lunedì 3 dicembre 2012
Punti Dolenti
lunedì 16 luglio 2012
LA CATTIVA FILOSOFIA DI MONTI
mercoledì 15 febbraio 2012
La fine della crisi, un fuoco fatuo
La fine della crisi, un fuoco fatuo
(da Il Manifesto 15/2/2012)
Francesco Indovina
Tutti sembrano tirare un sospiro di sollievo: la borsa va su, lo spread va giù. La crisi si allontana. Non c’è da meravigliarsi, contenti perché non hanno capito niente, non capiscono e aspettano che tutto riparta come prima.
Non si sono accorti, né potevano accorgersi dato gli occhiali che indossano, che c’è una mutazione; il capitalismo finanziario non rappresenta una modernizzazione del vecchio capitale, uno dei tanti vestiti nuovi, ma una modifica delle sue ragioni di essere, aiutata dal prevalere della liberalizzazione del mercato, dalla riduzione di ogni regola, dalla cancellazione di ogni controllo. Il “libero mercato” sa regolarsi da solo e avrebbe prodotto ricchezza per tutti.
Pensare che gli “attacchi speculativi” fossero il frutto di una mancanza di fiducia e che, (ri)guadagnata questa, sarebbero cessati è sia una illusione sia l’incomprensione di come questa fiducia è stata guadagnata. La fiducia è stata guadagnata rastrellando risorse dalle tasche dei cittadini (i lavoratori, i pensionati, ecc.) per trasferirli, direttamente o indirettamente, alla finanza. Questa ci premia con qualche gradino in meno dello spread. Fino a quandoè difficile dirlo, ma sicuramente a tempo, quando avanzeranno nuove richieste di sacrifici. Quello che sta avvenendo in Grecia, è un caso di genere, al capitalismo finanziario non interessano i lavoratori, i cittadini, i giovani, o meglio gli interessa per tosarli, è sempre alla ricerca di nuove possibilità di fare soldi con soldi. Pane, scarpe, sigarette, auto, matite, ecc. non gli interessano, non è con la produzione di merci e servizi che guadagna, ma nel gioco perverso del denaro che compra denaro e che guadagna denaro. I derivati impazzano, si inventano nuovi “strumenti” finanziari, così la Deutsche Bank, ha inventato un nuovo bond con il quale si “scommette”, questo è il termine esatto, sulla durata della vita di cinquecento cittadini americani di età compresa tra 72 e 85 anni. Prima muoiono più guadagnano gli investitori. Pare che sia giudicato un bond non etico, ma era etico scommettere sui mutui?
È il presidente degli USA, o quello della Repubblica popolare cinse, o la Merkel o lo stesso Monti che dettano il che cosa fare? Sono i grandi monopoli dell’acciaio, dell’auto, della chimica, del petrolio che indicano la strada? O non sono piuttosto la Banca Mondiale, il Fondo monetario, la Banca europea, la Banca cinese o l’insieme delle banche che dicono ai governo cosa devono fare. Del resto alcune di queste “nobili” istituzioni non hanno scritto lettere, più o meno segrete, al governo Italiano, a quello greco e forse a quello portoghese, e chi sa a quanti altri indicando sacrifici, sacrifici, sacrifici. La Merkel quale autonomia politica esprime rispetto alle banche del suo paese? Monti, il presidente del consiglio del governo italiano, quante volte ha affermato che i provvedimenti che andava prendendo erano necessari perché imposti dall’Europa (leggi Banca europea)? La finanza (definizione impersonale) qualche momento di respiro lo concede. Gioca come il gatto con il topo. In Grecia, accordo o fallimento, ci sarà una forte svalutazione dei crediti, ma la finanza internazionale ha avuto tempo per scaricare sui gozzi, un tempo si diceva “parco buoi”, i cattivi titoli greci, (qualcuno si ricorda cosa è avvenuto con i titoli argentini o con quelli della Parmalat?).
Il capitale finanziario è per sua natura instabile, senza terra e senza patria, pronto a cogliere occasioni speculative, ed esso stesso creatore di occasioni. Quelle che sembrano i segnali della fine della crisi, sono solo fuochi fatui, la crisi attanaglia tutto il mondo perché il mondo è finito tutto in potere del capitale finanziario. La letteratura a questo proposito è ampia e documentata: solo i politici non la leggono o non la vogliono capire.
Se si volesse affrontare la questione dell’instabilità del sistema e del suo stato permanete di crisi il nodo da affrontare è quello del capitalismo finanziario. Ma non c’è sa sperare dalle riunioni dei “grandi del mondo” (8, 16, 22, ecc.) che non riescono a mettersi d’accordo neanche su una modesta imposta sulle transazioni finanziarie. Affrontare il sistema non è questione delegabile, non si tratta infatti di un “ritorno” al passato, magari con un po’ di politica keynesiana, che sarebbe pur utile ma che non si vede, ma di una trasformazione che superi, inizi a superare il sistema. E se il capitalismo finanziario è mondiale non è detto che non si possa iniziare a combatterlo nel singolo paese (che vogliamo fare del nostro debito?). Ci vuole intelligenza, capacità politica, democrazia e impegno di massa, cioè la politica. Detto così siamo presi da scoramento, la nostra politica al massimo partorisce “governi tecnici”, ma non c’è altra strada.
Per questo ci vuole anche Il Manifesto, diamoci da fare.
domenica 11 dicembre 2011
Niente è come prima
Niente è come prima
da Alfabeta2, n. 15 dicembre 2011
La ripetizione che niente è, e sarà, come prima non corrisponde alla consapevolezza che la formazione sociale capitalistica è cambiata. Il capitalismo, pare, abbia concluso la sua fase “rivoluzionaria”, e come l’apprendista stregone no riesce a governare le forze che ha evocato.
Questione che può essere affrontata da diversi punti di vista e che qui si affronta, in forma molto semplificata, dal punto di vista della trasformazione del denaro in capitale (Marx, Il Capitale, Libro primo).
Dal Sole 24ore (6 agosto) si ricavano i seguenti dati di valore riferiti al 2010 del sistema mondo:
- PIL 74.000 miliardi;
- Borse 50.000 miliardi;
- Obbligazioni 95.000 miliardi;
- “altri” strumenti finanziaria 466.000 miliardi.
La produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari (economia di carta), tenendo fuori da questo calcolo il valore delle Borse che, ci si può illudere, hanno riferimento con l’economia reale. Detto in altro modo quello che uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della “ricchezza” finanziaria che circola.
Si tratta del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia un tema non nuovissimo (già esplorato da Hilferding nel 1910) ma che negli ultimi trenta anni ha avuto un’esplosione e si è reso autonomo rispetto al capitale produttivo. È proprio la sua dimensione e la sua autonomia che rende teso e, apparentemente, conflittuale il legame tra apparati dello stato e capitale finanziario.
I dati precedenti non possono scandalizzarci, ma non sono indifferenti; essi indicano una trasformazione di fondo del capitalismo.
Il processo di trasformazione del denaro in capitale si fonda sul processo di trasformazione del denaro in merce e quindi in denaro (in formula marxiana:
D-M-D*; dove D* è maggiore di D). Questa relazione ha costituito il tratto “rivoluzionario” del capitale (inteso come rapporto sociale); essa sussiste ancora (riguarda la produzione di merci e servizi, anche con forti trasformazioni), ma è largamente sovrastata da un processo che possiamo descrivere come basato su D-D-D (denaro-denaro-denaro). Nel processo definito dalla relazione D-M-D* era implicito, come è noto, il rapporto di sfruttamento, che storicamente i lavoratori hanno contrastato. Il capitale nella sua azione “creava” un antagonista che gli sottraeva risorse ma che era anche uno stimolo al raggiungimento di nuove frontiere di sviluppo, di avanzamenti tecnologici e organizzativi. Nello stesso tempo questo “antagonista” riusciva attraverso la sua azione sindacale e politica a conquistare diritti di cittadinanza sempre più estesi. Questa dinamica, che è stata positiva per lungo tempo, si avvantaggiava di una relazione triangolare capitale-lavoro-stato nella quale la pressione del “lavoro”, sia a livello sindacale che politico, sebbene spesso differenziata, esprimeva la rivendicazione del “diritto” ad una società migliore e dove il “capitale” accollava allo Stato detti miglioramenti per alleggerire la pressione del lavoro su di sé.
Quando detto è sicuramente una semplificazione, ma utile per leggere quello che pare un cambiamento di fondo. Nel ‘900 si possono contare diverse “crisi”, per ciascuna delle quali è possibile individuare una “spiegazione”, ma cosa succede nella società con il prevalere del processo D-D-D (senza dimenticare la crisi che di quel processo è figlia)? simultaneamente tre cose che tendono a cambiano la natura della società:
- è il “gioco” nel mercato finanziario che costituisce la componente principale della produzione di “ricchezza”;
- il “capitale” finanziario è impalpabile, non ha carne e ossa visibile. Non può essere contrastato da chi ne subisce gli effetti negativi (la popolazione); è “impersonale”, è un indice di borsa, contro di esso non si può scioperare (si possono rompere le vetrine come atto simbolico, ma non di più). Diventa un’entità metafisica ma pesante sulla vita di ciascuno;
- la relazione triangolare, poiché il capitale finanziario non ha “corpo” si frantuma; lo Stato, sulla base dell’apparato ideologico (il mercato, il debito, ecc.), è spinto ad “opprime” il popolo per soddisfare la bramosia di quello (avviene in tutti i paesi – i debiti sovrani - con l’aggiunta esplicita degli apparati repressivi già in Grecia).
Il debito Italiano
Il debito dello Stato ammonta 1.900 miliardi di euro (il 119% del Pil); un debito, secondo molti, che dipende dal fatto che il paese ha vissuto al di sopra delle sue possibilità. Ma sarà vero? Facciamo un po’ di conti, anche se semplificati.
Il mancato gettito dell’evasione fiscale è pari a 120 miliardi di euro annui. Una seria politica di contrasto avrebbe potuto ridurre almeno alla metà il mancato gettito; negli ultimi dieci anni questo avrebbe significato entrate per 600 miliardi, e quindi una diminuzione della stessa cifra del debito.
La voce “corruzione”, assumendo la valutazione della Corte dei Conti, comporta un costo per lo Stato di 50-60 miliardi annui; una seria lotta alla corruzione avrebbe significato minore spese in dieci anni di 550 miliardi, con una minore spesa dello stato e una riduzione della stessa cifra del debito.
È difficile valutare l’elusione, di cui un importante ministro sembra essere il maggior esperto, ma tra scudi e condoni la cifra non deve essere modesta se oggi si discute di un condono edilizio e fiscale per recuperare 35 miliardi di euro. In dieci anni, molto prudentemente, si può valutare in almeno 150 miliardi di euro le minore entrate.
Si potrebbe continuare tentando un calcolo degli sprechi effettuati per contentare l’arroganza di qualche politico (aeroporti inutili, strade che finiscono nel nulla, ecc.), per l’incapacità progettuale che facilita la corruzione (ospedali non finiti, la famosa Salerno_Reggio Calabria, ecc.), il costo della “politica”, qualsiasi cosa si intenda esso è superiore alla media europea; ecc. Ma lasciamo stare.
Ecco a questo punto che i 1.900 miliardi di debito oggi, a spese immutate, avrebbero potuto essere pari a (1.900 – 600 – 550 – 150) 600 miliardi di euro (38% del Pil). Con questo non si vuole negare l’esistenza del debito, ma negare che esso sia il frutto del troppo alto costo dei diritti di cittadinanza (scuola, salute, casa, pensioni, ammortizzatori sociali, ecc.). Esso è il risultato del colposo e doloso comportamento dei nostri governanti, che niente o poco hanno fatto per guarire la società italiana di alcuni suoi cancri come l’evasione e la corruzione; al contrario questi comportamenti sono stati giustificati (dichiarando che le tasse erano troppo alte), promossi (attraverso i condoni) o facilitati (ancora si aspetta la legge anticorruzione).
Pagare o non pagare?
La speculazione finanziaria, come tutti i creditori, pretende di essere pagata. Abbandonata, di fatto, la speculazione sulle azioni delle imprese, si è concentrata sui titoli sovrani (e sulle banche che li possiedono). Un’attenzione particolare viene esercitata sui titoli dei paesi con governi “deboli”. Deboli perché non in grado né di combattere la speculazione con armi efficaci, né perché possono opporsi alla pressione per imporre sacrifici ai rispettivi popoli per pagare i debiti (riduzione di salari e pensioni; cancellazione dei servizi sociali; licenziamenti; ecc.).
Tale debolezza si misura con il fatto che questi Stati privilegiano il debito pubblico rispetto ad altri debiti come quelli nei riguardi dei lavoratori e delle popolazioni. Lo Stato contrae un debito non solo verso chi gli presta denari, ma ha anche verso la popolazione (sanità, scuola, e welfare), contrae debiti nei riguardi dei suoi dipendenti, dei pensionati, per garantire la cultura, il paesaggio, ecc. Privilegiare un debitore appartiene alla fattispecie della “bancarotta preferenziale” perseguita penalmente.
Ma pagare o non pagare è una questione esclusivamente politica. Se i connotati del “nuovo” capitalismo fossero quelli descritte prima, allora la società mondiale si avvia a trasformare il triangolo, rappresentativo della scala delle diseguaglianze, in una “clessidra”: nella la bolla superiore, più piccola, si collocano i “ricchi”, speculatori e no, e chi a quelli risultano funzionali; nella bolla inferiore un’umanità impoverita, privata dei diritti, ribellista e oppressa con violenza.
Se questa pare una prospettiva da accettare allora bisogna pagare; i provvedimenti che si stanno prendendo di fatto alimentano la speculazione, offrendole carne fresca su cui affondare i denti; né la tassazione sulle intermediazione e gli altri provvedimenti allo studio serviranno, la massa di risorse finanziarie che la speculazione muove sono tali da non essere che intaccata lievemente.
Ci sono indizi che suggeriscono che questa sia la strada che si sta percorrendo: tra il 1981 e il 2011 le imposte sugli scaglioni di reddito più alti sono fortemente diminuite (Francia dal 60% al 40%; Germania dal 55% al 43%; Gran Bretagna dal 60 al 52%; Italia dal 68 al 41%; USA dal 65% al 33%); il “capitalista” più ricco della Repubblica popolare cinese si appresta ad entrare nel Comitato Centrale del Partito comunista cinese; il capo delle strategie della JP Morgan Chase, ha dichiarato che “ i margini di profitto sono ai massimi storici da molti decenni e questo si spiega con la compressione dei salari”; secondo la rivista Forbes il mondo ha 1.011 miliardari, persone con più di un miliardo, nello scorso anno, solo il 12% hanno visto le loro fortune declinare (per loro la crisi è un ingrasso; i primi dieci hanno incrementato il loro patrimonio di 42 miliardi di $). Mentre le nuove povertà si sommano alle vecchie.
Non pagare il debito è una scelta politica che un governo alternativo a quello attuale dovrebbe prendere. E la vedova con il suo Bot da cui semestralmente stacca la cedola per sopravvivere, vogliamo farla morire di inedia? Ipocrisie e opportunismi.
Il debito pubblico italiano è detenuto per il 56% in Italia e per il 44% all’estero; per lo più da istituzioni bancarie e assicurative italiane e straniere, gli investitori individuali italiani ne detengono solo il 14% e tra questi c’è la “vedova”. Non pagare si può fare in tanti modi: con un concordato garantendo ai creditori non più del 25% di quanto dovuto (così fanno le imprese sull’orlo del fallimento); si può garantire che ai possessori individuali, con un massimale di capitale da stabilire, si possono garantire interessi e rimborsi interi, o si può chiudere il rubinetto dei pagamenti, provvedendo in modo diverso alla “vedova”. Dipende dalla forza politica del governo e soprattutto della sua linea strategica.
Colpire le “tasche” degli speculatori è l’unico modo per combatterli e perché l’economia possa riprendersi su basi diverse; questa non può fondarsi sui meccanismi noti e sulle imprese che conosciamo, né tanto meno sulle banche così come sono. I provvedimenti presi e allo studio sono finalizzati a salvare la speculazione e le banche che a quella tengono il sacco. Si tratta, al contrario, di affermare un modello diverso, di produzione e di società, che garantisca democrazia, libertà, equità, salvaguardia dell’ambiente e cultura, e la possibilità di godere delle nuove frontiere della scienza e della tecnologia.
La questione oggi si pone in modo diverso che nel passato: mentre il capitalismo, fino ad ieri, pur nelle sue iniquità, violenze e sfruttamento, garantiva sviluppo (squilibrato socialmente e geograficamente), oggi tutto è mutato, niente è come nel passato, le peggiori fantasie della fantascienza e dei disastri climatici bussano alla porta.
Siamo al bivio: o la dilatazione, senza ipocrisie, della violenza di stato e la chirurgia della guerra o la modifica della società, anche se questa avrà tempi non immediati di elaborazione e di affermazioni (le proteste mondiali di questi giorni fanno ben sperare almeno su una presa di coscienza).
È il cambiamento dell’impresa, del rapporto sociale di produzione, del lavoro, della qualità della democrazia, della libertà individuale, con un reddito garantito per tutti e un limite ai guadagni individuali, che devono costituire il traguardo strategico, da sperimentare e da inventare quotidianamente in solidarietà con l’umanità tutta. Non ci sono ricette, ma ci vuole forza, intelligenza e pazienza.
O il “niente sarà come prima” ha questa dimensione politica e sociale o rappresenta un modo per addomesticare l’intelligenza dei popoli. L’economia soccomberà ad un atto dell’immaginazione (R. Ford citato in E. Nesi, Storia della mia gente).
domenica 4 dicembre 2011
Dalla realtà passiamo alla politica
Dalla realtà passiamo alla politica
Francesco Indovina e Angelo Tirrito
per Il Manifesto
C’è una grande attesa per gli eurobond, ma per il debito degli Stati non cambierà nulla, sarebbero debitori in eurobond. Ma, si dice, gli eurobond sarebbero più affidabili e … assicurerebbero gli speculatori. Che illusione. Inoltre cosa potrà cambiare dal punto di vista dei rendimenti; inoltre gli eurobond avranno un rendimento unico o sarà il mercato che li stabilirà Stato per Stato?
Ma torniamo all’Italia. Lo spread indica la nostra debolezza e dobbiamo abbozzare. Non è possibile operare sullo debito, si dice. È necessario subire i rialzi dei rendimenti perché, si argomenta, in caso contrario non si troverebbe sul mercato chi sarebbe disposto a prestarci nuovo danaro. Ma attenzione dobbiamo cercare nuovo danaro sul mercato solo per rinnovare i debiti già contratti. I risparmiatori e gli speculatori i soldi ce li hanno già dati, è il nostro debito.
Banche, fondi, individui, ecc. hanno in mano titoli in scadenza, titoli che all’atto della loro sottoscrizione non superava il 3-4%; titoli perfettamente validi anche se alla scadenza non venissero onorati (sono cambiali dello Stato). In sostanza chiediamo soldi per rinnovare il nostro debito e il loro credito. Una sorta del rinnovo di una cambiale. Gli interessi più alti che paghiamo sono una sorta di “diritto di mora” per il rinnovo della cambiale, cioè del debito. L’asta che periodicamente si fa dei titoli di stato serve solo per pagare i titoli scaduti, cioè per rinnovare il debito spostandone nel tempo la scadenza; i rinnovi avvengono ad elevati rendimenti per danaro già prestatoci, con la scusa di favorirci con nuove e più lontane scadenze.
Che si può fare? Dato che i governi nella migliore delle ipotesi non sanno che pesci pigliare, la cosa da fare, senza arrivare agli estremi del fallimento che fa orrore, è congelare per cinque anni il debito. Cosa che dovrebbe interessare anche il “piccolo” risparmiatore, meglio del fallimento che vedrebbe vanificare il proprio capitale. Cinque anni nei quali non dobbiamo chiedere prestiti.
In questi cinque anni i governi potrebbero capire quali sono i mutamenti che sono avvenuti nel capitalismo e nella finanza e potrebbero prendere provvedimenti adatti (dal controllo sui tassi d’interesse, al controllo sui cambi, alla eliminazione delle Borse, alla riorganizzazione delle banche alle quali sarebbe proibito operare nella “finanza”, mettere imposte sulle transazioni finanziarie e sui patrimoni, ecc.) e attivare politiche industriali e di sviluppo (magari ecologiche). Tutti provvedimenti che tuttavia non inciderebbero, almeno crediamo, sulla natura del “nuovo capitalismo” e che non coglie l’opportunità di un cambiamento profondo. Per chi credesse invece che sarebbe una buona occasione per cominciare a sperimentare nuove società, attivando forme avanzate di democrazia, nuove e diverse organizzazioni sociali ed economiche. Cinque anni potrebbero essere una grande occasione.
Certo questa soluzione dovrebbe essere comune a tutti i paesi, almeno all’Europa (ammesso che i decisori politici fossero indipendenti dalla “finanza”); in questa direzione il professor Monti potrebbe esercitare la forza della sua serietà e credibilità, il guaio è che egli pensa cose diverse.
Ma si potrebbe fare da soli. Le forze ci sono, ma la politica sarà in grado di fare la sua parte?
Anche Nouriel Roubin propone qualcosa di simile: o la svalutazione del 25% del debito, o il suo rinnovo a 20-30 anni (La Repubblica 30.11.2011).