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giovedì 24 gennaio 2019

Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg: "el vostre 'ordre' està fet de sorra"


di Oriol Nel.lo
«L'ordre domina a Varsòvia!» - «L'ordre domina a París!» - «L'ordre domina a Berlín!». Així ho declaren els comunicats dels guardians de l’«ordre» cada mig segle d’un centre de la lluita històrica mundial a un altre. I els «vencedors» exultants no s’adonen que un «ordre» que necessita mantindre’s periòdicament a través de cruentes matances es dirigeix inexorablement cap al seu destí històric, la seua caiguda.» 
Així escrivia la revolucionària alemanya Rosa Luxemburg el dia 14 de gener de 1919. Acabava de produir-se la derrota de l'aixecament Espartaquista de Berlín, sufocat pel govern socialdemòcrata de Friedrich Ebert aliat amb les milícies d'extrema dreta dels freikorps. Justament l'endemà de la publicació de l'article, avui fa exactament un segle, Rosa Luxemburg fou detinguda i assassinada per la soldadesca, juntament amb Karl Liebknecht i centenars d'altres militants revolucionaris. 
Més enllà de la voluntat commemorativa, resulta avui particularment oportú recordar el text de Luxemburg escrit en un moment de desfeta. Hi citava l'expressió recurrent dels vencedors després de cada derrota revolucionària: l'"ordre" torna a regnar. Tornà a regnar a Varsòvia el 1831 després de la repressió de l'aixecament contra el domini rus, a París el 1871 després de la desfeta de la Comuna, a Berlín el gener de 1919. Però aquest ordre estava cridat a ser, una i altre vegada subvertit: «L’ordre domina a Berlín!» Ximples lacais! El vostre «ordre» està fet de sorra.», exclamava.  
No és pas casualitat que Luxemburg exemplifiqui els episodis del trencament de l'ordre 
amb noms de ciutats -Varsovia, París, Berlín. Ha estat a les ciutats on al llarg del segle 
XIX i de bona part del XX es covaren, a Europa, les contradiccions i els moviments 
que portaren als esclats revolucionaris. Molts d'ells acabaren en derrotes, però la seva 
successió és el que feu possible arrencar les llibertats polítiques i les conquestes socials.  
Si la ciutat ha estat gresol del canvi és precisament perquè l'ordre no hi ha estat mai, ni 
hi pot arribar a ser, perfecte. Ho recordàvem aquí mateix en motiu del darrer llibre de 
Francesco Indovina. Per un costat les innovacions tecnològiques i científiques hi obren 
sempre noves possibilitats i indueixen a l'alteració de l'ordre. És ben cert que els poders 
establerts segurament es resistiran al canvi, però les bases materials per a l'alteració de
 l'ordre existent, una vegada descobertes, queden a disposició dels agents socials que se 
les vulguin fer seves i promoure canvis. Per altre costat, els grups socials subalterns 
maldaran una i altra vegada per alterar un ordre que els perjudica. De nou, davant 
d'aquest impuls de canvi, que induirà inevitablement al desordre, els beneficiaris de 
l'ordre vigent tractaran de preservar-lo per tal de consolidar llurs interessos i llurs
 privilegis. Però la resta de la població, si no vol resignar-se a la seva sort, no té altre 
remei que continuar empenyent per capgirar-lo.
En aquests temps de contradiccions i retrocessos, en el que perillen tantes conquestes,
 és bo de reflexionar sobre  les paraules de Luxemburg. El progrés social no pot 
donar-se, de cap manera, per descomptat i els avenços aconseguits 
no són, prou que ho veiem, irreversibles. Però el manteniment d'un "ordre
que asseguri de manera permanent i complerta els privilegis d'uns pocs és també 
una quimera
Així doncs, tot i les dificultats i les derrotes, les possibilitats d'avançar cap a una
 ciutat i una  societat més justa "eren, són i seran". 

giovedì 9 marzo 2017

Il colpo d’ala dell’8 marzo

 
di   IDA DOMINIJANNI


Pubblicato su Internazionale l'8 marzo 2017
Mentre Donald Trump, e con lui i suoi fans di destra e purtroppo anche di sinistra, fantasticano un’improbabile de-globalizzazione, spunta (o rispunta) un movimento femminista che ha tutte caratteristiche di un movimento globale. Mentre i media mainstream capovolgono l’elezione di Trump nella sconfitta del femminismo perché il famoso tetto di vetro non è stato infranto neanche stavolta, spunta (o rispunta) un movimento femminista che mette il tetto di vetro suddetto all’ultimo posto della sua agenda, e al primo la vita. Mentre l’egemonia del capitalismo neoliberale vacilla ovunque sotto i colpi di una crisi ormai decennale, e ovunque ripropone per tutta risposta le sue ricette fallimentari senza trovare a sinistra ostacoli rilevanti e aprendo a destra vie di fuga razziste e fascistoidi, spunta (o rispunta) un movimento femminista che si riappropria della centralità femminile nella produzione e nella riproduzione sociale, ne fa una leva sovversiva e chiama tutti, donne uomini e altri generi di ogni paese e di ogni colore, a unirsi a questa spinta sovversiva. Sono i colpi d’ala che solo la politica delle donne è capace periodicamente di inventarsi, gli scarti imprevisti dall’agenda politica e mediatica del presente che solo la politica delle donne è capace periodicamente di produrre. E che fanno dell’8 marzo di quest’anno una giornata diversa dal solito, inedita, irrituale, inaugurale.
Ma non estemporanea. Lo sciopero delle donne dal lavoro e dalla cura dichiarato per oggi in una quarantina di paesi del mondo – in Italia dalla rete “Non una di meno”, con l’adesione dei sindacati - arriva a coronamento di un anno che ha visto i movimenti femministi al centro, e alla guida, di mobilitazioni straordinarie, su un’agenda ben più ampia e articolata di quella “di genere”. L’inizio fu il Black Monday polacco, il 3 ottobre dell’anno scorso, quando un’imponente manifestazione sotto la pioggia e gli ombrelli bloccò la legge che voleva proibire l’aborto, prima azione politica contro i governi reazionari che si sono succeduti in quel paese. Poi il Mércoles Negro contro la violenza sessuale in Argentina il 17 ottobre, convocato dalla rete NiUnaMenos, sigla migrata in Italia con la manifestazione contro la violenza del 26 novembre, tanto sorprendente per quantità e qualità quanto ignorata da giornali e tv, all’epoca troppo impegnati nello sfornare sondaggi sulla rimonta del sì al referendum costituzionale poi stravinto dal no. Infine l’immensa Women’s March del 21 gennaio a Washington e ovunque nel mondo, in risposta alla misoginia suprematista di Trump, tre milioni di donne e uomini in piazza negli Usa e due nel resto del pianeta, altro che protezionismo e de-globalizzazione: America first, ma in tutt’altra direzione da quella neopresidenziale.
Vengono infatti da quella marcia, e sono vistosamente marcate dal lessico politico radicale americano, le due parole-chiave, inclusive e intersectional, che orientano la giornata di oggi.
Inclusivo, perché l’organizzazione e la regia della mobilitazione è femminile ma apre a chiunque ne condivida le intenzioni, lasciandosi il separatismo alle spalle. Intersezionale, perché il dominio di genere si intreccia con altri dispositivi di dominio e di esclusione, di classe e razziali in primis, e domanda in risposta “l’alleanza dei corpi”, per dirlo con il titolo dell’ultimo libro di Judith Butler, di tutte le soggettività interessate.
Perché allora l’8 marzo, e perché le donne al centro e al timone? Si possono dare due risposte. La prima è che le donne e il femminismo sono state e sono l’oggetto privilegiato della rivoluzione neoliberale, e non stupisce che ne diventino il soggetto antagonista di prima fila. L’egemonia neoliberale deve molto della sua presa al modo in cui ha cercato di trascrivere la libertà politica e la padronanza sul proprio destino guadagnate dalle donne nel femminismo in autoimprenditorialità e libertà di consumo, nonché al modo in cui ha “valorizzato”- nel senso dell’estrazione capitalistica di valore - il lavoro produttivo, il lavoro di cura, l’intera vita delle donne. Non a caso la pratica di lotta scelta stavolta è quella dello sciopero: per sottrarsi a questo sfruttamento, e per mostrare – per sottrazione, appunto – quanto il lavoro femminile - visibile e invisibili, contato e non contato nelle statistiche, retribuito e gratuito – sia tanto cruciale per far girare la macchina produttiva e riproduttiva quanto sottostimato e sottovalutato, in tutti i sensi del termine.
La seconda ragione è politica, ed è tutta inscritta nella genealogia e nella memoria del femminismo. In una stagione come quella di oggi, in cui la politica ufficiale di opposizione, orfana delle sue appartenenze e strutture storiche, sembra non trovare vie diverse dalla ripetizione del passato da un lato e dalla demagogia populista dall’altro, il femminismo conosce l’arte della tessitura di un “noi” che si costruisce non malgrado ma in forza delle sue differenze e molteplicità costitutive. E’ l’arte della tessitura di relazioni libere ma non per questo volatili, che consente al movimento delle donne di andare e venire dalla ribalta della cronaca, ma di tornare sempre, imprevisto, quando e dove occorre. Non a caso si chiude con un richiamo a Carla Lonzi il testo di Non Una di Meno che convoca lo sciopero di oggi: “Il Soggetto Imprevisto ha fatto nuovamente irruzione nella politica e nelle nostre vite. Riconosciamo a noi stesse la capacità di fare di questo attimo una modificazione totale della vita”.



mercoledì 22 febbraio 2017

Lo scongiuro della scissione

di ida dominijanni

Pubblicato su Huffington Post il 19/2/2017
L’infinita soap-opera del Pd non ha dalla sua dei buoni sceneggiatori: né fra i protagonisti, né fra gli osservatori. A una classe politica che oscilla fra il non dare il meglio e il dare il peggio di sé fa riscontro un coro di cronisti e commentatori che oscillano a loro volta fra la foga di descriverla come un covo di vipere velenose e l’ansia di scongiurare una scissione che sarebbe al meglio incomprensibile, al peggio devastante. Il bilancio della parabola del Pd – dieci anni non ancora compiuti e vissuti molto pericolosamente – pencola infine fra quello di un partito mai nato, di una miscela mal riuscita e di un progetto mai decollato, a quello di un bene prezioso e irrinunciabile, dell’unico superstite del riformismo europeo, dell’ultima barriera della civiltà contro l’invasione dei barbari pentastellati o trumpisti.
Tutto questo non aiuta a capire se c’è, e qual è, la posta della partita che si sta giocando – malamente – nel Pd, ma anche fuori dal Pd: sono aperti altri cantieri, in primis quello del congresso di fondazione di Sinistra Italiana, e intanto non smobilitano le reti dei comitati nati a sostegno del No al referendum costituzionale. Si può continuare a guardare tutto questo come una commedia recitata da attori di second’ordine, con le batterie cariche di personalismi, ambizioni, rivincite e rancori incrociati. Oppure si può fare uno sforzo di generosità – ce ne vuole parecchia, lo so – e alzare, quantomeno, l’asticella delle aspettative e delle richieste, sperando che serva ad alzare anche quella delle risposte.
Lascerei perdere, intanto, gli scongiuri. Il fantasma delle scissioni perseguita la sinistra, e l’invocazione dell’unità la alimenta, da quando è nata. Già questa storica altalena dovrebbe dire qualcosa di un problema evidentemente malposto. Non sempre la convivenza forzata è sinonimo di unità, e non sempre le divisioni sono foriere di sciagura. Non sempre l’unità è garanzia di un’identità riconoscibile, e non sempre le differenze condannano alla frammentazione. Un’articolazione non settaria delle differenze è ciò che da sempre manca alla sinistra e alla forma-partito disciplinata e disciplinare da cui la sinistra, fra mille trasmutazioni che della forma-partito hanno buttato il bambino tenendosi l’acqua sporca, non è mai riuscita a emanciparsi davvero.
Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Stiamo all’oggi: è possibile guardare a quello che sta capitando non come un a un destino di disgregazione, ma come a un’occasione di ricomposizione? E’ possibile pensare che sia questa, e non la solita “resa dei conti” fra narcisi (uomini) in guerra fra loro la posta in gioco della situazione? E’ possibile guardare all’eventualità che il Pd si spezzi definitivamente come a un elemento di maggior chiarezza, e non maggior cupezza, del quadro?
Tutto dipende, naturalmente, dal giudizio che dell’avventura targata Pd si dà. Lo scongiuro della scissione muove evidentemente da un giudizio positivo, o meglio dalla convinzione che, ben realizzato o no, il progetto del Pd fosse, dieci anni fa, la risposta giusta al problema. Varrebbe la pena ricordare che dieci anni fa “il problema” era assai diverso da quello di oggi: in Italia c’era un bipolarismo che pareva definitivo; la crisi mondiale del debito si annunciava – non vista, al Lingotto - ma non aveva ancora messo in crisi il pensiero unico neoliberale; l’opera di sistematico smantellamento delle tradizioni politiche europee novecentesche, e segnatamente di archiviazione del bagaglio concettuale della sinistra, era al suo apice; l’America era ancora, per quelli che si volevano emancipare dal complesso di colpa per essere stati comunisti a loro insaputa, un mito progressista, e l’aggettivo “democratico” un passepartout per risolvere qualunque dilemma del presente e del futuro. Si innamorò di quel progetto chi voleva una sinistra light, liberata da qualunque istanza di critica anticapitalistica, completamente risolta nell’interiorizzazione del paradigma liberaldemocratico come unico orizzonte possibile.
Era un innamoramento malriposto. Ma non solo per la perenne incompiutezza che avrebbe da allora in poi caratterizzato “l’amalgama mal riuscito”, bensì per i suoi difetti genetici. Un difetto di identità, perché dalla somma di due tradizioni indebolite non nasceva una cultura politica riconoscibile. Un difetto di struttura e di radicamento, perché il partito dei gazebo e delle primarie portava in sé l’embrione del partito personale del leader. Un difetto di progetto, perché la bandiera dei diritti, separata dalla critica dei poteri, si sarebbe rivelata ben presto una strada aperta al loro smantellamento più che al loro allargamento. Un difetto perfino nel nome, perché già allora era chiaro – non c’era ancora Trump, ma Berlusconi sì – che l’aggettivo “democratico”, in un Occidente in cui la democrazia si sfigurava partorendo mostri, non era la soluzione ma il problema. Un difetto, infine, di presunzione, in quell’ostinata idea, tutt’ora perdurante, che il Pd fosse “il partito della nazione” (il termine risale ad allora) che rappresentava e incorporava i destini dell’Italia. Il difetto stava dunque nel progetto, non nella sua cattiva realizzazione. Il seguito della vicenda l’ha solo aggravato, fino all’esito, estremo ma coerente, della scalata di Matteo Renzi, con la iper-personalizzazione della leadership e la rottamazione di ogni residua cultura politica che l’hanno caratterizzata.
Ma nel frattempo, soprattutto, si è rovesciato il mondo, ed è collassato il sistema politico italiano. Le sorti della globalizzazione non sono più magnifiche e progressive. La crisi del capitalismo finanziario ha smontato da sola le ricette neoliberali, con o senza lo zuccherino delle “terze vie” blairiane. La destra ha cambiato natura e da liberista si è fatta protezionista. I nazionalismi risorgono sotto la bandiera illusoria del sovranismo. E i popoli spremuti dalla crisi e, in Europa, dall’austerity si danno voce come possono e con chi trovano, sui una sponda e sull’altra dell’Atlantico: e tanto peggio per chi ha aspettato Trump per accorgersene, liquidando quattro anni fa il M5S a fenomeno effimero e transeunte e pensando di riportare il tripolarismo in un bipolarismo forzato a colpi di leggi elettorali incostituzionali e di riforme costituzionali sonoramente bocciate.
In un mondo così, torna non il bisogno, ma la necessità di una sinistra. Detta o non detta, dichiarata o sussurrata, esplicita o implicita, la posta in gioco della scissione del Pd, e più in generale dei lavori in corso in questo così denso fine settimana, è questa. Lo sanno benissimo i sacerdoti dello scongiuro, che non tralasciano talk show per mostrarsi esterrefatti e scandalizzati del riapparire dello spettro che il Pd avrebbe dovuto seppellire per sempre. La domanda vera è quanto ne siano consapevoli invece i protagonisti dello scontro. I quali stavolta, dentro e fuori dal Pd, sono pregati di fare sul serio. Il compito è urgente ma tutt’altro che facile, e tutt’altro che light. Lo dico con le parole di Carlo Galli (www.ragionipolitiche. wordpress.com) : una sinistra di governo (e di “protezione” non securitaria della società ) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire”. Vietato bluffare, accontentarsi di un pur necessario cambio ai posti di comando, riproporre ricette usurate con l’aggiunta di un 3 o 4.0, diluire nel moderatismo la radicalità necessaria. Gli esami non finiscono mai, ma qualche volta sono ultimativi.



mercoledì 25 maggio 2016

La carcassa dell'auto dell'attentato a Falcone

Ciao Francesco, 
24 anni fa, il 23 maggio 1992, Giovanni Falcone veniva assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta nella strage di Capaci per opera di Cosa Nostra. In questi giorni la carcassa della Fiat Croma dell'attentato al giudice antimafia viene esposta in Puglia. Ma normalmente si trova nella Scuola di Polizia Penitenziaria a Roma: l'accesso, però, è riservato solo a pochi. "È importante custodire la memoria", dice in questo appello il giornalista Sandro Ruotolo. "Perché questa teca con l'auto di Giovanni Falcone non può essere visitata da tutti?".

mercoledì 23 dicembre 2015

Il 2015 dell’occupazione

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Le fonti ufficiali e amministrative convergono su alcuni punti per quanto riguarda
 la dinamica dell’occupazione nel 2015. Aumentano gli occupati, soprattutto nei 
servizi e nel lavoro dipendente. In calo i rapporti di collaborazione, mentre 
sono consistenti gli effetti della decontribuzione.
La dinamica dell’occupazione
Sulla dinamica dell’occupazione nel 2015 abbiamo ormai a disposizione
 numerose informazioni statistiche aggiornate al terzo trimestre o anche
 a ottobre. Alcune evidenze si possono cominciare a considerare
acquisite: i due mesi che mancano alla fine dell’anno potrebbero
determinare qualche correzione, ma non alterare i segni dei fenomeni.
Dall’esame congiunto delle varie fonti ufficiali (Indagine sulle forze
di lavoro Istat e dati di contabilità nazionale) e amministrative
(Inps-Osservatorio sulla precarietà; ministero del Lavoro e network SeCo
 per le comunicazioni obbligatorie delle imprese ai centri per l’impiego)
 si può delineare il quadro che di seguito sintetizziamo.
Un punto sembra ormai certo e assodato: gli occupati complessivi
sono aumentati. La variazione, comunque calcolata (occupati o unità
di lavoro o posizioni lavorative), rispetto all’anno precedente si aggira
sulle 200mila unità. Non si tratta di una dimensione tale da far scordare
la dura riduzione imposta dalla crisi, né il ritmo del recupero è tale
 da assicurare sugli sviluppi futuri: ma è comunque una netta inversione
di rotta.
Un secondo punto sul quale c’è convergenza è la caratterizzazione settoriale
 dell’incremento, che risulta sostanzialmente dovuto ai servizi, mentre per le
 costruzioni, pur rallentata, prevale ancora la tendenza riflessiva e il
manifatturiero risulta, per ora, aver (solo) arrestato, dopo un lungo
periodo, il processo continuo di ridimensionamento.
Un terzo elemento si può dare per assodato: la crescita si è prodotta
nell’area del lavoro dipendente mentre l’insieme (eterogeneo) del lavoro
indipendente è rimasto al palo.
Tipologie dei contratti
Questione controversa è invece l’apporto alla crescita delle diverse
tipologie di contratti di lavoro. Dal punto di vista delle politiche del
lavoro, l’anno è stato caratterizzato dall’attenzione agli effetti dell’esonero
contributivo per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, a partire da
gennaio 2015, e dal primo impatto del Jobs act su diversi aspetti, in
primis la revisione, in vigore da fine marzo, della normativa sui
licenziamenti (contratto a tutele crescenti) e le restrizioni, attivate da
giugno, per alcune forme di rapporto di lavoro parasubordinato
(contratti a progetto, associazione in partecipazione). Tutti questi
elementi convergono, di fatto, nell’incentivare o comunque favorire
le assunzioni con contratto a tempo indeterminato, riducendo il costo
mensile per i primi tre anni e rendendo certo il costo di una risoluzione
per licenziamento. È dunque logico che a questo aspetto si
dedichi una particolare attenzione.
I dati amministrativi (Inps, ministero del Lavoro, network SeCo) hanno
evidenziato il netto incremento sia del volume di nuove assunzioni a tempo
indeterminato sia del volume di trasformazioni da tempo determinato a tempo
indeterminato (tabella 1).
tab1 anastasia

Nello stesso periodo, il volume delle assunzioni sia con contratti di apprendistato
 sia con contratti a tempo determinato è diminuito (Inps, primi dieci mesi
del 2015) o modestamente aumentato su base annua
(ottobre 2014-settembre 2015), parallelamente a un’analoga crescita
delle cessazioni (regioni SeCo). Il maggior volume di assunzioni si riflett
 nelle variazioni dello stock dei rapporti di lavoro in essere: i grafici 1 e 2,
pur scontando il diverso universo di osservazione territoriale e la diversa base
settoriale (Inps non include agricoltura e settore pubblico), evidenziano
che la dinamica finalmente positiva risulta chiaramente trainata dai
contratti a tempo indeterminato. Tanto per Inps quanto per le regioni
SeCo le posizioni di lavoro a termine risultano invece in flessione e
lo stesso si registra per l’apprendistato. Aggiungiamo che i dati
amministrativi attestano chiaramente pure la riduzione del ricorso sia
ai rapporti di lavoro intermittente (come ormai accade dal 2012)
sia ai rapporti di collaborazione (-20 per cento su base annua) mentre è
cresciuto fortemente l’utilizzo dei voucher.
graf1anastasia
graf2anastasia



































Nei dati Istat non emerge ancora nitidamente la crescita del tempo indeterminato:
sembra anzi che l’incremento dei rapporti a termine sia più
 rilevante per spiegare la crescita occupazionale. Come peraltro si osserva
nella tabella 2 le variazioni tendenziali degli occupati nella distribuzione
tra occupati a termine e occupati a tempo indeterminato oscillano di mese
in mese. E occorre sempre ricordare che stiamo parlando di variazioni in
valori assoluti che sono sotto quella soglia di consistenza tale da poter
essere accertata con sicurezza anche da un’indagine campionaria, come
quella sulle forze di lavoro.

















Effetti della decontribuzione
Del resto, se quest’anno i rapporti di lavoro a tempo indeterminato non
fossero aumentati in termini di flusso e di conseguenza anche in
 termini di stock (è impensabile infatti immaginare una parallela e
contestuale moria, con la riduzione delle durate dei tempi indeterminati
alla stregua del somministrato o della maggioranza dei rapporti a termine)
 significherebbe che un incentivo triennale pari al 30 per cento del costo
del lavoro non ha molto peso né appeal. Certificherebbe una conferma
di non nuove teorie sul salario come variabile indipendente (dal suo costo). 
Così non è stato. La decontribuzione – che, basandoci sui dati Inps, possiamo
stimare a fine anno supererà agevolmente il milione (tra nuovi 
rapporti a tempo indeterminato e trasformazioni) – ha avuto effetti 
consistenti e consegna al 2016 un trascinamento occupazionale positivo: 
una fiammata di assunzioni a tempo indeterminato ha effetti indubbiamente 
più duraturi di una analoga dovuta ai rapporti a termine, come accaduto 
nel 2014 con il decreto Poletti.

Le tasse saliranno nel 2016 e negli anni seguenti


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Con l’approvazione della legge di Stabilità 2016 nei due rami del Parlamento e in attesa della pubblicazione della nota tecnico-illustrativa definitiva da parte della Ragioneria generale dello stato si può comunque calcolare in che misura l’impegno preso dal governo di ridurre le tasse sarà rispettato nel 2016 e negli anni successivi. I dati complessivi di variazione delle entrate e delle uscite dello stato presentati dal governo a ottobre sono stati complessivamente rispettati anche dopo il dibattito parlamentare, con l’eccezione del rinvio (proveniente dal governo) del taglio dell’Ires al 2017 per far posto alle voci del cosiddetto “pacchetto sicurezza” (ad esempio, i 500 euro ai diciottenni e gli 80 euro alle forze dell’ordine).
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Le tasse caleranno dunque nel 2016? Come si vede dal grafico, la risposta è – in breve – no.  Sia nel 2016 sia negli anni successivi (2017 e 2018) le entrate totali delle pubbliche amministrazioni dopo la legge di Stabilità non caleranno e anzi continueranno ad aumentare. Saliranno di 10,6 miliardi nel 2016 rispetto al 2015 (da 788,7 a 799,3 miliardi), di 20,7 miliardi nel 2017 rispetto al 2016 e di 25 miliardi nel 2018 rispetto al 2017.
Ma allora il premier prende in giro tutti gli italiani quando dice di aver tagliato le tasse con la legge di Stabilità 2016? Solo un po’. Le entrate totali continueranno ad aumentare (il che non dovrebbe succedere quando si “tagliano le tasse”), ma aumenteranno meno di quel che sarebbero aumentate senza la legge di Stabilità 2016. Le due curve riportate nel grafico – che descrivono l’andamento delle entrate totali prima e dopo la legge di Stabilità 2016 – indicano che senza la legge di Stabilità 2016 le tasse sarebbero aumentate ancora di più: di 28,7, 25,8 e 23,5 miliardi, rispettivamente, nel 2016, 2017 e 2018. Le misure contenute nella legge di Stabilità 2016 (taglio dell’Imu sulla prima casa e altre misure per il 2016, taglio dell’Ires per il 2017) porteranno a contenere di alcuni miliardi (l’entità è pari alla distanza tra le due curve del grafico) l’aumento di tassazione che si sarebbe verificato “naturalmente”. Dove il “naturalmente” non ha nulla di naturale ma si traduce in “per colpa degli aumenti di tasse decisi dai governi precedenti (incluso il governo Renzi nel suo primo anno di vita)”. Fermo restando che una parte preponderante del taglio di tasse è il disinnesco delle clausole di salvaguardia.
Si sarebbe potuto fare di più in termini di riduzione del carico fiscale? Sì, a patto di ridurre di più la spesa pubblica che invece – con il modicum di spending review realizzato e con gli aumenti di spesa del “pacchetto sicurezza” – finirà per aumentare di 9 miliardi fino a un totale di 840,6 miliardi nel 2016.

domenica 25 ottobre 2015

VENEZIA E L’IMPORTANZA DI CONSERVARE IL FUTURO


 ·
CHIARA BERTOLA*
20 ottobre 2015 · di ytali · in op/ed.

Sarebbe stato bello che il Sindaco di Venezia nel momento in cui ha proposto la vendita di due capolavori del “suo” Museo Civico, certo per sanare il bilancio della città, si fosse ricordato di pensare anche alla comunità e alla sua crescita. Alla comunità che forma una città.
Mentre scrivo questo commento sulla brutta proposta di vendere due capolavori dei Musei Civici, vorrei fosse solo banale provocazione e propaganda per attirare l’attenzione del Governo su Venezia che sta male, che sta velocemente scomparendo mentre tutti la stiamo a guardare inermi e incapaci.
Sottolineo che sarebbe stato importante e necessario pensare prima di tutto alla comunità di una città e all’eredità che lasceremo alle generazioni future. Abbiamo ricevuto un patrimonio da chi è stato più attento e capace di preservarlo, facendolo arrivare fino a noi e abbiamo il dovere e la responsabilità di mantenerlo e proteggerlo. Mi sembra così assurdo pensare di sanare i buchi di bilancio vendendo le opere dei musei, che non vorrei tanto soffermarmi su questo gesto ma piuttosto provare a capire perché questa proposta è tanto grave.
L’insieme delle opere di ogni museo forma in qualche modo il suo patrimonio; un patrimonio che spesso viene interpretato entro una logica “economica” (la cultura come patrimonio da preservare o da sperperare) trascurando di considerarlo come “patrimonio vivente”.
Ma la differenza tra patrimonio ed eredità è evidente: il primo è una somma di beni, la seconda l’accettazione di una memoria e il suo prolungamento nel presente. Come scrive Federico Ferrari:
Il primo è l’insieme dei beni, fissati nelle gabbie interpretative degli esecutori testamentari […] la seconda vuole mostrare che l’eredità non è indissolubile ma costituita. Il patrimonio spetta solo ai legittimi successori; l’eredità si sceglie, non è data da alcuna investitura, richiede una decisione, una presa di posizione critica che obbliga gli abitanti del presente ad assumersi la dismisura di un senso che non è mai dato una volta per tutte, in quanto eternamente transitorio… (Federico Ferrari, Lo spazio critico, Luca Sossella editore, Roma 2004, p. 35).
Come abbiamo scritto si tratta di rovesciare le logiche comuni che vedono il rapporto con il passato come esclusivamente conservativo e statico, perché lo considerano materia morta e non modificabile. Si tratta di pensare l’eredità di decine di frammenti di sensi che sono ricomponibili in una miriade di costellazioni possibili. Attraverso l’insieme dei frammenti prende vita un atlante della memoria, si compongono narrazioni e la storia dei quadri, la costituzione delle collezioni di un museo, diventano parole insostituibili. Di tutto questo il museo e soprattutto il Museo Civico, è un laboratorio sperimentale, dove ogni singolo pezzo della sua collezione diventa prezioso e fondamentale per capire la nostra storia attuale.
Per fortuna a partire dal 2004 – da quando gli uomini sono diventati più scellerati e avidi di denaro dimenticando questi valori di trasmissione culturale – c’è nell’articolo 10 del codice dei Beni Culturali un elenco di opere definite «inalienabili» in quanto beni pubblici. Giustamente sono «le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi e delle biblioteche».
In linea con questa prospettiva, il programma che curo alla Fondazione Querini Stampalia dal 1999 si chiama Conservare il futuro, un ossimoro che ho creduto interessante perché si articola tra due responsabilità fondamentali che un’istituzione museale deve assumersi nei confronti della comunità. “Conservare” da un lato significa rendere vivo e permeabile un patrimonio ereditato; dall’altra vuol dire progettare a partire da quello una visione per il futuro insieme agli artisti contemporanei. Ogni opera d’arte crea un senso e una ragione al nostro essere in un luogo: è la più alta eredità culturale che un essere umano abbia mai ricevuto.
Giorno dopo giorno, attraverso la sua arte e bellezza, Venezia ci ha insegnato a guardare oltre, a dialogare con molti altri linguaggi e altre culture. Ha continuato nel tempo a trasmettere i suoi valori internazionali che l’hanno resa così unica. La Judith o Salomè di Klimt è stata comprata proprio grazie all’internazionalità di Venezia: nel 1910, dal Comune, alla Biennale Internazionale d’arte. Proprio questa capacità caratterizza Venezia e, speriamo, riuscirà a salvarla.
Non certo le chiusure e i provincialismi.
Allora forse le domande fondamentali attorno a cui dovrebbe ruotare questo dibattito sono: è ancora possibile e necessario oggi ricongiungere l’arte con la storia sociale e culturale? Si possono identificare temi e tendenze che vadano al di là della suddivisione di movimenti, luoghi e periodi? Quanto pesa l’eredità culturale nella formazione delle nuove generazioni?
Le risposte a queste domande potrebbero contribuire a far comprendere il ruolo prioritario della cultura, a renderla nuovamente obiettivo perseguito dalla politica nazionale e regionale, aiutando Venezia a ritrovare la sua attitudine di sempre: quella vocazione internazionale che la metteva in relazione con il mondo intero, le consentiva di evidenziare i cambiamenti, di raffinare le sue strategie di produzione e offerta, rendendo così viva l’opera dei suoi artigiani e artisti, che oggi non riescono più a rimanere. La rinascita di un vero interesse per la cultura, e un programma articolato e perseguito che la valorizzi, risulterebbe fondamentale per far ritornare Venezia un luogo in cui prendono voce e forma parole diverse, originali, sperimentali, sia locali che globali.

*Responsabile per l’arte contemporanea della Fondazione Querini Stampalia di Venezia e curatrice della fondazione Furla fu Milano