lunedì 24 febbraio 2014

Renzi - il potere e il tradimento


di Barbara Spinelli

È fatale: una volta che hai scelto Tony Blair come modello, per forza approdi al tradimento. Tradimento della sinistra e dell’Europa che pretendi risuscitare, tradimento di promesse fatte nelle primarie o nei congressi. Non dimentichiamo il nomignolo che fu dato al leader laburista, negli anni della guerra in Iraq: lo chiamarono il «poodle di Bush jr», il barboncino-lacchè sempre scodinzolante davanti alla finte vittorie annunciate dal boss d’oltre Atlantico. Non dimentichiamo, noi che ci siamo imbarcati nel bastimento della Lista Tsipras, come Blair lavorò, di lena, per distruggere il poco di unione europea che esisteva e il poco che si voleva cambiare. Fu lui a non volere che i Trattato di Lisbona divenisse una vera Costituzione, di quelle che cominciano, come la Carta degli Stati Uniti, con le parole: «Noi, il popolo....». Fu lui che si oppose a ogni piano di maggiore solidarietà dell’Unione, e rifiutò ogni progetto di un’Europa politica, che controbilanciasse il potere solo economico esercitato dai mercati e in modo speciale dalla city.
Renzi è consapevole di queste cose, o parla di Blair tanto per parlare? E il ministro degli Esteri Mogherini in che cosa è meglio di Emma Bonino, che al federalismo europeo ha dedicato una vita e possiede una vera competenza? Federica Mogherini ha concentrato i suoi interessi sulla Nato innanzitutto, e poi sull’Europa. Chissà se è consapevole della degradazione dell’Alleanza atlantica, nei catastrofici dodici anni di guerra antiterrorista. Ma ancor più inquietante è la rinuncia, in extremis, a Nicola Gratteri ministro della Giustizia. Questo sì sarebbe stato un segnale di svolta. La sua battaglia contro il malcostume politico e le mafie è la risposta più seria che l’Italia possa dare ai rapporti dell’Unione che ci definiscono il paese più corrotto d’Europa.

Non è ancora chiaro chi abbia lavorato contro la nomina di Gratteri. Forse il Quirinale, per fedeltà alle Larghe intese; di certo le destre di Alfano e Berlusconi, con il quale Renzi vuol negoziare le riforme della Costituzione. È stato detto che non è bene che un pm diventi guardasigilli. Anche qui, la rimozione e l’oblio regnano indisturbati: nel 2011, il Quirinale firmò la nomina del magistrato di Forza Italia Nitto Palma, vicino al Premier Berlusconi e Cosentino. Evidentemente quel che valeva per Nitto Palma è tabù per Gratteri. Il veto al suo nome è ad personam, e accoglie la richiesta della destra di avere un ministro «garantista» (garantista degli imputati di corruzione, di voto di scambio, di frode fiscale, ecc). Al suo posto è stato scelto un uomo di apparato, Andrea Orlando, che solo da poco tempo si occupa di giustizia, che ha fatto la sua scalata prima nel Pci, poi nel Pds, poi nei Ds, poi nel Pd. Nel governo Letta era ministro dell’Ambiente. Auspica – in profonda sintonia con Berlusconi – la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale e la separazione delle carriere dei magistrati.

Infine il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan. Recentemente ha preconizzato l’allentamento delle politiche di austerità, che aveva difeso per anni. Non ha neppure escluso l’utilità di una patrimoniale. Ma di questi tempi tutti, a parole, sono contro l’austerità. Vedremo cosa Padoan proporrà in Europa: come passerà - se passerà - dalle parole agli atti. Al momento non vedo discontinuità tra lui e Fabrizio Saccomanni. Naturalmente può darsi che Renzi farà qualcosa di utile per l’Italia: prima di tutto su lavoro e fisco. Non mi aspetto niente di speciale sull’Europa, per i motivi che ho citato prima.

Non credo nemmeno che creda in quel che è andato dicendo per mesi: «Niente più Larghe Intese!», o «Mai a Palazzo Chigi senza un passaggio elettorale». Altrimenti non avrebbe guastato tante parole nel giro di poche ore, giusto per andare a Palazzo Chigi e presentarsi - terzo Premier nominato - in un Parlamento di nominati. 
da:
 http://www.listatsipras.eu/blog/item/306-renzi-il-potere-e-il-tradimento.html




domenica 23 febbraio 2014

Governo Renzi? Ma!


Governo Renzi? Ma!


Diario 249

Da questo governo, come dal precedente ed anche di quello prima del precedente, non ci si può aspettare la soluzione della crisi, per assenza di teoria sulla stessa, ma almeno qualche provvedimento in grado di alleggerire il disaggio sociale della fasce più colpite. In passato non è stato così, ma non lo sarà neanche con il governo più giovane e femminile della storia delle repubblica.

Le ragioni sono subito detto: nonostante la stima di sé del presidente del consiglio, nonostante il suo attivismo, nonostante il suo ottimismo, non controlla operativamente la macchina del governo. Dei cinque ministeri più “pesanti”, Renzi ne ha dovuto cedere tre al NCD di Alfano (Interni, Infrastrutture e Sanità), degli altri due uno va ad un tecnico, il ministero dell’ Economia, che sebbene contrario all’austerità, dovrà fare i conti con i vincoli esistenti, l’altro, Esteri, è quello meno svincolato da Renzi. Si spiega solo per questo lo sgarbo fatto alla Bonino (e al Presidente della Repubblica), il presidente del consiglio ha preteso che almeno uno dei più pesanti fosse “suo”. Nell’altro ministero pesante, la Difesa, i ministri sono stati sempre succubi della struttura militare, non facilmente scalzabile, né pare intenzionata a questo la neo ministra (basti ricordare la sua posizione sugli F13).

Dei ministeri di seconda linea, per così dire, uno, lo Sviluppo, è conteggiabile a Berlusconi (ministro che ha la delega sulle telecomunicazioni), l’altro, Lavoro e Welfare, è affidato alle cooperative, che, sebbene “la Coop sono io”, non pare prometta bene, il terzo, l’Istruzione è affidato ancora ad un ex rettore, dopo che i due precedenti diciamo che non avevano fatto bene e comunque appartiene ad un alleato (Scelta civica).

Non parliamo dei conflitti di interesse che si incarnano in questa compagine ministeriale, tanto ormai nessuno ci fa più caso.

Può darsi che Renzi pieghi alla sua filosofia di governo (quale sia ancora è oscuro) tutti i ministri che abbandonerebbero gli interessi rappresentati oltre che quelli personali per assecondarlo. Il mondo è cambiato, come dice Renzi, ma le relazioni di interessi non sono scomparsi.

Ma ecco la domandona: quale è la maggioranza del governo Renzi? C’è una maggioranza formale, che è quella che voterà la fiducia imperniata nell’alleanza con Alfano. C’è ancora una maggioranza formale per le Riforme che comprende Berlusconi. Già questo complica la vita, ciascuno degli alleati di Renzi vuole la morte (politica? Ovviamente) dell’altro, cosa che non rende il percorso del governo e delle riforme senza ostacoli. Né, dopo il giuramento, la minaccia delle elezioni funziona più, sarebbero una sconfitta soprattutto per Renzi.

Ma forse, maliziosamente, si potrebbe presupporre l’esistenza di una maggioranza sostanziale, di fatto non esplicitata neanche tra i due protagonisti, Renzi - Forza Italia. Non si tratta di machiavellismo, ma solo di realismo (con una punta di opportunismo); ma questo non sarebbe bene per il paese e neanche per l’apprezzamento dei cittadini per la “politica”. Spero di sbagliarmi.



venerdì 14 febbraio 2014

Renzi, sempre più Renzi, per quale Governo?



Renzi, sempre più Renzi, per quale Governo?

Diario 248


Da un paio di giorni non riesco a scrivere questo diario. Intanto perché mi sembrava impossibile che i fatti si svolgessero come poi si sono svolti, mi pareva una pazzia da tutti i punti di vista.

Un’altra difficoltà che mi ostacolava era quella di come titolare questo numero del Diario. L’idea di utilizzare termini come “rischio” o “risico”, o “azzardo”, sembrava la cosa più semplice, dato che tutti gli osservatori mostravano di cautela in quella che sembrava la strada imboccata da Renzi, ma contemporaneamente banale. L’altra possibilità era quella di titolare con “torna la DC”, del tutto giustificato non tanto e non solo per lo scontro tra i due, non solo per i “tradimenti”, non solo per la tattica adottata dalla maggiore delle opposizioni interne alla PD, ma anche e soprattutto per la riscoperta del famigerato “spirito di servizio” alla cui ombra si sono consumati le peggiori evoluzioni del nostro paese. Infatti quando Renzi sostiene che tutti lo spingono, che tutti gli chiedono “responsabilità”, che il “suo” personale interesse sarebbe diverso, non fa che evocare, appunto, lo “spirito di servizio”, facendo finta di non capire che quello stato di necessità è stato da lui stesso creato. Ma anche questo titolo mi sembrava piegasse verso il banale. Certo ho risorto il problema con altrettanta banalità, ma spero di richiamare l’attenzione che la qualità programmatica di questo governo è ancora misteriosa.

Oggi la strategia di Renzi appare chiara, come ha scoperto, pare con meraviglia, Letta: fin dall’inizio ha puntato a Palazzo Chigi. E per evitare di figurare come Caino, il fratello cattivo, non ha fatto che dichiarare la sua estraneità al governo, il suo sostegno, certo critico, all’amico Letta, ma sempre di sostegno si è trattato, e, a conferma, si ritaglia per sé il ruolo del “grande riformatore”. A questo scopo invita Letta all’attesa, il capo del governo non doveva muoversi, doveva aspettare a proporre il nuovo patto all’alleanza, doveva avere pazienza a proporre il rimpasto necessario. Fermo, fermissimo doveva stare per evitare di ostacolare la “grande riforma”. Letta, credulone, fiducioso delle parole, che per altro non è un fulmine di guerra, sta fermo, non capendo che, così facendo, Renzi avrebbe finito per farlo apparire incapace e “impantanato”, chiuso dentro un recinto di inerzia, predisponendo le condizioni per il sacrificio.

Renzi e il PD potevano essere critici con il governo, ma era il loro governo e quindi dovevano aiutarne l’azione, suggerire cosa sarebbe stato necessario e opportuno fare, proporre provvedimenti utili al paese, ma niente di tutto questo, Letta abbandonato a se stesso alla sua maggioranza composita, e privato, perché così voleva Napolitano e anche Renzi, dell’unica arma a disposizione per costringere la sua maggioranza ad assecondarlo: le dimissioni e le elezioni. Tutto il pasticcio sull’Imu, la resistenza di Alfano, ecc. potevano essere evitate se Letta poteva minacciare le elezioni, ma questa parola gli era preclusa. Così fiducioso restava fermo, mentre gli veniva sottratta la terza sotto i piedi. Voglio dire, senza che questo abbia nessun risvolto politico, che in tutta questa storia quello che ne esce meglio con dignità è Letta. Ingannato, beffato, ma non comprato.

Qualcuno dei fedelissimi di Renzi ha dichiarato che di lui ci si poteva fidare perché diceva sempre quello che pensava. Mai affermazione fu così azzardata. O Renzi è un gran bugiardo, o cambia idea con troppa facilità. Appare sicuramente come un grande affabulatore, e appunto per questo anche bugiardo, inaffidabile, ambizioso, presuntuoso, spregiudicato e irresponsabile. Tutti hanno sentito con le proprie orecchie, ieri, affermare: ci vuole un mutamento radicale, un nuovo passo e un nuovo orizzonte, e nello stesso tempo invocare l’attuale maggioranza. Va bene avere di sé una grande opinione, va bene considerarsi geniale, confortato dalla velocità con la quale ha convinto Berlusconi ad adottare la sua (intendo di Berlusconi) riforma elettorale, ma la realtà va guardata per quella che è. È convinto, credo, che il suo progetto di legislatura costituisca la carta vincente, perché conviene a tutti, per operare il proposto mutamento radicale (mai definito nei suoi termini concreti). È vero che si tratta di una convenienza, ma poi i dati della realtà potrebbero anche far mutare le convenienze.

Adesso quali sono gli scenari possibili, tutto è incerto ma facciamo qualche tentativo.

Intanto Napolitano potrebbe inviare Letta alle camere, anche perché così richiesto da M5* e PDL. Non credo che lo farà perché non vuole ancora di più drammatizzare la situazione. Ma se la facesse, non sarebbe un passaggio facile e indolore per il PD.

Napolitano accetta le dimissioni, fa delle rapide consultazioni, e incarica Renzi di formare una maggioranza e una composizione ministeriale.

A Renzi si aprono tre possibilità:

Andare con la maggioranza di Letta con qualche modesto innesto. In questo caso il socio di controllo sarebbe ancora Alfano, che ha già fissato i paletti e messo avanti i provvedimenti che interessano il NCD e indicato quelli assolutamente non accettabili. In questo caso Renzi dovrebbe annacquare il suo programma, il tutto per una maggioranza non particolarmente forte , ma sicuramente di “controllo”. Niente diritti civili, niente patrimoniale (a messo che a essa pensi Renzi), niente jus soli, molte vendite del patrimonio, magari qualche condono di varia natura, ecc. Renzi si può ribellare e puntare ad una diversa maggioranza.

Una maggioranza spostata più a sinistra dove SEL prende il posto del NCD (i due partiti si sono dichiarati incompatibili). Ma in questo caso i numeri non ci sono, si può sperare nella pattuglia dei dissidenti M5*, ma questo appoggio dovrebbe essere esplicito (cosa difficile da ottenere) e consistente tanto poter avere la maggioranza anche al senato. Renzi potrebbe sperare di trovare i voti in parlamento. Ma Napolitano, non potrebbe accettarlo, così come ha fatto con Bersani, dovrebbe rimandarlo indietro e invitarlo a tornare con “numeri certi”. Sarebbe un danno di immagine, e non solo, distruttivo.

Ma Renzi ha ancora una carta, il tono spregiudicato e la capacità di cambiare idea, che lo caratterizza, potrebbe tentarlo: la Grande coalizione. Tante giustificazioni: lo stato del paese, l’unificazione della maggioranza di governo con la maggioranza delle riforme, la possibilità di intendersi su alcune questioni scottanti dato che il PDL (Berlusconi) pur di rientrare in gioco, avere tempo per riorganizzarsi e costruire un nuovo leader, sarebbe ben disposto. Certo che sia Renzi a riportare al governo Brunetta, la Santanchè ecc. può apparire paradossale. Ma Renzi ai paradossi vuole abituarci.

La grande coalizione farebbe brindare Napolitano, che da sempre tifa per la grande coalizione, e Grillo (che non sperva in un simile regalo). Grandi festeggiamenti e tramonto definitivo del PD, ma Renzi pensa di poterne fare a meno.

Certo è uno scenario poco credibile, ma è l’unico che garantisce pieno successo a Renzi. Improbabile ma non da scartare.
         

martedì 11 febbraio 2014

Il “golpe” … desiderato


Il “golpe” … desiderato

Diario n. 246



La pubblicazione di un recente libro sull’anno 2011, con le rivelazioni sulle azioni di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, ha scatenato una grande agitazione tra le forze politiche e i giornalisti, con l’accusa a Napolitano di avere organizzato un golpe. Una agitazione fondata? credo proprio di no. Forse il Presidente della Repubblica è andato un po’ oltre alle proprie prerogative: ha fortemente voluto il governo Monti, e noi l’abbiamo pagato, ma quello che ha fatto era sotto gli occhi di tutti e registrato puntualmente sulla stampa. A questo scopo vi allego una ricostruzione pubblicata dal Il Manifesto che mette in chiaro che tutti sapevano e tutti … volevano. A cominciare da chi oggi fa lo scandalizzato.

A margine della pubblicazione del libro vorrei osservare che la “riservatezza” non è connotato della nostra classe dirigente (politica e no): tutti hanno rilasciate interviste inutili, perché tutto si sapeva, ma “io sapevo”, “io ho avuto la confidenza”, “a me è stato chiesto consiglio” ha premiato la vanità di questi personaggi.

Da Il Manifesto 11 febbraio 2014

La riscoperta dell'amato «golpe»
di Andrea Fabozzi

Dunque Mario Monti riceve l'incarico di formare il suo primo governo nel novembre 2011, ma già a luglio si par­lava di lui come sostituto di Silvio Berlusconi. Scoop o lancio promozionale che sia, il Corrie­re della Sera ha le carte in regola per farlo. Ha infatti tutto nel suo archivio, tutto già compo­sto e raccontato. Tradizionalmente parco -« sobrio» si dirà poi -, tra luglio e agosto di quell'anno Monti scrive quattro editoriali in fila sulla prima pagina del Corriere. Bastano i titoli. «Troppo timidi per crescere», «Quello che serve (davvero) al paese», «Il podestà fore­stiero», «Un nuovo governo dell'economia». Il secondo, un programma (davvero) di gover­no, Monti lo pubblica anche sul Financial Ti­mes, l'altro giornale che ieri ha scoperto, con un po' di ritardo, cosa stava succedendo quel­l'estate. Scoppia la tempesta degli spread, dal­l'Europa piovono diktat che il governo Berlusconi-Tremonti puntualmente sottoscrive, ed è proprio il Corriere a lanciare l'alternati­va: «La ricetta Monti» compare nei titoli di quel giornale, mentre le cronache lì come al­trove informano che il governo tecnico è die­tro l'angolo. Per conoscere la «ricetta» biso­gnerà aspettare solo qualche settimana, la si potrà assaggiare in forma di decreti.

Napolitano tramava nell'ombra? Nell'om­bra no di sicuro, altrimenti non avrebbe potu­to ricevere il sostegno e l'incoraggiamento del Corriere che l’11 luglio puntualizzava: «Si sono creati i presupposti per una sorta di uni­tà nazionale a geometria variabile». Il presidente della Repubblica aveva già fatto di tutto compresa l'inaudita consultazione al Quirinale dei capigruppo parlamentari, con il governo ancora saldo in carica. Quotidiani i suoi appelli alla collaborazione tra partiti, proprio a luglio diventati più che espliciti con la richiesta di «coesione nazionale per affron­tare le difficili prove». Le opposizioni non se lo fanno ripetere e danno il via libera alla ma­novra di Tremonti, ma Napolitano vuole esse­re ancora più chiaro e aggiunge: «Bene, ma presto occorreranno altre prove di coesione». Il governissimo è in pista, Monti l'unico can­didato seriamente a guidarlo. Bindi, Letta e Bersani gradiscono pubblicamente. Il Giorna­le naturalmente no: «I poteri forti tramano: vogliono Monti» è un titolo da 25 luglio, ma del 2011. Interessante anche il sottotitolo: «Da Banca Intesa a Repubblica, ecco l'econo­mista scelto per dare l'assalto al governo». Banca Intesa cioè Corrado Passera, riscoper­to dallo scoop di ieri. E Repubblica cioè Carlo De Benedetti: che facesse il tifo per Monti era cosa nota non solo a Sant Moritz ma anche in Bocconi, dove l'Ingegnere era andato sem­pre in quel fatale luglio a parlare in pubblico della crisi e dei rimedi possibili con il professore (e con Bersani). L'altro testimone dell'ascesa di Monti «riscoperto» con tre anni di ritardo è Romani Prodi. Di lui il 24 luglio si po­tevano già leggere sulla Stampa le stesse parole ritrovate ieri sul Corriere: «Caro Mario - di­ceva allora l'ex presidente del Consiglio - sta­volta tocca a te». Un indovino?

Non serviva una seduta spiritica, visto che il 3 agosto il Financial Times, sempre lui, sa­peva già di un governo tecnico a guida Mon­ti. E Monti intervistato dal Tg5 confermava: «Accetterei solo con l'appoggio di tutti. È la stessa cosa che in passato ho già detto a Scal­faro e poi a Berlusconi». A settembre, cioè an­cora più di due mesi prima dell'incarico uffi­ciale, il presidente della Bocconi sedeva ac­canto a Napolitano a Cemobbio e ne approfittava per annunciare il suo programma. «La ri­cetta Monti, un pacchetto di misure con il sì di tutti» spiegava il Corriere, allora preveggen­te e niente affatto scandalizzato.

Mai «golpe» fu più telefonato. Perché nulla nell'entusiasmo dei giornali consigliava di­screzione al presidente della Repubblica. Il cui attivismo nel preparare l'alternativa al go­verno Berlusconi può essere criticato - e su queste pagine fu criticato - ma non può esse­re raccontato come un segreto da rivelare adesso. Tant'è che Napolitano lo rivendica, nella nota di ieri: Monti «appariva allora - e di certo non solo a me - una risorsa da tener pre­sente e, se necessario, acquisire al governo del paese». Di certo non solo a me.

L'esito era scritto. Arrivato finalmente no­vembre, fu giusto Prodi a rompere l'embar­go. «Monti. E l'ora di Monti», annunciò da Re­pubblica. Tre giorni dopo Napolitano nomi­nava senatore a vita, guarda un po', Monti. «Il sequestro della politica», attaccò subito il manifesto. Per i berlusconiani, invece, fu «un bel segnale». Allora.

lunedì 10 febbraio 2014

Letta – Renzi: parole, parole


Letta – Renzi: parole, parole


Diario 245


Ci sarà un rimpasto nel governo Letta per raggiungere i fatidici 18 mesi? Ci sarà un Letta bis, sempre tagliato per i 18 mesi? Ci sarà la staffetta con Renzi ma questa volta fino alla fine della legislatura? La discussione e aperta riempie le pagine dei giornali, le trasmissioni TV, i siti Internet, mobilita mente lucidi e meno. Una perdita di tempo, scommetto che Letta resta, farà il rimpasto, e tutto … come prima.

Non è che non si sa cosa i due vorrebbero fare, vogliono le stesse cose, solo che il segretario accusa il presidente di mancanza di vigore e determinazione (cose di cui pensa essere dotato). L’elenco delle cose che vorrebbero fare è sempre quello: rilancio dell’economia e soprattutto dell’occupazione, semplificazione, vendita del patrimonio, riduzione delle imposte a imprese e lavoratori, lavori pubblici, lotta alla criminalità, poi a condimento scuola, ricerca, beni culturali, ecc., dimenticavo crescita del PIL almeno dell1% quest’anno e del 2% l’anno prossimo (questa si che è una festa).

Per adesso titoli, i contenuti sono allo studio. Ed anche se questi ultimo fossero fissati con precisione, come è successo altre volte, niente garantisce della loro realizzazione, e questo neanche se fossero fissate sulla carta, con nome e cognome, i responsabili della loro realizzazione.

Il problema e che i due, e i loro consulenti (per bravi, per giovani, per sperimentati che siano), soffrono di “vuoto teorico”, convinti come sono che, sebbene la malattia sia grave ci si incammina verso la guarigione. Non si rendono conto di quello che è successo, non fanno mente locale che i rimedi tradizionali non servono; che finanziarizzazione dell’economia e progresso tecnico stanno stringendo il sistema economico-sociale mondiale in una morsa mortale, nella quale capitale superfluo e manodopera superflua non trovano (e non possono trovare, allo stato dei fatti), impieghi.

Le parole di speranza sono antiche, i loro contenuti sono da aggiornare, ma di qui non si scappa. Si può aspettare, ma nel mentre la situazione peggiora, si possono usare rimedi tampone che fanno respirare momentaneamente, ma i nodi vengono sempre più al pettine. Non basta dire sinistra, bisogna dire socialismo, e non sarà una passeggiata, ma bisogna sapere che più si aspetta più la reazione acquista velocità. Non è una partita a scacchi, uomini e donne sono spinte da esigenze vere, possono illudersi e scegliere, come già fatto storicamente, soluzioni drammaticamente pessime, ma i vuoti di potere non esistono.

martedì 28 gennaio 2014

Renzi: la palude e il suicidio



Diario 244


Renzi: la palude e il suicidio

Matteo Renzi, segretario del PD, ha avuto un merito, magari raggiunto con mezzi non proprio condivisibili, aver decantato la discussione sulla legge elettorale dai “modelli” a un testo “base”. Un testo sicuramente, dal mio punto di vista non condivisibile per le seguenti ragioni: la bassa percentuale per accedere al premio di maggioranza (35%); l’alta percentuale di esclusione (5%, 8%, 12%, secondo i casi) per le liste minori; la possibilità della coalizione di usare i voti dei partiti, della stessa coalizione, che non avessero raggiunto la quota di inclusione; l’assenza di ogni alternanza tra i due sessi.

Se il testo “base” venisse approvato nella forma nella quale è stato predisposto, non è neanche sicuro che il Capo dello stato potesse firmarlo data la sentenza della Corte Costituzionale, inoltre un possibile ricorso alla Corte Costituzionale non potrebbe avere esito diverso dal giudizio sul porcellum.

La riforma elettorale deve essere condivisa, ovviamente non all’unanimità, ma da una robusta maggioranza. Su questo si può essere d’accordo. Ma un testo è appunto di “base” perché sottoponibile a verifica e anche a modificazioni.

In Parlamento sono state avanzate le seguenti modifiche: innalzamento della percentuale per accedere al premio di maggioranza al 38-40% (personalmente è ancora troppo basso e mette in discussione l’eguaglianza dei cittadini votanti); l’abbassamento della percentuale senza raggiunta la quale le liste minori sarebbero escluse (al 3%), che, anche se non completa, garantisce al minimo la rappresentanza; lo “scorporo”, che si traduce nel fatto che una coalizione non potrebbe usare a proprio vantaggio i voti ottenuti da liste collegate che non avessero ottenuto la minima percentuale per essere rappresentata in parlamento, e questo contro le liste civette; forme di alternanza uomo donna; la reintroduzione del voto di preferenza.

Mi sembrano tutte proposte ragionevoli da discutere e da verificare circa la loro consistenza di consenso parlamentare.

Questa possibilità da Renzi è definita “palude”. Mi sembra un errore, un partito forte e un segretario forte non hanno paura né della discussione, né del miglioramento da apportare alla legge. Non mi pare che ci sia qualche gruppo che voglia tornare alla discussione dei “modelli” elettorali (quella si che sarebbe la palude), il modello (“base”) predisposto è accettato e tutti propongono ragionevoli miglioramenti.

Se invece il modello di “base” fosse immodificabile fino al consenso di Berlusconi (neanche Forza Italia, allora saremmo di fronte, non tanto ad un modello “base”, ma un modello berlusconiano (non è un caso che Berlusconi faccia il “bauscia” come dicono a Milano, affermando che la riforma è la sua non di Renzi).

Berlusconi pare non accettare nessuna modifica (nonostante le aperure di Verdini), forse potrebbe accettare (forse) l’abbassamento della percentuale per evitare l’esclusione delle liste minore (con lo scorporo o senza?). Se Berlusconi non vuole il cambiamento allora anche Renzi non è disposta e nessuna modifica.

Così facendo il segretario del PD mi pari si impicchi con le proprie mani, e soprattutto non mi pare comprenda il ricatto e il bluff di Berlusconi. Nonostante quello che dice Brunetta, Berlusconi non vuole andare a votare subito, non è pronto, personalmente sarebbe “fuori”, al nuova FI è piena di problemi, non ha un candidato da contrapporre a Renzi, ecc.

Cosa farà Renzi se il parlamento gli disubbidisce e approva delle modifiche? Mette in crisi il governo? si predispone alle elezioni (con il proporzionale o con la nuova legge corretta?). Dopo tutto quello che ha detto questo evento sarebbe una sconfitta, e anche se vincesse le elezioni (forse) il suo smalto di cavaliere coraggioso diverrebbe opaco soprattutto all’interno del suo partito. Ma dopo le elezioni sarebbe ancora il candidato alla presidenza del Consiglio? Il suo progetto di rinnovamento dove finirebbe? Le riforme costituzionali per le quali si è impegnato che fine farebbero?

La democrazia non comando, è un paziente lavoro di convincimento e anche di mediazione, un’attitudine che il nuovo segretario del PD proprio non ha, a lui piace fare di testa propria e, soprattutto, di comandare. 


Il caso Passalacqua e la burocrazia tra corruzione e incapacità

Il caso del presidente dell’INPS mette a nudo come i grandi burocrati dello Stato non perseguano il bene comune ma il proprio. Forse una riforma del “lavoro” dovrebbe riguardare proprio la burocrazia (a tutti i livelli). Questa sarebbe al vera riforma della pubblica amministrazione non i “tagli”.

Quello di cui si ha esperienza, a tutti i livelli (nazionali, regionali e locali), e che la burocrazia appare per una quota non piccola corrotta (dal direttore generale, al vigile, dalla guardia di finanza, al direttore dell’ASL, al geometra del comune, ecc.). Di tutta un’erba un fascio? No, ma i fiori rischiano di essere fortemente inquinati dall’erbaccia.

Ma va detto con chiarezza non si tratta soltanto di corruzione, la cosa altrettanto importante è l’incapacità. La burocrazia pubblica è il pilastro di uno stato moderno se essa appare incapace è tutto l’edificio che traballa. La cosa che emerge è una spesso inadeguatezza di tale burocrazia a svolgere il proprio compito con media maestria.

Anche in questo caso si fa di tutta un’erba un fascio, no! Ma in questo caso i fiori sembrano ancora minori. Vorrei significare che leggendo le cronache e facendo aggio sulle esperienze la burocrazia è meno corrotta di quanto non sia incapace. 

Lista per Tipras

Ho aderito alla campagna per una lista alle elezioni europee del 25 maggio per Alexis Tsipras, leader del partito unitario greco Syriza. 

Per adesioni collegarsi con bit.ly/listatsipras







giovedì 23 gennaio 2014

Matteo è familiare



Diario 243

Matteo è familiare
Ormai tutti lo chiamano Matteo, sulla stampa si legge sempre più spesso fare riferimento al segretario del PD con il nome di battesimo. Sarà contento, ormai siamo molto oltre la sconfitta dell’estraneità, ha conquistato i cuori. Neanche a Berlusconi era riuscito tanto (il Cavaliere, il presidente, Silvio Berlusconi) non è una questione di età, o almeno non è solo una questione di età, è il filing che “Matteo” è riuscito a creare con il pubblico e il personale delle comunicazioni. Gli attributi negativi (arrogante, impulsivo, egocentrico, ecc.) non gli fanno ombra, al contrario lo rendono più simpatico.

Lo si invoca come prossimo, ma molto prossimo, presidente del consiglio, non è l’uomo forte, o lo è in una certa maniera, ma è l’uomo a cui affidare la rinascita del paese, il rilancio economico, il dilagare dell’occupazione soprattutto dei giovani, ecc. Se poi per ottenere questi risultati (improbabili) dovrà usare un po’ di forza, dovrà mettere a tacere l’opposizione, va bene lo stesso. Insomma siamo di fronte ad una nuova mitologia (anche Berlusconi pare preoccupato).

Personalmente, per quello che vale, non mi è simpatico, né gli riconosco il merito di avere messo in movimento il paese “verso” le riforme; il “verso” non è privo di significato. Queste ultime, mi pare, non sono l’obiettivo quanto lo strumento, e se non sono pacifiche meglio, gli oppositori possono essere indicati come i conservatori, gli immobilisti.

Ma non è antipatia la mia, quanto preoccupazione. Se guardo alla soluzione della legge elettorale mi pare di capire che la sensibilità politica del neo segretario del PD sia molto scarsa. Non mi riguarda direttamente l’idea di partito che Renzi incarna: una caserma, qualcuno ha detto, dove c’è da obbedire al caporale di giornata. Ma certo in questo modo si ferisce la democrazia proprio nei suoi strumenti di organizzazione, nei suoi corpi intermedi, ma su questo terreno quanto danno è stato già fatto (Renzi ha la strada facile). Ma che si possa segnalare l’assoluta dissonanza rispetto a ciò che in modo confuso (appunto crisi dei corpi intermedi) la società esprime.

Non sono un grande stimatore del “voto di preferenza”, ma perché c’è oggi un sostanziale consenso alla necessità di ripristinare questa pratica elettorale e perché Berlusconi si oppone? Detto francamente non credo che si tratti di una questione di democrazia, né di un più stretto legame tra l’elettore e il rappresentante. Io credo che il ripristino delle preferenze ha a che fare con il cattivo, pessimo, uso che i partiti hanno fatto delle liste bloccate. Più o meno, alcuni sicuramente meno, le liste bloccate sono state utilizzate non in termini di rappresentanza, ma piuttosto in termini di “fedeltà” (al capo partito, al capo corrente, a chi pagava, ecc.). Le due camere sono state riempite di insignificanti personaggi, di impresentabili mestatori – su alcuni dei quali è intervenuta pure la magistratura -, di favoriti/e, di pagliacci pronti ad offrirsi a chi più, direttamente o indirettamente pagava, e compagnia cantando). È qui l’origine di una rivendicazione delle preferenze.

Offrire in cambio all’elettore la “lista corta”, in modo da poter conoscere chi sarà eletto, è un vero e proprio imbroglio. Se nella lista corta c’è qualcuno che secondo me non merita, o se chi merita è all’ultimo posto con scarsa possibilità di successo, che faccio? Voto un altro partito?

Un tema ricorrente degli ultimi anni, a diversi livelli, compreso quello politico, è stata la “crisi della rappresentanza”. Anche di questo una nuova legge elettorale avrebbe dovuto occuparsi. L’ha fatto ma al contrario. Un sistema democratico si basa sul fatto che ogni testa è un voto, e che ogni voto ha lo stesso peso di ogni altro (proporzionalismo), Si può portare una qualche correzione a questo sistema, forse si, ma a patto che la correzione sia modesta e attenta a non deragliare dal principio democratico di fondo. Certo le liste civette sono di fatto una mistificazione della rappresentanza, alcune un vero e proprio imbroglio (vedi le elezioni regionali piemontesi), ma l’articolazione politica, che può sembrare anche eccessiva, è rappresentativa di interessi, di opzioni culturali, di ipotesi di trasformazione, anche di idealità. Non è possibile cancellare tutto questo sia con la scusa delle liste civette (le quali al contrario trovano in questa legge alimento in quanto “civette” e non interessate alla rappresentanza), sia con l’altra apparentemente più seria della governabilità. La nuova legge elettorale fa piazza pulita. Innalza in modo non adeguato ad una corretta rappresentatività la percentuale che le singole liste (coalizzate o meno) devono raggiungere. Le prime simulazione dicono che in parlamento sederanno tre forse quattro forze politiche, cancellando, questo è il termine esatto, milioni di voti espressi per partiti o movimenti che non hanno raggiunto il quorum. Si può dire che siamo di fronte ad un’aberrazione della democrazia e della politica?

Capisco l’interesse che l’ex senatore Silvio Berlusconi, prossimo per essere affidato ai servizi sociali, mostra per una legge elettorale che si basi sui “nominati” e sulla eliminazione dei piccoli partiti. Mi è invece misterioso quale possa essere l’interesse di “Matteo”, a meno di non fare brutti pensieri.

Lista per Tipras

Ho aderito alla campagna per una lista alle elezioni europee del 25 maggio per Alexis Tsipras, leader del partito unitario greco Syriza.

Per adesioni collegarsi con      bit.ly/listatsipras

mercoledì 22 gennaio 2014

La profonda sintonia


Basta leggere i giornali di centrodestra di oggi, e meglio ancora il ‘mattinale’ di Forza Italia, per fare al volo il conto dei vantaggi e degli svantaggi innescati dall’incontro di ieri fra Renzi e Berlusconi. Fanno sorridere in verità le accorte profezie sulla durata del governo Letta, da ieri ”ancorato” a un programma di riforme istituzionali che dovrebbe tenerlo in vita per almeno un anno. La verità è che d’un balzo i pesi dei giocatori in campo sono stati completamente redistribuiti. Letta (nipote) avrà pure più tempo davanti (e poi chissà, vatti a fidare), ma dipende in tutto e per tutto da Renzi e dal patto di Renzi con Berlusconi (e con Letta zio), non più da Giorgio Napolitano il quale esce a sua volta a dir poco ridimensionato, se non strategicamente sconfitto, dallo storico incontro. Angelino Alfano ha praticamente un cappio alla gola, e se aveva fatto conto, per sopravvivere, su una svolta proporzionalista adesso deve cominciare a meditare i termini di un rientro nella casa bipolare del Capo.  Silvio Berlusconi è di nuovo al centro della scena (qualcuno aveva davvero creduto che ne restasse fuori solo perché giuridicamente decaduto?). Il Pd, che solo domani discuterà la proposta di legge elettorale messa a punto dal suo segretario col Cavaliere, è ridotto a quello cui ha voluto ridursi, un’appendice del leader (ricorda qualcosa?). La legge elettorale infine, posta in gioco solo apparente dello storico incontro, è più che mai in alto mare, perché è tutta da verificare la congruenza fra il disegno di R-B e le indicazioni della Corte costituzionale: e dunque, alla fine, anche il come e il quando delle prossime elezioni è tutto da vedere.
FIne del conto al volo. Il quale spazza via in un batter d’occhio l’isterica caciara formalistica fra antirenziani e antiberlusconiani da un lato e filorenziani e filoberlusconiani dall’altro sull’opportunità o meno dell’incontro che ha tenuto banco nelle quarantotto ore precedenti. Dimostrando l’ovvio, e cioè che se è lecito, e perfino dovuto, consultare sulla legge elettorale il leader (decaduto per frode fiscale) del secondo partito, che quest’ultimo ne esca più o meno rilegittimato dipende dal ”come” della consultazione stessa. E il ”come” non si riduce affatto al luogo dell’incontro, alla soglia simbolica del Nazareno o alle (poche) uova marce lanciate contro il Cavaliere. Il come è sostanza, e sta nelle due paroline magiche che Renzi ha scelto per siglare la serata: ”profonda sintonia”. Una sintonia che non va riferita purtroppo solo al risultato dell’incontro, ma alle sue premesse.
Giova fare in proposito un esercizio – impopolare – di confronto col passato. Non sono pochi coloro, a partire da Marco Travaglio, che oggi derubricano le responsabilità di Renzi riconducendole alle ventennali responsabilità dei leader del Pds-Ds-Pd, in primis Massimo D’Alema, nel ”legittimare” Berlusconi. Il rottamatore non avrebbe fatto altro, in sostanza, che allinearsi con i rottamati. Peccato che il paragone fra Renzi e D’Alema non stia in piedi. Nel ’96, quando prese inizio l’avventura spericolata della Bicamerale che avrebbe dovuto riscrivere con Berlusconi mezza Costituzione, Berlusconi aveva la maggioranza assoluta dei voti: aveva stravinto le elezioni nel ’94, le aveva perse nel 96 ma d’un soffio, e non per un calo di voti. L’impatto revisionista della sua ”nuova destra” – che agitava, va ricordato e non lo si ricorda mai, la minaccia di un’assemblea costituente in cui sarebbe stata maggioranza – era enorme, e il tentativo di ”imbrigliarlo” nella riscrittura delle regole era volto non a legittimarlo, ma a contenerlo. Fu un tentativo perdente, perché il progetto di Berlusconi era un progetto eversivo, irriducibile alla legalità e al galateo costituzionale: e questa è storia del ventennio passato. Ma oggi, Berlusconi non ha la stessa forza elettorale di allora, e il suo progetto eversivo nemmeno: la sua irriducibilità alla legalità, com’è noto, gli si è rivoltata contro, il suo declino è stato sancito giuridicamente, le sue ricette neoliberiste non hanno retto alla prova tragica della crisi degli ultimi anni, la sua riforma della Costituzione, approvata senza l’apporto del centrosinistra, è stata sconfitta dal referendum del 2006. Oggi sì, dunque, richiamarlo in campo significa ri-legittimarlo ben al di là della sua legittimazione effettiva. E significa soprattutto un’altra cosa: che questa rilegittimazione è possibile perché implica una completa interiorizzazione della sua agenda. ”Profonda sintonia”, appunto: non solo – si badi – sulla legge elettorale, ma sulla revisione della Costituzione, della forma di Stato (la riforma del federalismo) e di governo (il combinato disposto far legge elettorale e riforma del bicameralismo). 
Il tema dunque va spostato: dalla ”resurrezione” di Berlusconi – che per quanto sia stupefacente non è una novità, data la pervicacia del centrosinistra nell’ucciderlo giudiziariamente senza seppellirlo politicamente – all’intronamento a furor di media e di primarie di Matteo Renzi. Spiace per quanti, a partire da Repubblica, avevano salutato nel giovane segretario del Pd l’avvento del tempo nuovo e oggi si ritrovano risospinti improvvisamente nel vecchio: ma per chi avesse occhi per vedere, la ”profonda sintonia” fra l’agenda di Renzi e quella di Berlusconi era chiara, chiarissima, ben prima dello storico incontro. Paradossalmente non ha tutti i torti il cinismo dei giovani dirigenti più vicini al segretario, quando dicono che Renzi può ricevere il Cavaliere senza temerne l’impatto personale. In gioco infatti non c’è solo né tanto la rilegittimazione della persona Berlusconi, quanto la legittimazione da sinistra della sua eredità. Ovvero l’ammissione, da sinistra, che tutto sommato aveva ragione lui su tutto, e che basta fare meglio di lui le cose che voleva fare lui per ”cambiare verso” al paese. Questo e non altro è il senso della ”profonda sintonia”. 

lunedì 20 gennaio 2014

Una legge elettorale extra-parlamentare



Diario 242


Una legge elettorale extra-parlamentare 



È giusto! la legge elettorale, essendo una legge-regola, deve essere approvata con il massimo di consenso delle forze politiche (tendenzialmente tutte). 

La procedura adottata da Renzi, solo apparentemente risponde a questa esigenza, in realtà tende a rafforzare le oligarchie di comando dentro i singoli partiti. Si configura come una legge, che dovrebbe regolare l’accesso al parlamento, prodotta al di fuori del parlamento, con una trattativa personale del segretario del PD con i capi delle altre forze politiche e con un esito del tipo “mangiare questa minestra”.

Ciascun capo partito, che accettasse la soluzione, la proporrà al proprio partito incatenata, non emendabile, non modificabile; in caso contrario crollerebbe l’accordo con le altre forze e si tornerebbe al punto zero. Anche Renzi, si appresta lunedì a sottoporla per la ratifica al suo partito. Non alla discussione ma alla ratifica. Dopo di che passera alla ratifica dei gruppi parlamentari, che sotto il ricatto di elezioni anticipate non potranno che approvarla. 

La procedura seguita è probabile che alla fine ci darà una nuova legge elettorale, questo è un bene da verificare con il suo contenuto, ma non è una legge (le “regole”) condivisa dalle forze politiche, ma dai “capi” delle forze politiche sulla base di strategie politiche che nulla hanno a che fare con le regole e molto con le convenienze.

Non essendo un esperto di leggi elettorali, non essendo nota la stesura di merito di questa legge si può notare che vengono disattese i due principali elementi che hanno determinato il rigetto da parte della Corte Costituzionale della precedente legge: 1. La mancanza di potere dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, per quello che si legge la proposta prevede collegi numerosi e liste per ciascun collegio bloccate (niente preferenze); 2, pare, ma la cosa non è assolutamente chiara, che resti un premio di maggioranza anche se corretto rispetto alla legislazione passata. 

La legge dovrebbe garantire: rappresentanza e governabilità (una democrazia bipolare). Gli esperti ci fanno sapere che la governabilità in presenza di tre “gruppi” forti (la destra, il centro-sinistra, M5*) non è garantita, non solo ma neanche la rappresentanza, per non parlare del bipartitismo.


Incontro Renzi-Berlusconi 


La “consonanza” (che è qualcosa di più di un accordo, tra i due (un amico mi ha scritto che questo accordo gli ricordava il patto Molotov- Ribbentrop, dalla tragedia alla farsa) è ascrivibile all’evitare la crisi di governo, nessuno dei due si sente pronto (al di là delle affermazioni) e hanno bisogno di tempo per prepararsi alla battaglia elettorale l’uno contro l’altro (ai due contendenti importano relativamente le regole, hanno bisogno di “armarsi” per combattersi, e se uno crede alla sincerità dell’altro sa cosa gli capiterà). 

Può darsi che i due si dovessero incontrare, ma il modo ancor mi offende. E Renzi è caduto nella trappola: ha scambiato una consonanza sulla legge elettorale e sulle altre riforme costituzionali in cambio di una rilegittimazione di un condannato in via definitiva. Non è un caso che l’ex senatore ha detto specificatamente di voler giocare il ruolo di “padre della patria”. Siamo giunti a che un condannato per reati comuni e contro lo stato vuole vestire la toga di padre della patria. Per quando degradato questo paese, meriterebbe un padre con la faccia un po’ pulita.

Questa consonanza, di fatto antidemocratica nella misura in cui che è fondata sulla governabilità, sulla eliminazione del potere di veto dei partiti piccoli (che pur rappresentano qualcosa), e sulle liste bloccate oltre che sul premio per chi meglio si piazza, non lascia presagire niente di buono.

L’esercizio della democrazia è faticoso, ma nell'uno, né l’altro vogliono fare questa fatica, preferiscono l’espressione di un potere personale, l’uno basato sui soldi, l’altro sul consenso (attuale).

mercoledì 15 gennaio 2014

ll potere

Diario 241

Il potere

Chi mena scandalo per la “faccenda” che riguarda il ministro dell’agricoltura sottolinea fortemente il disprezzo per un ministro che usa un linguaggio non proprio consono; chi la difende sostiene che in casa propria ciascuno può usare il linguaggio che vuole e poi la ministra non è (ancora?) indagata. Il linguaggio sembra la chiave dell’accusa (da strada) e della difesa (ciascuno parla come vuole (e sa).

Ma è questo il problema che emerge? Al di là di ogni e possibile addebito penale, la vicenda è scandalosa perché appare come l’espressione di un potere senza principi. Certo tutta la storia governativa e no dell’ex senatore Silvio Berlusconi è stata una potente levatrice; ci ha abituati (assuefatti) a queste espressioni di potere. Ma non bisogna arrendersi, ogni volta ogni volta deve farci scandalizzare.

Da gradino a gradino siamo scesi in una fossa di serpenti e ratti, nella quale ogni minimo potere diventa fonte di arbitrio, manifestazione di puri interessi personali. La lingua usata dalla ministra ci parla di questo, non di un potere responsabile e democraticamente gestito, ma di una concezione feudale condita con le volgarità della nostra epoca.

Questo no, questo si, questo li, quest’altro qui, chi non si acconcia è scacciato come inconsistente, petulante e vano avversario.

L’autorità vuole autorevolezza, ma quello che ammanta le nostre autorità è solo meschina messa in scena di pressioni e di ricatti, di impotenza culturale e sociale riscatta da prepotenza e volgarità.

Fosse un caso quello del ministro si potrebbe metabolizzare, ma non è così, ogni giorno ci tocca la nostra parte di prepotenza, di uso arbitrario del piccolo o grande potere. Questo rosario delle incriminazione di consigliere regionali che si sono fatti pagare dai soldi pubblici financo le mutande verdi e gli assorbenti, non finisce mai; come continui sono i casi di corruzione dei nostri funzionari, dove sicuramente qualcuno ha chiuso gli occhi (cerchiati d’oro) e non ha visto lo stoccaggio di rifiuti pericolosi sotto il manto dell’autostrada.

Ma attenzione questa patologia del potere non solo risparmia pochi, ma si annida anche in ogni forma che va assumendo la politica. L’uomo solo al comando, la finzione di discussione democratica e trasparenza, forme insulse di partecipazione, imposizioni di soluzioni non meditate e non verificate sono l’ambiente di coltura di una potere che si degrada, ma che diventa sempre più forte e autoritario.

E questo riguarda la politica ma non solo, riguarda l'economia, la stampa, ecc.







venerdì 10 gennaio 2014

Matteo Renzi … controllati


Diario 240




Matteo Renzi … controllati

Questa è l’invito che molti, amici, compagni fedeli, antagonistici, ecc. fanno quotidianamente al neo segretario del PD Matteo Renzi. Ma è un invito che non può non cadere nel vuoto. E come se si invitasse un gatto a non cacciare i topi. 

Renzi è questo: spavaldo, pieno di sé, ambizioso, lingua sciolta, qualche volta più veloce del pensiero, arrogante, e, in qualche modo, si sente predestinato a salvare il Paese. Cosa aspettarsi da un predestinato?

Tutte virtù e vizi non controllati, non gestiti con intelligenza strategica, il suo credo fondamentale e “rompere” per passare, ma non sa bene cosa fare delle macerie. È convinto che piegherà tutti abbagliandoli con il gioco di fuoco delle parole e delle proposte, spesso generiche. Chi lo segue è nel giusto, altrimenti sbaglia e lui è pronto con il fucile puntato.

È giovane, ma non si tratta di una virtù ma solo di un fatto di calendario; ma alla sua giovinezza, come è giusto, affida le sue fortune, e fa anche finta che questa virtù lo fa paziente, può aspettare, ma ogni sua parola e gesta denunzia impazienza. È contro i riti ma ne costruisce di nuovi: le riunioni alle 7,30; la bicicletta; la colazione al sacco pagata di tasca propria, le riunioni fuori le mura di Roma. Tutte cose forse utili, sicuramente emblematiche ma che rischiano di denunziare la loro faccia propagandistica e non una regola di governo. La sua idea di collegialità è … un uomo al comando.

È il segretario del maggior partito (anche della “sinistra”) italiano, a questo ruolo si è preparto molto per tempo, le varia riunioni alla Leopoldo dovevano servire a formare una piattaforma per il nuovo possibile, per il nuovo segretario, per il nuovo capo del governo. Ma non si conoscono le sue opinioni su alcuni dati fondamentali della situazione italiana. Cito alla rinfusa, gli armamenti, la patrimoniale, il debito sovrano, la diseguaglianza, la fiscalità, l’acqua, le provincie. Su altre questioni affondi propagandistici e non chiari come il lavoro, la politica economica, l’industria pubblica, ecc. Certo non deve sapere tutto, ma la collegialità serve, appunto, per mettere a fuoco le diverse questioni e fare delle … proposte. 

La famosa proposta sul lavoro pare fatta a posta perché ciascuno ci trovi un fiorellino da raccogliere, ma essa è vaga e indeterminata. Un sommario dice sul quale lavorare. Lavorare chi, come, quando, a quale finalità. Ormai tutti si sono fatti scaltri, e ad ogni proposta puntano al dito sul … costo. Così il rischio e di non fare nulla o poco. 

Nelle proposte, comunque, manifesta il massimo del suo carattere: la “furbizia” (anche questa una virtù da gestire con attenzione e parsimonia). Per esempio le possibili “tre” diverse soluzioni di legge elettorale offerta ai partiti e al parlamento, non appare un fatto di democrazia, una apertura verso gli altri per giungere ad una scelta condivisa, ma piuttosto si tratta di alternative che hanno lo scopo di fare litigare i partiti, soprattutto quelli dentro la maggioranza. Una maggioranza e un governo che non ama, ma che deve ancora sopportare sottoponendolo a continue scosse telluriche (del resto il governo ci pensa da sé a fare pasticci e a offrirgliene il destro). 

Che sia l’uomo della … vittoria, lo sperano in molti. E se poi non fosse così? L’” Italia cambia verso” sembra un buon slogan, ma quale è il verso che il paese imbocca. È un cappotto rivoltato come si faceva durante la guerra o un capo nuovo?.

Il povero ha un handicap, è sorto nel momento sbagliato. Fino a dieci anni fa forse poteva andare bene, il paese, in qualche modo, andava avanti quindi una sferzata di gioventù e di un riformismo pasticciato poteva servire, ma ora non è così. È appena sorto il 2014, l’anno delle ripresa, che già si avanzano dubbi non solo sulla ripresa ma anche sulla ripresina. Le ricette proposte da Renzi, piacciono o non piacciano (l’opportunismo è merce abbondante), non colgono il momento di transizione, non hanno sentore della modifica strutturale del sistema capitalista (di cui in questo diario si è più volte scritto). Dove ci porterà l’inconsapevole Renzi e la sua giovane squadra, “verso” quale Italia? Nuvole, nuvole.



sabato 28 dicembre 2013

Diseguaglianze, stagnazione e … cecità

Diario 239 (28/12/2013)
  •   Diseguaglianze, stagnazione e … cecità   
  •  Animalisti senza anima   



Diseguaglianze, stagnazione e … cecità

Studiosi, premi Nobel, ricercatori e funzionari pubblici sono ormai numerosi a sostenere:

- che la condizione economica normale per un lunghissimo numero di anni sarà la stagnazione; ci saranno momenti modesti e brevi di ripresa economica, ma la linea di lungo periodo sarà caratterizzata da stagnazione;

- all'origine di questa situazione ci sono molte cause, ma principalmente gli effetti della deregolamentazione finanziaria legata alla mondializzazione e finanziarizzazione dell’economia;

- La situazione di crisi è alimentata dalle diseguaglianze: pochi possiedono molto, e questo molto cresce ogni anno anche nel periodo di crisi, e molti possiedono poco e sempre meno dentro la crisi.

Basterebbe leggere qualche libro, qualche articolo, ma anche chi non è avvezzo a questo tipo di informazione (i politici sempre più nuovi) la stessa documentazione potrebbero trovare in internet. Insomma pare chiaro che non sanno e non vogliono sapere. Si consolano con rimedi palliativi: meno austerità; meno spesa pubblica (che deprime l’occupazione); provvedimenti legislativi (di liberalizzazione) per creare posti di lavoro (come se questi ultimi si potessero realizzare con una legge); economia verde; ecc.

Anche i rimedi palliativi, come è noto, possono portare sollievo al malato, ma non lo curano. Lo stesso avviene nella realtà economica del mondo moderno.

Non so come debba essere il socialismo e il comunismo del XXI secolo, ma mi pare di capire che prospettare la proprietà pubblica dei mezzi di produzione rischierebbe di mettere in mano al pubblico dei “ferri vecchi”, mentre mi sembrerebbe sensato pensare ad un’economia mista, governata da regole semplici ed efficienti; ma sicuramente la modifica dei rapporti sociali di produzione passa per una riorganizzazione del mercato del lavoro: orario, sicurezza, ciclo di vita, ecc.

Ma una cosa sembra urgente: una lotta dura ed efficace contro le diseguaglianze. Di questa il governo non si occupa, al massimo ripete la giaculatoria della lotta all’evasione, ma non si tratta solo di questo. Gli “spiriti” animali che in astratto (sbagliato) farebbero bene allo sviluppo economico si sono dimostrati un disastro. Non solo un disastro per la poca previsione del futuro del pianeta (ambiente, mutamenti climatici, ecc.), ma soprattutto un disastro per l’economia (mondiale) e per la condizione di uomini e donne: riduzione dei consumi, miseria cumulativa, spreco di intelligenza scientifica e tecnologica, spreco di potenzialità e intelligenza di uomini e donne, ecc .

Le possibilità che oggi sono offerte alla specie in ragione degli avanzamenti scientifici e tecnologici sono foriere di un possibile mondo migliore, ma questo potrà realizzarsi sono basandosi su libertà e uguaglianza (e diritti), solo combattendo gli spiriti animali (che stranamente paiono trasmettersi attraverso il DNA, infatti, con modesti allargamenti sono sempre le stesse famiglie o i partecipanti di specifici gruppi sociali che ne sono dotati, mentre agli altri non resta che l’animalità), si potrà ottenere qualche risultato.

La lotta alla diseguaglianza, bisogna sapere, costituisce una vera “rivoluzione” , un notevole passo verso la rivoluzione sociale e una necessità anche per difendere democrazia e libertà.

Non si tratta di togliere a chi più ha per darlo a chi meno ha, ma fondare una nuova condizione umana nel quale il “soldo” non sia l’unico mezzo che garantisca prestigio e merito (molto spesso si tratta di pochissimo prestigio e di un merito opaco e discutibile).

Non mi immagino né una soluzione rapida né immediata, ma quello che fa specie e l’assoluta cecità (non di nascita ma acquisita) non solo della classe politica e specialmente di quella di governo, ma di quanti cercano strade impervie e senza sbocco sprecando intelligenza e tempo. Mi pare che il tempo sia sempre meno e che iniziative in questa direzione devono essere prese, e si tratta di iniziative che non possono essere il risultato di lotte di base (come si diceva un tempo) ma di una relazione stretta tra consapevolezza, mobilizzazione, conflitti e scelte di governo.


Animalisti senza anima

Il degrado della nostra società ha tanti sintomi, tante espressione, ma una che mi turba è l’adesione a quelle che è possibile definire sub culture. Credo che ciascuno di noi ha diritto alle proprie convinzioni e fedi, si tratta di un modo per “sentirsi bene”, come ripetono. L’idea che una fede possa determinare una migliore società ha avuto spesso esiti disastrosi, guerre di religioni, realizzazione di sette chiuse e nascoste, ecc. Una società che non riesce a guadagnare uno statuto laico è destinata, forse, a perdersi.

Si può essere vegetariani, si può essere vegani, si può essere crudicisti, una scelta personale garantita da libertà. Ma ci sono alcune di queste sub culture che per il lo intrinseco contenuto sono portatori della necessità di imporre il loro punto di vista. Uno di questi casi è quello degli animalisti. Non si tratta solo di un punto di vista che riconosce la necessità di un rispetto del mondi animale, la sua difesa, la cancellazione di abitudini violente e senza scopo (la caccia alla volpe, per esempio), ma di qualcosa di più. Gli animalisti, che dovrebbero essere tutti vegetariani, cercano di imporre punti di vista che a me paiono dissennati: come l’esclusione della sperimentazione sugli animali, come l’opposizione alla eliminazione di presenze in “sopra numero” (come i piccioni a Venezia, o i cinghiali in certe contrade, ecc.), ecc. Ma alcuni, spero non tutti, risultano accecati e violenti. Mi hanno sconcertato gli attacchi contro Caterina Simonsen che aveva dichiarato che la sua vita è il risultato di ricerche scientifiche, comprese la sperimentazione animale, che hanno permesso una cura alla sua malattia.

La reazione di alcuni animalisti è stata non solo fuori tono ma di una violenza inusitata. Del tipo: se sei viva con il sacrificio di animali non sei degna di vivere; piuttosto che sacrificare animali, fossero anche due topi, era meglio che fossi morta a nove anni, ecc.

Quello che preoccupa non è il caso specifico, degli imbecilli si trovano in ogni gruppo ma il sintomo della malattia che questo caso fa emergere: il degrado delle coscienze e dell’intelligenza.

La solidarietà con Caterina, appare necessaria, anche per combattere stupidità e violenza.

lunedì 16 dicembre 2013

Il forcone e il capitale

Il forcone e il capitale

di Ars Longa

 

(da: sinistrainrete 16 dicembre 2013)

 


Ho percorso duecento chilometri in auto negli ultimi due giorni ed ho trovato due blocchi del cosiddetto movimento dei forconi. Qualcuno ci vede il baluginare della rivolta che verrà, io ho visto la ripetizione di una tradizione italiana vecchia di un migliaio d’anni: la rivolta per il pane, l’assalto ai forni. Ho visto gente che ha perso tutti i contenitori politici nei quali era transitata. Ho visto gente smarrita non l’avanguardia rivoluzionaria. Ma so che alcuni ci hanno ricamato sopra una teoria e la teoria dice che questi 30.000 (ma facciamo anche 50.000 o 100.000) sarebbero l’avanguardia della massa che verrà. La teoria dice che questi protestanti – presto o tardi – diventeranno anticapitalisti perché capiranno che il capitalismo li sta massacrando. E così diventeranno anticapitaliste le masse che se ne stanno a casa oggi non appena la crisi morderà le loro “sicurezze”.

Questo dice la teoria. Solo che la teoria non funzionerà. Perché non funzionano così le cose.

A quei blocchi nessuno pensava minimamente al capitalismo o all’anticapitalismo. C’era gente che aveva perso qualcosa e la rivoleva indietro. E rivolevano indietro quel che avevano vissuto: un posto non troppo freddo ai margini del capitalismo. Un posto che – sono convinti – gli è stato tolto dalle iniquità dei governi, dalla mancanza di politiche protezioniste, dall’Europa, dalle tasse. 

E mi è venuto da pensare al fenomeno del cambiamento dei consumi di stupefacenti negli ultimi quarant’anni. Che centra? C’entra. Negli anni ’70 ci si faceva di eroina e di acidi lisergici. Ci si faceva di droghe che ti sparavano fuori da un mondo che si sentiva profondamente ingiusto e nel quale non si voleva rimanere. Dietro c’era tutto un movimento tra il culturale e il politico che postulava il rifiuto radicale dei modi di essere e di consumare. Dagli anni ’80 ha preso piede la cocaina e tutta la larga famiglia delle anfetamine. La droga che aiuta non a fuggire dal mondo ma a restarci e ad essere “performante”. Una droga sintonizzata sulla necessità di dimostrare di essere sempre sveglio, attivo. concorrenziale.

Guardavo la gente ai blocchi e pensavo che quella gente che mi dava i loro volantini volevano una sola cosa: essere di nuovo parte di un capitalismo che funziona. Non sanno come fare, non hanno le idee chiarissime ma due o tre concetti più o meno interiorizzati: sovranità popolare, lotta ai burocrati europei, lotta alla classe politica.

Guardavo i carabinieri alla curva della rotatoria. Immobili, passivi, lasciavano che il blocco ci fosse ma fosse “ragionevole”. Fermali sì ma poi falli passare dopo una decina di minuti. Ci ho parlato per un po’. La maggioranza faceva fatica ad articolarmi un discorso omogeneo. Quello che usciva fuori era un “prima” (quando si stava bene) e un “adesso” nel quale si sta male. Ridateci quello che avevamo, ridateci il capitalismo ben temperato. Segni di anticapitalismo? Nessuno. Neppure una briciola sparsa di luddismo.

Le facce smarrite e incazzate raccontavano soltanto la sorpresa e la paura di essere tagliati fuori definitivamente dalla fonte di ogni delizia. Non erano persone che si stavano riappropriando del loro essere cittadini ma, piuttosto, gente che rivoleva essere consumatori. Uno mi ha detto che voleva la meritocrazia e voleva che i migranti (non usava questo termine però) se me tornassero a casa loro. Un altro voleva uscire dall’Europa perché così saremmo stati di nuovo “padroni in casa nostra”. Padroni per fare che? Per tornare a consumare.

Era gente che non sa che una economia anticapitalista non prevede la Audi ma semmai una versione moderna della Trabant. Perché se “da ognuno secondo le proprie capacita’, ad ognuno secondo i propri bisogni”. Si tratta di ridistribuire equamente le risorse e la fettina di torta per ciascuno sarà uguale ma non sarà grande. Ma non volevano una cosa del genere, volevano esattamente la fetta che avevano prima. Volevano – appunto – un capitalismo come quello nel quale avevano nuotato sino a ieri. Volevano ricominciare a vendere per poi consumare, per poi vendere ancora e consumare di nuovo.

Io ho visto gente che rivoleva la gabbia perché neppure sa di essere in gabbia. Non c’era l’idea di un modello alternativo, c’era solo un urlo sottinteso: “rimettete in moto la macchina”. E la macchina si chiama capitale.

Non pretendo coscienze sociali che non si possono chiedere. Ma se questa che ho visto era l’avanguardia posso agevolmente immaginarmi la massa alla cui testa si muove. Non c’è nessuna parentela con l’iconografia di Pellizza da Volpedo.

Mi si dirà che non si può dividere la lotta anticapitalista cosciente dalla protesta per l’impoverimento. Non si può se si pensa che la massa passerà dallo stadio della lotta protestataria alla scoperta della lotta contro il capitale. E chi dice e su quali basi lo afferma che questa gente che ho visto, incazzata per ciò che ha perso,  maturerà anche la più pallida idea di un modello differente? Certo magari in qualche testo teorico avviene anche questo miracolo. Ma siamo nel mondo.

E il mondo ha visto i tedeschi dell’Est nel 1989 passare il muro e correre a rotta di collo verso il più vicino supermercato di Berlino Ovest. Ed è lo stesso mondo che a Kiev vede un bel po’ di dimostranti scendere in piazza per poter entrare in Europa e non rimanere nell’orbita dei satrapi russi. Naturalmente giusto per far capire che vogliono il capitalismo tirano giù l’ultima statua di Lenin ancora in piedi. Un’altra lotta sacrosanta contro il totalitarismo, o una lotta per entrare nel mondo del capitalismo ben temperato?

Ho visto gente accomunata dal comune scivolamento all’indietro della propria possibilità di essere dentro alla macchina del consumo. E a proposito di macchine, uno mi ha detto che ha dovuto vendersi la Golf GTI che con tanti sacrifici s’era comprato. Una per farmi riflettere sul suo scivolamento all’indietro mi ha detto che tutti gli anni riusciva ad andare a farsi una settimana a Sharm-el-Sheik (abbreviato “Sciarm” con la stessa pronuncia di “sciampista”) e che ora non aveva i soldi per pagarsi il mutuo.

Ed allora ho capito che per dissolvere questo prodromo di “rivoluzione” basterebbe un cambiamento di congiuntura, un po’ più di PIL.

Qualcuno mi ha detto che se non cambierà qualcosa, l’Italia diventerà come la Grecia. Ossia, voleva dire, ci ribelleremo come i greci. Lui crede che ci sia una rivoluzione in Grecia. Esattamente come quelli che credono che quanto è accaduto sia il primo raggio della rivoluzione anticapitalista.

Sarebbe anche bello, ma non è così. Non è così perché nessuno aveva in mente un modello alternativo. E nessuno delle persone che ho visto a quei blocchi metteva in dubbio il modello cui si aggrappava.

Non ci sarà nessuna rivoluzione. Non ci sarà tra un mese, tra un anno o tra dieci. La scorciatoia non arriverà. Perché una rivoluzione, quella vera, è il frutto di un lungo lavoro di penetrazione di idee differenti lungo l’arco di decenni. Voltaire iniziò a scrivere nel 1716 e morì senza aver visto la Rivoluzione che aveva contribuito a rendere cosciente. Qualcuno mi dirà che il rivoltoso che assaliva la Bastiglia nulla sapeva magari di Voltaire. È probabile, anzi, quasi certo. Ma ciononostante quel rivoluzionario aveva chiaro in mente che non voleva più essere parte del regime che assaliva. Ne voleva uno che fosse diverso, non voleva star meglio in quello che c’era.

Perché se è vero che la rivoluzione non è un pranzo di gala, è anche vero che non si improvvisa. Quando si improvvisa è una italica rivolta per il pane: quando cala il prezzo tutti se ne tornano a casa.

giovedì 12 dicembre 2013

Il movimento dei forconi e la realtà

Diario 238

Il movimento dei forconi e la realtà

Non è più sopportabile questa situazione; basta. Sono questi i sentimenti che agitano quanti in questi giorni protestano e sono scesi in piazza. Che sia un mix di forze eterogenee, che all'interno di questo movimento si siano infiltrati organizzazioni fasciste e forse anche criminali, non pare sia rilevante. Non sto dicendo che non sia rilevante per un'analisi attenta della protesta, non mi pare rilevante sugli aspetti di cui vorrei occuparmi. Una cosa è certa la sensazione che la situazione sia insopportabile è comune a chi manifesta e ad altri milioni di italiani che si trovano in seria difficoltà economica. Ma cosa è insopportabile e ancora chi viene individuato come causa di questa situazione?

Se si cercasse di rispondere a questi interrogativi forse la situazione potrebbe apparire ancora più drammatica. La diagnosi che la folla grida in piazza e che moltissimi degli italiani condividono individua nei politici e nelle istituzioni il virus di questa situazione. “Tutti a casa” gridano nelle piazze, influenzati dagli slogan martellanti del “capo” del M5*. È esatta questa diagnosi? No, non è esatta ma è giustificata.

È giustificata dalla pessima immagine che i politici danno di se stessi. Come scrive oggi Nadia Urbinati (La Repubblica) “è responsabilità della politica ridare fiducia nelle istituzioni. Mettendo fine a comportamenti che calpestano la moralità pubblica (il misuso e l'abuso delle risorse pubbliche) e all'impotenza a decidere”. Non mi pare convincente, tuttavia, quando appunta la sua attenzione sulla legge elettorale (ma forse questo dipende dalla sua professione) mestiere.

Sicuramente il porcellum ha contribuito ad allontanare i cittadini dal “palazzo”, ma non si tratta solo di questo. L'immoralità nell'uso delle risorse pubbliche da parte dei politici a tutti i livelli riempie di rabbia il popolo che protesta; ma anche la melina che i politici conducono sulla riduzione dei costi della politica non è priva di effetti negativi; ancora l'insensibilità mostrata dai politici che mentre chiedono sacrifici alla popolazione difendono i propri privilegi, contribuisce ad esasperare. Rimolarizzare i comportamenti, ridurre i privilegi (anche economici), sicuramente non risolve la crisi economica del paese, ma da il senso di una condivisione della crisi e dei sacrifici.

Ma la diagnosi non è esatta. Alle mie orecchie fa scandalo non sentire protestare contro i “padroni” (mi si scuserà questo termine disueto); neanche più le banche e la finanza e nell'occhio della protesta. Quando il giovane emarginato di Torino, spinto a cercare lavoro in Australia, descrive Torino come un deserto di opportunità, come un concentrato di povertà e emarginazione, finisce per individuare il responsabile di tutto questo nella regione e nel suo presidente, per il suo stipendio per l'uso che ha fatto delle risorse pubbliche (anche le mutande si è fatto pagare), ma non ha percezione che la riduzione a quello stato della città e del paese tutto ha anche altri responsabili (per alcuni dei quali la remunerazione del presidente della regione rappresenta lo 0,0004%).

Ma quello che mi fa scandalo, non è il sintomo, cioè l'assenza dell'individuazione dei padroni come causa del disastro, ma la mancanza di analisi della situazione che questa mancanza denota. Ormai lo dicono una buona quantità di studiosi, anche premi Nobel (cioè non pregiudizialmente contrari al capitalismo): il sistema economico sociale che abbiamo conosciuto, che ha anche avuto dei meriti anche sociali, è al capolinea; processi suoi interni, l'ingordigia speculativa, la distruzione di ricchezza operata, l'ambiente compromesso, un progresso scientifico e tecnologico che non sopporta i rapporti sociali preesistenti, sono alcune delle cause della crisi. Siamo di fronte alla “necessità” di una profonda trasformazione (rivoluzione) che dovrà riguarda almeno le modalità di produzione, i modi di distribuire della ricchezza prodotta, e la loro accumulazione, le modalità di organizzare del lavoro necessario e la sua distribuzione equa.

Un mondo con le ineguaglianza attuali, un mondo che non sa guardare al futuro se non come una speranza di ritorno al passato, un mondo che annunzia quotidianamente l'illusione di una prossima uscita dalla crisi, un mondo nella quale la catena sociale si è rotta proiettando pochi in alto e molti in basso fino alla miseria, difficilmente sopravvive a se stesso.

La percezione dello stato delle cose, non manca solo alle persone che protestano, non manca ai capi popoli che li agitano, non mancano a quei dirigenti populisti che vorrebbero approfittarne con ricette salvifiche inconcludenti, ma riguarda la gran maggioranza della dirigenza politica ed economica. Speriamo che si apprestino a leggere qualche libro e qualche articolo.

lunedì 9 dicembre 2013

Reddito di cittadinanza

Diario 237

  • Reddito di cittadinanza 
  • Mandela
  • Il PD di Renzi

 Reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza, di sostegno, o con qualsiasi altro nome si suole usare, costituisce una modalità di sostegno pubblico ai cittadini in “sofferenza” (può essere permanente, a tempo, legato ad una situazione di disaggio economico, ad una momentanea o permanente situazione di disoccupazione, ecc.). Può assumere il significato di una solidarietà pubblica o l’affermazione di un diritto; la dimensione di questo sostegno può variare nel tempo; può, o no, richiedere una qualche prestazione da parte di chi lo riceve nei riguardi della collettività; ecc. In sostanza forma, contenuto, dimensione, modalità possono variare nel tempo e nello spazio. 

Sembra una cosa buona e di sinistra. Che sia un provvedimento buono non si fa fatica a crederlo data la situazione sociale del paese; che possa essere fatto proprio dalla sinistra è convincente, ma che sia di sinistra si possono avanzare dei dubbi.

Si tratta di un provvedimento, infatti, che non rimuove le condizioni dalle quali insorgono le situazioni di disaggio che determinano la necessità di un sostegno. Una sinistra, comunque qualificata, deve occuparsi dei sintomi ma anche e soprattutto delle cause. Sono le diseguaglianze che generano questo fabbisogno, ma i provvedimenti di cui si discute non incidono su tali diseguaglianze; la torta della ricchezza prodotta alimenta le capaci fauci di una ristretta parte della popolazione e a chi resta a guardare è concessa una mollica. Per quanto generosa possa essere la collettività tale sostegno non supera il livello di sussistenza in regime astinenza. 

Per altro si introducono livelli di discriminazione ingiustificati: perché il sostegno ad un disoccupato e non ad un giovane che studia?

Più complessa appare la questione del reddito di cittadinanza: questo dovrebbe essere per tutti e per sempre, anche qui problemi di giustizia distributiva complessi: va concesso anche all’amministratore delegato di una fabbrica di automobili, così a caso, che guadagna 2.000 e più volte di un suo dipendente? Un tale provvedimento, inoltre, assume che il sistema economico di produzione possa emarginare una fetta della popolazione che dovrà essere garantita, ma che per non fare sgradevole discriminazione si assegna a tutti.

La sinistra del XXI secolo può non prevedere la proprietà pubblica di tutto o della parte più rilevante del sistema produttivo, ma sicuramente nell’ambito che qui interessa, ha come suo obiettivo primario quello di eliminare (non di ridurre) le diseguaglianze che originano da situazioni di potere, di eliminare ogni accumulazioni di ricchezza trasferibile a figlie o parenti, di garantire lavoro a tutti in una nuova organizzazione della produzione e del lavoro, di promuovere il progresso scientifico e tecnologico per rendere il lavoro non un castigo (… con il sudore della tua fronte) ma un’attività che possa dare soddisfazione.

Se il reddito di sostegno fosse considerato un provvedimento momentaneo e tampone in vista di una grande trasformazione (ormai necessaria come scrivono molti studiosi anche non di scuola marxiana, ma che i nostri politici non leggono) allora sarebbe accettabile e avrebbe una connotazione di sinistra, in caso contrario rischia di essere uno strumento che garantisce il potere e rafforza le catene sociali. 

Detto questo le condizioni di disaggio vanno alleviate, anche con forme di reddito di sostegno, anche perché il disaggio non risulta essere una condizione che alimenta la trasformazione progressista, ma rischia di alimentare i tanti populismi menzogneri e arruffoni.


Mandela

Non c’è ombra di dubbio, Mandela è stato un grande; ha combattuto è sconfitta l’apartheid, una cancrena dell’umanità. Ma contro di lui ha finito per prevalere la forza del sistema. Le discriminazioni di classe in Sudafrica sono violentissime, la popolazione in sofferenza molto ampia. Certo non è colpa sua, ma il risultato merita una riflessione non oleografica.


Il PD di Renzi

Renzi ha vinto e stravinto, qualcuno (io) ha sperato in un risultato meno consistente, fino al ballottaggio, ma non è così. Ma cosa succede? Non mi riferisco al contingente (governo, elezioni, ecc.), ma alla tenuta di medio periodo. 

Il discorso di investitura del nuovo segretario del PD è stato abile e pieno di indicazioni e di impegni. Il “riformismo” come stella polare, ma che cosa “riforma”: il risparmio di un miliardo del costo della politica? Necessario e opportuno; il bicameralismo? Certamente un bene; l’impegno contro le politiche di austerità? Molto bene. Per non parlare di mantenere il bipolarismo, una velleità. Ma tutto questo ci permette di uscire dalla crisi? Credo proprio di no. 

Mi spiace ripetermi, ma non mi pare che nella classe dirigente, politica e no, ci sia piena coscienza della “natura della crisi”. Non si tratta di applicare oggi le ricette del passato, ma questo vale per tutti. A me pare che a Renzi manchi la consapevolezza del livello di trasformazione per i quali sarebbe necessario impegnarsi. Il nostro è un sistema di produzione messo in crisi, profonda crisi, sia dalla finanziarizzazione dell’economia, sia dal galoppante progresso tecnologico e scientifico che rendono assolutamente obsoleto il sistema dei rapporti sociali ereditati. 



Certo c’è un ricambio di dirigenza politica, questo è un bene, ma non credo che basti anche se necessario. Ma è troppo presto per dire come sarà il PD di domani e la politica di Renzi; diffido dei discorsi utilizzati nella campagna elettorale e dei contenuti del discorso di investitura. Non resta che aspettare incrociando le dita e con … poca speranza.

domenica 1 dicembre 2013

Le primarie del PD

Diario 236

Le primarie del PD



Trovo strano che il “segretario” di un partito sia eletto non dagli iscritti al partito ma da chiunque sia disposto a pagare 2 € (vale pogo il segretariato); e come se uno/una decidesse di farsi scegliere la moglie/marito dal primo che passa. Ma comunque la “partecipazione” oggi vuole questo; non un impegno politico nel quale ciascuno ci metta la propria faccia, le proprie energie, la forza per costruzire rapporti politici con gli altri iscritti, la volontà di contribuire alla definizione di una prospettiva di lunga durata e le azioni necessarie nell’immediato; niente di tutto questo oggi bastano … 2€.

Dall’altra parte è anche vero che molte soggetti non se la sentono di affrontare un percorso che sanno per esperienza, o immaginano, pieno di “tempo perso”, di litigi futili, di lotte per il potere (sic!), e simili, ma tuttavia si sentono legati ad una prospettiva progressista e vogliono far sentire il loro peso anche solo con un voto (poco costoso) per l’elezione del segretario del maggior partito progressista.

Personalmente non so se andrò a votare, sono ancora legato, l’età me lo consente, a vecchi schemi (di cui riconosco oggi l’inadeguatezza e l’inutilità), ma se mi decidessi (per vecchio vizio) non avrei dubbi, voterei per Pippo Civati.

La vaghezza di Renzi, le sue parole d’ordine, la sua genericità programmatica, la sua ansia di successo, me lo rendono insopportabile. A Cuperlo riconosco diversi pregi, ma mi pare inadeguato a fare quello che dice che vorrebbe fare. Non dico che Pippo Civati sia il personaggio giusto, ma mi pare fatto di una pasta un po’ speciale, dotato di intelligenza vivace e mostra di credere ad una possibilità di cambiamento meno greve e meno fumosa.

Si lo so, non gradendo Renzi bisognerebbe votare per il suo antagonista più diretto, la solita storia del voto utile/inutile. Io non credo che quello per Civati si possa considerare un voto inutile, la storia non finisce l’8 dicembre, e poi dovessi votare, voterei per quello meno lontano.

Ma perché vi comunico questi miei modesti pensieri? La maggior parte di voi che ricevete il Diario, non mi azzardo a dire tutti, appartenete alla schiera dei progressisti (non mi azzardo a dire socialisti o addirittura comunisti), e molti di voi andranno forse a votare per le primarie del PD, ed allora il vecchio vizio (virtù?) della politica mi spinge a fare un po’ di propaganda per Civati (che personalmente non conosco e che probabilmente non conoscerò mai), mi è piaciuta molto la sua battaglia aperta ed esplicita sulle “ampie intese” (non si è nascosto come i 101 che hanno bocciato Prodi), argomentata politicamente e conseguente al ragionamento avanzato. È poco? Di questi tempi non so.