giovedì 6 marzo 2014

Perché la lotta di classe è viva


da sinistrainrete

Stefano Laffi intervista Carlo Formenti


Utopie letali. Capitalismo senza democrazia(Jaca book 2013) è l’ultimo libro pubblicato da Carlo Formenti, fra i più seri studiosi e da lungo tempo della mutazione economica e sociale che stiamo vivendo. È un libro scritto sotto un’urgenza particolare, che traspare già dal titolo, ovvero quella di non cadere nella fascinazione di categorie e letture che lanciano la palla oltre l’ostacolo, senza averlo mai davvero superato, bensì di guardare in faccia lo sfruttamento e l’impoverimento che viviamo ogni giorno, chiamandolo col suo nome. Per Formenti non sono i “lavoratori cognitivi” che lanceranno la rivoluzione, non sono i “beni comuni” a cambiare la perdita dei diritti che avanza, non è Internet un contropotere ma uno strumento di controllo in mano al capitale. 


Mi pare che il libro voglia rimettere al centro dell’analisi della contemporaneità, e in particolare della profonda ingiustizia sociale che patiamo ogni giorno, la mutazione economica e politica di questi anni. I primi capitoli sono infatti dedicati alla finanziarizzazione e a quella che chiami postdemocrazia. Ci aiuti a capire bene cosa intendi e perché ritieni che da lì si debba partire?
 

Finanziarizzazione dell’economia e postdemocrazia sono fenomeni strettamente intrecciati: senza l’intervento del potere politico non sarebbe stato possibile attuare la finanziarizzazione, basti pensare al sistematico lavoro di demolizione delle regole che disciplinavano/limitavano le transazioni finanziarie e più in generale le modalità di funzionamento di banche, società di investimento e fondi di pensione – impresa cui hanno equamente contribuito i partiti e i governi di destra come quelli di sinistra (quando si parla di deregulation si citano sempre Reagan e la Thatcher, dimenticando che Clinton e Blair hanno fatto di peggio); inversamente, il peso crescente delle lobby finanziarie ha fatto sì che il sistema politico divenisse sempre più acquiescente ai loro interessi. Se a ciò aggiungiamo gli effetti del processo di spettacolarizzazione/personalizzazione della politica, in atto dagli anni sessanta del secolo scorso, e della conseguente, enorme crescita dei costi delle campagne elettorali, non è difficile capire le ragioni di un’integrazione fra élite finanziarie e caste politiche simboleggiata dall’attuale composizione del Senato e della Camera dei rappresentanti Usa, dove più della metà degli eletti appartengono all’1% dei super ricchi. A favorire l’ascesa di regimi oligarchici privi di legittimazione democratica hanno infine contribuito la rivoluzione digitale – che ha permesso, al tempo stesso, di rendere capillare il controllo e di centralizzare il comando – e l’omologazione di un sistema mediatico unanimemente impegnato a diffondere il linguaggio e i valori del pensiero unico liberal liberista. Solo partendo da qui è possibile cogliere due dei nodi di fondo affrontati dal libro: la natura eminentemente politica della crisi, il che vieta di sperare in una “ripresa” che restituisca opportunità di lavoro, livelli di reddito e servizi sociali dignitosi alle classi subalterne, e la irriformabilità del regime politico/finanziario che è venuto consolidandosi negli ultimi decenni, il che vieta di nutrire illusione in merito a un possibile ritorno alla democrazia “normale” e al compromesso storico fra capitale e lavoro.


Rispetto ad altre letture socio-economiche, anche fra quelle accreditate nella sinistra e nell’area critica verso l’attuale modello capitalistico – più volte fai riferimento al pensiero di Antonio Negri – mi pare evidente che tu voglia recuperare categorie di analisi che ritieni a torto dismesse, come quella di classe sociale. Che cosa ritieni che aiutino a spiegare e capire?


Difficile rispondere a questa domanda. Non basterebbe recitare tutto il libro e molti dei libri che vi sono citati. Questo perché, dal mio punto di vista, la categoria della lotta di classe, adeguatamente interpretata e applicata, spiega quasi tutti i fenomeni sociali. Provo a chiarire meglio: il concetto di lotta di classe, per dirla con Lukacs, è fondativo di una vera e propria ontologia dell’essere sociale, per cui non c’è alternativa: o sei dentro il paradigma o ne sei fuori. Negri ha creduto di poterlo “arricchire” ibridandolo con altri approcci teorici, in particolare con il pensiero post-strutturalista di Deleuze e Foucault, ma il sincretismo gioca brutti scherzi, per cui il risultato dell’operazione è stato la fuoruscita dal paradigma piuttosto che il suo arricchimento: concetti come moltitudine e biopotere non hanno nulla da spartire con il pensiero marxiano e infatti non riescono più a leggere la contemporaneità in termini di lotta di classe, mentre slittano verso concezioni idealiste e individualiste della soggettività.


Ecco, tu vuoi proprio allertare rispetto a
 una fascinazione collettiva che non condividi, anzi che vedi pericolosa, nel migliori dei casi illusoria, nel peggiore manipolatoria verso altre chiavi di lettura. In questa fascinazione ci sono parole magiche di questi anni, come “lavoratori della conoscenza”, “democrazia della rete”, “forza dei movimenti”. Qual è l’elemento mistificatorio che vedi?


Fascinazione collettiva è un termine adeguato per descrivere il mood che accomuna i discorsi sul lavoro autonomo di seconda generazione e sull’autoimprenditorialità (penso a Sergio Bologna e Aldo Bonomi, per citare i due autori che più si sono occupati dell’argomento), le tesi sul presunto ruolo rivoluzionario del “cognitariato” (termine caro a Bifo) e quelle sulla rete come strumento di autorganizzazione democratica dei movimenti. In un articolo apparso sul numero di gennaio/febbraio 2014 di “Alfabeta2”, Bifo scrive che il merito di Negri consiste nell’avere capito la necessità di dare battaglia al neocapitalismo digitalizzato e finanziarizzato sul suo stesso terreno, che è appunto quello dell’uso delle tecnologie di rete per organizzare la cooperazione sociale. Io penso, al contrario, che su questo terreno il capitalismo sia destinato a trionfare. Il discorso post-operaista ignora il fatto che nell’architettura di queste tecnologie – hardware e software – sono incorporati modelli comportamentali, linguaggi e valori che rendono assai difficile “rovesciarne” l’uso e il senso, adattandoli alle esigenze dei movimenti. Prendendo per buone le utopie di ascesa al potere dei creativi, elaborate dai guru della rivoluzione digitale, i post-operaisti contribuiscono attivamente, anche se involontariamente, alla “cattura cognitiva” del capitalismo digitale nei confronti di questi lavoratori. Così il lavoro autonomo viene spacciato per rifiuto consapevole del lavoro dipendente, le reti di cooperazione sociale che regalano lavoro gratuito e conoscenza collettiva alle corporation hi tech vengono scambiate per un’economia del dono liberata dal comando capitalistico, mentre alla cultura anarcocapitalista dei knowledge workers si attribuisce il merito di avere tracciato una “terza via” fra capitalismo e socialismo, in grado di superare l’opposizione fra pubblico e privato e uscire dal capitalismo evitando di cadere nel totalitarismo statalista. Ecco perché parlo di “tentazione liberale” del post-operaismo.


Nella tua analisi è evidente e molto documentato il livello di ingiustizia sociale cui siamo arrivati, perché l’economia ha strumenti molto precisi per misurare la disuguaglianza, e tutti ormai ci siamo accorti che abbiamo meno soldi e meno diritti. Meno evidente è però la ragione per cui tutto questo si accetta, non scateni reazioni uguali e contrarie. E qui forse potrebbero venire in soccorso un’analisi socioculturale sulla reazione mancata: non trovi per esempio che la cultura – intesa come informazione manipolata, società dello spettacolo, intrattenimento perenne, ma anche illusione di riflessività per chi si crede più colto… – insieme alla spinta consumista come miraggio gratificatorio siano all’origine di tanta remissività e accettazione, e siano state quindi le polpette avvelenate del capitalismo?


Penso che le ragioni della mancata reazione siano molte e diverse. A deprimere la capacità di reagire delle masse che patiscono ingiustizia e diseguaglianza è, in primo luogo, la crisi stessa. Rivoluzioni e riforme radicali avvengono quando le crisi assumono proporzioni catastrofiche e toccano i rapporti di forza fra le classi, oppure, al contrario, quando periodi di espansione economica permettono una ridistribuzione dei redditi e una maggiore partecipazione popolare alla gestione del potere: così la Rivoluzione d’ottobre, è nata dalla guerra e dall’indebolimento dello Stato russo, mentre lo stato del benessere seguito alla Seconda guerra mondiale è figlio della prosperità generata dalla ricostruzione postbellica. La crisi del 1929, viceversa, determinò un forte indebolimento del proletariato e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, sottoposti al ricatto della disoccupazione, mentre l’onda lunga del risentimento popolare finì per favorire i movimenti di estrema destra. Ciò detto, è indubbio che quella che chiami società dello spettacolo – termine più consono all’era televisiva che a quella di Internet, che io definirei piuttosto società dell’esibizionismo e della “autocomunicazione” di massa (per citare Manuel Castells) – sia stata decisiva nel garantire l’egemonia culturale del capitalismo. Ciò vale soprattutto per i paesi occidentali (in Asia, America Latina e Africa i conflitti sono meno condizionati dalla manipolazione mediatica), nei quali si è riusciti, con la complicità delle socialdemocrazie, a presentare la crisi come una sorta di catastrofe “naturale” e, nel contempo, a offrire innumerevoli vie di distrazione nei confronti del peggioramento delle condizioni di vita. E per inciso, tornando al tema della domanda precedente, a gestire e amministrare queste pratiche autoillusorie sono proprio quei lavoratori della conoscenza che alcuni esaltano come protagonisti della lotta anticapitalista. 


Fra le categorie più osées che suggerisci di recuperare per organizzare una risposta a quell’ingiustizia c’è quella di partito, che molti danno in via di estinzione. Ma suggerisci di riabilitarla in una chiave nuova, anche sull’esempio di quello che si vede altrove…


Il concetto di partito è oggi il primo bersaglio critico di un ampio ventaglio di movimenti: dai seguaci di Grillo agli “oltrenovecentisti” alla Revelli; dai neoanarchici alla Graeber ai neoautonomi alla Negri, e l’elenco potrebbe proseguire all’infinito. È un’area ampia e variegata, dove non mancano le voci populiste o esplicitamente reazionarie. Restando a sinistra, i motivi di questa idiosincrasia sono diversi: gli anarchici rivendicano una secolare tradizione di rifiuto di ogni forma di organizzazione centralizzata e gerarchica; i nuovi movimenti esprimono la loro diffidenza nei confronti di partiti ridotti ad apparati di potere e macchine elettorali; i neo autonomi proiettano il loro vecchio odio nei confronti del Pci – nemico storico degli anni sessanta e settanta – sulle formazioni neo e postcomuniste, anche se queste rappresentano ormai realtà diverse da quella originaria. Dietro questa unanimità vedo due pericoli: da un lato, quello di far convergere tutte le critiche alla forma partito nel calderone postmoderno egemonizzato, in ultima istanza, dalla cultura liberale, dall’altro lato, quello di trasformare la critica ai “partiti reali” in ripudio della categoria partito in quanto tale. Ma per chi resta ancorato alla concezione marxiana del conflitto sociale come conflitto di classe, il partito inteso come organizzazione degli interessi di una parte sociale resta una categoria imprescindibile. Il che non implica che tale categoria debba incarnarsi nella forma “classica” del partito leninista: la storia del movimento operaio è punteggiata di “eresie” democratico-consigliari che hanno concepito la forma partito in modo assai diverso (basti citare Rosa Luxemburg). Nel libro cito vari esempi, fra cui i processi di aggregazione delle sinistre radicali latinoamericane (Bolivia, Ecuador, Venezuela, eccetera), che hanno assunto forme federative e adottato i principi della democrazia partecipativa. Non credo vadano considerati come “modelli”, ma come esempi concreti di possibilità alternative. Per quanto riguarda l’Occidente e l’Europa in particolare, ritengo che il processo di frantumazione e individualizzazione che ha colpito le nostre classi subalterne ci abbia riportato a condizioni più simili a quelle di fine Ottocento che a quelle di fine Novecento. Il problema quindi, non è più quello di “rappresentare” bensì quello di “ri-costruire” un soggetto di classe; ecco perché penso a forme organizzative che superino la distinzione fra partito, sindacato e movimenti e partano da quei territori che, sparite le grandi fabbriche, sono ormai l’unica sede dove si può tentare di restituire identità e coscienza politica al proletariato.


La tua analisi è molto ricca di riferimenti a fenomeni e reazioni che hai osservato in altri paesi, e che in effetti offrono una luce diversa, per esempio al conflitto di classe. Quali sono le esperienze che ritieni più interessanti e che ci suggerisci di osservare per imparare forme di resistenza e risposta a quell’ingiustizia?


Come dicevo poco fa, non credo nella possibilità di assumere come modello esperienze di lotta e forme organizzative di altri paesi: in ogni situazione occorre tenere conto sia del contesto economico e sociale in cui tali esperienze nascono e si sviluppano, sia delle tradizioni storiche alle quali si ispirano. Il motivo per cui ho dedicato molta attenzione ai conflitti di classe delle nazioni in via di sviluppo, con particolare attenzione a Cina, Sud Africa e America Latina, è il fatto che aiutano ad abbozzare un’analisi della nuova composizione di classe a livello planetario. In particolare, mi proponevo di criticare le tesi “eurocentriche” che attribuiscono alla classe creativa occidentale il ruolo di avanguardia, di sbarazzare il campo dalle idiozie sulla “fine della classe operaia” e infine di mettere in luce come sia prioritario ragionare sulla composizione politica piuttosto che sulla composizione tecnica del proletariato mondiale: le avanguardie sono sempre e solo avanguardie di lotta, si tratti di operai, contadini, studenti o comunità locali che difendono i loro territori dalla colonizzazione dei mercati. Per concludere, penso che le esperienze più interessanti siano quelle che nascono dalla ricomposizione di una massa critica di corpi sottoposti a oppressione e sfruttamento, oppure, nelle situazioni in cui l’organizzazione del lavoro non favorisce tale ricomposizione, quelle che tentano di forzare questo limite inventando nuove forme organizzative (penso alle lotte dei lavoratori delle catene commerciali negli Stati Uniti).


Senti, un’ultima domanda, forse ancora più radicale. A me sembra che lo scandalo della verità sortisca sempre meno effetto, che l’affermazione di cose gravi e urgenti come quelle di cui dai conto raccolga sempre l’applauso, il sorriso, anche il ringraziamento di una platea, ma non sia l’incipit del cambiamento, perché tutto viene digerito e metabolizzato. Nella tua esperienza di professore universitario, relatore, animatore anche di dibattito culturale che senso ha ancora “parlare” di queste cose, e scriverne, anziché ad esempio, provare invece a convogliare energie in singole esperienze di resistenza, contestazione, eccetera?


Hai ragione: la verità non gode di eccessiva popolarità presso i postmoderni, che considerano la parola stessa una bestemmia (non esistono fatti ma solo interpretazioni, l’egemonia si costruisce sui “discorsi”, a prescindere dai rapporti di forza fra le classi, le pretese di verità sono l’anticamera del totalitarismo, eccetera); mentre anche le analisi più “oggettive” – cioè più ancorate nella realtà empirica – vengono derubricate a “opinioni”, per cui le decisioni politiche spettano a chi prevale nell’agone modaiolo della “innovazione” linguistica. Tuttavia il fatto che tutto venga digerito e metabolizzato non ci esime dal testimoniare la verità: continuare a chiamare le cose con il loro nome (lotta di classe, sfruttamento, comunismo, eccetera) è fondamentale per combattere la “spirale del silenzio” con cui il gergo di politici e media tenta di annegare le categorie “politicamente scorrette”. Convogliare le energie in singole esperienze di resistenza e contestazione è importante, ma non deve essere considerato un’alternativa al parlare e allo scrivere: se alle pratiche di lotta non si affianca la ri-costruzione di un progetto culturale anticapitalista, non andremo lontano.

mercoledì 26 febbraio 2014

Renzi, giro di boa per il Pd










Affermare – come ha fatto Matteo Renzi nell'introduzione alla nuova edizione di "Destra e sinistra" di Norberto Bobbio – che il Pd non intende più collocarsi a sinistra conclude l'ultimo giro di boa del partito democratico. Simbolico, ma fa impressione che questo arrivi proprio quando in Italia si superano i 4 milioni di senza lavoro

Si conclude, con il nuovo governo e la sua carta di identità allegata su Repubblica da Matteo Renzi, l’ultimo giro di boa simbolico del Pd. Simbolico, perché nelle scelte concrete era già consumato da un pezzo, ma dare il vero nome ai fatti non è cosa da poco (non è passatempo da giorni festivi, come verseggia Eliot a proposito del nome da dare al proprio gatto). Che il Pd precisi come la sua immagine non debba più essere a sinistra, o di sinistra, riconoscendo come sola discriminante culturale e sociale “il nuovo e il vecchio” non è una gran novità, il concetto ci svolazza attorno da un bel pezzo, ma affermare che il Pd non intende più collocarsi a sinistra resta uno scatto simbolico rilevante. Non solo infatti, come taluni vagheggiavano, non è più in grado di compiere scelte di sinistra, poniamo, da Monti, ma neppure mira più a farle e a questo scopo ha scelto come proprio leader “Matteo” per chiarirlo una volta per tutte. Non in parlamento – nessuno, a cominciare da Giorgio Napolitano ha tempo da perdere – ma su un giornale amico e a governo varato.

Lo fa prendendosi qualche licenza culturale, come citare Norberto Bobbio contro Bobbio esempio di chi, se aveva ragione in passato, non l’avrebbe più oggi, quando la distinzione tra destra e sinistra non avrebbe più senso. Pazienza, oggi ne vediamo di ben altre. Fra le innovazioni trionfanti c’è che ciascuno riveste o spoglia dei panni che più gli aggrada il defunto scelto come ispiratore. Più significativo è che il concetto archiviato indicava il peso assegnato da ogni partito alla questione sociale e dichiararla superata proprio mentre si sfiorano e forse si superano i quattro milioni di senza lavoro, fa impressione. Forse per questo l’ex sindaco di Firenze si era scordato di informarci su quel job act che doveva presentare entro gennaio; ma in primo luogo non risulta che durante le consultazioni qualcuno glielo abbia ricordato, in secondo luogo nel governo se ne occuperà la ministra Guidi, donna imprenditrice esperta in quanto allevata dal padre confindustriale.

Sappiamo dunque che dobbiamo attenderci con il nuovo esecutivo e dobbiamo al Pd tutto il peso, visto che né la sua presidenza né la sua minoranza gli hanno opposto il proprio corpo, al contrario hanno sgombrato il campo sussurrando come il melvilliano Bartleby “preferirei di no”. Della stessa pasta la stampa, affaccendata dal sottolineare lo storico approdo delle donne a metà del governo sottolineando il colore delle giacche e il livello dei tacchi, cosa che dovrebbe far riflettere le leader di “Se non ora quando”. Eccola qui l’Ora, ragazze, non si vede dove stia la differenza.

Il nuovo che avanza ha rilanciato anche Berlusconi, primo interpellato da Renzi per incardinare tutta l’operazione. Condannato da mesi per squallidi reati contro la cosa pubblica ad astenersi dalla politica è stato ricevuto non già dai giudici di sorveglianza, bensì dal capo dello stato per illustrargli quello che pensa e intende fare sul futuro del paese. Per ora appoggia Renzi, rassicurando i suoi che non è un comunista.

martedì 25 febbraio 2014

Renzi: il discorso di investitura




Diario 250

Nel suo discorso alle Camere Renzi aveva due strade, ambedue difficili.

Scegliere la strada del dettaglio programmatico: cosa fare, come farlo, quando farlo, con chi farlo (in un certo senso il famoso foglio excel, di cui si è parlato nei giorni scorsi). Quindi un discorso lungo, difficile da seguire, fatto di cifre e date, ma … concreto. Renzi non ha seguito questa strada, intanto perché non è nelle sue corde, la specificazione oltre la generalizzazione non è cosa sua, e poi perché quasi sicuramente ancora non sa cosa fare e cosa potrà fare. I suoi ministri non si sono ancora messi a lavoro, il ministro dell’economia è appena arrivato, ecc.

La seconda strada era ambiziosa ma forse fondamentale per chi vuole “cambiare verso” al paese, anche se sarebbe stata criticata per ambizione e genericità. Date le ambizioni ci si aspettava qualcosa di simile: non spiegare quello che avrebbe voluto fare, ma illustrare come vorrebbe trasformare il paese. Una sorta di discorso sul “rinascimento Italia” (so che il termine “rinascimento” è frustro, mi scuso), la narrazione (termine alla moda) di come potrebbe essere questo paese e di come lui (e il suo partito) vorrebbe che diventasse. Parlare quindi: di equità, non la cancellazione delle diseguaglianze, non esageriamo, ma almeno la loro forte riduzione in una situazione in cui ciascuno possa avere dignità di vita; di esaltazione della politica, chiamando i cittadini alla partecipazione nel definire le scelte specifiche ma anche nel gestirle; della solidarietà come “scambio” tra cittadini attivi; di incremento dei diritti e di libertà individuali; del ruolo dello Stato né come semplice controllore, né come ostacolo, ma come moltiplicatore delle forze per la rinascita; dell’impresa pubblica come motore dello sviluppo complessivo e base per un sano sviluppo industriale privato; della fiscalità non come oppressione da correggere, ma da rendere equa e progressiva, strumento (che potrebbe anche crescere la sua pressione) per governare un “dare e avere” in relazione a come si vuole il paese; delle forze armate non come centri di spesa ma come servizio civile; del territorio da organizzare, difendere e rafforzare; dell’ambiente non come stella immobile ma come nicchia della specie; della cultura non solo come scolarizzazione, ma anche come rinascita del saper diffuso e generale; della fine di ogni discriminazione di sesso, di razza, di religione, per una uguaglianza attiva; della società non come “oppressione” dell’individuo ma come condizione per l’esaltazione dell’individualità; dell’onestà come prerogativa di tutti; dei giovani non solo come forza lavoro in attesa di occupazione, ma come una delle forze vitali e protagoniste della rinascita; della tecnologia e della scienza non come mostri da temere ma come strumenti di liberazione; di un’Europa dei popoli; ….

È l’intreccio di questi (e altri) singoli elementi (non la loro singolarità) che avrebbero potuto segnare una discontinuità, una innovazione, una radicalità di progetto, non una squadra di uomini e donne di cui fidarsi e aspettarne le azioni. Questa non è la politica che ci vuole.

Renzi non ha scelto né la prima, né la seconda strada offrendoci un discorso piatto, pieno di generiche promesse, arrogante anche nell'assunzione della personale responsabilità. Ma non è questione di incapacità, quanto piuttosto di vuoto politico. Come fa a pensare che la diminuzione del cuneo fiscale (vedremo), la riduzione delle tasse (vedremo), la riorganizzazione della burocrazia (vedremo), possano far cambiare verso al paese in assenza di un principio ordinatore, di una fascinazione, di un disegna di società? Ingenuità e povertà di immaginazione e di cultura, ridotte alle frasette su tuwist, gocce di pensiero, di cultura e di impegno.

Per far cambiare verso al paese devi avere dietro il paese, ma non come entusiasti osservatori (e magari votanti), ma come faticoso impegno attivo, come coinvolgimento, come partecipazione e parte.

Governo Renzi, due punti a latere

Governo Renzi, due punti a latere

di ida  dominijanni
 I ''futures'' dell'informazione
Non so come prendere i se, i ma e i chissà che sui giornali del giorno dopo il giuramento del governo hanno preso il posto dell'entusiasmo cieco e incondizionato sparato fino al giorno prima. Lo incasserei volentieri come un segno di (tardivo) rinsavimento, non fosse che mi pare piuttosto una conferma del regime up and down, drogato e bipolare (nel senso psichiatrico, non politologico del termine) in cui versa l'informazione politica nazionale, televisiva e stampata. Mai si era visto nel giornalismo italiano un livello di doping come quello sfoggiato sull'avvento di Matteo Renzi. Temo che questo livello non si spieghi solo con la nefasta, ma ormai normale, fascinazione per il leader di turno già sperimentata, oltre che in passato su Berlusconi (ma Berlusconi almeno divideva il campo), più di recente su Monti e su Letta (qualcuno si ricorda le prime pagine infiocchettate sul vecchio Professore e la sua sobrietà, perfetto pendant di quelle odierne sul giovane sindaco e la sua velocità?). Si spiega piuttosto con la compiuta interiorizzazione, da parte del sistema mediatico, di quel principio prestazione-godimento (Laval e Dardot, La nuova ragione del mondo, Deriveapprodi) che domina la razionalità, l'economia e l'antropologia politica neoliberali, un circuito compulsivo di produzione concorrenziale, consumo insensato e godimento (auto)distruttivo a cui nulla e nessuno sfugge. ''Il denaro non dorme mai'', spiegano al giovane Belfort prima che diventi Il lupo di Wall Street, e dunque non bisogna mai cessare di scommettere e di alzare la posta, non importa su che cosa né per chi, l'importante è spassarsela. E' la logica dei futures e vale ormai anche per il circuito politico-mediatico: lo show della politica non dorme mai e la regola è scommettere e alzare la posta, non importa su che cosa, l'importante è divertirsi, prima nel montare e subito dopo nello smontare il giocattolo.
Inutile chiedersi dunque quanto durerà la luna di miele fra il nuovo governo e quello che resta dell'opinione pubblica: durerà poco, quanto durano le oscillazioni dei titoli in borsa, i rendimenti dei derivati, la fiducia nei broker, e quanto dura un piacere dell'esaltazione pronto a ribaltarsi in piacere della distruzione. Poche ore dopo l'insediamento infatti il borsino del governo è già vistosamente in calo. E tutto quello che era stato enfatizzato della nuova leadership - mito del fare, velocità, energia vitale, corporeità: per inciso, tutte virtù oggi esaltate in Renzi dalle stesse penne che per anni le hanno attaccate in Berlusconi – lascia il campo a tutto quello che era stato messo fra parentesi nell'eccitazione per la sua epifania: l'impronta fratricida ('peccato originale', secondo il Vaticano) del cambio della guardia a palazzo Chigi, la fumosità dei programmi, la mediocrità dei ministri e delle ministre, le continuità nascoste sotto la retorica nuovista, l'impaludamento prevedibile della "doppia maggioranza", l'incerta sorte delle riforme istituzionali e la piega misteriosa della politica economica. Sì che le sole chances che restano sul piatto sono quelle puntate sugli unici dati certi della situazione: l'età media (peraltro non bassissima) dell'esecutivo, e la sua mezza coloritura rosa. Merita dunque tornare su questo. Giovani e donne, rottamazione e parità di genere: quanto contano, di che cosa sono segno, in che rapporto stanno queste due ''evidenze'' del renzismo che avanza?
 Giovani adulti e donne pari
La rottamazione, l'ho già scritto e lo ripeto, resta a mio avviso il tratto più autentico e più significativo del renzismo. Purché però non la si analizzi in chiave edipica - nella chiave cioè di un conflitto con i padri che porta alla loro uccisione simbolica e all'acquisizione della loro eredità -, perché nella rottamazione di edipico c'è ben poco: non ci sono padri riconosciuti ma solo fratelli maggiori giudicati incapaci, non c'è un'eredità da assumere ma solo un passato di cui liberarsi, non c'è conflitto con chi è venuto prima ma solo, appunto, rottamazione, non c'è un'esigenza di rivoluzione dell'ordine costituito ma solo l'urgenza di entrarci e di prenderne il comando. Non lo dico con rimpianto o nostalgia: se questo è il quadro, c'è solo da prenderne atto. Ma senza però attribuire a questo sommovimento generazionale una vocazione o una portata trasformatrice che non ha,perché non vuole averla: il desiderio che lo anima non è un desiderio di cambiamento, bensì un desiderio di governo dell'esistente. Un brano di Karl Kosìk (da Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia, segnalatomi da Natalina Lodato che ringrazio), aiuta a vedere la differenza fra quelli che qui indico schematicamente come conflitto edipico e rottamazione postedipica:
 La gioventù si rivolta contro i padri, o perché nauseata dalle relazioni “patriarcali”, che le appaiono ossificate, non dignitose, limitate e vuole cambiarle, oppure fa provocatoriamente intendere essere giunto ormai il tempo in cui i “vecchi” si facciano da parte e lascino i loro importanti posti alla generazione che avanza. In ciò consiste la differenza tra i giovani adulti e la gioventù: questa apporta il cambiamento, i giovani adulti non conoscono gioventù, si limitano a maturare negli uffici, nelle funzioni, nella somiglianza ai propri padri che sono riusciti, ma hanno superato i limiti di età. I giovani adulti si augurano di maturare il più rapidamente possibile in situazioni già pronte e di stabilirsi in esse come nel proprio regno. Non affacciano alcuna nuova idea, non abbondano in immaginazione, ma sono ambiziosi e impazienti. Da qui i loro ripetuti appelli agli adulti; affidate alle nostre mani le vostre già avviate imprese. Non conoscono il tormento della ricerca e del dubitare giovanili, non hanno incontrato la felicità della rivolta giovanile, la differenziazione, il disincanto. Dalla tenera età soffrono di saccenteria, gli piace ammaestrare, dinanzi a loro la realtà si dispiega come cosa data e utilizzabile. Ma con loro la sorte non è stata benigna: non ancora carichi di anni, sono vecchi anzitempo.
Il cruciale tassello che bisogna aggiungere è che in questo quadro post-edipico e post-patriarcale cambia completamente anche la posizione femminile: l'esclusione delle donne non c'è più perché non serve più. Se l'Edipo è svaporato, se il patriarcato è finito, finisce anche il patto fra i fratelli parricidi basato sull'esclusione femminile: le donne sono ammesse al gioco della spartizione del potere, diventano perfino un fiore all'occhiello e una risorsa del potere: a patto che a loro volta dismettano il conflitto con i loro «pari».
Se non si capisce questo cruciale passaggio di spoliticizzazione del conflitto fra i sessi, non si capisce il senso di questa improvviso salto nella pace perpetua del 50 e 50 graziosamente concesso dal giovane premier. L'ha colto bene Francesco Merlo nella sua cronaca suRepubblica del pomeriggio di Renzi al Quirinale, descrivendo le otto ministre come «donne normali di un paese normale, pronte a perdersi nella politica (e magari, aggiungo io, anche a prendersi cura della politica) e al tempo stesso rassicuranti e pacificanti custodi dell'irruenza del capo»: non per caso in un'intervista di qualche giorno fa una renziana convinta rivendicava fieramente la sua funzione di «vestale» (sic) del leader.
Stupisce invece che di questo passaggio non si accorgano alcuni commenti femminili attardati a difendere una presunta «conquista» di quantità in un governo che peraltro considerano indifendibile per qualità. Mai come in questo caso la parità di genere getta la maschera e si rivela per quello che è, un principio di neutralizzazione del conflitto fra i sessi. La cui politicizzazione del resto cominciò giustappunto quando alcune donne si rifiutarono di fare le vestali del ciclostile: attorno al '68, l'epoca che Matteo Renzi non hai nascosto di voler definitivamente rottamare.

lunedì 24 febbraio 2014

Renzi - il potere e il tradimento


di Barbara Spinelli

È fatale: una volta che hai scelto Tony Blair come modello, per forza approdi al tradimento. Tradimento della sinistra e dell’Europa che pretendi risuscitare, tradimento di promesse fatte nelle primarie o nei congressi. Non dimentichiamo il nomignolo che fu dato al leader laburista, negli anni della guerra in Iraq: lo chiamarono il «poodle di Bush jr», il barboncino-lacchè sempre scodinzolante davanti alla finte vittorie annunciate dal boss d’oltre Atlantico. Non dimentichiamo, noi che ci siamo imbarcati nel bastimento della Lista Tsipras, come Blair lavorò, di lena, per distruggere il poco di unione europea che esisteva e il poco che si voleva cambiare. Fu lui a non volere che i Trattato di Lisbona divenisse una vera Costituzione, di quelle che cominciano, come la Carta degli Stati Uniti, con le parole: «Noi, il popolo....». Fu lui che si oppose a ogni piano di maggiore solidarietà dell’Unione, e rifiutò ogni progetto di un’Europa politica, che controbilanciasse il potere solo economico esercitato dai mercati e in modo speciale dalla city.
Renzi è consapevole di queste cose, o parla di Blair tanto per parlare? E il ministro degli Esteri Mogherini in che cosa è meglio di Emma Bonino, che al federalismo europeo ha dedicato una vita e possiede una vera competenza? Federica Mogherini ha concentrato i suoi interessi sulla Nato innanzitutto, e poi sull’Europa. Chissà se è consapevole della degradazione dell’Alleanza atlantica, nei catastrofici dodici anni di guerra antiterrorista. Ma ancor più inquietante è la rinuncia, in extremis, a Nicola Gratteri ministro della Giustizia. Questo sì sarebbe stato un segnale di svolta. La sua battaglia contro il malcostume politico e le mafie è la risposta più seria che l’Italia possa dare ai rapporti dell’Unione che ci definiscono il paese più corrotto d’Europa.

Non è ancora chiaro chi abbia lavorato contro la nomina di Gratteri. Forse il Quirinale, per fedeltà alle Larghe intese; di certo le destre di Alfano e Berlusconi, con il quale Renzi vuol negoziare le riforme della Costituzione. È stato detto che non è bene che un pm diventi guardasigilli. Anche qui, la rimozione e l’oblio regnano indisturbati: nel 2011, il Quirinale firmò la nomina del magistrato di Forza Italia Nitto Palma, vicino al Premier Berlusconi e Cosentino. Evidentemente quel che valeva per Nitto Palma è tabù per Gratteri. Il veto al suo nome è ad personam, e accoglie la richiesta della destra di avere un ministro «garantista» (garantista degli imputati di corruzione, di voto di scambio, di frode fiscale, ecc). Al suo posto è stato scelto un uomo di apparato, Andrea Orlando, che solo da poco tempo si occupa di giustizia, che ha fatto la sua scalata prima nel Pci, poi nel Pds, poi nei Ds, poi nel Pd. Nel governo Letta era ministro dell’Ambiente. Auspica – in profonda sintonia con Berlusconi – la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale e la separazione delle carriere dei magistrati.

Infine il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan. Recentemente ha preconizzato l’allentamento delle politiche di austerità, che aveva difeso per anni. Non ha neppure escluso l’utilità di una patrimoniale. Ma di questi tempi tutti, a parole, sono contro l’austerità. Vedremo cosa Padoan proporrà in Europa: come passerà - se passerà - dalle parole agli atti. Al momento non vedo discontinuità tra lui e Fabrizio Saccomanni. Naturalmente può darsi che Renzi farà qualcosa di utile per l’Italia: prima di tutto su lavoro e fisco. Non mi aspetto niente di speciale sull’Europa, per i motivi che ho citato prima.

Non credo nemmeno che creda in quel che è andato dicendo per mesi: «Niente più Larghe Intese!», o «Mai a Palazzo Chigi senza un passaggio elettorale». Altrimenti non avrebbe guastato tante parole nel giro di poche ore, giusto per andare a Palazzo Chigi e presentarsi - terzo Premier nominato - in un Parlamento di nominati. 
da:
 http://www.listatsipras.eu/blog/item/306-renzi-il-potere-e-il-tradimento.html




domenica 23 febbraio 2014

Governo Renzi? Ma!


Governo Renzi? Ma!


Diario 249

Da questo governo, come dal precedente ed anche di quello prima del precedente, non ci si può aspettare la soluzione della crisi, per assenza di teoria sulla stessa, ma almeno qualche provvedimento in grado di alleggerire il disaggio sociale della fasce più colpite. In passato non è stato così, ma non lo sarà neanche con il governo più giovane e femminile della storia delle repubblica.

Le ragioni sono subito detto: nonostante la stima di sé del presidente del consiglio, nonostante il suo attivismo, nonostante il suo ottimismo, non controlla operativamente la macchina del governo. Dei cinque ministeri più “pesanti”, Renzi ne ha dovuto cedere tre al NCD di Alfano (Interni, Infrastrutture e Sanità), degli altri due uno va ad un tecnico, il ministero dell’ Economia, che sebbene contrario all’austerità, dovrà fare i conti con i vincoli esistenti, l’altro, Esteri, è quello meno svincolato da Renzi. Si spiega solo per questo lo sgarbo fatto alla Bonino (e al Presidente della Repubblica), il presidente del consiglio ha preteso che almeno uno dei più pesanti fosse “suo”. Nell’altro ministero pesante, la Difesa, i ministri sono stati sempre succubi della struttura militare, non facilmente scalzabile, né pare intenzionata a questo la neo ministra (basti ricordare la sua posizione sugli F13).

Dei ministeri di seconda linea, per così dire, uno, lo Sviluppo, è conteggiabile a Berlusconi (ministro che ha la delega sulle telecomunicazioni), l’altro, Lavoro e Welfare, è affidato alle cooperative, che, sebbene “la Coop sono io”, non pare prometta bene, il terzo, l’Istruzione è affidato ancora ad un ex rettore, dopo che i due precedenti diciamo che non avevano fatto bene e comunque appartiene ad un alleato (Scelta civica).

Non parliamo dei conflitti di interesse che si incarnano in questa compagine ministeriale, tanto ormai nessuno ci fa più caso.

Può darsi che Renzi pieghi alla sua filosofia di governo (quale sia ancora è oscuro) tutti i ministri che abbandonerebbero gli interessi rappresentati oltre che quelli personali per assecondarlo. Il mondo è cambiato, come dice Renzi, ma le relazioni di interessi non sono scomparsi.

Ma ecco la domandona: quale è la maggioranza del governo Renzi? C’è una maggioranza formale, che è quella che voterà la fiducia imperniata nell’alleanza con Alfano. C’è ancora una maggioranza formale per le Riforme che comprende Berlusconi. Già questo complica la vita, ciascuno degli alleati di Renzi vuole la morte (politica? Ovviamente) dell’altro, cosa che non rende il percorso del governo e delle riforme senza ostacoli. Né, dopo il giuramento, la minaccia delle elezioni funziona più, sarebbero una sconfitta soprattutto per Renzi.

Ma forse, maliziosamente, si potrebbe presupporre l’esistenza di una maggioranza sostanziale, di fatto non esplicitata neanche tra i due protagonisti, Renzi - Forza Italia. Non si tratta di machiavellismo, ma solo di realismo (con una punta di opportunismo); ma questo non sarebbe bene per il paese e neanche per l’apprezzamento dei cittadini per la “politica”. Spero di sbagliarmi.



venerdì 14 febbraio 2014

Renzi, sempre più Renzi, per quale Governo?



Renzi, sempre più Renzi, per quale Governo?

Diario 248


Da un paio di giorni non riesco a scrivere questo diario. Intanto perché mi sembrava impossibile che i fatti si svolgessero come poi si sono svolti, mi pareva una pazzia da tutti i punti di vista.

Un’altra difficoltà che mi ostacolava era quella di come titolare questo numero del Diario. L’idea di utilizzare termini come “rischio” o “risico”, o “azzardo”, sembrava la cosa più semplice, dato che tutti gli osservatori mostravano di cautela in quella che sembrava la strada imboccata da Renzi, ma contemporaneamente banale. L’altra possibilità era quella di titolare con “torna la DC”, del tutto giustificato non tanto e non solo per lo scontro tra i due, non solo per i “tradimenti”, non solo per la tattica adottata dalla maggiore delle opposizioni interne alla PD, ma anche e soprattutto per la riscoperta del famigerato “spirito di servizio” alla cui ombra si sono consumati le peggiori evoluzioni del nostro paese. Infatti quando Renzi sostiene che tutti lo spingono, che tutti gli chiedono “responsabilità”, che il “suo” personale interesse sarebbe diverso, non fa che evocare, appunto, lo “spirito di servizio”, facendo finta di non capire che quello stato di necessità è stato da lui stesso creato. Ma anche questo titolo mi sembrava piegasse verso il banale. Certo ho risorto il problema con altrettanta banalità, ma spero di richiamare l’attenzione che la qualità programmatica di questo governo è ancora misteriosa.

Oggi la strategia di Renzi appare chiara, come ha scoperto, pare con meraviglia, Letta: fin dall’inizio ha puntato a Palazzo Chigi. E per evitare di figurare come Caino, il fratello cattivo, non ha fatto che dichiarare la sua estraneità al governo, il suo sostegno, certo critico, all’amico Letta, ma sempre di sostegno si è trattato, e, a conferma, si ritaglia per sé il ruolo del “grande riformatore”. A questo scopo invita Letta all’attesa, il capo del governo non doveva muoversi, doveva aspettare a proporre il nuovo patto all’alleanza, doveva avere pazienza a proporre il rimpasto necessario. Fermo, fermissimo doveva stare per evitare di ostacolare la “grande riforma”. Letta, credulone, fiducioso delle parole, che per altro non è un fulmine di guerra, sta fermo, non capendo che, così facendo, Renzi avrebbe finito per farlo apparire incapace e “impantanato”, chiuso dentro un recinto di inerzia, predisponendo le condizioni per il sacrificio.

Renzi e il PD potevano essere critici con il governo, ma era il loro governo e quindi dovevano aiutarne l’azione, suggerire cosa sarebbe stato necessario e opportuno fare, proporre provvedimenti utili al paese, ma niente di tutto questo, Letta abbandonato a se stesso alla sua maggioranza composita, e privato, perché così voleva Napolitano e anche Renzi, dell’unica arma a disposizione per costringere la sua maggioranza ad assecondarlo: le dimissioni e le elezioni. Tutto il pasticcio sull’Imu, la resistenza di Alfano, ecc. potevano essere evitate se Letta poteva minacciare le elezioni, ma questa parola gli era preclusa. Così fiducioso restava fermo, mentre gli veniva sottratta la terza sotto i piedi. Voglio dire, senza che questo abbia nessun risvolto politico, che in tutta questa storia quello che ne esce meglio con dignità è Letta. Ingannato, beffato, ma non comprato.

Qualcuno dei fedelissimi di Renzi ha dichiarato che di lui ci si poteva fidare perché diceva sempre quello che pensava. Mai affermazione fu così azzardata. O Renzi è un gran bugiardo, o cambia idea con troppa facilità. Appare sicuramente come un grande affabulatore, e appunto per questo anche bugiardo, inaffidabile, ambizioso, presuntuoso, spregiudicato e irresponsabile. Tutti hanno sentito con le proprie orecchie, ieri, affermare: ci vuole un mutamento radicale, un nuovo passo e un nuovo orizzonte, e nello stesso tempo invocare l’attuale maggioranza. Va bene avere di sé una grande opinione, va bene considerarsi geniale, confortato dalla velocità con la quale ha convinto Berlusconi ad adottare la sua (intendo di Berlusconi) riforma elettorale, ma la realtà va guardata per quella che è. È convinto, credo, che il suo progetto di legislatura costituisca la carta vincente, perché conviene a tutti, per operare il proposto mutamento radicale (mai definito nei suoi termini concreti). È vero che si tratta di una convenienza, ma poi i dati della realtà potrebbero anche far mutare le convenienze.

Adesso quali sono gli scenari possibili, tutto è incerto ma facciamo qualche tentativo.

Intanto Napolitano potrebbe inviare Letta alle camere, anche perché così richiesto da M5* e PDL. Non credo che lo farà perché non vuole ancora di più drammatizzare la situazione. Ma se la facesse, non sarebbe un passaggio facile e indolore per il PD.

Napolitano accetta le dimissioni, fa delle rapide consultazioni, e incarica Renzi di formare una maggioranza e una composizione ministeriale.

A Renzi si aprono tre possibilità:

Andare con la maggioranza di Letta con qualche modesto innesto. In questo caso il socio di controllo sarebbe ancora Alfano, che ha già fissato i paletti e messo avanti i provvedimenti che interessano il NCD e indicato quelli assolutamente non accettabili. In questo caso Renzi dovrebbe annacquare il suo programma, il tutto per una maggioranza non particolarmente forte , ma sicuramente di “controllo”. Niente diritti civili, niente patrimoniale (a messo che a essa pensi Renzi), niente jus soli, molte vendite del patrimonio, magari qualche condono di varia natura, ecc. Renzi si può ribellare e puntare ad una diversa maggioranza.

Una maggioranza spostata più a sinistra dove SEL prende il posto del NCD (i due partiti si sono dichiarati incompatibili). Ma in questo caso i numeri non ci sono, si può sperare nella pattuglia dei dissidenti M5*, ma questo appoggio dovrebbe essere esplicito (cosa difficile da ottenere) e consistente tanto poter avere la maggioranza anche al senato. Renzi potrebbe sperare di trovare i voti in parlamento. Ma Napolitano, non potrebbe accettarlo, così come ha fatto con Bersani, dovrebbe rimandarlo indietro e invitarlo a tornare con “numeri certi”. Sarebbe un danno di immagine, e non solo, distruttivo.

Ma Renzi ha ancora una carta, il tono spregiudicato e la capacità di cambiare idea, che lo caratterizza, potrebbe tentarlo: la Grande coalizione. Tante giustificazioni: lo stato del paese, l’unificazione della maggioranza di governo con la maggioranza delle riforme, la possibilità di intendersi su alcune questioni scottanti dato che il PDL (Berlusconi) pur di rientrare in gioco, avere tempo per riorganizzarsi e costruire un nuovo leader, sarebbe ben disposto. Certo che sia Renzi a riportare al governo Brunetta, la Santanchè ecc. può apparire paradossale. Ma Renzi ai paradossi vuole abituarci.

La grande coalizione farebbe brindare Napolitano, che da sempre tifa per la grande coalizione, e Grillo (che non sperva in un simile regalo). Grandi festeggiamenti e tramonto definitivo del PD, ma Renzi pensa di poterne fare a meno.

Certo è uno scenario poco credibile, ma è l’unico che garantisce pieno successo a Renzi. Improbabile ma non da scartare.
         

martedì 11 febbraio 2014

Il “golpe” … desiderato


Il “golpe” … desiderato

Diario n. 246



La pubblicazione di un recente libro sull’anno 2011, con le rivelazioni sulle azioni di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, ha scatenato una grande agitazione tra le forze politiche e i giornalisti, con l’accusa a Napolitano di avere organizzato un golpe. Una agitazione fondata? credo proprio di no. Forse il Presidente della Repubblica è andato un po’ oltre alle proprie prerogative: ha fortemente voluto il governo Monti, e noi l’abbiamo pagato, ma quello che ha fatto era sotto gli occhi di tutti e registrato puntualmente sulla stampa. A questo scopo vi allego una ricostruzione pubblicata dal Il Manifesto che mette in chiaro che tutti sapevano e tutti … volevano. A cominciare da chi oggi fa lo scandalizzato.

A margine della pubblicazione del libro vorrei osservare che la “riservatezza” non è connotato della nostra classe dirigente (politica e no): tutti hanno rilasciate interviste inutili, perché tutto si sapeva, ma “io sapevo”, “io ho avuto la confidenza”, “a me è stato chiesto consiglio” ha premiato la vanità di questi personaggi.

Da Il Manifesto 11 febbraio 2014

La riscoperta dell'amato «golpe»
di Andrea Fabozzi

Dunque Mario Monti riceve l'incarico di formare il suo primo governo nel novembre 2011, ma già a luglio si par­lava di lui come sostituto di Silvio Berlusconi. Scoop o lancio promozionale che sia, il Corrie­re della Sera ha le carte in regola per farlo. Ha infatti tutto nel suo archivio, tutto già compo­sto e raccontato. Tradizionalmente parco -« sobrio» si dirà poi -, tra luglio e agosto di quell'anno Monti scrive quattro editoriali in fila sulla prima pagina del Corriere. Bastano i titoli. «Troppo timidi per crescere», «Quello che serve (davvero) al paese», «Il podestà fore­stiero», «Un nuovo governo dell'economia». Il secondo, un programma (davvero) di gover­no, Monti lo pubblica anche sul Financial Ti­mes, l'altro giornale che ieri ha scoperto, con un po' di ritardo, cosa stava succedendo quel­l'estate. Scoppia la tempesta degli spread, dal­l'Europa piovono diktat che il governo Berlusconi-Tremonti puntualmente sottoscrive, ed è proprio il Corriere a lanciare l'alternati­va: «La ricetta Monti» compare nei titoli di quel giornale, mentre le cronache lì come al­trove informano che il governo tecnico è die­tro l'angolo. Per conoscere la «ricetta» biso­gnerà aspettare solo qualche settimana, la si potrà assaggiare in forma di decreti.

Napolitano tramava nell'ombra? Nell'om­bra no di sicuro, altrimenti non avrebbe potu­to ricevere il sostegno e l'incoraggiamento del Corriere che l’11 luglio puntualizzava: «Si sono creati i presupposti per una sorta di uni­tà nazionale a geometria variabile». Il presidente della Repubblica aveva già fatto di tutto compresa l'inaudita consultazione al Quirinale dei capigruppo parlamentari, con il governo ancora saldo in carica. Quotidiani i suoi appelli alla collaborazione tra partiti, proprio a luglio diventati più che espliciti con la richiesta di «coesione nazionale per affron­tare le difficili prove». Le opposizioni non se lo fanno ripetere e danno il via libera alla ma­novra di Tremonti, ma Napolitano vuole esse­re ancora più chiaro e aggiunge: «Bene, ma presto occorreranno altre prove di coesione». Il governissimo è in pista, Monti l'unico can­didato seriamente a guidarlo. Bindi, Letta e Bersani gradiscono pubblicamente. Il Giorna­le naturalmente no: «I poteri forti tramano: vogliono Monti» è un titolo da 25 luglio, ma del 2011. Interessante anche il sottotitolo: «Da Banca Intesa a Repubblica, ecco l'econo­mista scelto per dare l'assalto al governo». Banca Intesa cioè Corrado Passera, riscoper­to dallo scoop di ieri. E Repubblica cioè Carlo De Benedetti: che facesse il tifo per Monti era cosa nota non solo a Sant Moritz ma anche in Bocconi, dove l'Ingegnere era andato sem­pre in quel fatale luglio a parlare in pubblico della crisi e dei rimedi possibili con il professore (e con Bersani). L'altro testimone dell'ascesa di Monti «riscoperto» con tre anni di ritardo è Romani Prodi. Di lui il 24 luglio si po­tevano già leggere sulla Stampa le stesse parole ritrovate ieri sul Corriere: «Caro Mario - di­ceva allora l'ex presidente del Consiglio - sta­volta tocca a te». Un indovino?

Non serviva una seduta spiritica, visto che il 3 agosto il Financial Times, sempre lui, sa­peva già di un governo tecnico a guida Mon­ti. E Monti intervistato dal Tg5 confermava: «Accetterei solo con l'appoggio di tutti. È la stessa cosa che in passato ho già detto a Scal­faro e poi a Berlusconi». A settembre, cioè an­cora più di due mesi prima dell'incarico uffi­ciale, il presidente della Bocconi sedeva ac­canto a Napolitano a Cemobbio e ne approfittava per annunciare il suo programma. «La ri­cetta Monti, un pacchetto di misure con il sì di tutti» spiegava il Corriere, allora preveggen­te e niente affatto scandalizzato.

Mai «golpe» fu più telefonato. Perché nulla nell'entusiasmo dei giornali consigliava di­screzione al presidente della Repubblica. Il cui attivismo nel preparare l'alternativa al go­verno Berlusconi può essere criticato - e su queste pagine fu criticato - ma non può esse­re raccontato come un segreto da rivelare adesso. Tant'è che Napolitano lo rivendica, nella nota di ieri: Monti «appariva allora - e di certo non solo a me - una risorsa da tener pre­sente e, se necessario, acquisire al governo del paese». Di certo non solo a me.

L'esito era scritto. Arrivato finalmente no­vembre, fu giusto Prodi a rompere l'embar­go. «Monti. E l'ora di Monti», annunciò da Re­pubblica. Tre giorni dopo Napolitano nomi­nava senatore a vita, guarda un po', Monti. «Il sequestro della politica», attaccò subito il manifesto. Per i berlusconiani, invece, fu «un bel segnale». Allora.

lunedì 10 febbraio 2014

Letta – Renzi: parole, parole


Letta – Renzi: parole, parole


Diario 245


Ci sarà un rimpasto nel governo Letta per raggiungere i fatidici 18 mesi? Ci sarà un Letta bis, sempre tagliato per i 18 mesi? Ci sarà la staffetta con Renzi ma questa volta fino alla fine della legislatura? La discussione e aperta riempie le pagine dei giornali, le trasmissioni TV, i siti Internet, mobilita mente lucidi e meno. Una perdita di tempo, scommetto che Letta resta, farà il rimpasto, e tutto … come prima.

Non è che non si sa cosa i due vorrebbero fare, vogliono le stesse cose, solo che il segretario accusa il presidente di mancanza di vigore e determinazione (cose di cui pensa essere dotato). L’elenco delle cose che vorrebbero fare è sempre quello: rilancio dell’economia e soprattutto dell’occupazione, semplificazione, vendita del patrimonio, riduzione delle imposte a imprese e lavoratori, lavori pubblici, lotta alla criminalità, poi a condimento scuola, ricerca, beni culturali, ecc., dimenticavo crescita del PIL almeno dell1% quest’anno e del 2% l’anno prossimo (questa si che è una festa).

Per adesso titoli, i contenuti sono allo studio. Ed anche se questi ultimo fossero fissati con precisione, come è successo altre volte, niente garantisce della loro realizzazione, e questo neanche se fossero fissate sulla carta, con nome e cognome, i responsabili della loro realizzazione.

Il problema e che i due, e i loro consulenti (per bravi, per giovani, per sperimentati che siano), soffrono di “vuoto teorico”, convinti come sono che, sebbene la malattia sia grave ci si incammina verso la guarigione. Non si rendono conto di quello che è successo, non fanno mente locale che i rimedi tradizionali non servono; che finanziarizzazione dell’economia e progresso tecnico stanno stringendo il sistema economico-sociale mondiale in una morsa mortale, nella quale capitale superfluo e manodopera superflua non trovano (e non possono trovare, allo stato dei fatti), impieghi.

Le parole di speranza sono antiche, i loro contenuti sono da aggiornare, ma di qui non si scappa. Si può aspettare, ma nel mentre la situazione peggiora, si possono usare rimedi tampone che fanno respirare momentaneamente, ma i nodi vengono sempre più al pettine. Non basta dire sinistra, bisogna dire socialismo, e non sarà una passeggiata, ma bisogna sapere che più si aspetta più la reazione acquista velocità. Non è una partita a scacchi, uomini e donne sono spinte da esigenze vere, possono illudersi e scegliere, come già fatto storicamente, soluzioni drammaticamente pessime, ma i vuoti di potere non esistono.

martedì 28 gennaio 2014

Renzi: la palude e il suicidio



Diario 244


Renzi: la palude e il suicidio

Matteo Renzi, segretario del PD, ha avuto un merito, magari raggiunto con mezzi non proprio condivisibili, aver decantato la discussione sulla legge elettorale dai “modelli” a un testo “base”. Un testo sicuramente, dal mio punto di vista non condivisibile per le seguenti ragioni: la bassa percentuale per accedere al premio di maggioranza (35%); l’alta percentuale di esclusione (5%, 8%, 12%, secondo i casi) per le liste minori; la possibilità della coalizione di usare i voti dei partiti, della stessa coalizione, che non avessero raggiunto la quota di inclusione; l’assenza di ogni alternanza tra i due sessi.

Se il testo “base” venisse approvato nella forma nella quale è stato predisposto, non è neanche sicuro che il Capo dello stato potesse firmarlo data la sentenza della Corte Costituzionale, inoltre un possibile ricorso alla Corte Costituzionale non potrebbe avere esito diverso dal giudizio sul porcellum.

La riforma elettorale deve essere condivisa, ovviamente non all’unanimità, ma da una robusta maggioranza. Su questo si può essere d’accordo. Ma un testo è appunto di “base” perché sottoponibile a verifica e anche a modificazioni.

In Parlamento sono state avanzate le seguenti modifiche: innalzamento della percentuale per accedere al premio di maggioranza al 38-40% (personalmente è ancora troppo basso e mette in discussione l’eguaglianza dei cittadini votanti); l’abbassamento della percentuale senza raggiunta la quale le liste minori sarebbero escluse (al 3%), che, anche se non completa, garantisce al minimo la rappresentanza; lo “scorporo”, che si traduce nel fatto che una coalizione non potrebbe usare a proprio vantaggio i voti ottenuti da liste collegate che non avessero ottenuto la minima percentuale per essere rappresentata in parlamento, e questo contro le liste civette; forme di alternanza uomo donna; la reintroduzione del voto di preferenza.

Mi sembrano tutte proposte ragionevoli da discutere e da verificare circa la loro consistenza di consenso parlamentare.

Questa possibilità da Renzi è definita “palude”. Mi sembra un errore, un partito forte e un segretario forte non hanno paura né della discussione, né del miglioramento da apportare alla legge. Non mi pare che ci sia qualche gruppo che voglia tornare alla discussione dei “modelli” elettorali (quella si che sarebbe la palude), il modello (“base”) predisposto è accettato e tutti propongono ragionevoli miglioramenti.

Se invece il modello di “base” fosse immodificabile fino al consenso di Berlusconi (neanche Forza Italia, allora saremmo di fronte, non tanto ad un modello “base”, ma un modello berlusconiano (non è un caso che Berlusconi faccia il “bauscia” come dicono a Milano, affermando che la riforma è la sua non di Renzi).

Berlusconi pare non accettare nessuna modifica (nonostante le aperure di Verdini), forse potrebbe accettare (forse) l’abbassamento della percentuale per evitare l’esclusione delle liste minore (con lo scorporo o senza?). Se Berlusconi non vuole il cambiamento allora anche Renzi non è disposta e nessuna modifica.

Così facendo il segretario del PD mi pari si impicchi con le proprie mani, e soprattutto non mi pare comprenda il ricatto e il bluff di Berlusconi. Nonostante quello che dice Brunetta, Berlusconi non vuole andare a votare subito, non è pronto, personalmente sarebbe “fuori”, al nuova FI è piena di problemi, non ha un candidato da contrapporre a Renzi, ecc.

Cosa farà Renzi se il parlamento gli disubbidisce e approva delle modifiche? Mette in crisi il governo? si predispone alle elezioni (con il proporzionale o con la nuova legge corretta?). Dopo tutto quello che ha detto questo evento sarebbe una sconfitta, e anche se vincesse le elezioni (forse) il suo smalto di cavaliere coraggioso diverrebbe opaco soprattutto all’interno del suo partito. Ma dopo le elezioni sarebbe ancora il candidato alla presidenza del Consiglio? Il suo progetto di rinnovamento dove finirebbe? Le riforme costituzionali per le quali si è impegnato che fine farebbero?

La democrazia non comando, è un paziente lavoro di convincimento e anche di mediazione, un’attitudine che il nuovo segretario del PD proprio non ha, a lui piace fare di testa propria e, soprattutto, di comandare. 


Il caso Passalacqua e la burocrazia tra corruzione e incapacità

Il caso del presidente dell’INPS mette a nudo come i grandi burocrati dello Stato non perseguano il bene comune ma il proprio. Forse una riforma del “lavoro” dovrebbe riguardare proprio la burocrazia (a tutti i livelli). Questa sarebbe al vera riforma della pubblica amministrazione non i “tagli”.

Quello di cui si ha esperienza, a tutti i livelli (nazionali, regionali e locali), e che la burocrazia appare per una quota non piccola corrotta (dal direttore generale, al vigile, dalla guardia di finanza, al direttore dell’ASL, al geometra del comune, ecc.). Di tutta un’erba un fascio? No, ma i fiori rischiano di essere fortemente inquinati dall’erbaccia.

Ma va detto con chiarezza non si tratta soltanto di corruzione, la cosa altrettanto importante è l’incapacità. La burocrazia pubblica è il pilastro di uno stato moderno se essa appare incapace è tutto l’edificio che traballa. La cosa che emerge è una spesso inadeguatezza di tale burocrazia a svolgere il proprio compito con media maestria.

Anche in questo caso si fa di tutta un’erba un fascio, no! Ma in questo caso i fiori sembrano ancora minori. Vorrei significare che leggendo le cronache e facendo aggio sulle esperienze la burocrazia è meno corrotta di quanto non sia incapace. 

Lista per Tipras

Ho aderito alla campagna per una lista alle elezioni europee del 25 maggio per Alexis Tsipras, leader del partito unitario greco Syriza. 

Per adesioni collegarsi con bit.ly/listatsipras







giovedì 23 gennaio 2014

Matteo è familiare



Diario 243

Matteo è familiare
Ormai tutti lo chiamano Matteo, sulla stampa si legge sempre più spesso fare riferimento al segretario del PD con il nome di battesimo. Sarà contento, ormai siamo molto oltre la sconfitta dell’estraneità, ha conquistato i cuori. Neanche a Berlusconi era riuscito tanto (il Cavaliere, il presidente, Silvio Berlusconi) non è una questione di età, o almeno non è solo una questione di età, è il filing che “Matteo” è riuscito a creare con il pubblico e il personale delle comunicazioni. Gli attributi negativi (arrogante, impulsivo, egocentrico, ecc.) non gli fanno ombra, al contrario lo rendono più simpatico.

Lo si invoca come prossimo, ma molto prossimo, presidente del consiglio, non è l’uomo forte, o lo è in una certa maniera, ma è l’uomo a cui affidare la rinascita del paese, il rilancio economico, il dilagare dell’occupazione soprattutto dei giovani, ecc. Se poi per ottenere questi risultati (improbabili) dovrà usare un po’ di forza, dovrà mettere a tacere l’opposizione, va bene lo stesso. Insomma siamo di fronte ad una nuova mitologia (anche Berlusconi pare preoccupato).

Personalmente, per quello che vale, non mi è simpatico, né gli riconosco il merito di avere messo in movimento il paese “verso” le riforme; il “verso” non è privo di significato. Queste ultime, mi pare, non sono l’obiettivo quanto lo strumento, e se non sono pacifiche meglio, gli oppositori possono essere indicati come i conservatori, gli immobilisti.

Ma non è antipatia la mia, quanto preoccupazione. Se guardo alla soluzione della legge elettorale mi pare di capire che la sensibilità politica del neo segretario del PD sia molto scarsa. Non mi riguarda direttamente l’idea di partito che Renzi incarna: una caserma, qualcuno ha detto, dove c’è da obbedire al caporale di giornata. Ma certo in questo modo si ferisce la democrazia proprio nei suoi strumenti di organizzazione, nei suoi corpi intermedi, ma su questo terreno quanto danno è stato già fatto (Renzi ha la strada facile). Ma che si possa segnalare l’assoluta dissonanza rispetto a ciò che in modo confuso (appunto crisi dei corpi intermedi) la società esprime.

Non sono un grande stimatore del “voto di preferenza”, ma perché c’è oggi un sostanziale consenso alla necessità di ripristinare questa pratica elettorale e perché Berlusconi si oppone? Detto francamente non credo che si tratti di una questione di democrazia, né di un più stretto legame tra l’elettore e il rappresentante. Io credo che il ripristino delle preferenze ha a che fare con il cattivo, pessimo, uso che i partiti hanno fatto delle liste bloccate. Più o meno, alcuni sicuramente meno, le liste bloccate sono state utilizzate non in termini di rappresentanza, ma piuttosto in termini di “fedeltà” (al capo partito, al capo corrente, a chi pagava, ecc.). Le due camere sono state riempite di insignificanti personaggi, di impresentabili mestatori – su alcuni dei quali è intervenuta pure la magistratura -, di favoriti/e, di pagliacci pronti ad offrirsi a chi più, direttamente o indirettamente pagava, e compagnia cantando). È qui l’origine di una rivendicazione delle preferenze.

Offrire in cambio all’elettore la “lista corta”, in modo da poter conoscere chi sarà eletto, è un vero e proprio imbroglio. Se nella lista corta c’è qualcuno che secondo me non merita, o se chi merita è all’ultimo posto con scarsa possibilità di successo, che faccio? Voto un altro partito?

Un tema ricorrente degli ultimi anni, a diversi livelli, compreso quello politico, è stata la “crisi della rappresentanza”. Anche di questo una nuova legge elettorale avrebbe dovuto occuparsi. L’ha fatto ma al contrario. Un sistema democratico si basa sul fatto che ogni testa è un voto, e che ogni voto ha lo stesso peso di ogni altro (proporzionalismo), Si può portare una qualche correzione a questo sistema, forse si, ma a patto che la correzione sia modesta e attenta a non deragliare dal principio democratico di fondo. Certo le liste civette sono di fatto una mistificazione della rappresentanza, alcune un vero e proprio imbroglio (vedi le elezioni regionali piemontesi), ma l’articolazione politica, che può sembrare anche eccessiva, è rappresentativa di interessi, di opzioni culturali, di ipotesi di trasformazione, anche di idealità. Non è possibile cancellare tutto questo sia con la scusa delle liste civette (le quali al contrario trovano in questa legge alimento in quanto “civette” e non interessate alla rappresentanza), sia con l’altra apparentemente più seria della governabilità. La nuova legge elettorale fa piazza pulita. Innalza in modo non adeguato ad una corretta rappresentatività la percentuale che le singole liste (coalizzate o meno) devono raggiungere. Le prime simulazione dicono che in parlamento sederanno tre forse quattro forze politiche, cancellando, questo è il termine esatto, milioni di voti espressi per partiti o movimenti che non hanno raggiunto il quorum. Si può dire che siamo di fronte ad un’aberrazione della democrazia e della politica?

Capisco l’interesse che l’ex senatore Silvio Berlusconi, prossimo per essere affidato ai servizi sociali, mostra per una legge elettorale che si basi sui “nominati” e sulla eliminazione dei piccoli partiti. Mi è invece misterioso quale possa essere l’interesse di “Matteo”, a meno di non fare brutti pensieri.

Lista per Tipras

Ho aderito alla campagna per una lista alle elezioni europee del 25 maggio per Alexis Tsipras, leader del partito unitario greco Syriza.

Per adesioni collegarsi con      bit.ly/listatsipras

mercoledì 22 gennaio 2014

La profonda sintonia


Basta leggere i giornali di centrodestra di oggi, e meglio ancora il ‘mattinale’ di Forza Italia, per fare al volo il conto dei vantaggi e degli svantaggi innescati dall’incontro di ieri fra Renzi e Berlusconi. Fanno sorridere in verità le accorte profezie sulla durata del governo Letta, da ieri ”ancorato” a un programma di riforme istituzionali che dovrebbe tenerlo in vita per almeno un anno. La verità è che d’un balzo i pesi dei giocatori in campo sono stati completamente redistribuiti. Letta (nipote) avrà pure più tempo davanti (e poi chissà, vatti a fidare), ma dipende in tutto e per tutto da Renzi e dal patto di Renzi con Berlusconi (e con Letta zio), non più da Giorgio Napolitano il quale esce a sua volta a dir poco ridimensionato, se non strategicamente sconfitto, dallo storico incontro. Angelino Alfano ha praticamente un cappio alla gola, e se aveva fatto conto, per sopravvivere, su una svolta proporzionalista adesso deve cominciare a meditare i termini di un rientro nella casa bipolare del Capo.  Silvio Berlusconi è di nuovo al centro della scena (qualcuno aveva davvero creduto che ne restasse fuori solo perché giuridicamente decaduto?). Il Pd, che solo domani discuterà la proposta di legge elettorale messa a punto dal suo segretario col Cavaliere, è ridotto a quello cui ha voluto ridursi, un’appendice del leader (ricorda qualcosa?). La legge elettorale infine, posta in gioco solo apparente dello storico incontro, è più che mai in alto mare, perché è tutta da verificare la congruenza fra il disegno di R-B e le indicazioni della Corte costituzionale: e dunque, alla fine, anche il come e il quando delle prossime elezioni è tutto da vedere.
FIne del conto al volo. Il quale spazza via in un batter d’occhio l’isterica caciara formalistica fra antirenziani e antiberlusconiani da un lato e filorenziani e filoberlusconiani dall’altro sull’opportunità o meno dell’incontro che ha tenuto banco nelle quarantotto ore precedenti. Dimostrando l’ovvio, e cioè che se è lecito, e perfino dovuto, consultare sulla legge elettorale il leader (decaduto per frode fiscale) del secondo partito, che quest’ultimo ne esca più o meno rilegittimato dipende dal ”come” della consultazione stessa. E il ”come” non si riduce affatto al luogo dell’incontro, alla soglia simbolica del Nazareno o alle (poche) uova marce lanciate contro il Cavaliere. Il come è sostanza, e sta nelle due paroline magiche che Renzi ha scelto per siglare la serata: ”profonda sintonia”. Una sintonia che non va riferita purtroppo solo al risultato dell’incontro, ma alle sue premesse.
Giova fare in proposito un esercizio – impopolare – di confronto col passato. Non sono pochi coloro, a partire da Marco Travaglio, che oggi derubricano le responsabilità di Renzi riconducendole alle ventennali responsabilità dei leader del Pds-Ds-Pd, in primis Massimo D’Alema, nel ”legittimare” Berlusconi. Il rottamatore non avrebbe fatto altro, in sostanza, che allinearsi con i rottamati. Peccato che il paragone fra Renzi e D’Alema non stia in piedi. Nel ’96, quando prese inizio l’avventura spericolata della Bicamerale che avrebbe dovuto riscrivere con Berlusconi mezza Costituzione, Berlusconi aveva la maggioranza assoluta dei voti: aveva stravinto le elezioni nel ’94, le aveva perse nel 96 ma d’un soffio, e non per un calo di voti. L’impatto revisionista della sua ”nuova destra” – che agitava, va ricordato e non lo si ricorda mai, la minaccia di un’assemblea costituente in cui sarebbe stata maggioranza – era enorme, e il tentativo di ”imbrigliarlo” nella riscrittura delle regole era volto non a legittimarlo, ma a contenerlo. Fu un tentativo perdente, perché il progetto di Berlusconi era un progetto eversivo, irriducibile alla legalità e al galateo costituzionale: e questa è storia del ventennio passato. Ma oggi, Berlusconi non ha la stessa forza elettorale di allora, e il suo progetto eversivo nemmeno: la sua irriducibilità alla legalità, com’è noto, gli si è rivoltata contro, il suo declino è stato sancito giuridicamente, le sue ricette neoliberiste non hanno retto alla prova tragica della crisi degli ultimi anni, la sua riforma della Costituzione, approvata senza l’apporto del centrosinistra, è stata sconfitta dal referendum del 2006. Oggi sì, dunque, richiamarlo in campo significa ri-legittimarlo ben al di là della sua legittimazione effettiva. E significa soprattutto un’altra cosa: che questa rilegittimazione è possibile perché implica una completa interiorizzazione della sua agenda. ”Profonda sintonia”, appunto: non solo – si badi – sulla legge elettorale, ma sulla revisione della Costituzione, della forma di Stato (la riforma del federalismo) e di governo (il combinato disposto far legge elettorale e riforma del bicameralismo). 
Il tema dunque va spostato: dalla ”resurrezione” di Berlusconi – che per quanto sia stupefacente non è una novità, data la pervicacia del centrosinistra nell’ucciderlo giudiziariamente senza seppellirlo politicamente – all’intronamento a furor di media e di primarie di Matteo Renzi. Spiace per quanti, a partire da Repubblica, avevano salutato nel giovane segretario del Pd l’avvento del tempo nuovo e oggi si ritrovano risospinti improvvisamente nel vecchio: ma per chi avesse occhi per vedere, la ”profonda sintonia” fra l’agenda di Renzi e quella di Berlusconi era chiara, chiarissima, ben prima dello storico incontro. Paradossalmente non ha tutti i torti il cinismo dei giovani dirigenti più vicini al segretario, quando dicono che Renzi può ricevere il Cavaliere senza temerne l’impatto personale. In gioco infatti non c’è solo né tanto la rilegittimazione della persona Berlusconi, quanto la legittimazione da sinistra della sua eredità. Ovvero l’ammissione, da sinistra, che tutto sommato aveva ragione lui su tutto, e che basta fare meglio di lui le cose che voleva fare lui per ”cambiare verso” al paese. Questo e non altro è il senso della ”profonda sintonia”. 

lunedì 20 gennaio 2014

Una legge elettorale extra-parlamentare



Diario 242


Una legge elettorale extra-parlamentare 



È giusto! la legge elettorale, essendo una legge-regola, deve essere approvata con il massimo di consenso delle forze politiche (tendenzialmente tutte). 

La procedura adottata da Renzi, solo apparentemente risponde a questa esigenza, in realtà tende a rafforzare le oligarchie di comando dentro i singoli partiti. Si configura come una legge, che dovrebbe regolare l’accesso al parlamento, prodotta al di fuori del parlamento, con una trattativa personale del segretario del PD con i capi delle altre forze politiche e con un esito del tipo “mangiare questa minestra”.

Ciascun capo partito, che accettasse la soluzione, la proporrà al proprio partito incatenata, non emendabile, non modificabile; in caso contrario crollerebbe l’accordo con le altre forze e si tornerebbe al punto zero. Anche Renzi, si appresta lunedì a sottoporla per la ratifica al suo partito. Non alla discussione ma alla ratifica. Dopo di che passera alla ratifica dei gruppi parlamentari, che sotto il ricatto di elezioni anticipate non potranno che approvarla. 

La procedura seguita è probabile che alla fine ci darà una nuova legge elettorale, questo è un bene da verificare con il suo contenuto, ma non è una legge (le “regole”) condivisa dalle forze politiche, ma dai “capi” delle forze politiche sulla base di strategie politiche che nulla hanno a che fare con le regole e molto con le convenienze.

Non essendo un esperto di leggi elettorali, non essendo nota la stesura di merito di questa legge si può notare che vengono disattese i due principali elementi che hanno determinato il rigetto da parte della Corte Costituzionale della precedente legge: 1. La mancanza di potere dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, per quello che si legge la proposta prevede collegi numerosi e liste per ciascun collegio bloccate (niente preferenze); 2, pare, ma la cosa non è assolutamente chiara, che resti un premio di maggioranza anche se corretto rispetto alla legislazione passata. 

La legge dovrebbe garantire: rappresentanza e governabilità (una democrazia bipolare). Gli esperti ci fanno sapere che la governabilità in presenza di tre “gruppi” forti (la destra, il centro-sinistra, M5*) non è garantita, non solo ma neanche la rappresentanza, per non parlare del bipartitismo.


Incontro Renzi-Berlusconi 


La “consonanza” (che è qualcosa di più di un accordo, tra i due (un amico mi ha scritto che questo accordo gli ricordava il patto Molotov- Ribbentrop, dalla tragedia alla farsa) è ascrivibile all’evitare la crisi di governo, nessuno dei due si sente pronto (al di là delle affermazioni) e hanno bisogno di tempo per prepararsi alla battaglia elettorale l’uno contro l’altro (ai due contendenti importano relativamente le regole, hanno bisogno di “armarsi” per combattersi, e se uno crede alla sincerità dell’altro sa cosa gli capiterà). 

Può darsi che i due si dovessero incontrare, ma il modo ancor mi offende. E Renzi è caduto nella trappola: ha scambiato una consonanza sulla legge elettorale e sulle altre riforme costituzionali in cambio di una rilegittimazione di un condannato in via definitiva. Non è un caso che l’ex senatore ha detto specificatamente di voler giocare il ruolo di “padre della patria”. Siamo giunti a che un condannato per reati comuni e contro lo stato vuole vestire la toga di padre della patria. Per quando degradato questo paese, meriterebbe un padre con la faccia un po’ pulita.

Questa consonanza, di fatto antidemocratica nella misura in cui che è fondata sulla governabilità, sulla eliminazione del potere di veto dei partiti piccoli (che pur rappresentano qualcosa), e sulle liste bloccate oltre che sul premio per chi meglio si piazza, non lascia presagire niente di buono.

L’esercizio della democrazia è faticoso, ma nell'uno, né l’altro vogliono fare questa fatica, preferiscono l’espressione di un potere personale, l’uno basato sui soldi, l’altro sul consenso (attuale).

mercoledì 15 gennaio 2014

ll potere

Diario 241

Il potere

Chi mena scandalo per la “faccenda” che riguarda il ministro dell’agricoltura sottolinea fortemente il disprezzo per un ministro che usa un linguaggio non proprio consono; chi la difende sostiene che in casa propria ciascuno può usare il linguaggio che vuole e poi la ministra non è (ancora?) indagata. Il linguaggio sembra la chiave dell’accusa (da strada) e della difesa (ciascuno parla come vuole (e sa).

Ma è questo il problema che emerge? Al di là di ogni e possibile addebito penale, la vicenda è scandalosa perché appare come l’espressione di un potere senza principi. Certo tutta la storia governativa e no dell’ex senatore Silvio Berlusconi è stata una potente levatrice; ci ha abituati (assuefatti) a queste espressioni di potere. Ma non bisogna arrendersi, ogni volta ogni volta deve farci scandalizzare.

Da gradino a gradino siamo scesi in una fossa di serpenti e ratti, nella quale ogni minimo potere diventa fonte di arbitrio, manifestazione di puri interessi personali. La lingua usata dalla ministra ci parla di questo, non di un potere responsabile e democraticamente gestito, ma di una concezione feudale condita con le volgarità della nostra epoca.

Questo no, questo si, questo li, quest’altro qui, chi non si acconcia è scacciato come inconsistente, petulante e vano avversario.

L’autorità vuole autorevolezza, ma quello che ammanta le nostre autorità è solo meschina messa in scena di pressioni e di ricatti, di impotenza culturale e sociale riscatta da prepotenza e volgarità.

Fosse un caso quello del ministro si potrebbe metabolizzare, ma non è così, ogni giorno ci tocca la nostra parte di prepotenza, di uso arbitrario del piccolo o grande potere. Questo rosario delle incriminazione di consigliere regionali che si sono fatti pagare dai soldi pubblici financo le mutande verdi e gli assorbenti, non finisce mai; come continui sono i casi di corruzione dei nostri funzionari, dove sicuramente qualcuno ha chiuso gli occhi (cerchiati d’oro) e non ha visto lo stoccaggio di rifiuti pericolosi sotto il manto dell’autostrada.

Ma attenzione questa patologia del potere non solo risparmia pochi, ma si annida anche in ogni forma che va assumendo la politica. L’uomo solo al comando, la finzione di discussione democratica e trasparenza, forme insulse di partecipazione, imposizioni di soluzioni non meditate e non verificate sono l’ambiente di coltura di una potere che si degrada, ma che diventa sempre più forte e autoritario.

E questo riguarda la politica ma non solo, riguarda l'economia, la stampa, ecc.







venerdì 10 gennaio 2014

Matteo Renzi … controllati


Diario 240




Matteo Renzi … controllati

Questa è l’invito che molti, amici, compagni fedeli, antagonistici, ecc. fanno quotidianamente al neo segretario del PD Matteo Renzi. Ma è un invito che non può non cadere nel vuoto. E come se si invitasse un gatto a non cacciare i topi. 

Renzi è questo: spavaldo, pieno di sé, ambizioso, lingua sciolta, qualche volta più veloce del pensiero, arrogante, e, in qualche modo, si sente predestinato a salvare il Paese. Cosa aspettarsi da un predestinato?

Tutte virtù e vizi non controllati, non gestiti con intelligenza strategica, il suo credo fondamentale e “rompere” per passare, ma non sa bene cosa fare delle macerie. È convinto che piegherà tutti abbagliandoli con il gioco di fuoco delle parole e delle proposte, spesso generiche. Chi lo segue è nel giusto, altrimenti sbaglia e lui è pronto con il fucile puntato.

È giovane, ma non si tratta di una virtù ma solo di un fatto di calendario; ma alla sua giovinezza, come è giusto, affida le sue fortune, e fa anche finta che questa virtù lo fa paziente, può aspettare, ma ogni sua parola e gesta denunzia impazienza. È contro i riti ma ne costruisce di nuovi: le riunioni alle 7,30; la bicicletta; la colazione al sacco pagata di tasca propria, le riunioni fuori le mura di Roma. Tutte cose forse utili, sicuramente emblematiche ma che rischiano di denunziare la loro faccia propagandistica e non una regola di governo. La sua idea di collegialità è … un uomo al comando.

È il segretario del maggior partito (anche della “sinistra”) italiano, a questo ruolo si è preparto molto per tempo, le varia riunioni alla Leopoldo dovevano servire a formare una piattaforma per il nuovo possibile, per il nuovo segretario, per il nuovo capo del governo. Ma non si conoscono le sue opinioni su alcuni dati fondamentali della situazione italiana. Cito alla rinfusa, gli armamenti, la patrimoniale, il debito sovrano, la diseguaglianza, la fiscalità, l’acqua, le provincie. Su altre questioni affondi propagandistici e non chiari come il lavoro, la politica economica, l’industria pubblica, ecc. Certo non deve sapere tutto, ma la collegialità serve, appunto, per mettere a fuoco le diverse questioni e fare delle … proposte. 

La famosa proposta sul lavoro pare fatta a posta perché ciascuno ci trovi un fiorellino da raccogliere, ma essa è vaga e indeterminata. Un sommario dice sul quale lavorare. Lavorare chi, come, quando, a quale finalità. Ormai tutti si sono fatti scaltri, e ad ogni proposta puntano al dito sul … costo. Così il rischio e di non fare nulla o poco. 

Nelle proposte, comunque, manifesta il massimo del suo carattere: la “furbizia” (anche questa una virtù da gestire con attenzione e parsimonia). Per esempio le possibili “tre” diverse soluzioni di legge elettorale offerta ai partiti e al parlamento, non appare un fatto di democrazia, una apertura verso gli altri per giungere ad una scelta condivisa, ma piuttosto si tratta di alternative che hanno lo scopo di fare litigare i partiti, soprattutto quelli dentro la maggioranza. Una maggioranza e un governo che non ama, ma che deve ancora sopportare sottoponendolo a continue scosse telluriche (del resto il governo ci pensa da sé a fare pasticci e a offrirgliene il destro). 

Che sia l’uomo della … vittoria, lo sperano in molti. E se poi non fosse così? L’” Italia cambia verso” sembra un buon slogan, ma quale è il verso che il paese imbocca. È un cappotto rivoltato come si faceva durante la guerra o un capo nuovo?.

Il povero ha un handicap, è sorto nel momento sbagliato. Fino a dieci anni fa forse poteva andare bene, il paese, in qualche modo, andava avanti quindi una sferzata di gioventù e di un riformismo pasticciato poteva servire, ma ora non è così. È appena sorto il 2014, l’anno delle ripresa, che già si avanzano dubbi non solo sulla ripresa ma anche sulla ripresina. Le ricette proposte da Renzi, piacciono o non piacciano (l’opportunismo è merce abbondante), non colgono il momento di transizione, non hanno sentore della modifica strutturale del sistema capitalista (di cui in questo diario si è più volte scritto). Dove ci porterà l’inconsapevole Renzi e la sua giovane squadra, “verso” quale Italia? Nuvole, nuvole.