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giovedì 16 settembre 2021

Il Manifesto 50 anni

 

 

Cos’è un quotidiano comunista? Certo è un quotidiano che cerca la verità, che interpreta i fatti che avvengono avendo come punto di riferimento la condizione della classe operaia e degli ultimi (non necessariamente comunisti), che si sforza di non ripetere slogan  ma di articolare il comunismo nel processo di trasformazione della società.  Il Manifesto è stato sicuramente  questo, con intensità e intelligenza politica non sempre costante, le maree invadevano anche la sua redazione. Non importa quanto ciascuno di noi sia stato sempre d’accordo con quanto scrivevano i fondatori o i loro eredi, si trattava sempre di una medicina, anche se talvolta amara,  quasi sempre corroborante.

Colgo un’incomprensione profonda in chi propone di togliere la testatina di quotidiano comunista, o forse la considera un’espressione senza sostanza.

Ma c’è qualcosa di più. Non sembri un azzardo ma questo quotidiano ha rappresentato un argine alle derive della sinistra; la sua critica alla lotta armata come allo smottamento verso un riformismo senza corpo e anima, ha costituito un punto di riferimento importante, e ha finito per influenzare chi si muoveva nel campo della politica. Molti di noi sono spesso scandalizzati dalla pochezza dell’espressione che la sinistra, in tutte le sue articolazioni, esprime, ma riflettiamo su cosa sarebbe oggi la sinistra senza la presenza cinquantennale di questo giornale. Senza la critica che ha espresso, senza i suggerimenti che ha avanzato, il tutto facendo un giornale.

Possiamo dirci contenti e soddisfatti, perché mai, no, non lo siamo. Esprimo un’opinione personale che non è sostanziata dal confronto con altri compagni, usa meno e poi la … pandemia. A me pare che il giornale sia sempre radicale, anzi forse più radicale del passato su certe questioni, ma che contemporaneamente sia sempre più trascinato dai fatti spiccioli, per grandi che siano, ma abbia perso il gusto e la sapienza per riflettere sulla modernità del comunismo. 

Possiamo accettare che il capitalismo vinca sempre e ovunque, e che il “denaro” e le “merci” disgreghino continuamente la società producendo diseguaglianze, discriminazione, emarginazione, distruzione ambientale e guerre? Non possiamo sperare che cambi la sua natura senza che ad esso si opponga una prospettiva diversa, appunto il comunismo moderno. Questo può pescare nella tradizione i suoi valori, soprattutto la libertà, può ancora riferirsi a quanto elaborato in questo secolo, ma sicuramente deve definire le modalità della nuova organizzazione sociale e i mezzi per vincere. Dobbiamo capire il mondo per poterlo cambiare, questo è certo, ma dovremmo cambiarlo.

Il nostro comunismo, non può essere quello dell’inizio del secolo scorso, da li deve venire l’ambizione di cambiare la società (una follia?), ma qui ora dobbiamo declinare le modalità per disgregare il potere, dobbiamo fornire il sapere intorno al nostro mondo e alle sue radici, individuare gli strumenti di lotta, dobbiamo fornire un rinnovato pensiero materialistico e nuovi strumenti materiali per eliminare ogni piramide sociale, ogni discriminazione, ogni povertà (materiale e intellettuale). Non abbiamo scelta, siamo costretti su questa strada, se quello che vediamo non piace perché ingiusto e indegno di una umanità destinata al benessere generalizzato e alla felicità.

E qui torniamo al nostro giornale, alla necessità che sia di … più (non sembri una critica semmai potrebbe essere un’autocritica di quanti  leggono  con la puzza sotto il naso).  Un di più di fantasia, un di più di coraggio, un di più di lavoro in profondità, un di più in proposizione, un di più idi ricerca, un di più di elaborazione.

Il Manifesto non è mai stato una gazzetta (e non lo è), le sue ambizioni erano altre, non fare un giornale di sinistra (appunto quotidiano comunista), ma mettere mano ad uno strumento di lotta e per questo non è sufficiente la denunzia,  è necessaria la proposta, l’esplorazione dei soggetti in campo, la spinta verso l’autorganizzazione, la chiarezza degli obiettivi: il comunismo moderno.

Quanto scritto non vuole essere una critica a chi il giornale lo fa tutti i giorni, ma forse è il momento per riflettere su questo arzillo cinquantenne: mettiamolo sulla bici per scalare la montagna.

 

  

 

 

sabato 9 maggio 2020

La città dopo il coronavirus



Il Manifesto, 5 maggio 2020
Ho sempre sostenuto che la città costituisce la nicchia ecologica della specie umana, cioè l’ambiente che ha permesso l’evoluzione stessa della specie. Una nicchia ecologica offre alla specie insediata occasioni positive, ma anche accidenti negativi che la specie deve superare  pena la sua scomparsa. Storicamente e sinteticamente possiamo dire che la città ha offerto grandi occasioni di evoluzione (ambiente e rapporti sociali, strumenti di conoscenza, avanzamenti tecnici e scientifici, ecc.), ma anche accadimenti negativi (guerre, pestilenze, disoccupazione, fame, ecc.), e che sostanzialmente la specie ha saputo affrontare e superare questi aspetti negativi, magari caricando gli esiti negativi su una sola parte della popolazione, e ogni volta, utilizzando la sua intelligenza e la collaborazione con i suoi simili e non raramente il “potere”, ne è uscita più forte.
In questo processo una costante: la città ha costituito, per la specie umana, l’ambiente “rifugio”: il luogo di sempre crescente concentrazione e la zona adatta per continui rilanci verso livelli superiori di civiltà. Come sarà il dopo coronavirus,  che forma e caratteristica avrà la città?
Intanto guardiamo alla città durante l’epidemia: la città vuota di persone fa impressione, anche perché viene negata una delle sue prerogative fondamentali: strade e piazze luoghi di socializzazione. Ma pare interessante che i cittadini prendano coscienza che una città con uno scarso vissuto sociale è una contraddizione in termine, forse da questa consapevolezza possono, forse, scaturire comportamenti diversi.
Il secondo aspetto che molti osservatori  declamano è la limpidezza dell’aria e dei corsi d’acqua. Il cielo è trasparente, le albe e i tramonti hanno una colorazione inusitata, le stesse nuvole, quando ci sono, ci appaiono diverse. L’assenza della circolazione automobilistica, la chiusura di molte fabbriche, la riduzione del riscaldamento domestico per effetto della buona stagione, sono tutte le cause di eliminazione dello smog e della conseguente limpidezza dell’aria.
Assumendo queste due variabili come sintomatiche della situazione delle città durante l’epidemia è possibile in modo del tutto ipotetico ragionare sulla eventuale trasformazione della città ad epidemia finita. Ma non ci si può nascondere dietro un dito, la possibilità di una riaffermazione che, contrariamente a quanto desiderato, tutto sarà come prima è reale. Perché tutto potrebbe essere come prima? Perché mi pare che il governo (italiano ma non solo) è animato dalla volontà di far ripartire il processo produttivo come era ex ante coronavirus, a parte di qualche generica affermazione il tema è quello di pompare risorse verso il sistema produttivo affinché riparta. Inoltre, si può osservare, che la televisione mentre continua a elogiare i cittadini per il loro buon comportamento, e continua ad informarci sul numero dei contagiati, sul numero delle persone in terapia intensiva e sul numero dei decessi, poi e contemporaneamente ci somministra dose massicce di pubblicità come nel passato, sostanzialmente degli stessi prodotti e beni.
Il tutto come prima significa la riaffermazione di un liberismo, sul piano economico produttivo, la ripresa di un consumismo irragionevole, una distribuzione della ricchezza fortemente sperequata, , una disoccupazione endemica, una povertà crescente. E nella città questo non può non significare una ripresa e aumento della mobilità meccanica individuale, un ritorno dell’inquinamento dell’aria, una distribuzione della popolazione secondo il principio dell’organizzazione sociale dello spazio, determinato dalla rendita, la crescita dei poveri per strada, il deperimento crescente dei beni collettivi, quartieri marginali e in alternativa, per chi se li può permettere, zone molto attrezzate. Per non parlare di chi descrive le meraviglia di tornare ad abitare in piccoli borghi; ma lasciamo stare.
Ma potrebbe essere anche peggio. L’epidemia sta facendo sperimentare meccanismi di controllo della popolazione, oggi ci garantiscano che questi strumenti non comportano identificazione personale, ci credo, ma mi domando se una volta sperimentati questi strumenti di controllo non saranno applicati in modo generalizzato e segreto, per il “nostro” bene, privandoci da quote rilevanti di libertà. Costruendo nuovi muri invisibili.
Si potrebbe immaginare la trasformazione della città in senso ambientalista (non nella versione che considera l’ambientalismo come una possibilità di “affari”), per il quale in Italia, ma non solo, esistono forze, culture e, dopo il coronavirus, un’opinione diffusamente positiva. Un sentiero di questo tipo non mette in discussioneil nostro sistema economico produttivo (è uno dei suoi limiti) ma, nel migliore dei casi ne indirizza le produzioni. È evidente che questo tipo di soluzione  prevede diverse linee di approfondimento, resta il fatto che una linea di questo tipo porta ad un miglioramento della città, ma intacca meno i processi sociali-produttivi.
Una  terza soluzione potrebbe essere una che  denominiamo genericamente  socialista. Un sentiero di questo tipo presuppone delle modifiche sostanziali nella struttura economica-sociale. Si tratta di un punto di vista che fa perno sui beni collettivi, a discapito di quelli individuali; che punta su un innalzamento culturale della popolazione (istruzione permanente), su un continuo tentativo di rendere reale un “buon vivere” per tutti, sullo sviluppo di un strutture sanitarie pubbliche adeguate alle necessità, di un sistema di infrastrutture di mobilità efficiente ed efficace, su un ambiente che recuperi molto delle opzioni del sentiero ambientale su un principio di uguaglianza al riparo di qualsiasi possibile discriminazione.
Ma come sarà dipenderà da noi, dalla volontà di cambiamento che si sarà in grado di introdurre nel dibattito politico e culturale, nell’organizzazione di forze determinate e capaci. In realtà continuiamo a cincischiare e non abbiamo consapevolezza di cosa sia necessario per cominciare a liberarci di alcune catene.


giovedì 21 marzo 2019

Uguaglianza necessaria


L’uguaglianza necessaria
Francesco Indovina
 (da Il Manifesto 21/3/2019
Il primo mattone per riedificare una prospettiva di sinistra non può che essere l’uguaglianza, ma non uno striminzito concetto economico, ma una tempesta rigeneratrice che sconvolga e rianimi tutta la società. L’uguaglianza non deve essere una punizione o una sorta di vessazione per chi ha molto, tipo una tassa patrimoniale, per dare a chi ha meno, ci vorrà anche quella, ma non è questo il tema.  Se l’uguaglianza non diventa un costrutto della società, una dimensione che attraversi tutti i cagli della società, un costume, un modo di pensare, una cultura, produrrà reazioni e rigetti, non solo in chi pensa di  essere colpito nel suo patrimonio, ma anche in chi avrà paura di essere colpito in futuro, o anche in chi si senta sminuito dall’essere uguale, o da chi pensi che la meritocrazia, debba essere lo strumento che organizza la società, perché le differenze sociali dipendono da quanto uno si è speso e sacrificato. Questo  è l’inganno che ci viene offerto dal pensiero egemone, da un pensiero che non ci vuole liberi ma piuttosto sottomessi anzi, meglio ancora, auto-sottomessi. È questa egemonia culturale che deve essere combattuta, rendendo egemone la cultura dell’uguaglianza.
Uguaglianza non è la massificazione, la riduzione delle diversità ad unità, ma al contrario il terreno fecondo dove l’individualità possa esplorare a pieno le sue possibilità e possa esaltarsi nelle e delle differenze. Uguaglianza e individualità debbono vivere in simbiosi e in questo quadro annichilire l’individualismo.
Uguaglianza e libertà hanno un cammino comune, si devono tenere per mano; si può essere liberi solo se negli occhi degli altri potrai leggere te stesso senza arrossire.
Uguaglianza fonda il rispetto reciproco, l’assenza di invidia sociale e l’indifferenza per accumulare, sono le condizioni perché ciascuno rispetti gli altri.
Uguaglianza può esaltare i meriti solo a condizione che questi non si debbano trasformare in moneta. Non è solo il “soldo” che garantisce il riconoscimento del merito, strumenti e mezzi         sociali possono essere ancora più gratificanti. Si comincia a parlare di salario minimo, mi sembra una buona cosa, ma quanto parleremo dei guadagni massimi? Ma l’uno e l’altro devono trovare collocazione dentro una prospettiva di uguaglianza.
Uguaglianza tra la generazione presenta e le generazioni future. Le grandi manifestazioni dei giorni scorsi a livello mondiale questo ci raccontano.
L’uguaglianza non è miseria generalizzata, ma piuttosto ricchezza di vita per tutti; non è appiattimento ma ragionevole articolazione sociale.
L’affermazione dell’uguaglianza richiede ricchezza di pensiero, un grande ventaglio di azioni e di pratiche; per questo ci vogliono menti fine e acume di visione prospettica. Si tratta di un lavoro collettivo, di un impegno generalizzato, di una fantasia sfrenata. Non si afferma tutta all’improvviso, ma si costruisce; si costruisce anche a partire degli episodi che la società ci mostra, assumendo la disponibilità delle nuove generazioni ad occuparsi del salvataggio del mondo.
La diseguaglianza è un mostro che sta distruggendo la nostra e le altre società, sta corrompendo spiriti onesti e dà spazio a velleità autoritarie mentre  rende normale la violenza individuale.
Abbattere questo mostro si può e si deve, gli uomini e le donne hanno l’intelligenza per farlo, hanno la forza del pensiero per combatterlo, sono disposti e predisposti a questa battaglia, ma spesso brancolano nel buio di una prospettiva che sembra senza via di uscita. Tra le porte da aprire  attraverso le quali far passare pensiero e azione una delle più importanti è quella dell’uguaglianza.
Non credo che il cantiere della sinistra riformista possa edificare molto se non assuma l’uguaglianza come lente per leggere la trasformazione necessaria  della società. Allo stesso modo le membra sparse, forse non riunibili, della sinistra radicale potrebbero avere capacità di incidere solo se contribuissero, spendendosi con serietà, nella costruzione di una egemonia cultura dell’uguaglianza.





sabato 3 novembre 2018

Redistribuzione della ricchezza


Il Manifesto 2/11/2018
Francesco Indovina
Un tarlo sta allegramente banchettando con le gambe di legno del sistema capitalistico occidentale, si tratta dell’iniqua  distribuzione della ricchezza: a pochi molto e sempre più, a molti poco e sempre meno. Questa situazione sconquassa il sistema sociale, le aspettative dei singoli, le prospettive di futuro e, per quanto il capitalismo si sia acconciato a fare denaro con denaro (D-D*), piuttosto che attraverso la produzione di merci (D-M-D*), finisce per erodere la consistenza sociale del capitale e ne riduce il fascino.
La bibliografia in proposito è molto estesa, sia quella partigiana che quella critica, e guarda con sospetto o preoccupazione questa situazione e immagina lo sfaldamento delle opportunità. Quello che appare indispensabile (sia ai riformisti che ai radicali) è un meccanismo che possa redistribuire la ricchezza. Chi sostiene che solo lo sviluppo economico può operare questa redistribuzione, non riflette che l’attuale squilibrata distribuzione della ricchezza è figlia dell’attuale modello di sviluppo e che essa, inoltre, costituisce un vincolo allo sviluppo..
Ci sono altri vincoli e ostacoli alla costruzione di una società caratterizzata da giustizia sociale,  ma quello della distribuzione della ricchezza sembra uno dei principali.
Alcuni  ironizzano sullo Stato “Robin Hood”, senza riflettere che non di questo si tratta ma piuttosto di un principio di equità sociale. Le linee che in generale tendono a prevalere sono due: quella che affida allo sviluppo economico  una catartica minore sperequazione distributiva; e quella che punta ad alleviare le condizioni di chi meno ha (senza cioè incidere sullo squilibrio strutturale.  Nessuna ipotesi, le vedremo in concreto per quanto riguarda la situazione italiana, si pone il problema dei modi di come intervenire in questo squilibrio (sociale ed economico).
Si può essere d’accordo sul fatto che il “lavoro” sia qualcosa di più che la semplice opportunità per ottenere un reddito,  esso è anche soddisfazione, identificazione, occasione di socializzazione, esperienza tecnica e sociale, opportunità di costruire relazioni sociali e politiche, e altro ancora. D’accordo! ma non possiamo continuare a dire che il mondo del lavoro e il lavorare sono cambiati e continuare a proporre ricette non più adeguate. In realtà, un vero programma di cambiamento, come si dice oggi, imporrebbe la predisposizione di strumenti non solo per la redistribuire la ricchezza prodotta e accumulata, ma anche la  redistribuito del lavoro, del tempo di lavoro, modifiche profonde alla vita lavorativa, al tipo di lavoro, ecc. ma di questa necessità la politica non si cura con la conseguenza che queste trasformazioni si imporranno con costi sociali e umani enormi.
I governi di centro sinistra della redistribuzione della ricchezza non si sono occupati, se non nella tradizionale affermazione della lotta all’evasione fiscale. La ricchezza accumulata non poteva toccarsi onde evitare che questa fuggisse  dall’Italia. Si è provveduto, malamente, ai più bisognosi con gli 80 euro e con il “reddito di reinserimento” (vuoi mettere l’impatto comunicativo rispetto al “reddito di cittadinanza”?). Questi provvedimenti, per altro modesti, sono stati realizzati a debito non potendo intaccare la distribuzione della ricchezza.
Il governo di destra (Lega + 5*) ha adottato la stessa linea in modo più radicale e aggressiva sul piano della comunicazione (mi riferisco al tema della redistribuzione; ma un riflessione simile si può fare per tutti gli altri temi). Lo slogan del cambiamento è quanto mai falso: identica filosofia e logica sociale ma più ricca articolazione:
- la ricchezza accumulata non si tocca, da questo punto di vista la riforma del sistema fiscale con la flat-tax, è una dichiarazione esplicita di questa fondamentale opzione. Si butta a mare ogni progressività fiscale, tra l’altro prevista dalla Costituzione (art.53).
- creare un clima di accanimento e di odio contro specifici settori sociali e questi colpire dando il senso di un “far giustizia”. Tipico è il caso delle pensioni d’oro, talvolta  una stortura da correggere, o gli stipendi della casta. 
- far mostra di colpire gli evasori, mentre si predispongono concreti e ampi condoni per rendere più facile la vita di chi ha accumulato richezza

I punti di forza, nell’ambito che qui interessa, sono la quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Due provvedimenti allo stato dei fatti  necessari e mi azzardo a dire di un riformismo di sinistra ma per come realizzate di destra. Questi provvedimenti, infatti,  non sono realizzati mettendo in moto un redistribuzione della ricchezza, ma sono realizzati a debito, fanno cioè aumentare il debito pubblico, cioè, per dirla in chiaro essi non gravano sui detentori della ricchezza accumulata, ma graveranno sulle generazioni future. Che poi i meccanismi e le regole della UE faranno si che questo debito aumenti anche perché i “mercati” (composti nel caso specifico anche da quelli sui quali non si è voluto intervenire) non si fidano della solidità del paese, dipende anche dall’incapacità di questo governo.

Il più giovane vicepresidente ha dichiarato di aver sconfitta la povertà (in realtà è stato più drastico, ma lasciamo stare) può dirlo perché ignora da dove nasce la povertà e non sa il funzionamento del nostro sistema economico-sociale, ma non perché non ha studiato ma perché è disinteressato alla realtà, gli interessa l’immagine di sé e delle cose che propone.