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lunedì 3 dicembre 2012

Punti Dolenti



Punti Dolenti
(per Il Manifesto – 3.11.2012 – non pubblicato)

Francesco Indovina
Il dibattito sul giornale non piace a chi vi legge, e credo non piaccia neanche a voi. Non dico per gli insulti, quelli passano (forse), ma perché, a me pare, manchi di coordinate ed è molto nominalistico (bunker o piuttosto pluralismo?) ed è contratto  tra il  “che fare” e il  “dover essere”.  Questo mondo non ci piace, bene, ma l’età dell’oro sta davanti a noi, anche se molti di noi non la vedranno, un “mondo diverso” è possibile, ma facciamo fatica a immaginare come conquistarlo e realizzarlo. Ci pare che “nessuno” (pochi) ci ascolti e, insieme, ci immaginiamo che esistono masse pronte al cambiamento (le pagine gialle dei nuovi soggetti, delle nuove esperienze, ecc.). Mi pare che non sia così, le cose sono più complicate e difficili. Non ho nessuna pretesa ma vorrei comunicarvi alcune riflessioni.
Inizierei dal capro espiatorio.  Silvio Berlusconi non è una vittima innocente, come dovrebbe essere il capro espiatorio, ma, anche se non innocente, in questa fase storica svolge questa funzione presunta purificatrice.
La sinistra, con il sacrificio di Berlusconi, ha pensato di lavarsi dalla colpa di aver dilapidato un grande patrimonio di idee, di valori e di consenso popolare. Ma non è così, continua a pagare le colpe di non aver colto la domanda di cambiamento e di essersi accodata al liberismo (dal volto umano?) a partire dalle “lenzuolate” di liberalizzazioni, non gravi nel loro contenuto (modesto) ma simboliche di una linea politica.
La destra, con il sacrificio di Berlusconi, ha pensato di lavarsi dalla colpa di aver assecondato la bulimia berlusconiana di leggi ad personam (e altro) e di aver assunto uno stile di vita politica basato su la corruzione economica, morale, politica  e di pensiero.  Ma soprattutto di aver buttato alle ortiche un consenso e una speranza (mal posta) di popolo.
Il centro, con il sacrificio di Berlusconi, pensava di essersi lavata dalla colpa di aver partecipato all’orgia di potere berlusconiano e di poter, finalmente, (ri)costruire il centro (DC).
Monti, l’ultimo arrivato, oltre ad aver ottenuto il potere, ha pensato che il caprone sacrificato l’avrebbe lavato dalla colpa di non aver realizzato né equità né sviluppo.
La sinistra radicale ha pensato che le colpe della frammentazione, dell’egotismo, dell’incapacità di leggere il presente e di costruire un’alternativa che non fosse individualista, sarebbero state cancellate.
Niente di tutto questo, tutti gli schieramenti, o comunque si vogliano chiamare, si combattono, si accordano, si azzannano, si blandiscono, si fanno concorrenza in un’arena politica ai margini della società, in un deserto arido, nel disinteresse dei più.
Il progetto (Napolitano-Monti) “Salva Italia”, si sta trasformano nel suo contrario, che potremmo chiamare “Pericolo Italia”. Non mi riferisco solo alla recessione  che pesa  sul ceto medio e sulle famiglie a reddito più basso (altri ingrassano), ma alla crisi politica. Riflettiamo: la crisi di governo extra-parlamentare  e la soluzione extra-partiti, ha aumentato il discredito per le forze politiche. Una sorta di dichiarazione d’inettitudine. Oggi c’è un vero “Pericolo Italia”: un  intreccio perverso, tra  populismo, senza programma e prospettiva (ma che molto attrae, anche chi non avresti mai pensato), agenda Monti (cioè i partiti tradizionali) e antipolitica. L’antipolitica non sta nel “movimento 5 stelle”, ma nei milioni di elettori che diserteranno le urna (come già fatto in Sicilia), che rifiutano i meccanismi politici e di essere partecipi di decisioni collettive, preferendo la soluzione individuale (onesta, familista, mafiosa, speranzosa, innovativa, ecc.). Il rimedio è  la POLITICA, ovvio, ma ci si illude, spesso, che si tratta di soggetti in attesa di una proposta politica convincente, come se il rifiuto della politica fosse la risposta a questa “assenza”. A me la situazione sembra più complicata.
Mi pare di capire che quanti hanno proposto “Salva Italia” non si rendano conto del pericolo, ma, al contrario, pensino e sperino in una nuova stagione di annientamento dei partiti. Ma a vincere non saranno loro e a perdere l’Italia (tutta).
Il punto dolente è quello, che chiamerei, delle “orecchie allenate”. Una prospettiva politica di sinistra e di alternativa non può che prendere le mosse dai rapporti sociali di produzione, senza partire da qui e investire questi (Marchionne ce lo ha fatto toccare con mano), non c’è alternativa. Certo, non siamo nel ‘900, le cose sono cambiate, ma “loro” sono sempre là e determinano vita e libertà e ci vogliono sempre più asservire. Va rinnovata l’analisi, va articolato il ragionamento, vanno tenute in conto le trasformazioni, vanno individuati adatti strumenti alla nostra epoca, ma questo è il nodo; non si tratta di ideologia, ma di corposa realtà. Il discorso politico, quello nostro intendo, la sua capacità di emozionare e di entusiasmare,  come la musica, vuole orecchie educate; a me pare che oggi manchino, a livello di massa,  proprio le orecchie che possano capire, non necessariamente condividere, un discorso politico alternativo. Da anni le orecchie sono state educate ad altre musiche, altre parole: il fai da te; la melma dei partiti; il locale contro il globale; il “glocale”; la fine dell’industria e degli operai; la personalizzazione della politica; il partito leggero; il karma; l’ambiente; slow food; chilometro zero; l’auto imprenditorialità; la flessibilità; la post-modernità; la bici; l’economia verde; la sostenibilità; ecc. ecc. (potrei continuare per pagine). Cose giuste, altre sbagliate, altre importanti a livello personale, ma non di questo vorrei discutere, voglio solo dire che tutte queste “parole”, diciamo così, hanno “formato”  un nuovo orecchio. Le nostre parole sono diventate incomprensibili, ci siamo spaventati, non abbiamo osato più pronunziarle.
Se Il Manifesto deve continuare la tradizione che ha incarnato per quaranta anni (oserei dire che al di là cosa c’è scritto, c’è una precisa “percezione” del giornale, cosa che lo penalizza nelle vendite) deve por mano a ri-educare le orecchie. Impresa lunga ma necessaria, non con risultati immediati, ma lavoriamo per il tempo lungo, e non importa se in quel tempo siamo morti. Non propongo il disinteresse del presente, ma il presente nel futuro, addirittura una certa difesa del presente che ci permetta questo lavoro di educazione. Bisogna distinguere i problemi urgenti da quelli importanti, per distribuire razionalmente il nostro tempo e le nostre forze; le priorità siano oggi per i problemi importanti, anche se dobbiamo saper fronteggiare quelli urgenti.
La “mia” sinistra cincischia anch’essa con il “nuovo” (che avanza e ci porta indietro), si frantuma (secondo tradizione), in parte pare affascinata finanche dal populismo (che, ovviamente, reinterpreta) e rischia di perdersi. Ha bisogno di alimento. Se il giornale deve continuare ad essere utile, forse più utile, non si tratta tanto di trasformarlo in un bunker o in uno stadio “plurale”, ma in uno strumento di critica del presente (anche del presente amico) puntuale, precisa e collocata in una prospettiva futura. Non tutto il nuovo è buono, non tutto il vecchio è inservibile. O il giornale è questo crivello, senza paura di chiusure e di aperture, o non vale la pena.


lunedì 16 luglio 2012

LA CATTIVA FILOSOFIA DI MONTI


LA CATTIVA FILOSOFIA DI MONTI
Il Manifesto 14 luglio 2013
Francesco Indovina, Angelo Tirrito
Lo stato di guerra, ha dichiarato ieri il presidente del consiglio. Chi è il ne­mico per il governo e il prof. Monti? Un ingenuo penserebbe alla speculazione finanziaria, al debito, alla crisi economi­ca. Ma gli ingenui, è noto, sbagliano. Se guardassimo agli atti di questo governo i nemici dovrebbero identificarsi nei lavora­tori, pensionati, disoccupati, impiegati pubblici, sindacati, la concertazione, gli esodati, la spesa pubblica, il  sud fannullo­ne, ecc., insomma tutti quelli sui quali si abbattuta la scura dell'austerità, su quanti hanno vissuto al di sopra delle loro possi­bilità, sui troppi posti letto, sulle eccessive spese per la ricerca e la scuola, e tragiche banalità del genere. Quella di Monti non è una constatazione, ma la dichiarazione di un programma politico, avallato dall'Euro­pa, figura mitica, che è preoccupata per­ché si domanda: dopo Monti chi potrà portare avanti il programma iniziato?
Nel suo discorso c'è una sfumatura, di­ciamo così, pericolosa, quando affronta di petto la concertazione (all'origine di tutti i mali del paese; una pratica, per altro, che non si esercita da anni). Non se la piglia con i lavoratori o i sindacati (che se si muovono c'è come fermarli, la Spagna e la Grecia insegnano) ma con un modo, an­zi la ragione stessa della democrazia per arrivare a certe decisioni. Il nemico non è Camuso, ma la convivenza, la civiltà in-tema ad un popolo.
Ai veri nemici, o almeno quelli che l'in­genuo pensa, il prof. Monti fa solo dei pia­ceri, diciamo le cose come stanno. Da quanto Monti è al governo il "mercato ob­bligazionario" non ha fatto che aumentare i suoi utili. Infatti ogni volta che uncreditore vede emergere una qualunque
for­ma che garantisca il pagamento del suo credito, o una qualunque volontà (politi­ca) che agisca in quella direzione, non fa che aumentare le sue pretese (questo è l'esito della fiducia.

È  bastato intravedere la possibilità che si creino "fondi" (salva stati, ecc.), che pos­sono intervenire al posto degli stati debito­ri (ultime riunioni europee), che lo spread, molto naturalmente, aumenta.
Del resto perché dovrebbe diminuire se ogni volta che aumenta, il debitore, co­me se fosse lì per curare gli interessi del creditore, si lancia alla ricerca di strumen­ti per garantirlo?
Quello che non si capisce è come mai non c'è alcuna trattativa con i creditori, come mai non si cerchi di mettere intor­no ad un tavolo i fondi, le banche (anche quelle italiane, tanto coccolate, che pren­dono a prestito dalla Banca europea fondi all'1% che impiegano per comprare titoli italiani dal rendimento del 3,4 e 5%), gran­di investitori, ecc. per trattare tassi di inte­resse, restituzioni diluiti, sconti di capita­le, ecc. (minacciando di non pagare nul­la).
Per non parlare di una possibilità di de­fault in grado di mettere in luce la "banca­rotta preferenziale" che è possibile indivi­duare e che corrisponde alla situazione di illegalità dello Stato quando non tutti i cre­ditori vengono trattati nello stesso modo.
A proposito di illegalità, l'esempio spa­gnolo potrebbe suggerire anche in Italia il taglio della tredicesima; non è una grazio­sa elargizione ma soltanto la divisione del­la remunerazione o pensione annuale di­visa in tredici mensilità invece che in dodici. Quindi il non pagarla corrisponde al mancato rispetto di un contratto contro cui appellarsi per via legale.

mercoledì 15 febbraio 2012

La fine della crisi, un fuoco fatuo

La fine della crisi, un fuoco fatuo

(da Il Manifesto 15/2/2012)

Francesco Indovina

Tutti sembrano tirare un sospiro di sollievo: la borsa va su, lo spread va giù. La crisi si allontana. Non c’è da meravigliarsi, contenti perché non hanno capito niente, non capiscono e aspettano che tutto riparta come prima.

Non si sono accorti, né potevano accorgersi dato gli occhiali che indossano, che c’è una mutazione; il capitalismo finanziario non rappresenta una modernizzazione del vecchio capitale, uno dei tanti vestiti nuovi, ma una modifica delle sue ragioni di essere, aiutata dal prevalere della liberalizzazione del mercato, dalla riduzione di ogni regola, dalla cancellazione di ogni controllo. Il “libero mercato” sa regolarsi da solo e avrebbe prodotto ricchezza per tutti.

Pensare che gli “attacchi speculativi” fossero il frutto di una mancanza di fiducia e che, (ri)guadagnata questa, sarebbero cessati è sia una illusione sia l’incomprensione di come questa fiducia è stata guadagnata. La fiducia è stata guadagnata rastrellando risorse dalle tasche dei cittadini (i lavoratori, i pensionati, ecc.) per trasferirli, direttamente o indirettamente, alla finanza. Questa ci premia con qualche gradino in meno dello spread. Fino a quandoè difficile dirlo, ma sicuramente a tempo, quando avanzeranno nuove richieste di sacrifici. Quello che sta avvenendo in Grecia, è un caso di genere, al capitalismo finanziario non interessano i lavoratori, i cittadini, i giovani, o meglio gli interessa per tosarli, è sempre alla ricerca di nuove possibilità di fare soldi con soldi. Pane, scarpe, sigarette, auto, matite, ecc. non gli interessano, non è con la produzione di merci e servizi che guadagna, ma nel gioco perverso del denaro che compra denaro e che guadagna denaro. I derivati impazzano, si inventano nuovi “strumenti” finanziari, così la Deutsche Bank, ha inventato un nuovo bond con il quale si “scommette”, questo è il termine esatto, sulla durata della vita di cinquecento cittadini americani di età compresa tra 72 e 85 anni. Prima muoiono più guadagnano gli investitori. Pare che sia giudicato un bond non etico, ma era etico scommettere sui mutui?

È il presidente degli USA, o quello della Repubblica popolare cinse, o la Merkel o lo stesso Monti che dettano il che cosa fare? Sono i grandi monopoli dell’acciaio, dell’auto, della chimica, del petrolio che indicano la strada? O non sono piuttosto la Banca Mondiale, il Fondo monetario, la Banca europea, la Banca cinese o l’insieme delle banche che dicono ai governo cosa devono fare. Del resto alcune di queste “nobili” istituzioni non hanno scritto lettere, più o meno segrete, al governo Italiano, a quello greco e forse a quello portoghese, e chi sa a quanti altri indicando sacrifici, sacrifici, sacrifici. La Merkel quale autonomia politica esprime rispetto alle banche del suo paese? Monti, il presidente del consiglio del governo italiano, quante volte ha affermato che i provvedimenti che andava prendendo erano necessari perché imposti dall’Europa (leggi Banca europea)? La finanza (definizione impersonale) qualche momento di respiro lo concede. Gioca come il gatto con il topo. In Grecia, accordo o fallimento, ci sarà una forte svalutazione dei crediti, ma la finanza internazionale ha avuto tempo per scaricare sui gozzi, un tempo si diceva “parco buoi”, i cattivi titoli greci, (qualcuno si ricorda cosa è avvenuto con i titoli argentini o con quelli della Parmalat?).

Il capitale finanziario è per sua natura instabile, senza terra e senza patria, pronto a cogliere occasioni speculative, ed esso stesso creatore di occasioni. Quelle che sembrano i segnali della fine della crisi, sono solo fuochi fatui, la crisi attanaglia tutto il mondo perché il mondo è finito tutto in potere del capitale finanziario. La letteratura a questo proposito è ampia e documentata: solo i politici non la leggono o non la vogliono capire.

Se si volesse affrontare la questione dell’instabilità del sistema e del suo stato permanete di crisi il nodo da affrontare è quello del capitalismo finanziario. Ma non c’è sa sperare dalle riunioni dei “grandi del mondo” (8, 16, 22, ecc.) che non riescono a mettersi d’accordo neanche su una modesta imposta sulle transazioni finanziarie. Affrontare il sistema non è questione delegabile, non si tratta infatti di un “ritorno” al passato, magari con un po’ di politica keynesiana, che sarebbe pur utile ma che non si vede, ma di una trasformazione che superi, inizi a superare il sistema. E se il capitalismo finanziario è mondiale non è detto che non si possa iniziare a combatterlo nel singolo paese (che vogliamo fare del nostro debito?). Ci vuole intelligenza, capacità politica, democrazia e impegno di massa, cioè la politica. Detto così siamo presi da scoramento, la nostra politica al massimo partorisce “governi tecnici”, ma non c’è altra strada.

Per questo ci vuole anche Il Manifesto, diamoci da fare.

domenica 11 dicembre 2011

Niente è come prima

Niente è come prima

da Alfabeta2, n. 15 dicembre 2011


La ripetizione che niente è, e sarà, come prima non corrisponde alla consapevolezza che la formazione sociale capitalistica è cambiata. Il capitalismo, pare, abbia concluso la sua fase “rivoluzionaria”, e come l’apprendista stregone no riesce a governare le forze che ha evocato.

Questione che può essere affrontata da diversi punti di vista e che qui si affronta, in forma molto semplificata, dal punto di vista della trasformazione del denaro in capitale (Marx, Il Capitale, Libro primo).

Dal Sole 24ore (6 agosto) si ricavano i seguenti dati di valore riferiti al 2010 del sistema mondo:

- PIL 74.000 miliardi;

- Borse 50.000 miliardi;

- Obbligazioni 95.000 miliardi;

- “altri” strumenti finanziaria 466.000 miliardi.

La produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari (economia di carta), tenendo fuori da questo calcolo il valore delle Borse che, ci si può illudere, hanno riferimento con l’economia reale. Detto in altro modo quello che uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della “ricchezza” finanziaria che circola.

Si tratta del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia un tema non nuovissimo (già esplorato da Hilferding nel 1910) ma che negli ultimi trenta anni ha avuto un’esplosione e si è reso autonomo rispetto al capitale produttivo. È proprio la sua dimensione e la sua autonomia che rende teso e, apparentemente, conflittuale il legame tra apparati dello stato e capitale finanziario.

I dati precedenti non possono scandalizzarci, ma non sono indifferenti; essi indicano una trasformazione di fondo del capitalismo.

Il processo di trasformazione del denaro in capitale si fonda sul processo di trasformazione del denaro in merce e quindi in denaro (in formula marxiana:

D-M-D*; dove D* è maggiore di D). Questa relazione ha costituito il tratto “rivoluzionario” del capitale (inteso come rapporto sociale); essa sussiste ancora (riguarda la produzione di merci e servizi, anche con forti trasformazioni), ma è largamente sovrastata da un processo che possiamo descrivere come basato su D-D-D (denaro-denaro-denaro). Nel processo definito dalla relazione D-M-D* era implicito, come è noto, il rapporto di sfruttamento, che storicamente i lavoratori hanno contrastato. Il capitale nella sua azione “creava” un antagonista che gli sottraeva risorse ma che era anche uno stimolo al raggiungimento di nuove frontiere di sviluppo, di avanzamenti tecnologici e organizzativi. Nello stesso tempo questo “antagonista” riusciva attraverso la sua azione sindacale e politica a conquistare diritti di cittadinanza sempre più estesi. Questa dinamica, che è stata positiva per lungo tempo, si avvantaggiava di una relazione triangolare capitale-lavoro-stato nella quale la pressione del “lavoro”, sia a livello sindacale che politico, sebbene spesso differenziata, esprimeva la rivendicazione del “diritto” ad una società migliore e dove il “capitale” accollava allo Stato detti miglioramenti per alleggerire la pressione del lavoro su di sé.

Quando detto è sicuramente una semplificazione, ma utile per leggere quello che pare un cambiamento di fondo. Nel ‘900 si possono contare diverse “crisi”, per ciascuna delle quali è possibile individuare una “spiegazione”, ma cosa succede nella società con il prevalere del processo D-D-D (senza dimenticare la crisi che di quel processo è figlia)? simultaneamente tre cose che tendono a cambiano la natura della società:

- è il “gioco” nel mercato finanziario che costituisce la componente principale della produzione di “ricchezza”;

- il “capitale” finanziario è impalpabile, non ha carne e ossa visibile. Non può essere contrastato da chi ne subisce gli effetti negativi (la popolazione); è “impersonale”, è un indice di borsa, contro di esso non si può scioperare (si possono rompere le vetrine come atto simbolico, ma non di più). Diventa un’entità metafisica ma pesante sulla vita di ciascuno;

- la relazione triangolare, poiché il capitale finanziario non ha “corpo” si frantuma; lo Stato, sulla base dell’apparato ideologico (il mercato, il debito, ecc.), è spinto ad “opprime” il popolo per soddisfare la bramosia di quello (avviene in tutti i paesi – i debiti sovrani - con l’aggiunta esplicita degli apparati repressivi già in Grecia).

Il debito Italiano

Il debito dello Stato ammonta 1.900 miliardi di euro (il 119% del Pil); un debito, secondo molti, che dipende dal fatto che il paese ha vissuto al di sopra delle sue possibilità. Ma sarà vero? Facciamo un po’ di conti, anche se semplificati.

Il mancato gettito dell’evasione fiscale è pari a 120 miliardi di euro annui. Una seria politica di contrasto avrebbe potuto ridurre almeno alla metà il mancato gettito; negli ultimi dieci anni questo avrebbe significato entrate per 600 miliardi, e quindi una diminuzione della stessa cifra del debito.

La voce “corruzione”, assumendo la valutazione della Corte dei Conti, comporta un costo per lo Stato di 50-60 miliardi annui; una seria lotta alla corruzione avrebbe significato minore spese in dieci anni di 550 miliardi, con una minore spesa dello stato e una riduzione della stessa cifra del debito.

È difficile valutare l’elusione, di cui un importante ministro sembra essere il maggior esperto, ma tra scudi e condoni la cifra non deve essere modesta se oggi si discute di un condono edilizio e fiscale per recuperare 35 miliardi di euro. In dieci anni, molto prudentemente, si può valutare in almeno 150 miliardi di euro le minore entrate.

Si potrebbe continuare tentando un calcolo degli sprechi effettuati per contentare l’arroganza di qualche politico (aeroporti inutili, strade che finiscono nel nulla, ecc.), per l’incapacità progettuale che facilita la corruzione (ospedali non finiti, la famosa Salerno_Reggio Calabria, ecc.), il costo della “politica”, qualsiasi cosa si intenda esso è superiore alla media europea; ecc. Ma lasciamo stare.

Ecco a questo punto che i 1.900 miliardi di debito oggi, a spese immutate, avrebbero potuto essere pari a (1.900 – 600 – 550 – 150) 600 miliardi di euro (38% del Pil). Con questo non si vuole negare l’esistenza del debito, ma negare che esso sia il frutto del troppo alto costo dei diritti di cittadinanza (scuola, salute, casa, pensioni, ammortizzatori sociali, ecc.). Esso è il risultato del colposo e doloso comportamento dei nostri governanti, che niente o poco hanno fatto per guarire la società italiana di alcuni suoi cancri come l’evasione e la corruzione; al contrario questi comportamenti sono stati giustificati (dichiarando che le tasse erano troppo alte), promossi (attraverso i condoni) o facilitati (ancora si aspetta la legge anticorruzione).

Pagare o non pagare?

La speculazione finanziaria, come tutti i creditori, pretende di essere pagata. Abbandonata, di fatto, la speculazione sulle azioni delle imprese, si è concentrata sui titoli sovrani (e sulle banche che li possiedono). Un’attenzione particolare viene esercitata sui titoli dei paesi con governi “deboli”. Deboli perché non in grado né di combattere la speculazione con armi efficaci, né perché possono opporsi alla pressione per imporre sacrifici ai rispettivi popoli per pagare i debiti (riduzione di salari e pensioni; cancellazione dei servizi sociali; licenziamenti; ecc.).

Tale debolezza si misura con il fatto che questi Stati privilegiano il debito pubblico rispetto ad altri debiti come quelli nei riguardi dei lavoratori e delle popolazioni. Lo Stato contrae un debito non solo verso chi gli presta denari, ma ha anche verso la popolazione (sanità, scuola, e welfare), contrae debiti nei riguardi dei suoi dipendenti, dei pensionati, per garantire la cultura, il paesaggio, ecc. Privilegiare un debitore appartiene alla fattispecie della “bancarotta preferenziale” perseguita penalmente.

Ma pagare o non pagare è una questione esclusivamente politica. Se i connotati del “nuovo” capitalismo fossero quelli descritte prima, allora la società mondiale si avvia a trasformare il triangolo, rappresentativo della scala delle diseguaglianze, in una “clessidra”: nella la bolla superiore, più piccola, si collocano i “ricchi”, speculatori e no, e chi a quelli risultano funzionali; nella bolla inferiore un’umanità impoverita, privata dei diritti, ribellista e oppressa con violenza.

Se questa pare una prospettiva da accettare allora bisogna pagare; i provvedimenti che si stanno prendendo di fatto alimentano la speculazione, offrendole carne fresca su cui affondare i denti; né la tassazione sulle intermediazione e gli altri provvedimenti allo studio serviranno, la massa di risorse finanziarie che la speculazione muove sono tali da non essere che intaccata lievemente.

Ci sono indizi che suggeriscono che questa sia la strada che si sta percorrendo: tra il 1981 e il 2011 le imposte sugli scaglioni di reddito più alti sono fortemente diminuite (Francia dal 60% al 40%; Germania dal 55% al 43%; Gran Bretagna dal 60 al 52%; Italia dal 68 al 41%; USA dal 65% al 33%); il “capitalista” più ricco della Repubblica popolare cinese si appresta ad entrare nel Comitato Centrale del Partito comunista cinese; il capo delle strategie della JP Morgan Chase, ha dichiarato che “ i margini di profitto sono ai massimi storici da molti decenni e questo si spiega con la compressione dei salari”; secondo la rivista Forbes il mondo ha 1.011 miliardari, persone con più di un miliardo, nello scorso anno, solo il 12% hanno visto le loro fortune declinare (per loro la crisi è un ingrasso; i primi dieci hanno incrementato il loro patrimonio di 42 miliardi di $). Mentre le nuove povertà si sommano alle vecchie.

Non pagare il debito è una scelta politica che un governo alternativo a quello attuale dovrebbe prendere. E la vedova con il suo Bot da cui semestralmente stacca la cedola per sopravvivere, vogliamo farla morire di inedia? Ipocrisie e opportunismi.

Il debito pubblico italiano è detenuto per il 56% in Italia e per il 44% all’estero; per lo più da istituzioni bancarie e assicurative italiane e straniere, gli investitori individuali italiani ne detengono solo il 14% e tra questi c’è la “vedova”. Non pagare si può fare in tanti modi: con un concordato garantendo ai creditori non più del 25% di quanto dovuto (così fanno le imprese sull’orlo del fallimento); si può garantire che ai possessori individuali, con un massimale di capitale da stabilire, si possono garantire interessi e rimborsi interi, o si può chiudere il rubinetto dei pagamenti, provvedendo in modo diverso alla “vedova”. Dipende dalla forza politica del governo e soprattutto della sua linea strategica.

Colpire le “tasche” degli speculatori è l’unico modo per combatterli e perché l’economia possa riprendersi su basi diverse; questa non può fondarsi sui meccanismi noti e sulle imprese che conosciamo, né tanto meno sulle banche così come sono. I provvedimenti presi e allo studio sono finalizzati a salvare la speculazione e le banche che a quella tengono il sacco. Si tratta, al contrario, di affermare un modello diverso, di produzione e di società, che garantisca democrazia, libertà, equità, salvaguardia dell’ambiente e cultura, e la possibilità di godere delle nuove frontiere della scienza e della tecnologia.

La questione oggi si pone in modo diverso che nel passato: mentre il capitalismo, fino ad ieri, pur nelle sue iniquità, violenze e sfruttamento, garantiva sviluppo (squilibrato socialmente e geograficamente), oggi tutto è mutato, niente è come nel passato, le peggiori fantasie della fantascienza e dei disastri climatici bussano alla porta.

Siamo al bivio: o la dilatazione, senza ipocrisie, della violenza di stato e la chirurgia della guerra o la modifica della società, anche se questa avrà tempi non immediati di elaborazione e di affermazioni (le proteste mondiali di questi giorni fanno ben sperare almeno su una presa di coscienza).

È il cambiamento dell’impresa, del rapporto sociale di produzione, del lavoro, della qualità della democrazia, della libertà individuale, con un reddito garantito per tutti e un limite ai guadagni individuali, che devono costituire il traguardo strategico, da sperimentare e da inventare quotidianamente in solidarietà con l’umanità tutta. Non ci sono ricette, ma ci vuole forza, intelligenza e pazienza.

O il “niente sarà come prima” ha questa dimensione politica e sociale o rappresenta un modo per addomesticare l’intelligenza dei popoli. L’economia soccomberà ad un atto dell’immaginazione (R. Ford citato in E. Nesi, Storia della mia gente).

domenica 4 dicembre 2011

Dalla realtà passiamo alla politica

Dalla realtà passiamo alla politica

Francesco Indovina e Angelo Tirrito

per Il Manifesto

C’è una grande attesa per gli eurobond, ma per il debito degli Stati non cambierà nulla, sarebbero debitori in eurobond. Ma, si dice, gli eurobond sarebbero più affidabili e … assicurerebbero gli speculatori. Che illusione. Inoltre cosa potrà cambiare dal punto di vista dei rendimenti; inoltre gli eurobond avranno un rendimento unico o sarà il mercato che li stabilirà Stato per Stato?

Ma torniamo all’Italia. Lo spread indica la nostra debolezza e dobbiamo abbozzare. Non è possibile operare sullo debito, si dice. È necessario subire i rialzi dei rendimenti perché, si argomenta, in caso contrario non si troverebbe sul mercato chi sarebbe disposto a prestarci nuovo danaro. Ma attenzione dobbiamo cercare nuovo danaro sul mercato solo per rinnovare i debiti già contratti. I risparmiatori e gli speculatori i soldi ce li hanno già dati, è il nostro debito.

Banche, fondi, individui, ecc. hanno in mano titoli in scadenza, titoli che all’atto della loro sottoscrizione non superava il 3-4%; titoli perfettamente validi anche se alla scadenza non venissero onorati (sono cambiali dello Stato). In sostanza chiediamo soldi per rinnovare il nostro debito e il loro credito. Una sorta del rinnovo di una cambiale. Gli interessi più alti che paghiamo sono una sorta di “diritto di mora” per il rinnovo della cambiale, cioè del debito. L’asta che periodicamente si fa dei titoli di stato serve solo per pagare i titoli scaduti, cioè per rinnovare il debito spostandone nel tempo la scadenza; i rinnovi avvengono ad elevati rendimenti per danaro già prestatoci, con la scusa di favorirci con nuove e più lontane scadenze.

Che si può fare? Dato che i governi nella migliore delle ipotesi non sanno che pesci pigliare, la cosa da fare, senza arrivare agli estremi del fallimento che fa orrore, è congelare per cinque anni il debito. Cosa che dovrebbe interessare anche il “piccolo” risparmiatore, meglio del fallimento che vedrebbe vanificare il proprio capitale. Cinque anni nei quali non dobbiamo chiedere prestiti.

In questi cinque anni i governi potrebbero capire quali sono i mutamenti che sono avvenuti nel capitalismo e nella finanza e potrebbero prendere provvedimenti adatti (dal controllo sui tassi d’interesse, al controllo sui cambi, alla eliminazione delle Borse, alla riorganizzazione delle banche alle quali sarebbe proibito operare nella “finanza”, mettere imposte sulle transazioni finanziarie e sui patrimoni, ecc.) e attivare politiche industriali e di sviluppo (magari ecologiche). Tutti provvedimenti che tuttavia non inciderebbero, almeno crediamo, sulla natura del “nuovo capitalismo” e che non coglie l’opportunità di un cambiamento profondo. Per chi credesse invece che sarebbe una buona occasione per cominciare a sperimentare nuove società, attivando forme avanzate di democrazia, nuove e diverse organizzazioni sociali ed economiche. Cinque anni potrebbero essere una grande occasione.

Certo questa soluzione dovrebbe essere comune a tutti i paesi, almeno all’Europa (ammesso che i decisori politici fossero indipendenti dalla “finanza”); in questa direzione il professor Monti potrebbe esercitare la forza della sua serietà e credibilità, il guaio è che egli pensa cose diverse.

Ma si potrebbe fare da soli. Le forze ci sono, ma la politica sarà in grado di fare la sua parte?

Anche Nouriel Roubin propone qualcosa di simile: o la svalutazione del 25% del debito, o il suo rinnovo a 20-30 anni (La Repubblica 30.11.2011).

sabato 12 novembre 2011



Qualche riflessione pessimistica, ma non senza speranza, per il futuro.
Da Il Manifesto 29.11.2011

Francesco Indovina

Leggendo la stampa e ascoltato i discorsi dei “grandi” non pare ci sia una percezione precisa del crinale che il sistema economico-sociale sta attraversando. Si ciancia di globalizzazione, per cui niente è possibile fare, se non il sogno di un governo mondiale o almeno europeo;  si parla di finanziarizzazione dell'economia, cosa che ormai ha almeno quasi mezzo secolo, senza rendersi conto che è messa in crisi  la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli.
Si legge che il valore del PIL mondiale corrisponde  solo ad un ottavo, circa, del valore dei derivati finanziari in circolazione (economia di carta contro economia reale), senza percepire che lo stesso concetto di produzione capitalistica sballa. Si legge che la Cina possiede una parte enorme del debito Usa e anche di altri paesi e non ci si domanda come mai la Cina non dedichi più risorse allo sviluppo del suo enorme paese ancora con grandissime parti e popolazione in miseria, in corsa per la formazione di uno strato di ricchi (che nel casoi specifico si misurano a milioni); è di ieri la notizia che il più ricco cinese si appresta ad essere cooptato nel Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Insomma nessuno si fa le domande che paiono sensate.
Mi pare che ci troviamo, non solo in Italia, ma soprattutto in Italia (e prima in Grecia),  di fronte ad un bivio: da una parte una grande autostrada che  “riporta indietro” (da non confondere con un “ritorno al passato”, niente può essere come prima), dall'altra parte un viottolo stretto, accidentato, difficile che, tuttavia, porta più avanti.
Non si vuole riflettere che la dimensione della finanziarizzazione  ha modificato la natura del capitalismo, quello  al quale lo stesso Marx riconosceva dei meriti di progresso.
Per sintetizzare: il processo capitalistico è passato dalla proposizione denaro-merce-denaro (D-M-D) a quella, postmoderna, denaro-denaro-denaro (D-D-D). un mutamento che investe pesantemente non solo la produzione e la distribuzione della ricchezza, ma fondamentalmente il processo politico e la stessa, tanto o poca che sia, democrazia.
È vero, infatti, che D-M-D aveva insito lo sfruttamento del lavoro, ma insieme costituiva un processo  all'interno del quale si “creava”, dentro il suo stesso corpo, la forza antagonistica che imponeva una diversa distribuzione della ricchezza prodotta, l'affermarsi di diritti di cittadinanza, la speranza di una società diversa. Certo conquiste frutto di lotte, di lacrime e sangue. Il “capitale”, in questa eccezione è costitutivo di una certa società è esso stesso rapporto sociale.
Al contrario quando prevale il meccanismo D-D-D, si scioglie il rapporto tra capitale e società, tale meccanismo taglia fuori ogni antagonismo specifico; si tratta infatti di una meccanismo che non può essere intaccato da chi subisce gli effetti negativi di tali processi. I “popoli” subiscono, e non sanno né possono individuare una controparte diretta sul piano sociale ed economico. Tutto si sposta  sul piano politico, ma gli stessi referenti politici, apparentemente antagonisti tra di loro, vittime di una  culturale omogenea  non riescono a trovare il bandolo della matassa. Il mercato è sensibile! il mercato vuole sicurezze! al mercato bisogna offrire credibilità! Un refrain che è una parte molto modesta della verità. La speculazione finanziaria da se stessa, data la massa di risorse che muove,  si crea le occasioni per speculare.  Contrastare la speculazione, come lo si sta facendo, significa solo offrirgli sempre più vitelli da azzannare.
Se si imboccasse l'autostrada che il bivio ci offre, come pare si stia facendo, siamo perduti. Il dominio del “soldo” (della ricchezza)  sarà senza limiti (anche se fragile), la lingua maestra sarà quella dell'economia di chi “possiede”; una casta potente e ricca intoccabile, anche sul piano fiscale, banchetterà  su un popolo miserabile (addio ceto medio!). I diritti di cittadinanza un lusso impossibile. Mentre  l'antagonista diretto sarà impalpabile, irraggiungibile e deteritorializzato.  I peggiori scenari della pessimistica fantascienza sociale si avverranno. Scoppi di rabbia, rivolte, sangue, lotte tra i poveri, regimi di polizia, ma niente rivoluzione e niente riforme progressiste. Tutte conseguenze dirette di un cambiamento nella natura del capitale.
Il viottolo stretto e accidentato, ci parla la lingua della politica. Ci dice, prima di tutto, che la speculazione finanziaria va combattuta alla pari, ma meglio, del traffico di droga, questo ammazza i figli quella opprime i popoli. Speculare non deve essere permesso; c'è un mondo di cose e di servizi da fare, non permettiamo che la costruzione di una economia di carta ci tolga il sangue e la volontà. C'è un sistema produttivo da ristrutturare a salvaguardia della salute, dell'ambiente e per la produzione delle cose di cui abbiamo bisogno. C'è una distribuzione equa della ricchezza prodotta da imporre. C'è una dilatazione dei diritti di cittadinanza da ampliare. C'è una piramide sociale da appiattire. C’è da “castigare” gli speculatori e non da alimentarli.        
Se niente può essere come prima, come si ripete, lo sia d’avvero, le forze a livello nazionale e internazionale ci sono, anche se disarticolate, ma unirle si può (e si dovrebbe). È ormai chiaro che questo tipo di organizzazione sociale ha fatto il suo tempo.