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domenica 5 settembre 2021

R. Scannavini, Al centro di Bologna, 1965-2015 (da Città bene comune, Casa della Cultura, Milano)

 

Il capoluogo emiliano, nel periodo di cui si occupa il libro di Roberto Scannavini – Al centro di Bologna, 1965-2015. Mezzo secolo di urbanistica (Costa Editore, 2020) –, è stato il cuore di una innovativa sperimentazione urbanistica che ha prodotto non pochi risultati eccellenti. Alcune fasi cruciali di questa esperienza hanno giustamente catalizzato l’attenzione della cultura urbanistica nazionale e internazionale per l’intelligenza politica e tecnica con la quale sono stati utilizzati gli strumenti di pianificazione disponibili e per le innovazioni introdotteGli anni presi in considerazione dall’autore, soprattutto i meno recenti, sono quelli in cui nel nostro paese sono state varate leggi importanti che avevano l’obiettivo di migliorare la gestione delle nostre città. Bologna, tuttavia, ci ha messo del suo ed è andata oltre la loro mera applicazione tecnica. Grazie all'impulso di assessori di grande spessore politico e disciplinare (come Giuseppe Campos Venuti, Armando Sarti, Pierluigi Cervellati), si è infatti avvalsa di consulenti esterni di primo piano (cito solo Leonardo Benevolo), ma soprattutto di un gruppo di giovani tecnici, molto impegnati e preparati, che ha supportato scelte politiche e urbanistiche coraggiose costituendo, di fatto, l’armata dell’intervento. A questo proposito, scrive Scannavini, andrebbe attribuito «…un riconoscimento particolare all’assessore Armando Sarti, … per la capacità d’iniziativa e la decisione coraggiosa – soprattutto per i tempi – di dare piena fiducia, da subito, ai giovani architetti neolaureati appena assunti in Comune» (p.18). Non è azzardato affermare che questa “fiducia ai giovani” possa essere considerata una chiave di lettura per spiegare, almeno in parte, il successo dell’urbanistica bolognese che non ha paragoni con quella praticata da altre città italiane nello stesso periodo. È questo l’ambiente politico e culturale nel quale l’esperienza bolognese è maturata e si è potuta affermare, assumendo il tema della conservazione della forma urbis e del centro storico come asse portante di ogni intervento urbanistico ed edilizio della città. Una scelta non priva di contrasti sul piano politico – perché si toccavano non pochi interessi immobiliari (quelli che nel nostro paese si sono sempre configurati come centri di potere, con grande rappresentanza politica, così come quelli delle cooperative) –, sul piano culturale e su quello disciplinare. Su quest’ultimo fronte, anche se il consenso è stato ampio, non sono infatti mancate le voci critiche (se ne trova traccia anche solo sfogliando la raccolta di Archivio di studi urbani e regionali degli anni Settanta).

Il libro di Roberto Scannavini – di fatto un resoconto di tutta questa esperienza che finisce per configurarsi come un bilancio della storia urbanistica di una città – mi pare interessante per due ordini di motivi. Da una parte, perché descrive gli strumenti adottati, gli interventi che sono stati realizzati e i loro esiti nell’arco di mezzo secolo. Dall’altra perché questo racconto si intreccia con la biografia professionale dell’autore; e non poteva essere diversamente dato che Roberto Scannavini è stato uno dei pilastri su cui si è costruita questa esperienza.

Partiamo dal primo ambito. Il volume è organizzato per grandi tematiche. I piani di tutela e i progetti di restauro, che comprende il piano per il Centro storico 1967-69; il piano di edilizia popolare nel centro storico 1973-85; verso il PRG del 1985; il PRG per il centro storico del 1985; il piano dei servizi e di sviluppo dell’Università; il sistema storico del verde; il recupero degli spazi pubblici e delle piazze storiche. Ho voluto elencare questi strumenti – che poi sono le tappe salienti dell’intera vicenda e che nel testo sono illustrati in modo dettagliato e corredati di molte immagini – per rendere esplicito che il risultato ottenuto, comunque lo si giudichi, non è un prodotto estemporaneo, né la semplice affermazione di un’idea astratta, ma l’esercizio di un significativo lavoro di pianificazione condotto attraverso l’utilizzo di strumenti urbanistici utilizzati in modo innovativo. Il piano di edilizia popolare nel centro storico, per esempio, esprime un’idea di città e di salvaguardia del corpo fisico della città non disgiunta da quello sociale. Nello stesso periodo, invece, generalmente l’intervento nei centri storici si caratterizzava per una modifica delle destinazioni d’uso degli immobili con l’allontanamento della popolazione; o per il restauro e il ripristino dell’edilizia esistente finalizzati all’aumento della rendita e dunque, anche qui, con la conseguente espulsione della popolazione; infine, per l’inserimento nei tessuti storici di edilizia nuova, spesso mostruosa, al posto di quella esistente con analoghi esiti. Al contrario, l’intervento pubblico di Bologna, appunto di edilizia popolare, apre un’altra strada (per altro non molto seguita): l’acquisizione pubblica di parte del patrimonio edilizio del cuore della città, il relativo restauro e la risistemazione della popolazione già insediata negli stessi immobili. Un approccio che ha permesso la conservazione, il recupero e la ristrutturazione del tessuto edilizio storico senza snaturarne l’anima. Cosa che ha fatto scuola e persino da traino per altri interventi privati.

Una seconda tematica affrontata nel testo riguarda il restauro e l’adeguamento dei monumenti e la loro destinazione a nuovi usi: piazza Maggiore; palazzo d’Accursio; l’ex sala Borsa; ecc. Interventi che non solo hanno garantito la salvaguardia di un notevole patrimonio architettonico e monumentale ma che hanno avuto come esito quello di dotare la città di nuove attrezzature, funzioni e servizi.

Il libro tratta poi il tema dell’Università, una delle più importanti del paese, dal punto di vista degli spazi necessari al suo funzionamento e del suo parziale decentramento fuori dal centro storico, nell’area vasta. Una problematica che ha riguardato palazzi di grande valore architettonico, suscitando allo stesso tempo una discussione sul patrimonio militare dismesso e ceduto al Comune. L’ipotesi di un suo recupero per motivi diversi non è decollata ma a questa l’autore assegna un ruolo strategico per la Bologna del futuro: la rigenerazione di tali aree dismesse e dei relativi complessi architettonici, secondo Scannavini, dovrebbero «essere congrui e compatibili con il ruolo complessivo del centro storico, sempre nel quadro dello sviluppo qualitativo di tutta la città» (p. 137).

Infine, un’ultima tematica riguarda la Fondazione Carisbo, con gli interventi sul complesso San Colombano e del palazzo Fava, quali luoghi per esposizioni permanenti o temporanee.

In generale, il lavoro dell’autore è finalizzato a descrivere la logica di ogni intervento in rapporto agli strumenti utilizzati. Ne illustra con dovizia di particolari i presupposti e risultati, anche con il supporto di una documentazione per immagini che aiuta a comprendere meglio le situazioni. Tuttavia, come dicevo, l’interesse del volume sta anche nell’intreccio della biografia dell’autore con la vicenda dell’urbanistica di Bologna alla quale Scannavini ha dato il proprio contributo come funzionario del Comune e, negli ultimi anni, come libero professionista. Una biografia che si snoda dai tempi dell’Università, alla Facoltà di Architettura di Firenze, e arriva fino ai nostri giorni attraverso opere, restauri, piani, programmi, ecc., con i quali l’autore si è misurato. Un racconto narrato come «un lungo viaggio al centro di Bologna, che – scrive Scannavini – è iniziato in quella lontana mattina sulle rive dell’Arno nel 1957, e che si dovrebbe fermare qui, nel cuore della città antica. Un viaggio certo anche professionale, ma soprattutto un viaggio nella storia dell’urbanistica di Bologna che, nata dalla spinta politica dell’urbanistica riformista di matrice assolutamente emiliana e bolognese, negli anni ’60 del Novecento, ha saputo, nel suo filone storico della tutela, crescere e rendersi autonoma ed incisiva a livello locale, nazionale e internazionale» (p. 128).

C’è però qualcos’altro di importante che la lettura di questo libro mette in luce, ovvero come sia rilevante il governo politico della città per la sua salvaguardia e per garantire una buona vivibilità ai suoi cittadini e a quanti la frequentino. Niente di straordinario se pensiamo che un approccio di questo tipo era praticato da tutti i soggetti che di questa vicenda sono stati protagonisti. Molti di loro, infatti, sono stati promotori di un riformismo attento a tali aspetti, anche se qualche volta con qualche compromissione, oltre che finalizzato a una buona gestione e nel caso specifico a un governo urbanistico intelligente e razionale. Uomini e donne impegnati che hanno consegnato alle generazioni future non una città senza problemi – questo sarebbe stato impossibile (anche sul piano strettamente urbanistico) – ma una città con un alto livello di vivibilità e con una altrettanto alta dotazione di servizi di ogni genere, anche culturali.

Scannavini a proposito di alcune vicende ricostruite nel testo riconosce che forse «si poteva fare molto di più, ma non si è riusciti nonostante un impegno sia politico che tecnico professionale di durata quasi cinquantennale» (p.132). Questo libro, invece, a giudizio di chi scrive fa chiaramente emergere quanto si sia fatto e la distanza siderale che tuttora esiste tra Bologna e altre città italiane ed europee.

Francesco Indovina

 

 

 

N.d.C. - Francesco Indovina, già professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica all'Università IUAV di Venezia, dal 2003 insegna alla Scuola di Architettura di Alghero (Università degli Studi di Sassari). Da sempre è fautore di un approccio interdisciplinare agli studi sulla città e il territorio coniugato a un saldo impegno civile. È autore di numerose pubblicazioni e ha fondato e diretto i periodici "Archivio di studi urbani e regionali" e "Economia urbana" (già "Oltre il Ponte"); dirige inoltre la collana di Studi urbani e regionali edita da FrancoAngeli.

Per Città Bene Comune ha scritto: Si può essere "contro" l'urbanistica? (20 ottobre 2015); Quale urbanistica in epoca neo-liberale (3 febbraio 2017); Pianificazione "antifragile": problema aperto (23 giugno 2017); Una vita da urbanista, tra cultura e politica (24 novembre 2017); Non tutte le colpe sono dell'urbanistica (14 settembre 2018); Che si torni a riflettere sulla rendita (8 febbraio 2019); Un giardino delle muse per capire la città (4 ottobre 2019); È bolognese la ricetta della prosperità (20 marzo 2020); Come combattere la segregazione urbana (27 novembre 2020); Post-pandemia? Il futuro è ancora nelle città (12 febbraio 2021).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

03 SETTEMBRE 2021


martedì 9 febbraio 2021

Post-Pandemia? il futuro è ancora nelle città

 


Commento al libro di Giandomenico Amendola


 (Apparsa sulla CittàBene Comune, Casa della Cultura, Milano)

Il libro curato da Giandomenico Amendola, L’immaginario e le epidemie (Mario Adda Ed., 2020), è tutto costruito su “una modalità di rappresentazione che diversamente dalla razionalità, spesso invocata per affermare l’oggettività della percezione, non ha come obiettivo l’astrazione o la prova inconfutabile ed universalmente accettata” (p. 7). Questo nella convinzione che “la nostra esperienza è filtrata, consapevolmente o meno, dall’immaginario” (p. 8) che altera la nostra percezione della realtà in modo ancora più pervasivo e deformante quando ci troviamo di fronte a fenomeni che non trovano una spiegazione razionale, come può essere – o, meglio, come è stata nei secoli passati e come lo è anche ai nostri giorni – un’epidemia.

Amendola, nell’introduzione al volume, disegna un reticolo ricco e convincente del problema delle epidemie e di come queste siano state “trattate” – nel senso di assorbite e rielaborate – nell’immaginario sociale. Su tale maglia si innestano poi una serie di saggi di diversi autori – Antonio Ciuffreda, Rino Caputo, Andrea Leonardi, Fabrizio Violante, Silvia Surrenti, Letizia Carrera – che approfondiscono argomenti specifici attingendo dalla letteratura, dall’arte, dal cinema, dalla storia. Il curatore riflettendo sulla situazione attuale – cioè sull’epidemia di coronavirus che flagella l’Italia, l’Europa e il mondo intero – nota che alcuni nostri atteggiamenti non sono dissimili da quelli dal passato, cioè da quelli di secoli nei quali scarse erano le conoscenze scientifiche (rispetto a quelle di oggi) e molto carente la medicina. Il riferimento principale è alla peste del Seicento che colpì l’Europa (quella descritta da Manzoni per Milano e da Defoe per Londra). Tra le costanti Amendola evidenzia alcune costanti come la mancanza di una terapia, l’incertezza sul periodo di durata, la ricerca del colpevole che ha dato inizio alla pestilenza. Su tali aspetti oggi come allora l’immaginario collettivo si è spesso scatenato dando luogo alla costruzione di scenari improbabili, eppure per molti strati della popolazione credibili, come dimostra la loro rapida diffusione, estremamente favorita dalla rete. Saranno capitate anche al lettore situazioni come quella di cui io stesso sono stato personalmente testimonio che provano quanto la tesi di Amendola sia convincente. Ero nella sala d’attesa del mio medico, si era ancora all’inizio del contagio e non erano attivi i divieti attuali, eravamo in cinque o sei, quando uno dei presenti, con la sicumera del fanatico, ci ha spiegato che l’epidemia era causata dalle attenne per aumentare la velocità della rete Internet (5 Giga). Nessuno ha provato a replicare o a chiedere qualche plausibile, razionale o almeno ragionevole spiegazione sui nessi tra due cose evidentemente prive di ogni collegamento. Quelle affermazioni, al contrario, in quel clima di paura e insicurezza misto a credulità e ignoranza, stavano già facendo breccia nell’immaginario dei presenti.

Dunque, tra le due epidemie ci sono sicuramente elementi comuni. Per esempio, in termini di salute pubblica, il tema del distanziamento sociale che a quel tempo assumeva i connotati del lazzaretto, oggi quelli dell’autoisolamento prescritto dalle norme imposte dalle autorità. Ma anche – più simili ai lazzaretti – quelli di quegli hotel riconvertiti in centri di ospitalità per i malati di Covid-19. O, ancora, le mascherine che oggi trovano una giustificazione sanitaria precisa mentre nel Seicento assumevano l’aspetto di vere maschere con grandi nasi che venivano riempiti da sostanze che avrebbero dovuto – così si credeva – precludere l’entrata dei “miasmi” e dell’aria infetta nell’organismo e quindi evitare il diffondersi della malattia. Oppure, per citarne ancora una, quella delle credenze pseudo-religiose che, oggi come allora, non escludono che la vera causa dell’epidemia sia l’esito della “collera divina”, un castigo per il comportamento peccaminoso degli umani. Invece, ciò che sembra maggiormente caratterizzare la situazione contemporanea è che “l’immaginazione è dominata dai media. L’informazione televisiva e quella su Internet e i social è monopolizzata dal virus”. La quantità di informazioni e la continua ricerca di nuove informazioni allo scopo di placare l’ansia, in realtà – secondo Amendola ma anche secondo chi scrive – determina maggiore spavento. Una situazione nella quale la narrazione della realtà è fatta di voci, di “si dice” e da false notizie. Questa spettacolarizzazione della pandemia è accresciuta dalle affermazioni di tecnici, scienziati, politici, la cui narrazione non sempre è coerente e comprensibile. Col risultato che alcuni credono e altri no a cose vere e false e ciò che si determina è una situazione confusa nella quale, sostanzialmente, prevalgono ansia e incertezza.

 

Antonio Ciuffreda nel suo saggio (Cronache e racconti della peste, Firenze, Roma e Napoli) ci porta ad esplorare come in queste città, ma per accenni anche a Milano, l’epidemia di peste che imperversò in Europa nel Seicento, fu interpretata e combattuta come  questione di interesse “pubblico”, come oggi potremmo dire, ma che le soluzioni adottate non sempre sono state efficaci. La diffusione dei lazzaretti, il seppellimento dei morti fuori dalla città, la formazione di fosse comuni – non solo per i più poveri ma, in relazione al numero dei morti, senza distinzione di censo – di fatto risultarono inefficaci, soprattutto perché non si conosceva esattamente la natura della malattia. Un morbo con il quale, in realtà, la popolazione europea conviveva da lungo tempo, anche se la sua virulenza si presentava ad ondate. L’epidemia, tuttavia, determinò sconvolgimenti sociali non solo per il numero di morti ma anche perché finì per incidere su abitudini consolidate. E se in alcune città la ricerca degli untori costituì una parte rilevate dell’atteggiamento popolare e delle autorità, in altre, come a Roma, la questione non si pose. Va anche segnalato che le epidemie sono state l’occasione non solo per instituire apposite strutture di cura e/o confinamento sociale, come i lazzaretti e gli ospedali, ma per la costituzione di apposite istituzioni di tutela e di potere. 

La conclusione – che qui riporto per inciso: “la questione dell’uso di sostanze stupefacenti a fini artistici, per così dire, esula quindi dal rapporto tra letteratura e malattia. Questi due termini, invece, possono essere considerati come due aspetti fondamentali di quella grammatica più complessiva che è il nostro orizzonte antropologico culturale” (p. 69) – costituisce la chiave di lettura del saggio di Rino Caputo (Letteratura e malattia: un contagio permanente). L’autore in questo testo ci conduce attraverso una rapida – e non poteva essere diversamente – esplorazione della letteratura e del suo rapporto con la malattia, a partire da Tucidide fino a Gadda. Del resto, lo scopo non poteva essere quello di richiamare tutti gli autori che in qualche forma avevano trattato il tema della malattia, quanto, piuttosto, quello di mettere in luce come la condizione della malattia, o se si preferisse del malato, sia stata sempre elemento costitutivo del panorama antropologico al punto da pervadere la letteratura in ogni epoca.  

Andrea Leonardi riflette invece sul rinnovamento dell’età barocca quale – scrive – “ulteriore spunto di riflessione sui temi della fragilità umana e dell’ineluttabilità del trapasso” (p. 73). È proprio questa tematica che guida l’esplorazione dell’autore, che a partire dal Tintoretto (San Rocco e gli appestati), ci fa attraversare l’arte del Seicento seguendo come filo conduttore il tema della morte. Uno scenario artistico dove la peste, paradossalmente, contribuì a costituire una condizione per un generale rinnovamento dell’arte. 

Dopo aver presentato alcuni dei principali film che presentano narrazioni post apocalittiche, Fabrizio Violante ci introduce invece a una serie di film che hanno attinenza con la pandemia attuale e mostra come, fin nei particolari, l’immaginazione cinematografia abbia pienamente centrato i caratteri del nostro presente. “Gli autori del cinema horror e catastrofico – spiega –  si [sono] spesso dimostrati dei cronisti di guerra in tempo di pace” (p. 113). L’autore chiude la sua riflessione sul tema dell’isolamento con un interrogativo che, a pensarci bene, apre la strada a una questione di fondo che forse andrebbe affrontata a livello collettivo: “Come insegnano anche i più disastrosi film a tema pandemico – scrive Violante –, dopo la tempesta del contagio segue la quiete di una vita finalmente normale. Normale?” (116). In altri termini – aggiungiamo noi – che cos’è la normalità? Siamo proprio certi di voler tornare alla normalità pre-pandemica? Non sarebbe invece il caso di cogliere questa occasione per ripensare la nostra condizione di normalità?

Ripercorrere le misure di sostanziale isolamento adottate nella pesta seicentesca e accostarle, anche se in modo sommario, ai provvedimenti assunti per contrastare l’epidemia attuale è quello che fa Silvia Surrenti nel suo saggio (Il contagio, la cura ed il distanziamento sociale).  Le similitudini tra ieri e oggi sono impressionanti: in mancanza di cure specifiche, allora come ora, massima attenzione veniva posta all’isolamento dei malati dai sani nelle città. L’invenzione italiana dei lazzaretti, poi copiati in tutta Europa, costituisce emblematicamente lo strumento principe dell’isolamento. Anche la ricerca delle persone ritenute portatrici dell’infezione – ieri i poveri o oggi soprattutto gli stranieri – ci dice che, in fondo, nella cultura sociale le cose non sono cambiate di molto. In questo saggio appare di notevole interesse la questione dell’odore. Si credeva che la malattia avesse un odore che derivava dalla teoria miasmatica che caratterizzava molte città: miasmi da evitare trasferendosi in luoghi più salubri, ieri sulle colline toscane (Boccaccio) oggi nelle seconde case, o da evitare con maschere che contenevano aceto, mentre oggi abbiamo le nostre immancabili mascherine. Comunque, la malattia aveva nell’immaginario collettivo una puzza che, in genere, corrispondeva a quella dei poveri, mentre oggi si sperimentano, per ora con scarsi esiti, i cani per la ricerca, con il loro fine olfatto, dei malati nelle stazioni e negli aeroporti.

Il connubio tra città e malattia viene da lontano, sostiene Letizia Carrera nel suo saggio (Epidemie, città e immaginario urbano). La città è stata costruita a scopi difensivi immaginando che i pericoli restassero “fuori le mura”, ma quel nemico senza volto rappresentato dall’epidemia approfitta proprio della città per mietere le sue vittime. Per questo nemico invisibile non esistono mura e la città pare la condizione ideale per la sua diffusione. Solo a metà dell’Ottocento, quando John Snow “realizza la sua famosa ricognizione del percorso di contagio del colera nella Londra del XIX secolo” (p. 138), si affermano i principi dell’igiene personale e di quella urbana, l’unico modo per combattere i microrganismi che causavano le epidemie. L’affermarsi dell’idea di “città sana” fa emergere – nota Carrera – che “le città sono rigorosamente due”, quella della borghesia e quella degli slum. Una situazione che a Londra viene “creata” attraverso la realizzazione di nuovi tessuti urbani, mentre a Parigi sono gli interventi di Haussmann a darle corpo. L’idea che la città sia pericolosa in quanto malsana entra così nel senso comune. La tubercolosi assume il ruolo emblematico della malattia figlia della città malsana e a quella  si associa la sifilide come emblematica della città corrotta. Insomma, il male città si costruisce nell’immaginario collettivo anche se, tra Otto e Novecento – come la storia dell’urbanistica insegna – la città resiste, si modifica, si diffondono istituzioni per la cura e l’igiene, si moltiplicano gli spazi aperti, i parchi, ecc. Insomma, le pestilenze – e, più in generale la malattia o, meglio, la paura della malattia – contribuiscono a modificare le città, e si cercano soluzioni funzionali all’igiene urbana pur non venendo meno l’esistenza di quelle “due città” che sono una contraddizione non della città ma della società. Lo stesso, secondo l’autrice, sta avvenendo con l’attuale pandemia e così i luoghi che eravamo abituati a vedere affollati diventano rarefatti, poco frequentati, perché sconsigliati o persino vietati. E, rispetto all’immaginario sociale, siamo alle solite perché si rafforza l’idea del male città

 

Per concludere, quello che il volume curato da Giandomenico Amendola fa emergere con chiarezza – la ragione ultima per cui questo testo è di particolare interesse – è che le epidemie, passate e presenti, finiscono col mettere in discussione l’idea stessa di città che, per la sua stessa conformazione e per la sua natura di aggregato sociale ove gli scambi tra le persone si moltiplicano, appare come il luogo ideale per la diffusione del contagio. Questo libro è dunque una buona occasione per riflettere sui condizionamenti che genera la malattia anche a livello dell’organizzazione urbana. I singoli saggi tematici si intrecciano tra di loro e con il discorso introduttivo di Amendola offrendoci molteplici chiavi interpretative del presente e delle nostre attuali reazioni. Tra queste – anche se a giudizio di chi scrive è destinata a stemperarsi – un’idea di rifiuto della città a favore dei centri minori delle aree interne. Al contrario, è mia opinione che la città cambia e resiste, per ovvi quanto chiari motivi. Perché, in primis, così come nel Novecento, è ancora il motore della produzione della ricchezza, il centro dello sviluppo e dell’innovazione culturale, il meccanismo che favorisce la socialità, il luogo ove più normale è il riconoscimento dell’altro, compreso il diverso, dove si organizzano le forze sociali per il cambiamento: anche il cambiamento della città stessa. L’incontro tra le persone, occasionale o di prassi, la coesistenza in un determinato luogo, è nutrimento della comunità e della democrazia. La colloquialità urbana – chiamiamola così – e il dibattito pubblico sono un’opportunità importante del vivere quotidiano, per costruire la memoria individuale e collettiva, per creare un’opinione pubblica consapevole, matura, colta, e anche per esercitare le passioni. Ora, per tornare alla pandemia attuale è vero che nelle città, soprattutto nelle grandi città, è più facile contrarre il contagio perché si incontrano molte persone, si frequentano luoghi e mezzi di trasporto pubblico affollati, sono molteplici le occasioni di contatto. Ma è altrettanto vero che nelle città si trovano gli ospedali più attrezzati, è più attiva una catena sanitaria a cui fare riferimento (autoambulanze, pronto-soccorso, centri di ricerca che si occupano di salute, ecc.). Insomma, nella città si trovano tutt’e due le facce della medaglia: cosa che non dovremmo dimenticare nel ragionare sul futuro dopo la pandemia.

 

domenica 29 novembre 2020

Recensione di: Ismael Blanco e Oriol Nel-lo, Sulla segregazione urbana

 

Ismael Blanco e Oriol Nel.lo, Sulla segregazione urbana

(apparsa su cittabenecomune, casadellacultura di Milano  il 29 nov.) 

Il modo migliore di cominciare questa recensione probabilmente sarebbe stato quello di trascrivere il sommario del libro*. Così facendo sarebbe balzato subito all’occhio che quello di Ismael Blanco e Oriol Nel·lo – Quartieri e crisi. Segregazione urbana e innovazione sociale in Catalogna (ed. it. a cura di Angelino Mazza e Raffaele Paciello, INU Edizioni, 2020) – non è solo un saggio, ma un testo articolato e corale che dà conto di un progetto di ricerca che inizia nel 2013 – ed ancora non può dirsi concluso – che ha coinvolto istituzioni e competenze su un tema di grande rilievo per chiunque si occupi di progetto e politiche urbane e territoriali, quello della segregazione spaziale: una questione che è anche misura della capacità di innovazione sociale e dell’incisività delle politiche pubbliche.

I due temi, segregazione spaziale e innovazione sociale nelle politiche urbane, sono stati affrontati, sia sul piano metodologico sia su quello analitico, a partire dalla “misurazione” del fenomeno nella realtà catalana. Un lavoro di notevole portata scientifica i cui risultati, tuttavia, travalicano questo ambito per sfociare in quello della politica, suggerendo azioni di governo per intervenire o modificare i processi in atto, anche attraverso politiche di rigenerazione urbana. Ismael Blanco e Oriol Nel·lo chiariscono infatti che lo scopo di questo lavoro non è solo accademico-scientifico, ma muove dall’ambizione “di contribuire, per quanto possibile, ad orientare le politiche pubbliche e a dare impulso ai movimenti di cittadinanza”. Una ricerca dalle aspirazioni nobili, dunque, che – com’è nella tradizione della migliore urbanistica – tradisce un forte impegno civile sulle questioni urbane presenti e future.

Non è questa la sede per affrontare in dettaglio le questioni metodologiche (indicatori, parametri, ecc.) che nei vari contributi raccolti nel libro vengono sviluppate. Queste meriterebbero seminari specifici per coglierne e trasmetterne, con maggior frutto, la portata. Su questo aspetto sottolineo solo che in questo lavoro le questioni di metodo, al di là di ulteriori approfondimenti, sono state trattate con la dovuta attenzione, che i risultati appaiono convincenti e che la documentazione presentata è ricca e ben organizzata. In questo commento preferisco invece soffermarmi sulle indicazioni complessive che derivano dalla ricerca e su come queste sono sintetizzate nelle sue conclusioni. Prima di addentrarmi nella riflessione, tuttavia, pare necessaria una precisazione. Mentre se si parla di segregazione spaziale il concetto appare chiaro, meno limpido è quello di innovazione sociale, sia per le diverse situazioni politiche a cui possiamo fare riferimento sia, forse, per una diversa articolazione del conflitto sociale che caratterizza la città contemporanea. In questo testo con questa espressione si intendono “quelle iniziative orientate a soddisfare, attraverso la cooperazione tra le persone, le esigenze a loro correlate: ad esempio la casa, l’energia, le telecomunicazioni e l’alimentazione”.

Va detto che l’analisi dell’innovazione sociale, nella ricerca, non si presenta come qualcosa di astratto, ma fa riferimento a risultati che si basano su informazioni raccolte a proposito di ben settecento iniziative – identificate e mappate –, sulle risposte a questionari somministrati a un campione rappresentativo di persone coinvolte in questi stessi programmi, nonché sulle considerazioni raccolte dagli operatori. Un lavoro di scavo nella realtà concreta di rilevante impegno, uno sforzo di comprensione paragonabile a quello sulla segregazione spaziale per il quale, circa il contesto preso in considerazione, esisteva già una notevole quantità di dati. Il terreno comune a due grandi questioni – da una parte quella della segregazione urbana e dall’altra quella dell’innovazione sociale – sembra, agli autori, quello più adatto per affrontare il futuro di città e territori. Di certo è il punto di forza di questo lavoro e di questa pubblicazione. E credo che questo approccio possa essere condiviso.

A livello internazionale, quello della segregazione spaziale – anche dove appare poco studiato ovvero dove ci sono meno evidenze della sua esistenza come si potrebbe dire del nostro paese – affonda le sue radici nella questione urbana e, una volta conosciuto, apre delle voragini nella nostra idea di convivenza. Più articolata, si potrebbe dire, appare la questione dell’innovazione sociale. In questo caso le esperienze dei diversi paesi non sempre convergono sugli strumenti, anche se fanno riferimento a bisogni comuni. Per questo aspetto anche il confronto con l’Italia è meno facile. Questo sia perché qui da noi operano grandi istituzioni/associazioni, per esempio di tipo religioso, che tentano di venire incontro ai più pressanti bisogni della popolazione più debole. Sia per l’esistenza di una tradizione di “lotte sociali”, che assumono un carattere rivendicativo, e per la presenza di un sindacalismo forte che in qualche modo è – ma soprattutto è stato nella seconda metà del Novecento – investito della questione urbana e delle condizioni di vita delle fasce sociali più deboli.

Un aspetto importante dei risultati di ricerca, che Ismael Blanco e Oriol Nel·lo mettono in luce, non attiene solo la dimensione in termini assoluti del fenomeno della segregazione spaziale che, in Catalogna, è in continuo aumento anche in questo nuovo secolo, ma il fatto che non riguarda soltanto i gruppi sociali più deboli. Questa, infatti, si manifesta per il “confinamento” tanto di quelli più svantaggiati quanto di quelli che godono di migliori condizioni economico-culturali-sociali. Banalizzando il concetto, si può dire che poveri e ricchi tendono a isolarsi in propri territori e che le aree miste, quei tessuti plurali di cui storicamente è ricca la città europea, tendono a ridursi. Gli autori mettono altresì in evidenza che questo fenomeno non caratterizza solo diversi quartieri delle città, ma investe i comuni dell’area metropolitana. Così alcuni di questi finiscono per 'specializzarsi', per così dire, per i cittadini a più alto reddito, “dove la possibilità di somministrare servizi di qualità è maggiore per la più alta capacità fiscale dei suoi residenti e la presenza di necessità sociali meno intense”. Altri, al contrario, tendono a essere maggiormente attrattivi per cittadini con maggiori difficoltà economiche. Tale situazione, oltre a determinare una geografia polarizzata della società, mette in seria difficoltà le politiche pubbliche: quelle locali appaiono strutturalmente insufficienti ad affrontare il problema; quelle più generali finiscono per rafforzare le diseguaglianze. L’azione locale, per quanto sostenuta e ben giocata, non è in alcun modo sufficiente ad affrontare lo squilibrio. Piuttosto, sarebbero necessarie politiche sovralocali (regionali o nazionali) capaci di contrastare “l’ineguale capacità dei comuni di far fronte alle necessità delle loro popolazioni”. Ma queste stentano a decollare.

Per quanto riguarda le pratiche sociali innovative – quelle che per lo più prendono corpo dal basso in forma autorganizzata – nel libro si sottolinea non solo il loro forte incremento, ma anche il fatto che queste si traducono in forme di organizzazione sociale alternative a quelle esistenti. Il loro proliferare affonda le sue radici nel movimento degli “indignados”, nell’accentuarsi della crisi economica e nell’avvento delle politiche di austerità. Queste pratiche si manifestano con un alto tasso di politicizzazione, evidente nella loro capacità di mobilitare e catalizzare energie ma soprattutto negli obiettivi che pongono. “Gli orti urbani, i gruppi di consumo, gli spazi autogestiti non sono solo, e nemmeno in primo luogo, spazi di soddisfacimento delle esigenze fondamentali. Sono – sottolineano Blanco e Nel·lo – forme di sperimentazione, riflessione e rivendicazioni di nuove forme di vita comune che prendono forza in un contesto di crisi sociale e politica profonda”. Alcune di queste iniziative interagiscono con le istituzioni locali; altre rivendicano la loro piena autonomia. E se la loro distribuzione in generale è correlata ai tassi di popolazione, c’è un punto che merita essere sottolineato: queste prendono vita più numerose e funzionano meglio dove il tessuto sociale si caratterizza per uno status socio-economico medio. Mentre sono meno presenti nelle zone caratterizzate da fasce sociali più deboli. Questo tratto del fenomeno fa emergere da una parte come le iniziative di azione sociale innovative possano determinare un aumento degli squilibri tra le diverse zone e i diversi comuni; dall’altra evidenzia l’impossibilità di fare affidamento soltanto su questo tipo di iniziative restando essenziale un’azione pubblica.

La domanda cruciale a cui Ismael Blanco e Oriol Nel·lo provano a rispondere riguarda le caratteristiche di questa azione pubblica. In questo – mi pare di poter dire – facendo riferimento anche all’esperienza della ley du barrios, attivata in Catalogna quando Nel·lo dirigeva la pianificazione di quella regione: un’esperienza che, com’è noto, ebbe notevoli risultati positivi. Secondo Blanco e Nel·lo le politiche pubbliche dovrebbero fare tesoro di cinque raccomandazioni.

La prima di queste, denominata Bisogno, fa riferimento al fatto che la segregazione spaziale urbana e territoriale è determinata appunto da 'bisogni' di sussistenza essenziali che costringono le fasce sociali più svantaggiate a concentrarsi in quartieri o comuni che spesso non dispongono di adeguati servizi (scuola, salute, verde ecc.) determinando così un peggioramento nella vita di queste fasce della popolazione. Un criterio di giustizia sociale imporrebbe una distribuzione meno polarizzata in ambito urbano e territoriale e, ove questa fosse già avvenuta, politiche di riqualificazione che vadano nella direzione di migliorare i contesti dotandoli almeno delle infrastrutture e dei servizi essenziali. Questo – può apparire paradossale ma non lo è – senza preoccuparsi del fatto che tali miglioramenti, determinando una valorizzazione immobiliare, possano costituire un’ulteriore spinta alla segregazione mettendo in modo processi di espulsione dei soggetti o delle famiglie maggiormente in difficoltà e non in grado di sopportare i nuovi livelli di spesa (della casa in primis). Assumere a priori questa preoccupazione significherebbe legarsi le mani all’inattività e gli esiti della legge citata in precedenza indicano che ci possono essere modi di operare caratterizzati da intelligenza politica e istituzionale che possono efficacemente ridurre gli effetti negativi della segregazione spaziale senza particolari controindicazioni.

La Cooperazione costituisce la seconda delle raccomandazioni di Blanco e Nel·lo. Questa assume particolare rilevanza se fosse vero, come è vero, che i comuni dove è più accentuato il fenomeno della concentrazione delle fasce sociali più deboli sono quelli con più bassi livelli di risorse e una ridotta base fiscale. Una politica di rigenerazione se da un lato non può non essere locale nella sua promozione, conformazione e attuazione, dall’altro ha la necessità di adeguate risorse ed energie messe a disposizioni da tutte le amministrazione dello Stato. È cioè necessaria cooperazione a tutti i livelli della pubblica amministrazione finalizzata a massimizzare i risultati in condizioni di risorse limitate.

Per essere efficaci le politiche dovrebbero poi, secondo gli autori, caratterizzarsi per la loro Trasversalità: è noto che tra i fattori che incidono maggiormente sulla qualità di un quartiere o di un centro urbano ci sono gli spazi pubblici, la vitalità commerciale, le attrezzature urbanistiche, ecc. Qualsiasi intervento in questi ambiti dovrebbe essere trasversale, appunto, ovvero riguardare diversi aspetti della vita dei contesti e, al tempo stesso, coinvolgere differenti settori dell’amministrazione, il cui coordinamento appare strategico.

Il Coinvolgimento dei cittadini costituisce un’altra delle raccomandazioni fondamentali per la riuscita delle politiche pubbliche. Quello che appare necessario evitare a tutti i costi è la passività dei cittadini rispetto ai processi di rigenerazione urbana. Al contrario si sottolinea l’opportunità di fare dei cittadini i protagonisti di questi processi.

Infine, l’ultima raccomandazione riguarda la Valutazione. Una valutazione continua – osservano Blanco e Nel·lo – permettebbe di ricalibrare gli interventi avviati, introducendo strada facendo quei correttivi che ne garantirebbero il risultato voluto. L’importanza di tale raccomandazione appare evidente anche e soprattutto in questa fase storica in cui quartieri, città e territori sono investiti da fenomeni esogeni, come la pandemia, del tutto imprevedibili che rischiano di mandare in fumo azioni di lungo periodo su cui si sono già investite significative risorse.

Per concludere, il volume di Ismael Blanco e Oriol Nel·lo pare importante e utile per affrontare problemi cruciali della città e del territorio contemporanei. Questo, tanto sul fronte dell’analisi di un particolare fenomeno – quello della segregazione spaziale – quanto su quello della sua soluzione attraverso politiche sociali adeguate, fondate sull’esperienza e soprattutto sull’equità.

* Introduzione, Ismael Blanco e Oriol Nel-lo:  La segregazione urbana: aspetti teorici e contesti attuali, Carles Donat; Lo studio della segregazione urbana: approccio metodologico, Eduard Jimènez e Carles Donat; La segregazione urbana in Catalogna, Oriol Nel·lo; Un approccio sociale all’innovazione sociale, Quim Brugué e Rubén Martínez; Delimitare e mappare l’innovazione sociale, Helena Cruz e Rubén Martínez; L’innovazione sociale in Catalogna: un’analisi socio spaziale, Ismael Blanco e Helena Cruz;
Conclusioni, Ismael Blanco e Oriol Nel·lo
Postfazione all’edizione italiana,
 Per un futuro possibile delle politiche pubbliche, Angelino Mazza e Raffaele Paciello.

 

 

 

domenica 29novembre 2020

 

domenica 29 marzo 2020

Niente come prima



 Recensione su Alfabeta 2, 2011

La globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, portata alle estreme conseguenze, le difficoltà della deliberazione democratica ha esprimersi in modo sensato e assennato, nonché la crisi che tiene in scacco molti paesi e rende inefficaci tutte le politiche per contrastarla, insinuano il sospetto che forse qualche cosa di rilevante è avvenuto. Alcune domande sono chiare: è ancora compatibile la democrazia con il capitalismo? È possibile ancora produrre politicamente delle risposte in grado di garantire i più invece dei pochi? Le forze che si oppongono allo stato delle cose presenti, gli indignatos, per semplificare, pur capaci di grande comunicazione, di grande visibilità e di notevole mobilizzazione,  perché pur avendo individuato il “nemico”, non riescono ad incidere?
È  davanti ai nostri occhi il mutare profondo della natura del capitalismo; ma non riusciamo a vederlo: guardiamo ma non vediamo. Nel corso degli ultimi anni (trenta forse), anche per effetto dello spappolamento del socialismo reale, nonché della metamorfosi della Cina, il mercato, nella coscienza generale, è stato assunto come il “regolatore” generale e necessario, mentre il capitalismo (il capitale come  rapporto sociale) emergeva come unica possibili prospettiva sociale. Ci si è rifiutati di indagare sia sugli effetti discriminanti prodotti dalla regolamentazione del mercato, che sulla geografia e architettura della società prodotta dal capitale.
La prospettiva dei partiti della sinistra, in generale, non incarna l’ipotesi, che diventa sempre più una necessità, di una società fondata su altri valori e, soprattutto,  su diverse forme di organizzazione sociale; il massimo dell’aspirazione è una sorta di “umanizzazione” del sistema, e lo chiamano riformismo. Ma il  “sistema” risulta refrattario alle loro buone intenzioni, anzi di esse approfitta per ingrassare.
Non è in discussione l’apporto che il  sistema capitalistico ha fornito alla trasformazione del mondo e della società,  né la sua capacità di produrre ricchezza e innovazione, tuttavia è  forse giunto il momento di guardare il Minotauro negli occhi rifiutandogli il contributo di sangue. Ma chi è Teseo? Chi è Arianna?
Giorgio Ruffolo, mette in campo la capacità del capitalismo di trasformarsi, e per questo prospetta la possibilità che il capitalismo abbia i secoli contati, è immagina  “che il capitalismo dia un’estrema prova della sua duttilità trasfigurandosi, in un fase finale più pacifica, in una formazione di sviluppo meno turbolento, ben temperato”. Un capitalismo in grado di negare se stesso e che assumesse motivazioni diverse da quelle sue proprie: l’equilibrio, la produzione non quantitativa, il rispetto del limite, la cooperazione sociale, la felicità, ecc. (perché chiamarlo ancora capitalismo?). Anche Ruffolo pensa che si tratti di una “improbabile” ma non “impossibile” prospettiva, in caso contrario, in assenza di una vera alternativa, non resta che entrare in un’era dei torbidi che può durare secoli.
A Luciano Gallino una auto trasformazione del capitalismo gli appare impossibile e improbabile, e analizza il finanzcapitalismo come una macchina sociale mostruosa per la sua estensione, la sua capacità di penetrare in ogni grumo organizzativo, per la relazione stretta che ha costruito, più che nel passato con la politica e la sfera di decisione pubblica. È proprio questa relazione politica/finanza che rende incontrollabile e incontrollato il capitalismo finanziario, la politica è “divenuta ancella” della finanza. Lo scambio di personale dalla finanza al governo e da questo alla quella  è una costante, e determina una forma mentis che finisce per riconoscere nell’interesse della finanza ogni azione economica e politica.
Il finanzcapitalismo a differenza del capitalismo tradizionale (industriale) non accumula capitale producendo merci e servizi, ma attraverso il sistema finanziario; detto in altro modo, fa soldi con i soldi. Si tratta di una trasformazione profonda dalle molteplici conseguenze.
Fondamentale è la creazione di “massa monetaria”,  operata dalle banche, queste non gestiscono ma creano moneta attraverso i prestiti, soprattutto mutui e prestito al consumo (senza rispettare di fatto la “riserva di garanzia”), ma soprattutto attraverso la dilatazione dei derivati. Le risorse finanziarie così “create” sono otto-dieci volte il Pil mondiale. Inoltre la creazione di numerosi “fondi di investimento” servono per catturare risparmio e soprattutto come base, da moltiplicare all’infinito con tecniche di “finanza creativa”, per speculare. La  Borsa non svolge più la funzione di raccolta di risorse per finanziare le imprese, ma è sempre più simile ad un Casinò, inoltre una parte cospicua delle contrattazioni finanziarie avvengono in mercati secondari. Le banche  hanno abbandonato, di fatto, la loro funzione di raccogliere risparmio e fornire risorse in prestito a famiglie e imprese, per dedicarsi ad attività finanziarie. Dato il rendimento delle attività finanziarie anche le imprese “industriali”, le maggiori,  sono diventate attive nel settore finanziario (per dirne una che riguarda il nostro paese, ci si può domandare  se Marchionne sia un manager industriale e non piuttosto un finanziere).
Inoltre gli investitori istituzionali sono diventati una grande potenza che detiene una quota rilevante delle grandi imprese mondiali e ne definiscono i comportamenti e impongono una redditività molto alta dell’investimento. Bassi salari, alti ritmi di lavoro, bassa sicurezza, minimi diritti sindacali, ecc. non sono che l’espressione del potere della finanza sull’industria.  In sostanza, anche con l’aiuto delle nuove tecnologie, si  innalza il tasso di sfruttamento, si cancellano per quanto possibile ogni diritto sindacale, fino all’indifferenza per la vita e la salute dei lavoratori. Delocalizzazioni, ricatti occupazionali, forme moltiplicate di contratti, ecc. sono gli strumenti adottati. Tramonta ogni possibile idea di individuare e assegnare una qualche responsabilità sociale agli investimenti.
La reazione sindacale a questa situazione, in generale alla ricerca di accomodamenti, rende esplicito un pericoloso dato culturale: l’avere assimilato gli interessi del capitale finanziario a quelli del “lavoro”; un incapacità di lettura della realtà che rende impotenti. 
Bisogna tuttavia riflettere come in aggiunta all’accresciuto tasso di sfruttamento la popolazione viene ulteriormente tosata attraverso le politiche di equilibrio di bilancio pubblico, che non sono altro che strumenti per garantire le pretese del capitale finanziario. In questo caso la cecità della politica è drammatica (l’esempio greco, insegna), essa si affida ai “tecnicismi”, mette in mora di fatto la democrazia e sacrifica ad entità astratte, potenti ma  che potrebbero essere sconfitte se si assumessero per il nemico del futuro, e finisce per alimentare la speculazione. 

Il finanzcapitalismo, per mezzo dell’incontrollata creazione di moneta, oggi è impossibile valutare la “moneta in circolazione”, ha fatto esplodere il rapporto tra debito e Pil dei paesi sviluppati,  ha dilatato i debiti sovrani, e ha avvolto l’economia globale in una “rete di debito” che condiziona famiglie, imprese, istituzioni e Stati.  Viaggia da crisi a crisi verso una concentrazione massima della ricchezza e ad una non improbabile implosione dagli esiti incerti (il tema dell’apprendista stregone è ricorrente nelle analisi del capitalismo finanziario).
 “Per il momento un siffatto esito finale – una forma aggiornata di fascismo, sostenuta da una larga parte del popolo come uscita dalla crisi – anche se tutt’altro che impossibile, appare ancora abbastanza lontano. Tuttavia non si può ignorare che da tempo numerosi governi hanno imboccato la strada di un crescente autoritarismo , in cui molti elettori si riconoscono”. Insomma il futuro appare tutt’altro che roseo sia sul piano economico che su quello politico, anche perché Gallino motiva il suo scetticismo sul fatto il finanzcapitalismo produca degli anti corpi per il suo superamento, ipotesi avanzata da altri studiosi. Una sua auto riforma appare improbabile perché esso costituisce una formazione economico-sociale che permea dei suoi valori la società e che ha costruito un rapporto biunivoco con la politica.
Francois Morin, constatato che “la globalizzazione dei mercati monetari e finanziari è arrivata a una tappa decisiva: quella della dell’interconnettività mondiale di tutti i suoi segmenti, controllabili così dalle grandi banche internazionali… permettendo, su una scala finora sconosciuta, il gioco speculativo mondiale”, prospetta un mondo senza Wall Street e le piazze finanziarie. Messa in luce la potenza economica e politica della grande finanza (e delle grandi banche), nonché gli effetti(negativi)  sul lavoro, l’ambiente, le imprese, le istituzioni nazionali e internazionali e i governi, l’autore suggerisce una via d’uscita che preveda sia un’apertura di dibattito a livello della “disciplina economica” in modo da rompere il monopolio dell’economia standard, e in sostanza abbandonare l’idea di una “scienza economica” per ritornare all’economia politica, sia un ripensamento dell’azione  politica, sia la trasformazione della logica finanziaria con un rafforzamento dell’economia sociale e solidale e la costruzione di nuovi rapporti di proprietà nella gestione delle imprese e del loro rendimento. L’analisi, anche se molto più sommaria, corrisponde a quella di Gallino, ma Morin è molto dettagliato nelle sue proposte di trasformazione su ciascuno dei singoli aspetti, fino a prospettare un governo mondiale. Le possibilità che queste riforme si realizzino è fondata sull’ipotesi di una prossima “crisi sistemica di vasta portata”, dalla quale si potrà uscire, appunto, con un mondo senza Wall Street (o con un diverso scenario non definito ma che credo sia di tipo autoritario).
Giorgio Ruffolo esplora la storia della moneta e la sua funzione (unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore), per portarci all’oggi: “la più recente crisi è stata provocata da una massiccia creazione di moneta endogena”. Si tratta di un mutamento del capitalismo dagli esiti sconvolgentemente negativi.  Proprio gli esiti del capitalismo finanziario rendono esplicito come la moneta sia  insieme “potente ma senza guida”. Guidarla si deve; l’unico modo è fissare i prezzi della moneta e del credito (tasso di cambio e tasso d’interesse) che dovrebbe tornare ad essere una funzione politica. Si tratta di una rivoluzione “inconcepibile all’interno dell’attuale mondo politico e morale”.
Tuttavia, Ruffolo individua cinque direttrici di marcia nella direzione della “rivoluzione”: abbandono dell’assunto dello sviluppo (non una economia stazionaria, ma  una economia finalizzata ad obiettivi di compatibilità ecologica, benessere sociale e programmazione); redistribuzione della ricchezza sia all’interno dei paesi ricchi che tra questi e quelli poveri; intollerabilità politica ed etica della “plutocrazia mondiale” che accumula moneta; la rinascita del mercato.            
Il libro di Ruffolo, non riguarda direttamente la crisi attuale ma la moneta, che ricondotta alla sua funzione gli si restituisce il suo potere al servizio dell’economia e non di una economia al servizio di un potere.  
I quattro libri di cui ci siamo occupati, in modo diretto o indiretto, costituiscono delle analisi dei connotati della crisi che ha investito il sistema mondo. Sono stati individuati, con precisione e acume, i soggetti attivi di questa crisi, la loro forza e la loro capacità di difesa; sono stati messi in luce i meccanismi con i quali essi operano,  è in modo esplicito è stato identificato il costo economico, ecologico e sociale che la popolazione mondiale sta pagando. Le relazioni tra mondo del capitalismo finanziario e le funzione di governo (la politica) sono state identificate, non solo come una sorta di permeabilità reciproca affidata ad una sfera di “professionisti”, ma come, più gravemente,  meccanismo di formazione di un unico pensiero e modo di operare.
È impressionate, come la lettura trasversale di questi testi mette bene in chiaro che le risposte che i governi (a livello nazionale e internazionale) elaborano e attivano  sono inutili e spesso, forse in buona fede e  inconsapevolmente,  giocano a favore della finanza speculativa.                          
Né i “tecnici”, perché imbevuti di una “dottrina” cieca, né i “politici”, perché vittime di schemi obsoleti, sembrano capaci di capire la mutazione del capitalismo, e non sembra si rendano conto di come la nascita del finanzcapitalismo abbia modificato contenuti e meccanismi dei processi economici, e che al governo con i loro provvedimenti, gli uni e gli altri, non fanno che tosare i popoli per offrire comodi giacigli alla speculazione. Se ci fosse una crisi di sistema l’esito, con molto probabilità non sarebbe progressista ma reazionario e autoritario, o invece si entrerebbe in un’epoca di grandi turbolenze.
Un’alternativa è possibile? Forse, ma oggi non pare alle porte, perché sembriamo, complessivamente,  incapaci di vedere quello che avviene sotto i nostri occhi, il vento si è portato via gli strumenti per capire, e chi capisce e si mobilita non sembra ancora capace di una iniziativa politica all’altezza della questione.




Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, la civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2011, pp. 324, 19
Francois Morini, Un mondo senza Wall Street, Tropea, Milano, 2011, pp. 157, 15€
Giorgio Ruffolo, Il Capitalismo ha i secoli contati, Einaudi, Torino, 2009, pp. 295,
12€
Giorgio Ruffolo, Testa e croce, una breve storia della moneta, Einaudi, Torino, 2011, pp. 176, 17€  
                            

sabato 28 marzo 2020

Cristina Bianchetti, Spazi che contano


Cristina Bianchetti, Spazi che contano, Donzelli editore, 2916, pp. 119, 24,00 €
Da ASUR, 2017

Con questo suo ultimo lavoro Cristina Bianchetti continua, così a me pare, la sua esplorazione sulla fine dell’epoca moderna e sugli effetti di tale evento sul “fare” urbanistica.
Vorrei iniziare queste brevi note con una citazione del precedente lavoro (2011) della Bianchetti (Il novecento è davvero finito, sempre Donzelli editore); allora scriveva: “Un importante trasformazione nel regime economico e politico ha provocato (a partire dagli anni ottanta) lo smantellamento del regime keynesiano dei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale… Nei trent’anni di neoliberismo seguiti ai trenta gloriosi è cambiato il modo di insediarsi di famiglie, individui e imprese. È cambiato il territorio e il suo essere condizione nei processi di produzione, accumulazione e distribuzione di valore. È cambiato il rapporto del territorio con la politica: una politica che nel passato sapeva stare nel territorio e che oggi gioca il territorio contro la politica… Sono cambiate le grandi questioni pubbliche legate all’emancipazione, alla giustizia, alla politica della vita, riportate alla necessità di regolare preferenze, interessi, motivazioni personali. Naturalizzate in una dimensione che rimanda specificatamente all’individuo. Viene meno, in questa riduzione del pubblico all’individuale, il carattere politico, antagonista che esse avevano. Quel che si mobilita, nel mutare delle condizioni di sfondo, è una diversa accezione dei valori di riferimento. Cittadinanza, benessere, equità, funzionalità assumono declinazioni differenti che nel passato. Spesso una declinazione giuridica e regolatrice che li rende impegnativi in modo diverso”.
Il volume più recente indaga proprio queste trasformazioni, viste in se stesse e in relazione al territorio e alla sua progettazione (o mancata progettazione) dello stesso. L’autrice riconosce che una pianificazione funzionalista, cioè una pianificazione che assegna precisi ruoli e funzioni, non solo allo spazio ma anche agli individui e alle famiglie, nel neo-liberismo si scontra con le trasformazioni prima indicate, ma all’autrice non fa velo il “cambiamento”; dei nuovo moduli e modelli, usi e forme di regolazione, vede l’inadeguatezza (alla convivenza, direi) e anche una forma diversa di funzionalismo.
C’è un punto logico-interpretativo sul quale sarebbe necessario convenire. La pianificazione funzionalista non mai ha raggiunto pienamente i suoi obiettivi; sicuramente esprimeva il potere egemone e aveva chiare le relazioni tra territorio e accumulazione capitalistica, costruiva spazi conformi, ai quali il mercato dava “legittimazione democratica”, tuttavia questa regolamentazione è sempre risultata parziale. Ma non si tratta di incompetenza progettuale, ma della vivacità e vitalità della città, dall’essere un campo di contraddizioni, uno spazio espressivo di desideri, di volontà, di speranze e di angosce non coerenti. La città-fabbrica, che collegava la produzione tayloristica e l’operaio massa all’organizzazione della città è una metafora che non ha saputo cogliere la realtà della città. La condizione urbana per sua natura non è piegabile ad una solo dimensione, essa è plurima sul piano sociale, economico, culturale e politico, esprime progetti diversi non sempre compatibili, in questa situazione non solo sono notevoli le contraddizioni ma sono anche forti le tensioni nell’uso e nell’appropriazione dello spazio. Un territorio funzionalizzato costituisce una maglia, una rete, un perimetro, definiamolo come si preferisce, ma esso è continuamente forzato, è in continuo subbuglio.
Non condivido l’adesione dell’autrice alla tesi (di Bagnasco, ma non solo) secondo la quale il fordismo portava alla coincidenza industria/società; la trovo troppo schematica  e nega articolazione e ricchezza (di umori e interessi) della società, ed è solo con la fine del fordismo che l’individuo si è trovato non solo ma isolato. Marginalità, povertà, isolamento, diseguaglianze, alienazione, ecc. sono state anche modi di essere del potere fordista, questo non negando la forza di coesione, di lotta e, spesso, di vittoria dei lavoratori.
Il ruolo pubblico, negativo e positivo, è stato fondamentale nell’epoca fordista, per facilitare garanzie e opportunità, ma lo è anche (anche se sembra non saperlo) in epoca neo-liberista. È evidente che tanto più debole è il “potere” di regolazione (pubblica) tanto più numerosi, articolate e varie saranno le forzature.
Un ragionare in questo modo, dovrebbe liberare i mei colleghi urbanisti dall’angoscia del fallimento dei rispettivi progetti, ma non dovrebbe costituire un’opportunistica disponibilità a fare con faciloneria. I cambiamenti analizzati dalla Bianchetti sono reali, ma essi chiedono, ai fini di una convivenza civile, libera ed equa una migliore pianificazione.
Nel libro che si assume come occasione di discussione l’autrice in qualche modo, e con la sua lingua, mi pare condivida quel punto di vista logico-interpretativo, non a caso scrive: “sottovalutazione dell’adattamento come meccanismo che permette alla città di funzionare; della sregolazione; della familiarizzazione tra individui e spazi che deriva dalle forme d’uso parziali, inventive, distorte. La città reale funziona per incoerenza e temporalità”, ma mi pare che questa riflessione è inerente la fase neo-liberista, mentre “incoerenza e temporalità hanno operato, in forme diverse, anche nei “gloriosi trenta”.
La tesi, molto interessante, della Bianchetti è che, nel neo-liberismo, si è finiti per ricadere in un nuovo  funzionalismo, denominato “funzionalismo umanista” (con una forte componente moralistica), che tende alla semplificazione, che (spera) di sciogliere nodi, mentre in realtà ha finito per perdere la grana fine del territorio e dei processi reali.
L’autrice confuta la capacità operativa del nuovo funzionalismo su tre piani: perché non riesce a fronteggiare il sovrapporsi di familiare ed estraneo (lo spazio è familiare o estraneo, intimo o esposto; inondato di luce, igienizzato; in realtà è anche oscuro, patologico, irrazionale, alienato); perché non riesce a trattare il corpo come canale di transito, operatore di relazioni complesse con lo spazio (i soggetti sono scarnificati e trattati come silhouette, mentre, avverte l’autrice, “quanto più il corpo interagisce con lo spazio, tanto più lo comprende. È l’intrico delle relazioni tra corpo e spazio che rende lo spazio conoscibile e trasformabile”); perché non riesce a misurarsi con le forme molecolari, sconnesse, micro della sovranità e del conflitto (la sovranità e la capacità di decidere sottratta ai singoli si esprime in piccole “bolle”, azioni ristrette che ogni volta  appaiono (o si credono) risolutive anche sul piano “locale” e che invece risulta soddisfacente sul piano dell’ego.
Il rapporto tra familiarità ed estraneità, tra corpi e spazio e tra sovranità e conflitto sono descritti come fondamentali per avere una rappresentazione e una interpretazione sufficientemente realistica della condizione urbana oggi. Senza questa consapevolezza il progetto assume connotati “evasivi, consolatorie o ideologici”. 
Mi pare di poter condividere, per quello che vale, questa impostazione, tuttavia mi pare necessario anche cercare la “radice” di questa situazione.  Il rapporto familiare/estraneo, corpo/spazio, sovranità/conflitto, nel testo analizzati in dettaglio e con ricchissimi riferimenti, non sono, secondo il mio parere, caratterizzati da una soggettività libera, indipendente e priva di condizionamenti. Non si tratta di riportare in auge quelle che vengono definite “vecchie ideologie” (o più modernamente “narrazioni”), ma neanche dimenticare le loro lezioni fondamentali. Non sostengo che uomini e donne siano delle marionette le cui parole, passi, movimenti e azioni, non siano espressione di una propria volontà, ma non posso non pensare che esistono interessi specifici, che esiste una più o meno vasta egemonia culturale, che esistono debolezze (economiche, sociali e culturali) dei singoli, e che il manifestarsi dei modi nei quali le tre precedenti relazioni si manifestano (in concreto) costituiscono molto spesso dei costrutti sociali. Per esempio, la concezione che, in generale, si ha dell’estraneo e della sua relazione con la familiarità non è pensabile che come esito di un costrutto sociale (e politico), che magari “usa” l’estraneità per altri fini.  Trovare queste radici non costituisce la soluzione, ma rappresenta la possibilità di una concettualizzazione ricca che può permettere una riconoscibilità dei processi in atto e indicare, così, come si possa intervenire in modo (parzialmente) risolutivo, senza coartare l’individualità, ma al contrario permettendogli di esprimersi al meglio in un contesto di convivenza e di maggiore libertà.
L’autrice sottopone ad acume critico il manifestarsi, dentro il neo-liberismo, di quello che possiamo chiamare il nuovo vocabolario della condizione urbana e dei modi come si esprime la “costruzione” della città. È apprezzabile che l’autrice anche adoperando la sua fine critica cerchi, tuttavia, di salvare, per così dire, elementi positivi che da queste nuove pratiche possono derivare. Per quanto mi riguarda mi sembra troppo generosa e ottimista.
Per esempio è messa in luce come l’abitare è sempre più segnato da nuove virtù: cooperazione, e condivisone danno luogo a nuovi spazi.  A Bianchetti il “vicinato” non sembra un’alternativa alla metropoli, piuttosto la riproposizione di una famigli, ma guarda a questi episodi con interesse perché li intrepreta come “ribaltamento di valori e gerarchie della città moderna”.
Così come lo stare entre nous “mette in scena una provocazione quella di una nuova urbanità che avviene fuori dalla polis”; anche se in queste esperienze riconosce folklore, vanità e leggerezza , crede che finiscano per “assumere un carattere politico” uno scandalo rispetto all’abitare della città moderna. Ma trattandosi di episodi molto parziali, meriterebbe una riflessione e delle analisi circa la relazione (funzionale?) che si determinano tra il “vivere tra di noi” e i modi dell’esistenza della città moderna che non viene vanificata da questi episodi. Forse esiste una relazione di funzionalità tra queste forme e il meccanismo economico che governa la città moderna (detto in modo sintetico e un po’ grossolano, non si tratta forse di uno “scaricare” su individui e famiglie la soluzione di problemi ai quali il Pubblico non sa dare risposte concrete?)
Una lunga citazione permette di mettere in chiaro il pensiero dell’autrice e esprime il nocciolo teorico e programmatico del testo: “Rimango convinta che un ripensamento dell’urbanistica, dei suoi temi, dei suoi progetti possa molto avvantaggiarsi dalla riflessione sulla tensione tra individualismo e condivisione; tra felicità privata e aggressività; tra chiusura in sé stessi e bon voisinage; tra sostegni burocratici dello Stato e protezione sociale ravvicinata, tra welfare tradizionale e welfare fondato sull’impegno volontario, l’altruismo, il dono; tra paternalismo del pubblico e neo-paternalismo della condivisione; tra i giochi stretti della Self Building City e quelli larghi del progetto abitativo contemporaneo. … Ciò che essi mettono in evidenza è a livello micro il perpetuarsi di alcune grandi questioni con le quali l’urbanistica si è misurata nel Moderno… Questi giochi, come già detto, non sono innocui. E sul piano spaziale hanno importanti conseguenze poiché perpetuano asimmetrie, differenziali di proprietà, di accessibilità, di diritto.”    
Quella che emerge è una concezione tutta politica dell’urbanista, una modalità di intervento che pur avendo come oggetto principale l’organizzazione dello spazio non dimentica che questa spazio è occupato e usato da donne e uomini, con le loro preferenze e con i condizionamenti delle loro azioni derivanti da collocazione sociale, economica e culturale, e ancora che in questa fase storica tende a prevalere un individualismo che si traduce in progetti e realizzazioni non omologhi. Non so se l’autrice condivide completamente l’opinione che oggi più di ieri l’urbanistica non consista nell’applicazione di modelli, più o meno perfetti, quanto sul governo delle trasformazioni. Solo in questo modo l’organizzazione spaziale (e quella sociale) possono sfuggire all’occasionalità e contraddittorietà dei comportamenti e dei progetti di vita. Se democrazia, trasparenza, equità, solidarietà e convivenza fossero le guide di tale governo allora le emergenze e le novità di cui questo libro si occupa potrebbero non affermare una sorta di anarchia autarchica, ma la consapevolezza di contribuire a fare società, con le sue contraddizioni ma anche con le sue ricchezze.
Il testo della Cristina Bianchetti, di cui ho cercato di dare conto, a me pare un contributo importante per ragionare sulla “fase” attuale (sociale, economica, culturale e urbanistica) e sulle possibili vie di uscite.
La lettura di un testo non prescinde dalle idee del lettore, sebbene non facilissimo ho goduto di questa lettura per le assonanze che mi è sembrato di cogliere. Soprattutto c’è un aspetto che mi è sembrato rilevante, forse l’ho già detto ma voglia ripeterlo, colpisce l’attenzione dell’autrice nell’esame i singoli aspetti in cui si manifesta nella città e nel territorio il neoliberismo, né ha anche analizzato teoria e filosofia, ma ha mostrato una indipendenza e un acume critico di grande valenza senza farsi trascinare e traviare, se posso permettermi, dalle novità (che pur esercitano un grosso fascino su molti ricercatori). Un gran bel libro.