facoltà una triplicazione, e anche più, degli spazi, delle attrezzature, del personale docente e di assistenza, la soluzione mi sembra barbara, da una parte, e fondata sul “mercato”, dall’altra. Barbara perché promette a chi non riuscisse di avere perso uno o due anni. Va bene che i giovani non hanno niente da fare, resteranno senza lavoro anche se laureati, ma approfittare di questa situazione mi pare cinico. Di mercato, perché fioriranno gli “istituti” che prepareranno all’esame dietro pagamento di cospicue rette quanti potranno pagare.

Questa situazione sarebbe moltiplicata esponenzialmente se la Ministra non garantisse, come fa, maggiore risorse, allora dove prima ce ne stavano 150,ora ce ne devono stare 800 o più, chi insegnava e curava 150 studenti ora non insegna e non cura 800 e più studenti. Già si parla di lezioni in video conferenze (con strumenti che si interrompono, che mal trasmettono, ecc.); le video lezioni sono uno strumento che richiede mezzi e tempi di preparazione adeguati, non basta una piccola telecamera fissa davanti alla cattedra.

Insomma un vero pasticcio, cinico, di favoreggiamento, e, soprattutto, inefficace e inefficiente. 

Forse, con impegno, si possono trovare strumenti migliori, parametri più significativi, test più sensati, ecc. Si tratta di una selezione che ha grande importanza per il paese, meriterebbe che su questa necessità si misurassero energie creative e scientifiche serie. Ma questo sarebbe troppo, basta avviare la mandria in aule inospitali e inadeguate, poi la rigidità dell’esame (di 800 o più studenti esaminati) farà la selezione. Ma come? Uno studente deve superare tutti gli esami, l’80% o quale altra percentuale. 

La ministra ha sopra il suo tavolo l’esito dell’abilitazione di professore associato e ordinario, con i ricorsi, le ambiguità, gli scandali, ecc. La selezione di massa con mezzi inadeguati genera storture, non selezione.


Il processo popolare promesso da Grillo: l’intolleranza al potere

Il farneticare di Grillo non deve essere preso sotto gamba. Non perché farà i processi popolari, ma per il clima di violenza e di intolleranza che genera.

Grillo ha sostenuto che senza il M5* oggi l’Italia sarebbe attraversata dalla violenza, mentre il movimento incanala politicamente (sia fa per dire) il malcontento popolare, il disaggio sociale, la rabbia per la disoccupazione giovanile, ecc. A me pare il contrario è Grillo ad alimentare violenza e intolleranza.

La convivenza non è assenza di conflitto, ma è sicuramente assenza di intolleranza individuale, che è quella che arma la mano non solo contro il politico, ma contro le donne, i nonni, chi ti guarda storto, ecc. 

Si può ridere della proposta dei processi popolari, si possono ricostruire tutti i motivi che non giustificano questo atteggiamento morale da parte di Grillo, ma io penso che bisogna avere preoccupazione per il clima di intolleranza che genera. Questa è una battaglia da fare contro Grillo e il suo movimento, per la convivenza, la civiltà e la libertà.



martedì 13 maggio 2014

Liberare Claudio Scajola

Diario 260

Liberare Claudio Scajola

Tenere in carcere l’ex ministro Claudio Scajola lede i diritti umani; l’Italia potrebbe essere condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Non si può tenere in carcere, infatti, un uomo privo della capacità di intendere e di volere, né vale che si tratti di uomo molto abile, con una capacità innata, per tenere nascosto questo suo handicap.

Si hanno diverse prove di tale incapacità, anche se prende la forma prevalente della “smemoratezza”: il caso della casa pagatagli da un amico a sua insaputa; l’aiuto dato al un latitante condannato con sentenza definitiva per sostegno alla criminalità organizzata, pensava di fare un’opera buona, umanitaria; la dichiarata conoscenza quasi formale per la signora Rizzo, moglie del latitante, quando i loro rapporti sono registrati frequenti e continui e finalizzati a garantire la latitanza del marito di lei. Gli ultimi sintomi sono emersi in questi giorni: da dieci anni usava impropriamente un telefono e una sim di proprietà del Ministero degli interni. Non si ricordava, credeva fossero suoi, anzi no della scorta, e ovviamente non ricorda che la sua scorta è impropria. Inoltre imponeva alla sua scorta di chiamarlo Signor ministro, non ricordando che da tempo non lo era più.

Insomma anche chi fosse collocato politicamente in altro schieramento da quello dell’ex ministro, deve sentire l’obbligo umanitario di richiederne la scarcerazione.

domenica 11 maggio 2014

Marina B., una vita straordinaria

Diario 259

Marina B., una vita straordinaria



Diario 259

Marina B., una vita straordinaria

Ciascuno di noi vive una vita normale, direi banale, una vita dove gli avvenimenti sono previsti e prevedibili, l’imprevisto è un’eccezionale (e non parlo della caduta dalle scale o dall’essere investititi sulle strisce pedonali). Molti pensano “la mia vita è un romanzo”, ma si tratta di un riflesso di cattive letture e di tanta Tv. Per alcuni, pochi, la vita si presenta come eccezionale, direi straordinaria, dove la realtà si scontra con le aspirazioni, i contorcimenti di carattere risultano funzionale ad un destino che non si voleva, dove i desideri sono continuamente frustrati.  È il caso di Marina B.
Marina nasce in provincia di Varese, suo padre usciere al comune e sua madre casalinga. Una vita grama ma tranquilla. Marina cresce circondata dall’affetto dei suoi, sua madre sogna di farne una sarta, le sembra che abbia una disposizione innata da come gioca con le bambole. Ma a sette anni, perde all’improvviso il padre, la madre è disperata non solo per la perdita del marito ma per la condizione economica nella quale la famiglia è caduta, la magrissima pensione permette  di pagare l’affitto e comprare il pane. La madre si dispera, non sa a che santo rivolgersi e le sue preghiere restano inascoltate. Marina è estremamente colpita dalla morte del padre, la sua giovanissima età, sette anni, le permetterebbe il dolore ma anche una sorta di smemoratezza, Marina no, si lascia accompagnare soltanto dal dolore. 
Una coppia facoltosa che veniva dal capoluogo per fare acquisti di frutta e verdura, spesso si fermava a carezzare Marina, che giocava per strada facendole regali e chiacchierava con la madre. Non avevano figli per quanto desiderati. Un incontro fortuito, quasi casuale che cambia la vita di Marina, questa coppia, infatti, si offre di prendere con sé Marina. La madre è combattuta tra l’attaccamento alla figlia, il possesso, e il desiderio di garantirle un avvenire migliore. Vince l’amore e la bambina viene affidata a questa coppia.
Marina sviluppa un sentimento di astio verso sua madre: non l’ha voluta, l’ha ceduta, non l’ama. È troppo giovane per far conto del suo avvenire.
Nel nuovo ambiente, la città, Marina esplode. Si impegna nello studio, assorbe gli stimoli che venivano dalla nuova famiglia, culturalmente ricca anche se moralmente e socialmente rigida. Marina cresce, per i nuovi genitori ha un sentimento di riconoscenza ma non d’amore, li sente e li vuole tenere distanti, la vera madre dimenticata in una nuvola di astio.
Marina cresce, tra successi scolastici, buone compagnie, feste di ragazzi, vacanze estive. Vive tutto questo con gusto, ma è come se fosse in un ambiente alieno. Nessuna vera amicizia con le sue compagne, nessun cedimento ai giovani corteggiatori. Si sente sola e vuole essere sola.
Ma giunge l’Università, la grande città, la moltiplicazione degli ambienti sociali, la curiosità per il nuovo. È sola ed è felice. I “genitori” le hanno trovato un posto in un collegio femminile, le regole non le pesano, ma inizia a trasgredirne alcune (per un film, un concerto, chiacchiere con compagni), nessuna amica e nessun amico. Ma all’improvviso emerge, a lei sembra come se emergesse dalla folla dei giovani, Elena, giovane, intelligente, spiritosa, dissacrante, come un colpo di fulmine tra le due scocca la fiamma dell’amicizia. Elena inizia Marina allo spinello, al sesso, alla rivolta. Una coppia che spopola, ma impenetrabile: loro due contro il mondo.
Le suore chiamano i “genitori” non possono più tenere Marina in collegio, non rispetta nessuna regola, è arrogante, blasfema. I genitori accorrono, vogliono riportarla a casa, Marina si ribella, la sua vita ormai è un’altra. Non vuole niente, non dà niente, scompare da quel mondo.
Il suo mondo è la città, la sua Elena, lavoretti, giacigli occasionali, la solidarietà dei compagni, cibi arrangiati, case occupate. L’erba non basta più, passano ad altro, perdono i compagni, sempre più sole si prostituiscono a turno per la dose, la loro intelligenza si ribella ma i loro caratteri sono deboli, assuefatti a quella dimensione di degrado. Hanno ancora fame, rubano libri, rubano pane.
Ecco un giorno per un taglio malvagio Elena muore abbracciata a Marina.
Disperata, vaga per strada, stralunata ma non drogata, affamata ma senza fame, vorrebbe finirla, ma aveva promesso ad Elena di essere felice. Ma coma si fa?.
In qualche modo ripulita, rivestita, rinutrita, cerca lavoro. Viene assunta come fattorina in una grande azienda. E come se la sua intelligenza rifiorisca. È efficiente, è efficace, è innovativa, grande lavoratrice, aperta ma distaccata. Viene notata e si fa notare, ha capito che l’aspetto fisico in un donna è un importante ingrediente per attirare l’attenzione.
Non ha vita sociale, fuori dal lavoro, letture, di tutti i tipi, segue un corso di inglese, qualche cinema e ogni tanto gli è tornata la voglia di qualche concerto.
Notata viene promossa, sale gradini fino ad una delle tante segretarie dell’open space dell’azienda. Quella è la sua fortuna.
Il capo, il boss come viene chiamato da tutti, la individua. Forse l’ha scambiata per un’altra. Avendo perduta una delle sue segretarie la richiede. Marina cambia piano, sale all’ultimo. Ambiente raffinato ma un po’ carico (gli insegnamenti della sua famiglia adottiva hanno sviluppato un’attenzione ai particolari). Ma quello che la colpisce è l’ambiente ostile, le altre tre segretarie fanno un unico corpo contro. Marina fa finta di niente, ma giudica, le valuta come donnette ambiziose e senza carattere, in attesa spasmodica di un elogio del campo e drammatica evoluzione per un’osservazione, non parliamo per un rimprovero. Marina si da la regola della compostezza. Fa il suo lavoro, non piega la testa ma non è arrogante, spesso interloquisce con il boss. Elabora una strategia per il successo. Le altre tre segretarie non si rendono conto, ma sta tagliando loro l’erba sotto i piedi.
Soprattutto apprende: si fa consapevole delle relazione, ammantate di cinismo, con i potenti (politici, imprenditori, amministratori); capisce che per fare soldi bisogna procurarsi soldi e prenderli ovunque essi siano (i soldi non hanno sapore, non hanno odore); apprende come bisogna ridurre il danno che lo stato procuce con le tasse (evadere è un  diritto); scopre che molti possono essere comprati, hanno un prezzo (politici, magistrati, giornalisti). La sua educazione si completa, si guarda nello specchio e sorride rimirando la bambina che giocava per strada, la giovane per bene di buona famiglia, la sbandata, la fattorina. Sorride soddisfatta, il mondo è là pronto per essere preso, bisogna avere la mano pronta, il coraggio vigoroso e la coscienza opaca.
Ha smantellato la segreteria del boss, lei ormai e il capo, ha scelto altre cinque segretarie (tre uomini e due donne) che formano il suo ufficio, seduta alla sua scrivania, in una stanza ovattata, ormai riceve gli omaggi dei potenti, paga, non prega, ordina. Il boss si fida e gli affida il suo impero.
È giusto che una vita come quella di Marina B. meriti un’opera teatrale che la esalti, come quella che si sta preparando in questi giorni. La sua vita è un romanzo.                    






giovedì 8 maggio 2014

La stravaganza: come si creano posti di lavoro?



Diario 258

La stravaganza: come si creano posti di lavoro?
Povero Scaiola, l’inconsapevole



La stravaganza: come si creano posti di lavoro?

Il Governo Renzi si è convinto, almeno così pare, che il problema della disoccupazione, di quella giovanile in particolare, sia da una parte un problema di rigidità contrattuale e dall’altra dipenda dal mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Che esista una rigidità contrattuale è una bella favola, i lavoratori, proprio in presenza di un’alta disoccupazione sono stati costretti ad accettare forme contrattuali super flessibili e ad alto tasso di sfruttamento. La nuova legislazione messa in campo, e che pare il parlamento, dopo contorcimenti vari, approverà, si può prevedere, avrà pochissimi effetti in termini di aumento dell’occupazione; forse, ma anche qua il dubbio non è un vezzo, regolerà solo alcune posizioni dando loro una forma ufficiale di precariato.

Inoltre che il governo si attrezza per spendere risorse (se ho capito bene un miliardo) per creare un sistema, ovviamente ad amplissimo contenuto informatico, per fare appunto incontrare domanda e offerta di lavoro che pare non si conoscano, non si incontrano, mentre forse non si trovano perché la domanda langue.

Pur all’interno di una crisi endemica e senza soluzione, l’unica soluzione essendo il cambiamento di regime sociale, sarebbe possibile fare qualcosa per alleviare i drammatici livelli di disoccupazione. Bisognerebbe mettere in moto un progetto reale non legislativo per creare nuovi posti di lavoro. Una politica per l’occupazione con un forte risvolto di politica industriale. Tanto per intenderci, farà molto di più, se effettivamente sarà realizzato, l’investimento di pochi milioni di euro per mettere in sicurezza le nostre scuole che non tutte le leggi sulle quali Renzi rischia sempre di impiccarsi.

Sembrava che i “giovani al potere” potessero significare maggiore comprensione dei fenomeni reali, maggiore immaginazione nel trovare soluzioni, maggiore progettualità. Niente di tutto questo, ma solo la ricerca dell’effetto popolare.



Povero Scaiola, l’inconsapevole

Diciamolo chiaramente il destino si accanisce contro il povero Scaiola: prima il pasticcio, diciamo così, della casa  in parte consistente pagatada “altri”, di cui l’ex ministro non sapeva niente; ora l’arresto con l’accusa di avere favorito la latitanza di un condannato con sentenza definitiva per collaborazione con la criminalità organizzata. Ma sono certo che Scaiola non sapesse proprio niente di quello che stava facendo. È un destino crudele, una maledizione, quella che si accanisce contro l’inconsapevole ex ministro e amico dell’ex cavaliere Silvio Berlusconi. A meno che sia propria l’amicizia con l’ex cavaliere che porta male, come dimostrano i troppi suoi amici inquisiti e condannati. Altro che accanimento giudiziario, si tratta di un caso evidente di iettatura.   

martedì 29 aprile 2014

Muori Catullo



Diario 257

Muori Catullo



Muori Catullo meglio morire
Se Nonio-le-Scrofole fa il magistrato
Se Vatinio il bugiardo giura
Per il suo consolato
Muori Catullo meglio morire

Se si guarda al nostro paese verrebbe voglia di aderire al pessimismo di Catullo, ma non è possibile, il nostro paese è messo molto male, avrebbe bisogno di tutti e di ciascuno di noi; sarebbe necessario che ciascuno facesse quello che può e sa e che rigetti lo sconforto che giustamente ci coglie. Del resto come non farsi predere dallo sconforto.

Silvio Berlusconi, condannato per delitti contro lo stato e la comunità, e sotto processo per reati altrettanto gravi, tra cui la “compra” di senatori, non solo è stato graziato di fatto dalla condanna inflittagli dai tribunali e confermata dalla Cassazione, ma è diventato, più di prima, il beniamino dell’informazione. Bisognerà un giorno riflettere sul degrado dell’informazione stampata e televisiva e sull’opportunismo di molti dei giornalisti, anche di sinistra. Le interviste o le apparizioni di Berlusconi hanno un tasso di informazione pari a zero, egli ripete sempre la stessa storia e propina le sue fandonie, quindi non è per informarci che viene intervistato, ma solo perché pare faccia audience, mentre non ne possiamo più.

Beppe Grillo, con i suoi insulti, con il suo taglio autoritario, si prende lo spazio che vuole. Raccoglie la protesta, anche la giusta protesta, ma la porta a un vicolo cieco, sogna la maggioranza assoluta e noi tremiamo. L’Italia che ci propone, per quello che si riesce a capire tra un va fa.. e qualche altro insulto, è repellente.

Matteo Renzi, non mi piace, non mi piace, ma non è un giudizio estetico ma politico. Ma è il meno peggio. So che qualcuno storcerà il muso (anch’io), ma va preso atto che il panorama politico italiano offre solo di peggio. Insieme ai suoi ministri e ministre, spesso alla moda, sta mettendo alcune pezze, dei rattoppi, altro che cambiare senso, Alcuni di questi proprio sbagliati (vedi il lavoro, l’idea che il problema sia il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro, più stupida non potrebbe essere), alcune sacrosante (vedi auto blu), altre modeste ma giuste (gli 80€ in busta paga, fermo restando i pasticci procedurali). Non molto, ma cosa c’è di meglio nel panorama politico?

La Sinistra, comunque e dovunque qualificata, oltre ad affermare un “dover essere” inconsistente non mostra né di avere capito la gravità della situazione, né di voler realmente costruire almeno un primo grumo di opposizione. Incrociamo le dita e speriamo fortemente, ma vale la pena di impegnarsi, che si sia in grado di superare la soglie di sbarramento alle elezioni europee.

Ma può essere mai che il Senato sia il nostro Vietnam? (so che un riflesso e una lingua degli anni ’70, ma non mi vergogno). Non possiamo accettare che così va il mondo, non possiamo accettare che le cose del mondo sono cambiate e, come direbbe Renzi, ce ne dobbiamo fare una ragione.

Inchiodiamo la nostra classe dirigente, politica, accademica ed economica a dire chiaramente se possa esistere:
- Un ragionevole livello di disoccupazione;
- Un ragionevole livello di disoccupazione giovanile;
- Un ragionevole livello di reddito che possa garantire una vita decente;
- Una ragionevole evasione fiscale e corruzione;
- Una ragionevole diseguaglianza sociale;
- Una ragionevole libertà personale dal bisogno, dall’oppressione statale o familiare;
- Un ragionevole sistema di sanità pubblica priva di alti tassi di errori, di approssimazione, in modo che ci possa affidare con fiducia alla loro cura;
- Un ragionevole livello di qualità di istruzione, in grado di formare dei giovani colti oltre che informati, capaci, fantasiosi e in grado di costruire per tutti un futuro migliore;
- Un ragionevole livello di sport che non sia spettacolo milionario e per fare milioni;
- Un ragionevole livello di informazione;
- Una ragionevole struttura economica;
- Una ragionevole qualità del lavoro
- …….

Se non c’è una classe dirigente (che comprende anche sindacalisti, leader di movimenti sociali e ambientali, ecc.) a fornire accettabili risposte a questi interrogativi, bisognerà che si trovi il modo di cambiarla, senza rispetto per età, per sesso, per tradizione. Vorremmo sapere e abbiamo il diritto di sapere, verso che paese stiamo andando.
La politica realista del “fare” alla quale si attacca il governo, va bene se il fare, fare, fare, e subito ci porti verso un società più giusta, più equa, più sana. Volere una società più giusta, più equa e più sana non può essere qualcosa di cui vergognarsi, perché non alla moda con il tempo che scorre. Ma se fosse così, se avessero ragione, dovremmo pretendere di sapere quale è il prezzo da pagare e chi sono quelli che dovranno pagare per questo nuovo andazzo del mondo. Insomma dobbiamo pretendere di vedere le carte.

Non possiamo più accettare la finzione che presto torneranno i bei tempi, nessuno ci crede e del resto, come si ripete, il mondo è cambiato; ma quella che non deve cambiare è la dignità del vivere.





venerdì 18 aprile 2014

Il “ricatto” paga ma non fa bene al paese

Diario 256
  •  Il “ricatto” paga ma non fa bene al paese
  • Volgarità
  • Nuova disciplina universitaria  


Il “ricatto” paga ma non fa bene al paese
 Non è un bel paese quello nel quale le più importanti istituzioni si fanno “ricattare”. Non è difficile capire che la minaccia da parte di Silvio Berlusconi di far saltare le “riforme” se non gli fosse riconosciuta “presenza politica” e “agibilità politica” ha spinto il Presidente della repubblica a riceverlo, nel più alto colle della politica italiana, nonostante che l’ospite sia stato  condannato per reati contro lo Stato e sotto processo, con una prima condanna, per altri reati. Napolitano seguendo un suo convincimento sulla necessità delle riforme, di quelle riforme, si è piegato, diciamo così, per gli interessi del paese (individuati nelle riforme in cantiere) all'arroganza del condannato.
Così come la cena del Presidente del consiglio con Silvio Berlusconi e l’inquisito Verdini ha la stessa matrice. Per la paura di rimetterci la faccia, come egli dice, Renzi ha accordato al condannato Silvio Berlusconi una cena (un tratto di maggiore amichevolezza rispetto a quella del Presidente della Repubblica) che insieme all'incontro con  Napolitano ha illuminato il condannato di visibilità politica.
Incontri necessari? Assolutamente no, la riaffermazione degli accordi del Nazareno poteva essere lasciata ai plenipotenziari, ma Berlusconi voleva essere illuminato e questo ha ottenuto.
Non è una bella storia quella di un Presidente della repubblica e di un Presidente del consiglio che ricevono un condannato per reati gravi contro lo stato e sotto processo per reati altrettanti gravi.
Se è un mascalzone chi ricatta lo sono un po’ meno chi si fa ricattare per nobili motivi o solo per propria convenienza politica.
Ma gli incontri hanno avuto “buon esito”. Non dubito che i giudici che hanno definito le modalità attraverso le quali il condannato dovrà scontare la pena, hanno applicato la legge, ma non pare inverosimile che l’applicazione sia stata …benevola,  frutto di quella illuminazione di cui si è detto. Berlusconi non è un condannato pentito, al contrario rigetta la condanna e ha condotto una campagna quanto mai aggressiva verso la magistratura tendendo a delegittimarne ruolo e funzione. Non è che i magistrati si sarebbero dovuti vendicare, ma avrebbero potuto essere legittimamente più severi data la personalità delinquenziale del quale dovevano stabilire le modalità di applicazione della pena. Si potrebbe dire che anche loro sono stati sottoposti alla pressione di due ricatti quella del condannato e quelle delle massime cariche dello stato che il condannato hanno onorato.    
Tutto questo poi perché? Per una legge elettorale sicuramente antidemocratica e, con molto probabilità, anche anticostituzionale che non è escluso porti i grillini al potere (non per virtù di consenso ma per i marchingegni della legge) e per una riforma del Senato che grida vendetta.
Non tutte le riforme sono buone per il solo fatto di essere … riforme; spesso i riformatori, diciamo così, si innamorano delle parole.

Volgarità
Le forme delle volgarità sono tante, da chi si mette le mani dentro il naso a chi ti erutta in faccia, ma queste volgarità sono il segno di una cattiva educazione, ma ci sono delle volgarità, chiamiamole intellettuali, che sono costruzione cosciente (e se incoscienti ancora peggio) di ferire, ma che alla prova dei fatti servono piuttosto a disegnare la personalità di chi le elabora.
Il Presidente del consiglio, Matteo Renzi, è un grande costruttore di volgarità intellettuali, certo figlie della sua tracotanza, ma questo aggrava.
Quanto egli formula la sua reazione nel “se ne devono fare una ragione”, o ancora “vuol dire che me ne farò una ragione”, egli definisce l’interlocutore non degno di attenzione, intende dire non conti niente per me, io vado avanti per la mia strada delle tute ragioni me ne faccio un baffo. Se il “baffo” poi è un interlocutore sociale, come per esempio il sindacato, dimostra il suo autoritarismo. Non sto dicendo che il sindacato ha sempre ragione, ma costituisce uno dei  “soggetti”  meritevole di attenzione da parte di chi questo paese intende governare. Detto sinteticamente il “se ne devono fare una ragione” è la traduzione toscana del ligure “fa va…” di Grillo. Il guaio per noi è che il paese se li merita tutte e due.

Nuova disciplina universitaria  

Non sono chiari ancora i termini della manovra che il governo sta mettendo a punto, ma quello che pare certo che da questo momento in poi non basta più nelle Università l’insegnamento di Scienza della Finanza, ma si impone una nuova disciplina Ingegneria della finanza dello stato. Tra anticipazione, rivalse, ecc. la macchina non solo è complicata ma rischia di non funzionare. Per la verità aveva cominciato il già dimenticato ministro Tremonti, ma ora ci riprova Renzi anche se gli obiettivi di quest’ultimo sono sbagliati ma apprezzabili (tra gli errori, diciamo così, pare paradossale che ha ricevere di più, dentro la fascia dei redditi stabiliti, siano quelli con più alti redditi. Misteri delle manovre e dei marchingegni)      

sabato 5 aprile 2014

Le riforme di cui non si parla

Diario 255
Le riforme di cui non si parla 
Coscienza indeterminata 


Le riforme di cui non si parla

Il governo Renzi sta predisponendo una serie di riforme; tutti gli argomenti investiti, bisogna dirlo, meritano profonde riforme; dei contenuti di queste riforme non vorrei occuparmi in questa occasione (tutti discutibili; spero che potranno essere modificati), ma vorrei sottolineare due temi sui quali un’azione riformatrice sarebbe necessaria, ma che non pare siano nell’agenda (elettronica) del governo: l’evasione fiscale e la corruzione.

L’evasione fiscale, come da più parti affermato, sottrae alle entrare dello Stato, ogni anno, più di 100 miliardi di euro; mentre la corruzione vale circa 60 miliardi annui. 

Sulla prima l’Agenzia delle entrate, la tanto vituperata Agenzia delle entrate, qualcosa fa, ma non abbastanza. Sarebbe necessaria una rieducazione delle guardi di finanza (tra di loro si annidano molti corrotti che permettono max e piccole evasioni); ancora un rafforzamento di mezzi e uomini nel settore, mentre pare che, al contrario, per ridurre le spese sono in programma dei tagli, ci vorrebbe una legislazione più incisiva (compresa quella relativa al falso in bilancio). La stessa cosa vale per la corruzione, qui non c’è neanche l’attenzione dell’Agenzia delle entrate.

È strano che i cartelli che hanno illustrato la conferenza del capo del governo, nessuno, che io ricordi, fosse dedicato a questi argomenti, né di queste questioni Matteo Renzi parla nelle sue numerose apparizioni televisive. Questa dimenticanza si accompagna a provvedimenti che possono colpire chi è iscritto nei ruoli del Ministero delle finanze, più facilmente individuabile e perseguibile; ma gli altri?

Questo atteggiamento è molto strano perché la soluzione, anche solo parziale (diciamo del 50%), risolverebbe il problema delle “risorse” che tanto angustia il governo. 

Non credo che dietro questa indifferenza ci sia un stupido calcolo politico: non irritare contro il governo gli evasori. Infatti un’azione veramente incisiva contro l’evasione farebbe crescere il consenso di chi le tasse le paga. 

Certo non è questione che si risolve istantaneamente, un’azione seria e determinata per giungere a significativi risultati avrebbe bisogno almeno alcuni anni, ma oggi esistono strumenti, informazioni, banche dati, capacità ispettive che potrebbero venirne a capo in non molto tempo . In realtà è qui che entra in gioco una delle maggiori, e pare più significative, peculiarità della stagione politica renziana: la velocità. Si tratta di questioni i cui frutti hanno bisogno di tempo per maturare, e a Renzi la semplice idea di “fare con calma” fa venire l’orticaria (politica). Egli vuole risultati subito, non importa come. 

Un vero peccato, perché con il suo vitalismo, la sua determinazione, e la sua volontà di “cambiare verso all’Italia”, il presidente del consiglio potrebbe dare una spallata a queste questioni almeno pari a quella che sta cercando di dare … alla pubblica amministrazione.



Coscienza indeterminata 

Che il condannato (pluri condannato) Silvio Berlusconi, eserciti tutte le pressioni di cui è capace per evitare il suo accantonamento politico, è comprensibile, in un certo senso anche giustificabile. A questo scopo, come è noto e si è visto in questi giorni, egli minaccia ricatti sulle riforme e cerca di coinvolgere, nella rivendicazione di uno status eccezionale, che gli permetta di fare quello che ha sempre fatto, le alte cariche dello stato, che inopportunamente gli hanno concesso spazio. 

Quello che fa senso, imbarazza, irrita e scoraggia sono le dichiarazioni dei suoi uomini e donne che non perdono occasione di ripetere come sia ingiusto e illegittimo, soprattutto illegittimo, che al presidente di Forza Italia sia negata l’agibilità politica. Che tradotta significa: sia concesso al condannato di farsi un baffo della sentenza. 

Non c’è onorevole e senatore, che perda occasione per rivendicare per il suo leader, appunto, l’agibilità politica, che invochino la persecuzione giudiziaria, che tirino per la giacca questa o quella autorità, questo o quell'organo istituzione. Capisco che tremino per la caduta elettorale del loro partito, ma per rivendicare l’agibilità politica a Berlusconi ci vuole una faccia di bronzo che non è riscontrabile neanche nell'esecrata Prima Repubblica.

La persona di cui parliamo, l’ex cavaliere Silvio Berlusconi, è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per reati contro lo Stato, evasione fiscale; la stessa persona è stata dichiarata decaduta da senatore; sempre la stessa persona è stata condannata, in prima istanza, per corruzione di minorenne; la stessa persona insieme ai suoi avvocati è sotto inchiesta per aver indotto (pagato) le frequentatrice delle “cene eleganti” a dire falsa testimonianza; sempre la stessa persona e sotto processo per avere “comprato” sicuramente un senatore (ma forse più di uno) affinché cambiasse schieramento politico.

Come si può pensare che ad un simile personaggio dovesse essere garantita agibilità politica? Mi pare una ignominia che solo persone dalla coscienza indeterminata possono avanzare.

mercoledì 2 aprile 2014

Una vergogna: il presidente Napolitano incontra il condannato Silvio Berlusconi

Diario 254

Una vergogna: il presidente Napolitano incontra il condannato Silvio Berlusconi

A cena giunge la notizia che il Presidente della Repubblica, che rappresenta il paese, ha incontrato il condannato Silvio Berlusconi. Guastata la cena di molti italiani, sbalorditi tutti, nessuno poteva crederci fino a quando non è giunta la conferma del Quirinale. Non solo l’autorevolezza del presidente viene minata ma è la carica in sé che scade a luogo di intrighi.

L’educazione istituzionale dovrebbe insegnare che un’alta carica dello stato non può incontrare un condannato per reati gravi e contro lo Stato (evasione).

Uno incontro che è una vergogna e che non è giustificata neanche dell’avanzata età. Anche perché la giustificazione sta altrove. Berlusconi aveva chiesto a Renzi di ripetere l’incontro al Nazzareno per parlare delle riforme, una richiesta che aveva solo lo scopo di confermare l’agibilità politica del condannato Berlusconi a ridosso della decisione del Tribunale di Milano relativamente all’assegnazione ai domiciliari o piuttosto ai servizi sociali del condannato.

Renzi ha fatto orecchie da mercante, ma contemporaneamente a chiesto al “nonno” di provvedere. Da qui l’incontro che non può trovare giustificazione nel fatto che Berlusconi è il presidente di FI (a questo si attaccheranno domani quanti vorranno giustificare l’incontro), anche perché al condannato sono precluse le cariche pubbliche. Berlusconi minacciava ricatti sulle riforme (voti al senato) e Renzi e Napolitano si piegano.

Usando un sostantivo che piace molto a Renzi, si può dire che l’incontro è una macchia indelebile sulla faccia del presidente ma anche su quella di Renzi, non è chiaro se sia una macchia di inchiostro, il segno di uno schiaffo o uno sputo.

Una vergogna nazionale che credo mettano in difficoltà i genitori che raccomandano ai loro figli di non frequentare cattive compagnie, che si sentiranno rispondere che se il presidente della repubblica frequenta dei condannati di reati gravi loro possono frequentare chi vogliono.

martedì 25 marzo 2014

Lista per Tsipras



Lista per Tsipras

Diario 253

L’idea di una lista per Tsipras è sembrata una buona idea, non c’era da sperare un grande successo, ma sarebbe stata un’occasione intelligente e politicamente fondata perché la sinistra potesse presentarsi unitariamente, con un obiettivo che molti poteva condividere, e per questa strada cogliere un discreto successo.

Non si poteva sperare in una grande vittoria ma in una significativa affermazione. Molto importante per dare corpo ad una fondata richiesta di cambiamento politico della UE, una sua democratizzazione, una sua attenzione, finalmente, ai popoli. Per quanto non trasbordante una presenza significativa della sinistra nel Parlamento europeo avrebbe potuto porre all’ordine del giorno una politica di contrasto contro la finanza internazionale, senza la quale parlare di crisi e di fuoriuscita dalla stessa non è che una favola.

Una consistente affermazione della lista avrebbe potuto, inoltre, costituire un viatico rilevante per le prossime elezioni italiane (prima o dopo ci saranno). La nuova legge elettorale, se rimanesse come licenziata dalla Camera dei deputati, falcidierebbe la rappresentanza, lasciando privi di rappresentanti un popolo di sinistra frammentato e non in grado di superare lo sbarramento, mentre una lista unitaria, nuova, potrebbe sperare di superarlo.

Insomma c’erano tante buone ragioni per un impegno nuovo e rinnovato, proprio in presenza di un sentimento antieuropeo di destra, la nuova lista avrebbe potuto attrarre i critici consapevoli di sinistra. Le modalità di lancio e formazione di questa nuova esperienza, per altro, evitava gli errori di esperienze similari del passato. Una identità riconoscibile, un progetto di sinistra, degli obiettivi condovisibili.

Il condizionale speranzoso si è dimostrato costruito sulle sabbie mobili. La sinistra è incapace di dismettere il proprio individualismo per abbracciare una individualità, certo non omogenea, ma in grado di cogliere la drammaticità della situazione e che mostrasse la volontà di un lavoro comune in grado di promuovere una mobilizzazione di popolo su obiettivi condivisi.

Nonostante l’impegno di alcuni dei promotori della lista, pare che tutto stia naufragando nel Mare della divisione e nel Mare delle contrapposizioni. L’articolazione di queste contrapposizioni non ha difficoltà a trovare le sue motivazioni (in questo la sinistra è maestra). I comitati locali, segnalo il plurale, che avrebbero dovuto essere la base della mobilizzazione, si stanno dimostrando un pasticcio che tutto mette in discussione. Non lo strumento di mobilizzazione (poi perché più comitati localmente?), né tanto meno strumento di democrazia dal basso, ma gruppi contrapposti di sostegno a quel o quell’altro “candidato” (l’uno contrapposto all’altro perché “migliore”, più di “sinistra”, ecc.).

Tutto questo avviene mentre la destra, nelle sue varie coloriture, avanza in tutta Europa.

Si può sperare, ancora l’ottimismo, che si riesca a correggere il presente andazzo, altrimenti si resterà fuori dal Parlamento europeo e soprattutto si sarà persa una nuova occasione di ripensare la sinistra. Nonostante l’ottimismo, va detto che l’esito che si sta scrivendo è quello del fallimento, nessuno capisce più chi è la lista per Tsipras, e nella confusione anche i più disponibili arretreranno. Cattivo lavoro non può dare buon esito.



domenica 16 marzo 2014

Renzi, quale civiltà del lavoro?

Diario 252

Renzi, quale civiltà del lavoro?

Il governo Renzi, viene rappresentato come l’ultima spiaggia, lui stesso ne è convinto. Si tratta di un punto di vista che lo rafforza, non crede di potere trovare ostacoli e quindi osa.

Ha un’opinione pubblica favorevole, i critici di Renzi, non molti per la verità, si attaccano al suo stile, alle modalità comunicative, all’arroganza, perché non pare concreto (dove troverà le risorse?). Ma sono battuti dalla capacità di trovare slogan accattivanti, quello dei “dieci miliardi in tasca a dieci milioni di italiani” è un capolavoro comunicativo.

Ma se tralasciassimo quello che è un annunzio e ci si soffermasse su gli atti concreti mi sembra che sul quel poco ci sia tanto da dire. L‘unico atto concreto è quello sul lavoro, che mi pare non solo sbagliato in se stesso ma che disegni una società da rigettare. Dopo la riforma Fornero/Monti, non si pensava si potesse andare oltre, ma quella proposta da Renzi/Poletti ha fatto il miracolo.

Vediamo: i contratti a tempo determinato passano dalla durata di un anno a quella di tre anni; prima era possibile solo una proroga con dichiarazione della causale, ora si passa ad otto proroghe senza bisogna di dare spiegazioni sulle cause; prima tra un contratto e un altro dovevano passare 10-20 giorni, ora possono essere continuativi; in precedenza il numero dei contratti a tempo determinato doveva essere stabilito dai contratti collettivi, ora se il contratto collettivo non prevede il limite ci si assesta al 20% dell’organico.

Mi pare di poter dire che il mercato del lavoro viene disegnato sulle spalle dei contratti a termine, il contratto a tempo indeterminato riguarderà solamente l’organico di cui l’azienda non potrà fare a meno sul piano organizzativo e qualitativo, mentre il lavoro di routine, quello pesante, a bassa professionalità verrà assegnata a contratti a tempo determinato, lunghi tre anni nella migliore delle ipotesi, ma sempre insicuri, infatti possono essere interrotti a discrezione dell’azienda. Si può sottolineare che con questi contratti non è possibile che il lavoratore riesca a contrarre un mutuo per la casa, grave ma c’è di peggio. Sembra più grave la civiltà del lavoro che questi contratti delineano: precaria, marginale, sottomesso, ricattato. Non è questa la civiltà del lavoro che la sinistra, per quanto moderna, può accettare.

Se poi a questo capolavoro si aggiunge la parte dell’apprendistato siamo all'improntitudine: non c’è nessun impegno di assumere gli apprendisti, non è previsto un contratto (impegno) scritto, non c’è obbligo di una formazione teorica. L’apprendista è solamente carne da lavoro.

Insomma, non eravamo mai arrivati a fissare le regole secondo le quali l’impiego del lavoratore ricade sotto l’arbitrio del datore di lavoro.

Su questa strada si può arrivare al contratto giornaliero, come quello dei braccianti meridionali sotto il caporalato.


venerdì 7 marzo 2014

Renzi, l’angoscia (sic!) per il futuro

Diario 251 

Renzi, l’angoscia (sic!) per il futuro



Preoccupa molto due cognizioni che accompagnano l’ascesa di Renzi al governo del paese.

Da una parte si ripete, da molti osservatori, non necessariamente compiutamente renziani, che il più giovane presidente del consiglio della storia della Repubblica Italiana rappresenta l’ultima spiaggia. 
Dopo di lui non ci si può aspettare che il diluvio, questo è il significato dell’affermazione. 

Certo tre presidenti del consiglio che, per ragioni, motivazioni e metodi diversi, falliscono nell’arco di due anni sono troppi anche per il nostro paese. Ma appellarsi all’ultima spiaggia ha due significati diversi. È un “avviso ai naviganti”: non ostacolare il governo, bisogna appoggiare il governo, non illudersi che qualcosa di meglio sia possibile. Se Renzi fallisse ci toccherebbe in sorte una tempesta (economica-sociale) di proporzioni mai vista. Ma se questa tempesta scoppiasse, si dice, si sotto intende, o si fa capire, non resterebbe che l’attesa di un uomo forte al timone in grado di far navigare il paese nella tempesta e dalla tempesta portarla fuori. Un uomo solo al comando come indicatore di sicurezza, ma per questo bisognerà pagare pegno. 

Dall’altra parte, una differente cognizione accompagna Renzi nel suo cammino, quella che possiamo definire come la fede nella sua riuscita. Il suo vitalismo, la sua giovinezza, la sua ambizione, la sua forza di volontà, la sua capacità di manovra, la sua autostima, la sua capacità di lavoro, l’assunzione della sua centralità, ecc. (mischiando quelli che in un linguaggio vecchio si potrebbero dire vizi e virtù) paiono e vengono interpretati come una garanzia di successo. 

La sua dichiarazione dell’assunzione piena, in prima persona, della responsabilità di governo (ci metto la faccia, ripete, ed ancora se il governo fallisse sarebbe mio il fallimento, ecc. farsi ad effetto di cui è estremamente capace). Il disegno di un ruolo centrale che l’uomo giovane e volitivo vuole assumere; non si tratta, come potrebbe sembrare, una sorta di salvaguardia per i suoi collaboratori, ma l’assoluto disprezzo per loro. Nella scelta dei ministri e soprattutto dei sottosegretari, non ha avuto difficoltà a piegarsi al manuale cencelli, mostrando un opportunismo impensabile e una piena accettazione della “melma” di Roma, perché questa facile conversione? Non credo che ci sia opportunismo né accettazione della romanità della politica, ma, piuttosto, pare che questi fatti possono essere ascritti al fatto che non gli importa nulla, disprezza ministri e sottosegretari, perché è la sua centralità, autonomia e autorità (alias autoritarismo) che determinerà la marcia del governo (i ministri e i sottosegretari sono sotto tutela della presidenza del consiglio e del presidente in prima persona. In sostanza re Renzi si muove su una scacchiera dove sono state eliminati alfieri, cavalli, torri e regina, sono rimasti solo pedoni, che insieme agli altri pezzi sono importanti ma da sole valgono un soldo bucato, niente. I ministri e i sottosegretari, scelti con il manuale cencelli hanno solo uno scopo quello di garantire i voti in parlamento (di questi non può fare a meno).

In sostanza le due cognizione non solo influenzano l’idea che Renzi ha di se stesso, ma sono interne alla sua stessa costruzione psicologica della sua avventura governativa. Renzi è angosciato di non riuscire (i continui appelli alla sua faccia, a se stesso come motore, ecc. ne sono l’espletazione di questa angoscia), ma, ovviamente, non crede a questa possibilità ed è convinto che per scongiurare la catastrofe bisogna che punti su se stesso. La necessità di riuscire e la paura di fallire alimentano la sua angoscia che costituisce anche la sua molla.

Con un forte semplificazione, di cui mi scuso, si potrebbe dire che e lui l’uomo forte al timone, e di questo forse è convinto (non sto dicendo che è un fascista). Ma se così fosse, allora, l’angoscia diventa la nostra.


I rimproveri di Bruxelles. In che cosa consiste la competitività? 

Il Commissario europeo Olli Rehn ci rimprovera e ci mette sotto osservazione. Gli indicatori che preoccupano la Commissione europea sono sostanzialmente due: il debito troppo alto, la competitività troppo bassa, che insieme determinano una bassa crescita economica. Si può capire l’apprensione della Commissione per l’alto debito: la preoccupazione è quella che non riusciremo a pagare il debito (la catena di Santo Antonia, pagare il debito con nuovo debito, potrebbe saltare) con gravissime perdite per la finanza internazionale (quella che sta veramente a cuore di Bruxelles). Non c’è dubbio che il debito non riusciremo a saldarlo, nonostante le affermazioni dei diversi ministri del tesoro. La Commissione chiede che sia innalzato il “saldo primario” del bilancio pubblico (= introiti meno spese) da qui il suggerimento delle riforme da fare sempre le stesse che hanno il segno di tosare la popolazione. 

Quello che appare evidente è che la Commissione non si occupa dell’Europa, ma ha assunto il ruolo di custode delle virtù dei singoli paesi. È questa l’impressione che si ricava dalla continua sottolineatura della bassa competitività del nostro paese. Ne discutevo con il mio amico Angelo al telefono: il commissario non dovrebbe essere felice della delocalizzazione delle imprese italiane in altri paesi della comunità a più basso sviluppo? Questo spostamento di impresa non ha come risultato l’aumento della competitività di questi paesi e, quindi, della zona europea. 

Ma se non soddisfatta di tale incremento totale della competitività e la vorrebbe in crescita nel nostro paese per aumentare la possibilità di pagare almeno una parte dei debiti, competitività dove? Il come ce lo ripetono: le riforme, il mercato del lavoro sempre più flessibile, una riduzione del nostro welfare, ecc. Ma dove aumentare la nostra competitività? Nella moda? Ma non è più nazionale. Forse nel vino? Ma ci sono vincoli di fertilità. Non restano che i settori tradizionali. Possiamo essere sicuri che i paesi “forti” della comunità soffrono molto per il sostanziale abbassamento della competitività Fiat? Se la Fiat fosse talmente competitiva da mettere in discussione il potere di mercato che so della Renault, o della Volkswagen, o della Audi, ecc. o di tutti insieme (come sarebbe stato possibile con una direzione intelligente e creativa) allora sarebbero contenti a Bruxelles dell’innalzamento della nostra competitività? Possono sorridere, lo so, non corrono nessun pericolo.

Nuovo ministro ma vecchia politica 

Il neo ministro Maria Elena Boschi, una delle poche persone apparentemente competenti e anche capaci, è stata costretta dal suo “capo” a fare la sua prima magra figura alla Camera, quando ha dichiarato, di fatto, che quello che valeva per il sottosegretario del NCD non valeva per i quattro sottosegretari del PD. 

Non è bello, né intelligente, né politicamente pagante, né equilibrato, né trasparente, né la “rottamazione” ci fa una bella figura. Va bene che Renzi disprezzi tutti i suoi ministri e, soprattutto, sottosegretari, ma alla Boschi sembrava tenerci, ma allora perché sottoporla a quella figura che ne ha fortemente diminuita l’autorevolezza? Non gli importa neanche di lei?