venerdì 24 aprile 2015

La “questione”: case vuote e cittadini senza case

La “questione”: case vuote e cittadini senza case (°)
di Francesco Indovina

La questione della casa ha costituito, da sempre nel nostro Paese, un punto politico non risolto, e fa specie che tra il gran numero di parole usate per prospettare il fiorente futuro del paese ministri e sottosegretari usino con moltissima parsimonia il tema della casa.
Al tema della casa si può guardare da almeno due punti di vista: tenendo conto del settore edilizio o, invece, applicando attenzione ai modi di abitare (o non abitare) dei cittadini.
Sul primo aspetto non ci si vorrebbe dilungare molto ma alcune poche cose vanno dette. Dopo la crisi e per effetto della crisi è impensabile che si ripeta la consunta affermazione che “quando il settore edilizio tira, tutta l’economia andrà bene”, e di conseguenza bisogna porre il massimo impegno per incentivare tutte le iniziative che possano rimettere in moto l’economia del mattone. Nessuno può dimenticare che all’innesto della crisi attuale abbiano fornite un fondamentale contributo le “bolle immobiliari” (figlie, anche di quell’adagio, oltre che dell’interesse della finanza). 
Anche se la crisi economica generale e quella nel settore avessero finito per determinare una diminuzione dei prezzi delle abitazioni e anche   se si segnalasse una ripresa (modesta) delle richieste di mutuo, si è ben lontani dalla situazione degli anni antecedenti la crisi. Inoltre bisognerà prendere atto che la dimensione del patrimonio edificato è di gran lunga eccedente la popolazione residente, che  la domanda per seconde case risulta in contrazione, per effetto della crisi economica ma  anche per le sempre crescenti, anche se non sufficienti, politiche di salvaguardia del territorio e  data la mancata espansione dell’occupazione giovanile, che dovrebbe costituire, teoricamente, la fascia di domanda più dinamica, per immaginare improbabile un rilancio del settore edilizio.
Bisognerà accontentarsi di qualche piccolo passo, tenuto conto anche del fatto che una quota rilevante (intorno al 40%) degli acquisti recenti riguarda sistemazione per lavoro o studio (fuori sede), e quindi si tratta, verosimilmente, di un patrimonio in rotazione.
Detto questo resta immutato ed anzi si aggrava ogni giorno la questione abitativa: crescono le case vuote (tra i due ultimi censimenti sono aumentate del 25%), ma crescono anche le persone e la famiglie senza casa. Questa contraddizione è una costante della situazione italiana, denunziata fin dagli anni ’70 e che si è incrementata anno dopo anno.
La ragione delle case vuote sono note. Il grande movimento migratorio (dal Sud al Nord, dalla campagna alla città, e dalla montagna alla pianura) ha costituito motivo di abbandono di un patrimonio in continuo e crescente degrado e che difficilmente, anche per la sua localizzazione, potrà essere utilizzato (tranne speranzose e non fondate  ipotesi di ritorno alla campagna). Lo sviluppo delle seconde case per villeggiatura costituisce una quota rilevante di questo patrimonio vuoto. Si tratta di una quota che subisce modeste contrazioni nei casi nei quali queste case possano essere trasformate, data la loro localizzazione e il tipo di tecnologia in dotazione, in case permanenti e lasciate in uso a figli o nipoti che si sposano (senza casa) o che vorrebbero acquisire una loro autonomia abitativa. Lo stock complessivo delle “seconde case”, per localizzazione e tipo di attrezzature solo in parte potrebbe essere trasformate in abitazioni permanenti (qui entrerebbero in gioco organizzazione del territorio, sistema della mobilità, ecc.)
Infine esiste una quota consistente di abitazioni che sebbene poste sul mercato, per l’affitto o la vendita, non trovano aspiranti clienti. La crisi occupazionale, la disoccupazione stabile che coinvolge anche quote rilevante di ceto medio, la disoccupazione giovanile e, in ultimo, nuovi standard e idee dell’abitare, sono tutti elementi che spiegano questa situazione.
Si propone di prendere le mosse da quest’ultima fattispecie per fare qualche ragionamento, escludendo le famiglie solvibili rispetto all’offerta che sebbene poco numerose appena si acconciano a scegliere l’acquisto, ma anche l’affitto, fanno gridare alla “luce infondo al tunnel” della crisi.
In sostanza da una parte abbiamo un offerta di abitazioni (in vendita o in affitto) e dall’altra individui e famiglie che non sono in grado di accogliere l’offerta di mercato. Non è chiaro se l’offerta sia quantitativamente adeguata alla domanda potenziale, di questa domanda si fa poca analisi e poca inchiesta (gli iscritti nelle liste dei singoli comuni sono un “indice”, ma non la complessiva realtà, anche le indicazioni che vengono da istituzioni di assistenza, come la Caritas, ci dicono della gravità del fenomeno ma non della sua concreta e reale consistenza. Avanzo un’ipotesi, ragionevole, che l’offerta quantitativa, a prescindere dai prezzi di mercato, non sia sufficiente a soddisfare il “fabbisogno” (espresso o non espresso).
Questo fabbisogno è composto da individui e famiglie che possiamo classificare nelle seguenti coorti:
a)     nulla tenenti (poveri);
b)    sfrattati per morosità (altra versione dei poveri);
c)     che hanno perduto la casa perché non hanno soddisfatto gli impegni assunti con il mutuo (nel nostro paese non sono molte);
d)    immigrati (clandestini o meno, con poche risorse);
e)     capienti ma non a sufficienza rispetto ai prezzi di mercato.
A questi andrebbero aggiunti quote di domande temporanei come quelle degli studenti e dei lavoratori fuori sede. Ma non vorremmo ulteriormente complicare il ragionamento.
Questo gruppo tende sempre più a dilatarsi: per la crisi economica che butta in strada donne e uomini, che non offre che occupazione marginale, senza futuro e insostenibile economicamente ai giovani dei due sessi; per il fallimento completo della politica abitativa nel nostro paese.
L’idea che il problema abitativo si sarebbe risolto offrendo a tutti la possibilità di godere di una casa in proprietà è miseramente naufragata, così come ha fatto la stessa fine l’idea che erano i vincoli posti al mercato, con l’equo canone, a non permettere la soluzione del problema e che quindi cancellare il controllo sui fitti (modesto per altro e spesso trasgredito) era necessario per permettere al mercato di trovare il proprio equilibrio e risolvere il problema abitativo. In realtà ogni provvedimento che trasferiva e trasferisce la soluzione del problema al mercato non fa che aggravare la situazione.
Una soluzione di questi tipo sarebbe oggi ancora più paradossale tenuto conto che il 20% delle famiglie italiane è stata classificata (nel 2013, oggi la situazione è più grave) in povertà (assoluta e relativa); si tratta di 10 milioni di persone di cui 6 milioni in povertà assoluta. Sulla dimensione della povertà sulla sua distribuzione spaziale e sociale, sugli interventi, ecc. ci sarebbe molto da dire ma non è tema di queste note, ma va detto che si tratta di una popolazione che somma vari disagi a quelli economici si sommano quelli abitativi.
Il nostro è il paese, in Europa, con il patrimonio abitativo pubblico di minor dimensione, è, inoltre, sicuramente il peggior gestore di questo patrimonio, sia sotto l’aspetto del controllo degli aventi diritto (dando luogo non solo ad abusi ma a veri e propri favoritismi) che sotto l’aspetto della manutenzione (non è un caso che una quota di questo patrimonio non è abitabile). Per non parlare della periodica vendita di parte di questo modesto patrimonio.
Le persone del gruppo e) potrebbero essere aiutate con qualche provvedimento di aiuto, con accordi con la proprietà, ecc., a risolvere il problema abitativo anche all’interno del mercato esistente. Ma attenzione, e questo non solo per gli “aiutati” ma anche per chi trova una propria autonoma soluzione di mercato, si tratta di individui e famiglie che spesso si accollano un costo per la casa del tutto incongruo rispetto al loro reddito, con conseguente  contrazione dei consumi, anche grave, dei beni essenziali.  Esistono dati incerti ma significativi del fenomeno, e per quanto sacrifici facciano si tratta di situazioni che sboccheranno nello sfratto o nell’esproprio da parte della banca.
Complessivamente gli altri individui e famiglie potranno pensare di vedere risolto il loro problema solo sulla base di un ampio e articolato intervento pubblico. Ma perché questo sia efficace ha bisogno di misurarsi con il problema dell’abitare non solo con quello della casa, e considerare una qualche soluzione dell’emergenza, soluzione  tampone, lungo una via di soluzione permanente. Non si può, cioè, pensare soltanto ad una soluzione di medio-lungo periodo e non occuparsi dell’emergenza (mentre il medico studia il malato muore).
Per quanto riguarda l’emergenza sarebbe ragionevole fossero  presi provvedimenti immediati in grado di non aggravare la situazione: blocco degli sfratti e blocco degli espropri da parte delle banche (per modesti che siano i casi). Inoltre dovrebbero essere presi provvedimenti idonei a realizzare delle “case parcheggio”; la gran mole degli edifici di proprietà pubblica, come caserme, magazzini, complessi, ecc., potrebbero essere attrezzate in breve tempo, magari con l’aiuto dei futuri utenti, per risolvere temporaneamente il problema di chi non ha un tetto sulla testa. Sarebbe un uso sociale, equo e civile di questo patrimonio piuttosto che venderlo per fare cassa (e per le modalità come queste vendite vengono fatte, contribuire alla manomissione delle città).
Così come non dovrebbe essere esclusa l’occupazione temporanea delle case vuote, e nel caso specifico le amministrazioni comunali dovrebbero operarsi perché non avvengano sgombri di abitazioni o edifici già occupati.
La questione come è noto non è soltanto un “tetto sulla testa”, ma anche e soprattutto una questione dell’abitare, si tratta cioè di “costruire” porzioni di città dotate di servizi (pubblici e privati), di infrastrutture, di servizi collettivi, di verde ecc., e di una presenza di diversità sociale.
È noto che una politica keynesiana non goda di buona stampa presso i nostri governanti, crediamo anche che pensare a soluzioni esclusivamente keynesiane per l’uscita dalla crisi sia forviante date le forze in gioco e relativi comportamenti economici, politici e sociali, ma crediamo che una politica che abbia un’impronta pubblica molto consistenze possa alleviare e mitigare  situazioni di disaggio e contribuire a migliorare e mitigare la situazione occupazionale. Quello che intendo sostenere è la necessità di un programma straordinario pubblico per la casa. Un programma articolato che mobiliti risorse che oggi vengono utilizzate a fini elettorali e che non incidono né nelle situazioni sociali destinatari, né sul clima economico complessivo.    
Indicativamente e un po’ semplicisticamente questo piano dovrebbe avere quattro punti di forza:
1.     l’emergenza, di cui si è fatto cenno precedentemente;
2.     il recupero (un tempo si sarebbe detto il riuso) di parti di città abbandonate, soprattutto parti del centro storico. Con due conseguenze positive, quello di venire incontro al bisogno abitativo e quello di riqualificare porzioni di città e come conseguenza la città tutta. È noto che questo tipo di intervento ha dovuto nel tempo superare due ostacoli: il primo riguarda la mobilizzazione di risorse private, mentre il secondo fa riferimento a spesso non giustificati vincoli di trasformazione. Nessuno di questi ostacoli è sembrato superabile se non per “episodi” molto esigui o per casi molto noti e celebrati ma proprio perché supervano tali ostacoli con l’intervento pubblico diretto, sia economico che tecnico. Oggi si tratta di (ri)puntare sull’intervento pubblico, su un coinvolgimento culturale e dei saperi che nel rispetto non ossessivo dell’identità storica apra verso processi di trasformazione (l’intervento pubblico a differenza di quello privato, garantisce il rispetto di vincoli ragionevoli posti), ma anche sulla costruzione di laboratori di quartieri che possano mobilitare forse sociali e i futuri possibili utenti;
3.     l’affermarsi, come proposto dalla cultura più avanzata e sensibile, di un nuovo standard nei processi di trasformazione: il 30% dell’edilizia realizzata dovrebbe essere a prezzi controllati e calmierati, affidati a inquilini indicati dalle amministrazioni comunali (magari per sorteggio);
4.     piani di sviluppo integrati di nuova edilizia pubblica attenti alla dotazione di infrastrutture e servizi, ai collegamenti, e agli impianti collettivi. In questi piani potrebbero essere integrati facilmente e favorevolmente anche interventi privati (vedi sopra). Si tratta, soprattutto, di cambiare strada rispetto alle esperienze del passato la maggior parte delle quali non si possono che segnalare come incongrue (e non ci si riferisce ai casi limite delle Vele a Napoli o dello Zen2 a Palermo, ma all’insieme dell’edilizia pubblica).

Non si è fatto riferimento alla presenza di individui e famiglie di immigrati extra-comunitari, non per indifferenza ma perché questa popolazione, a prescindere dalla cittadinanza, debba godere di diritti uguali a quelli dei cittadini autoctoni. Non si tratta di una versione celata di un indirizzo di integrazione obbligatorio, ma solo dalla convinzione che l’uguaglianza dei diritti permette una migliore vivibilità alla società e anche ai singoli una espressione di identità non antagonistica (né sul piano sociale, né su quello politico).
Ho cercato di cogliere gli elementi presenti nelle relazioni di questa sezione ed anche nell’insieme del seminario, spero di esserci riuscito. Ho la piena consapevolezza che quanto detto in queste brevi note trova maggiore giustificazione e ricchezza nei testi dei colleghi, così come ho coscienza che le proposte sono delle semplificazioni e che esse hanno bisogno di più attente considerazioni, di riflessione, di documentazione e di un lavoro collettivo. Tuttavia mi è sembrato necessario, data la morta gora della politica ma anche delle nostre discipline, indicare una linea di indirizzo che sembra, non solo a me, l’unica per affrontare il tema della questione abitativa che coinvolge milioni di persone e famiglie.   

(°) in Atti del Seminario Il Diritto alla Casa, a cura di Laura Fregolent





mercoledì 15 aprile 2015

Maurizio Landini, Tito Boeri, Graziano Delrio, Massimo D’Alema

Diario n. 284
6 aprile 2015

Maurizio Landini, Tito Boeri, Graziano Delrio, Massimo D’Alema

Maurizio Landini
Avevo già scritto che Landini mi sembrava l’unica speranza per la ricostruzione della sinistra; pensavo che avesse carisma, intelligenza e volontà. Lo penso ancora, ma da alcuni giorni mi domando quali dovrebbero essere i punti forti di un programma in modo da mobilitare gli arrabbiati, i timidi e i distratti. Devo confessare che mentre le parole sono facili la loro declinazione mi pare difficile (impossibile?).
So per certo che un concetto di sinistra sia l’eguaglianza, non parlo ovviamente di un livello unico di situazione economica/sociale, ma almeno la definizione di un ventaglio di posizioni che permetta alla situazione meno ricca una vita piena e soddisfacente, e che la posizione più ricca non possa che essere un multiplo ragionevole della meno ricca (diciamo cinque/otto volte?). Mi sembrerebbe questa una proposta molto attrattiva, per una fascia ampia, molto ampia, della popolazione.
So per certo che un concetto di sinistra sia un’equa distribuzione dell’occupazione, che non vuol dire solo la piena occupazione, ma anche una distribuzione dei periodi di lavoro e di non lavoro (retribuiti) diversi da quelli imposti dall’attuale sistema. Che so, per esempio (ma si possono trovare nuovi modi): lavorare da 20 a 30 anni, non lavorare da 30 a 40, lavorare da 40 a 50, non lavorare da 50 a 60, lavorare ancora, secondo i tipi di lavoro, da 60 a 70, ed essere impegnato successivamente in attività di servizio civile. Credo che un’ampia fascia della popolazione sarebbe d’accordo.
So per certo che un concetto di sinistra sia un’istruzione generale ampia e laica per tutti, il che vorrebbe dire una scuola pubblica gratuita per tutti obbligatoria fino alla scuola superiore e facoltativa per l’università. Sta in quest’ambito la scuola per l’infanzia adeguata al numero dei bambini. Forse anche questa potrebbe essere una proposizione di successo.
So per certo che è un concetto di sinistra l’eguaglianza dei diritti di cittadinanza, che cioè tutte le persone che abitano in una paese godano degli stessi diritti. Questo forse è un concetto di minor successo dei precedenti.
È ancora di sinistra la libertà, declinata in religiosa, culturale, dell’informazione, ecc. Non credo si manifestino a questo proposito opposizioni.
Potrei continuare con la salute, l’ambiente, le città, la liberta sulla nascita e la morte, la libertà sessuale, la pace, la sicurezza, la moneta, ecc. ecc.
Insomma una serie di concetti di buon senso che facilmente potrebbero diventare di senso comune. Ma allora?
Il problema mi pare si ponga non appena da queste proposizioni di senso comune si passa alle trasformazioni che l’affermarsi di questi concetti di senso comune presupporrebbero. Per esempio la gestione tecnica e manageriale delle imprese e non più capitalistica; la riduzione della proprietà privata; un sistema fiscale fortemente progressivo (ed efficiente); l’eliminazione dell’economia finanziaria; l’eliminazione di ogni forma di eridarietà (che non fosse di natura affettiva); la riduzione dei consumi opulenti; ecc. ecc.
Ammesso che esistessero le forze per affermare tutto ciò,  questo è possibile in un paese solo? Tutto questo è possibile senza una forte organizzazione politica?
L’impresa di Landini, ammessa a che avesse questi connotati, appare disperata, ma non si può restare inermi e apatici. In questa polarità si gioca la tragedia e la speranza della politica ai nostri giorni.  La “battaglia culturale” (come si diceva un tempo) appare fondamentale per dare corpo a questo possibile senso comune, e un ruolo fondamentale lo gioca lo svelare la verità, mettere in chiaro gli inganni del nostro tempo, le mistificazioni ideologiche, le false promesse e gli stereotipi consolatori. Il legame internazionale appare una necessità.
Il capitalismo marcisce, nonostante le grandi affermazione di soluzione della crisi, e rischiamo di marcire con lui.
La guerra è sempre più una costante, morte, violenza, distruzione, e noi insieme.
Non si può stare immobili, non si può pensare di essere fuori. Non si può essere inattivi e apatici.

Titto Boeri
Il professore Titto Boeri è apparso come un economista di sinistra o almeno progressista. Ma da quando è asceso alla presidenza dell’INPS ha perso, almeno così mi pare, il suo smalto.
Appellarsi alla sostenibilità del sistema pensionistico mi pare faccia dimenticare che di uomini e donne si tratta. Tirare fuori, sempre nell’ambito della sostenibilità del sistema, la questione delle pensioni contributive e salariali, non è un tratto di innovazione.
È certo che il sistema pensionistico presenta discrepanze, ma il punto di vista non dico progressista ma soltanto umanitario dovrebbe prendere le mosse dalla necessità di assicurare una pensione dignitosa (a prescindere dal criterio di contribuzione) a tutti, in grado di permettere una conduzione di una vita normale, e la definizione di un ventaglio all’interno del sistema, tra questa pensione dignitosa minima e le pensioni superiori (diciamo 5 volte al massimo?). Questa impostazione comporterebbe alcuni tagli ad alcune pensioni stravagantemente alte e la richiesta al tesoro delle risorse necessari per garantire un nuovo sistema pensionistico.
Certo ci sono i diritti acquisiti, ma siamo certi che su questi non si possa intervenire in punta di diritto?
Da un presidente come Boeri non ci si aspetta una razionalizzazione sostenibile del sistema, ma un sistema pensionistico che garantisce la sostenibilità ai pensionati. Mi sarei immaginato una sua presa di posizione su quello che appare sempre più un imbroglio come il sistema della pensione integrativa.

Graziano Derio
Il nuovo ministro delle infrastrutture risulta essere stato uno scienziato prestato all’amministrazione (Sindaco); un amministratore prestato alla politica ed ora un politico prestato al governo. Che si tratti di un uomo onesto non si dubita, la qual cosa al ministero delle infrastrutture è cosa di grande rilievo. Ma quello che preoccupa e la sua capacità. A fianco di Renzi, come si dice, è stato l’uomo macchina, può darsi che in questo sia molto abile (non esistono parametri di giudizio a tale proposito), ma a lui si accredita la riforma delle provincie. Un pasticcio da cui non si sa come uscirne. Così come l’ennesima decisione a favore della formazione delle città metropolitane, che da vent’anni sono sempre le stesse. In vent’anni il mondo è cambiato tranne le città metropolitane italiane.
Ora questi provvedimenti attribuiti al nuovo ministro delle infrastrutture non depongono bene.  Pare che a Derio manchi la capacità di analizzare gli effetti delle sue decisioni. Che per un ministro non è poca cosa.

Massimo D’Alema
Da sempre giudico Massimo D’Alema un politico di vaglio, anche se non condivido nessuna delle sue scelte e delle sue strategie, ma è sicuramente intelligente e capace.
Quello che ha sempre disturbato della sua personalità non è tanto la sua antipatia, che considero un tratto simpatico della sua personalità, quanto l’esibizione dell’ascesa sociale, sempre fastidiosa ma fastidiosissima in un politico. Su questo le sue défaillance dello spirito, ma forse anche dell’intelligenza, sono molte. Vale la pena di ricordare la querelle, di tanti anni fa,  se non sbaglio con un proprietario di un cane che gli aveva “rovinate le scarpe pagate un milione di lire”. Perché un uomo politico deve “produrre del vino” (se non fosse una tradizione di famiglia e non il cedimento ad una moda) che vende alle cooperative? Perché scoppiato lo scandalo politica, non giudiziario, deve farsi bello in modo arrogante che dopo lo scandalo sono aumentate le richieste del suo vino? Perché un uomo politico di prestigio deve piegarsi al fatto che una cooperativa compri 400 copie del suo ultimo libro? (le case editrici hanno dei settori commerciali preposti alla diffusione dei libri).
Insomma sarà intelligente, sarà perspicace, sarà autorevole ma soffre di una debolezza sociale pericolosa.

  

domenica 8 marzo 2015

Come si governa senza un progetto?

Come si governa senza un progetto?

Diario n. 283

1,2,3,4,5 pagine di intervista sul nuovo Espresso e Matteo Renzi, nostro Presidente del consiglio dei Ministri, è riuscito a non dire niente. Un preoccupante e tragico vuoto pneumatico.
Non ha detto niente per riservatezza? Non si può dire che sia riservato. Non ha detto nulla per modestia? Il nostro giovane capo del governo non ha il difetto della modestia. Non ha detto nulla sul futuro del nostro paese, perché è privo di idee che non sia quella di farci usare l’I-Phone per le pratiche amministrative. Una versione moderna di far viaggiare i treni in orario.
Da un Presidente, con una maggioranza mostruosa (al netto delle divergenze interne), ci si aspetta, mi aspetto che dica: caro cittadino, elettore, amico, compagno, comunque voglia chiamarci, io lavoro perché il nostro paese, nella tempesta economica, della politica internazionale e della guerra, si trasformi secondo queste linee.
Dove saremmo tra dieci anni non lo sa lui e non lo sa nessuno, ma potrebbe dirmi che sentiero di sviluppo sociale, economico e culturale ha imboccato e con quale prospettiva. Niente, niente, niente.
Con riferimento alla divisione nel PD, gli è stato chiesto  quale considererebbe la “sua” parte: risponde che è il PD del 41% un risultato che è stato “il tentativo di dipingere un’idea dell’Italia”. Ecco siamo alla prospettiva, uno pensa: “L’Italia paese della speranza, in cui tutto è ancora possibile”. Ma la speranza è un progetto politico?
L’idea di politica di Renzi è tutta … comunicazione. Per questo è preoccupato per il PD: “da parte nostra è una comunicazione schizofrenica”, non gli viene in mente che non si tratta di schizofrenia, ma di posizioni politiche diverse, per Renzi questo è incomprensibile.
Il tema della riforma dello Stato sembra stare molto a cuore a Renzi. Ma nel suo elenco troviamo cose importanti, anche se complesse e non prive di contraddizioni, e cose di senso comune ma la cui gestione deve essere più che attenta per evitare disastri. Secondo Renzi, le questioni di fondo sono il superamento del Senato e delle provincie, mentre contemporaneamente si punta sull’innovazione tecnologica. Riorganizzare i “quattro corpi della di polizia”, evitare le duplicazioni e poi il progetto: “il modello della Pubblica Amministrazione  per i cittadini è l’i-Phon: una schermata con un unico codice e tante applicazioni”. Si potrebbe avanzare il dubbio c he il nostro presidente del consiglio conosca poco lo stato del paese, ma lasciamo andare, quello che preoccupa e l’improvvisazione, la necessità dell’annunzio schioccante, insomma la comunicazione. Il caso esemplare è quello della cancellazione delle Provincie. Nello stesso numero dell’Espresso un’inchiesta su quale siano gli esisti di questa riforma già varata è sconcertate: inettitudine, mancanza di fondi, o mancanza di professionalità, o mancanza di indirizzo. Un obiettivo assolutamente necessario sta finendo in malora e in sperperi.
Il trionfalismo inutile, il bla bla continuo, la mancanza di una idea di società, che non sia la banale (il che non vuol dire facile) aggiustamento e correzioni di quello che non funziona, non paiono una prospettiva a cui dare fiducia.
L’ottimismo per qualche dato economico meno drammatico, la difesa del mercato che tende a costruire sempre più grandi centri di potere, la mistificazione sulle cause di questa lunghissima crisi, l’assenza di una qualche idea di risoluzione, il dominio assoluto dell’economia sulla società, lasciano esterrefatti. Si è spesso scritto che qualche miglioramento modesto si sarebbe potuto presentare, ma la situazione resta diretta da forze (la finanza internazionale) sulle quali la politica non ha voglia di intervenire. Questa è come il gatto di casa, si accuccia, fa le fuse, ma è completamente dipendente.  I “padroni” ci lasceranno respirare, hanno bisogno che riprendiamo un po’ di forza, per poi  tornare a tosarci.

  

giovedì 19 febbraio 2015

La “buona università”, ma che non sia un inganno

Diario n. 282

La “buona università”, ma che non sia un inganno

In pompa magna, scende in campo anche il Presidente del consiglio, Matteo Renzi, con le semplificazioni che gli sono tipiche, si sta lanciando un’ennesima riforma dell’Università, denomina la “buona università”. Per essere “buona l’università” deve prima di tutto essere equa, lo è la nostra università? Lo sarà in futuro? C’è fortemente da dubitarne.
Intanto la definizione di atenei di serie A e atenei di serie B non rende giustizia della situazione ma rende conto della superficialità con cui si giudica una istituzione assolutamente indispensabile per la crescita civile, sociale, culturale ed economica del paese. Tutti gli atenei sono dello stesso livello? ma neanche per sogno, tutti gli atenei sono gestiti con accortezza e intelligenza? neanche per sogno. Ma un ministero, e un ministro, o chiunque mette mano alla riforma non dovrebbe soltanto assumere lo stato di fatto, ma dovrebbe indagare anche sulle ragioni di questa sperequazioni. La procedura che invece si adotta è l’esatto contrario di quello che si dovrebbe fare, si assume lo stato di fatto e si penalizzano gli atenei che hanno minore performance (si dice così, ormai) dando loro minori risorse, cioè condannando questi atenei su un piano inclinato di continuo peggioramento.
Una valutazione che avesse un minimo di senso dovrebbe tenere conto:
-         del contesto: non tutti gli atenei si collocano in contesti uguali. Per fare un banale esempio non si possono giudicare omogenee due facoltà di economia una collocata in una città/regione ricca di attività industriale, di attività bancarie e finanziarie, che da questo contesto riceve sollecitazioni, risorse (non solo per la ricerca ma anche per i servizi) e con le quali si costruiscono prospettive, con una uguale facoltà collocata in una città/regione priva di questo tessuto. Si intende dire che in un paese gravato da differenze spaziali gravi e profonde, che non tendono a diminuire ma ad aumentare, non si possono giudicare come omogenei gli atenei, ma la considerazione del contesto non può non essere un elemento di valutazione;
-         certo gli elementi di contesto non possono, tuttavia, nascondere gestioni inefficienti e inefficaci; quella della specifica gestione e l’altro elemento di cui tenere conto. Qui la mano del Ministero deve essere pesante: un attenta analisi dell’organizzazione, dei servizi, del bilancio dovrebbe essere la premessa per interventi di “raccomandazione”, “suggerimenti” fino al commissariamento della gestione. Non si capisce perché in certi casi interviene la magistratura ma non il ministero.
In sostanza la valutazione attenta e puntuale deve costituire premessa per cercare di rendere omogenei le condizioni di studio degli studenti e di didattica e di ricerca dei professori. L’omogeneità come obiettivo ha il senso e significato di affermare un principio di equità.
Se prendessimo come parametro il “diritto allo studio”, e se pensassimo a questo diritto non solo come “borse” e “tasse”, ma come servizi l’evidenza della sperequazione salterebbe agli occhi anche di un ministro.
Le cose si complicano, ma la semplificazione non sempre è buona consigliera, se guardassimo all'interno del singolo ateneo. Un Ateneo è una struttura complessa: dipartimenti, corsi di studio, laboratori, ecc. tutti allo stesso livello? Ma non facciamola difficile è certo che una valutazione non può non considerare l’articolazione interna di ogni ateneo.
La questione dei docenti è, ovviamente, un capitolo a parte. Che ci sia del familismo (in questo i medici detengono la palma del primato, senza generalizzare), è vero, che ci siano docenti che considerano i doveri accademici come marginali, è vero, che ci siano dei docenti immeritevoli di insegnare è vero, ma al contempo ci sono docenti bravi e bravissimi, coscienziosi e impegnati, ligi agli impegni, autonomi e non familisti non  solo è vero ma riguarda la maggior parte del corpo accademico. Per correggere le storture il ministero si è di volta in volta inventato strumenti inefficaci. L’ultimo di questi è l’idoneità nazionale. Come dimostrano i ricorsi, i giudizi negativi di gruppi di studiosi di livello internazionale e l’insoddisfazione generale quella dell’idoneità nazionale è stata una iattura. Decine e in alcuni casi centinaia di concorrenti, miglia di pagine di libri e articoli da leggere e giudicare, non poteva che dare gli esiti accertati. Quasi tutti cavalieri e i discriminati spesso senza motivo e ragione. Inoltre il fallimento totale della motivazione di fondo dell’idoneità nazionale: evitare la gemmazione interna tipica dei concorsi di sede. In realtà tutte le facoltà, sulla base della disponibilità  dei “punti organico”, hanno chiamato esclusivamente i candidati di sede risultati idonei.  
Ogni ministro ha cercato di dare un proprio contributo per disarticolare il corpo docente, intanto l’introduzione del tempo pieno e parziale, con le successive deroghe, e infine con l’invenzione del ricercatore a tempo determinato e i punti organici. La soluzione se si volessero eliminare le stortura attuali (e future) è una sola, il docente unico diviso in fasce (5 o quanto si vuole) non con tutela crescente, la tutela deve essere identica, ma con responsabilità crescente. Adozione di un concorso di entrata, per singolo posto, del tipo di quello originale del ricercatore (due compiti scritti, anonimi, una valutazione dei titoli e della carriera, un orale), con una commissione di tre membri sorteggiata di cui uno straniero; quindi verifica di ruolo singolo, dopo non meno di tre anni a richiesta del docente o dopo cinque anni obbligatorio, da parte di una commissione sorteggiata di tre membri di cui uno straniero (diversa da quella di valutazione del concorso di entrata). Il giudizio positivo permette il passaggio alla fascia successiva, un giudizio negativo rimanda ad una nuova verifica, nel triennio successivo, e se ancora negativa il passaggio ad altra amministrazione pubblica. Questo a valere per tutte la fasce. Questa sarebbe una vera rivoluzione, e soprattutto mette fine alla faccenda dei punti organici, ma permette una programmazione di lungo periodo.
Non si vuole, oltre quanto detto, nascondere errori, mal governo, mancanza di idee e di iniziativa degli atenei (cioè dei corpi docenti relativi). Una cattiva interpretazione e applicazione del 3 e 2 (e non 3+2); l’invenzione di corsi di studi cervellotici; una gestione del personale discutibile, ecc. Solo degli atenei così detti di fascia B? non credo, anche quelli di fascia A non sono privi di errori e di altre magagne. La mancata specializzazione, ovviamente parziale, dei singoli atenei è anche figlia dell’assenza di un effettivo diritto allo studio: la specializzazione presupporrebbe una mobilità degli studenti, oggi in sostanza ammessa solo per le fasce ricche degli studenti e negata a tutti gli altri.
In sostanza qualsiasi riforma per l’università buona non può che fondarsi sul principio di equità e su una prospettiva che collochi l’università nell'ambito della crescita della popolazione del paese. Se così non fosse in termini chiari ed espliciti saremmo di fronte ad un ennesimo inganno. 




giovedì 12 febbraio 2015

Dei delitti, delle pene e dei media

Diario n. 281


Dei delitti, delle pene e dei media

Una mia amica sostiene, ed sono d’accordo con lei, che è una “vergogna” l’andazzo mediatico di prodursi in indagini sui delitti che più si crede interessino l’opinione pubblica.
Aveva cominciato, ovviamente, Porta a Porta, al tempo della morte del bambino di Cogne, con l’avvocato Taormina gran sacerdote. Forse si ricorderà la trasmissione con il modellino della casa e la ricostruzione interessata del dramma. Ma ora non esistono più limiti.
Le trasmissioni che esercitano la funzione inquirente sono molto numerose: e con la finta dichiarazione che bisogna aspettare il processo (neanche più la presunzione di innocenza), esibiscono prove, fanno parlare testimoni, mostrano perizie, fanno ascoltare intercettazioni (telefoniche e ambientali), sputtanano  persone, insinuano sui comportamenti degli indagati, dei familiari e mettono in piazza ogni elemento che secondo il conduttore può risultare interessante. Non si tratta di “informare” sull'evento, in modo secco e senza illazioni, ma piuttosto di individuare il colpevole.
La “palma d’oro” alla trasmissione che più si esercita in queste operazioni spetta a “Chi l’ha visto”.
Né la carta stampata è da meno, all'andazzo televisivo si accodano, con gli strumenti propri giornali e riviste.
La questione pone prima di tutto un problema (di diritto e deontologico): il materiale mostrato, soprattutto perizie e intercettazioni, nonché risultati di organi scientifici di indagine, non possono che venire dai tribunali, o per meglio dire dagli uffici dei pubblici ministeri, trattandosi molto spesso di processi ancora non celebrati.
È normale che questo avvenga? Il CSM non ha attenzione e sensibilità per questa questione? Si rendono conto i suoi membri che vengono calpestati i diritti dei cittadini?  
È sperabili, data la sua particolare sensibilità, che il nuovo presidente del CSM, il presidente Sergio Mattarella, possa richiamare i giudici al rispetto rigido delle regole.   
Senza dire che le reiterate trasmissioni su questi fatti, spesso alcuni tra i delitti che sembrano colpire maggiormente l’opinione pubblica, vengono ripetute più volte, finiscono per trasformare fatti di sangue, delitti, soprusi e violenze in serial televisivi, depotenziandone la drammaticità.
L’opinione pubblica ha il diritto di essere informata, stampa e televisione hanno il diritto di informare, ma qui siamo molto oltre, siamo alla costruzione per ogni fatto drammatico di una soap opera giudiziaria, buona per la vendita di spot pubblicitari, senza nessun rispetto per le persone coinvolte e per le stesse vittime.
Il refrain del rispetto della privacy ci appare sempre più come una mistificazione: non solo meccanismi di sorveglianza spiano i nostri passi, le nostre telefonate, le nostre mail, i nostri sms, ma se incappi, a torto o a ragione, in una disavventura vieni messo a nudo, e non metaforicamente. Il gossip come elemento dell’informazione, la “verità”, tanto difficile da individuare, spacciata avvolta tra la pubblicità di un auto e quella di un sapone.

Non c’è dubbio si tratta di un contributo al degrado della convivenza civile, al quale bisognerebbe reagire.   

venerdì 6 febbraio 2015

Grecia, il pericolo del contagio. Renzi, la certezza dell’insipienza

Diario n. 280

Grecia, il pericolo del contagio. Renzi, la certezza dell’insipienza


L’atteggiamento dell’Europa (sic) e delle istituzioni finanziarie nei riguardi del nuovo corso in Grecia presenta due dimensioni, da una parte l’intransigenza è rivolta alla Grecia e alla sua “velleità” di voler mettere in discussione i patti e soprattutto i debiti, ma dall’altra parte si tratta di una “cura preventiva” nei riguardi della Spagna (Podemos) o di qualsiasi altro paese. Se con le minacce pre-elettorali non sono riusciti ad influenzare il voto del popolo greco, si pensa che costringendo il governo greco a rispettare i patti o a fallire, si tende a far capire al popolo spagnolo, prima di tutto, anche perché prossimo alle elezioni, che non si illuda, che è meglio non abbandonare i vecchi partiti, con la vecchia linea di austerità a parole contestata,  per l’avventura dei nuovi partiti e di nuove soluzioni.
Non è chiaro se la UE, la BCE e il FMI alla fine troveranno un accordo con il governo greco venendo a più miti consigli, ma non escludo che data la poca rilevanza economica e dimensionale della Grecia non portino la loro rigidità alle estreme conseguenze: o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. Dico questo perché la paura di queste istituzioni non è tanto la febbre greca, quanto il contagio. È questo che temono, ed allora vogliono costruire una cintura preventiva fatta di paura e di sottomissione.
Se da una parte si può comprendere, ma non giustificare, la posizione della Germania, non si capisce la posizione di Francia e Italia  alla Germania accodate. Non capiscono che i greci parlano italiano, spagnolo, portoghese, irlandese e, perché no, francese? Non capiscono che quello che sta succedendo, quello che è successo e quello che succederà nell'economia, negli equilibri di potere, nella dimensione dell’oppressione, riguarda tutti?.
Il “potente” Renzi, è molto contento di qualche decimale di previsione positiva del PIL d’Italia  per il prossimo anno, di qualche decimale di avanzo, ma niente dice che dentro questo miracolo la disoccupazione è prevista aumenti. Ma veramente Renzi pensa di poter saldare il debito italiano e di poterlo ridurre al 60% del PIL nei prossimi anni, come richiesto dagli accordi europei? Ma soprattutto pare convinto,  questo è molto pericoloso,  ma non è il solo, di essere ormai a riparo dalla speculazione finanziaria.
A me è sembrato di capire che le “bolle”, i titoli velenosi, come quelli spazzatura e tutti gli strumenti finanziari che la crisi ci ha fatto conoscere, non sono un accidente dentro il mercato finanziario, ma la ragione d’essere di questo. L’enorme massa finanziaria non volendo e non potendo trovare collocazione nell'economia reale, non può stare “ferma”, né può essere soddisfatta di qualche giochetto di borsa, ha bisogno, necessità, di grossi giochi, di  occasioni speculative ed è per questo che si inventano adeguati strumenti finanziari, sempre nuovi, sempre privi di controllo ma dagli esiti nefasti.
Fino a quando non si mette mano in questo mondo, e non sarà Renzi (soprattutto per ignoranza), né quanti collocati in apposite caselle istituzionali, che lo potranno fare, non vedremo pace, la instabilità economica e non solo sarà permanente tutta sulle spalle del popolo.
Che ci sia bisogno di un “nuovo” sistema economico-sociale qualcuno ogni tanto lo pensa, altri, pochi, lo dicono, ma tutti stiamo fermi in attesa della prossima grandinata.  


    

giovedì 5 febbraio 2015

Sergio Mattarella presidente

Diario 279

Sergio Mattarella presidente

Non credo che si possa dire che Sergio Mattarella sia il migliore Presidente della repubblica che ci poteva capitare. Ma sono molto, molto contento, perché è sicuramente il migliore tra quelli di cui negli ultimi giorni si è discusso (Amato, Fassino, Finocchiaro, Veltroni… Vengono i brividi!).
Qualcuno parla di ritorno della DC, la pigrizia mentale di molti commentatori è impressionante. Il nuovo presidente è un rappresentante del cattolicesimo progressista (che è meglio di quello conservatore e reazionario), la DC è morta con buona pace di Rotondi.
Tutti si interrogano su come saranno i rapporti con Renzi, ma mi pare che nel discorso pronunziato sia stato molto chiaro: sulla sostanza nessuna divergenza ma sulla forma rigida difesa delle prerogative del Parlamento e della Costituzione. Ma la forma in questo caso è anche … sostanza.  Per Renzi sarà un problema, anche grosso, perché rischia di mettere in mora la sua “velocità”, il suo “dichiarazzionismo”, il suo decisionismo senza regole. Ma se Renzi si adegua non ci saranno grossi ostacoli. L’ha detto, è d’accordo con le riforme, ed ha una visione della dinamica economica molto tradizionale: “Per uscire dalla crisi, che ha fiaccato in modo grave l'economia nazionale e quella europea, va alimentata l'inversione del ciclo economico, da lungo tempo attesa”. Nessuna idea che non si tratti di una crisi congiunturale, ma del marcire delle radici del nostro sistema economico.
Si è glorificato il suo immediato accenno, quando gli è stata comunicazione l’elezione, alle fasce deboli della popolazione, non capisco, doveva fare riferimento ai ricchi? Mentre ho trovato molto apprezzabile, perché non dovuta, la visita alle Fosse Ardiatine.
Tenuto conto della sua collocazione ideale e politica il discorso di insediamento è stato per molti versi apprezzabile, oltre i puntuali riferimenti a mafia e corruzione (la citazione dei corrotti da Papa Francesco è molto espressiva “Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini”) e al terrorismo, ho trovato molto pregnante le seguenti frasi:   
-         Un pensiero di amicizia rivolgo alle numerose comunità straniere presenti nel nostro
Paese.
-         La crisi di rappresentanza ha reso deboli o inefficaci gli strumenti tradizionali della partecipazione, mentre dalla società emergono, con forza, nuove modalità di espressione che hanno già prodotto risultati avvertibili nella politica e nei suoi soggetti.
-         Garantire la Costituzione significa garantire libertà come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva (corsivo mio).


lunedì 26 gennaio 2015

Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna. E noi? Maurizio Landini


Diario 278

Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna. E noi? Maurizio Landini

La grande vittoria di Tsipras in Gregia, intanto dice una cosa chiara: arrivato ad un certo punto il popolo dice “basta!”. Ma dice un’altra cosa altrettanto chiara ci vuole qualcuno, un partito, un movimento, un leader pronto ad ascoltare e a guidare. Questo è avvenuto in Grecia questo sembra stia accadendo in Spagna.
Si tratta di movimenti “comunisti”? non so è troppo presto per dirlo e poi il “comunismo” ha bisogno di rinnovarsi (il come non è sempre chiaro), ma sono sicuramente movimenti contro la finanza internazionale, e non è poco, ma forse sono anche dei movimenti anticapitalisti e progressisti sul piano sociale e culturale. Si è vero: senza teoria niente rivoluzione, ma anche senza popolo niente rivoluzione.
Non si può che essere felici di questa vittoria, non si può che pensare che questa vittoria sia un buon viatico per la Spagna, non si può non sperare che la politica europea possa essere in mora e non mi riferisco solo all’austerità, ma all’avvio di una rifondazione dell’Europa.
E noi? Perché in Italia niente che vagamente somigli a quanto avviene in Spagna e in Grecia si muove? Non stiamo molto meglio di quei due paesi, i problemi del debito pubblico (cioè il laccio della finanza attorno al collo) ci accomuna, molto simile la disoccupazione, l’abbraccio della depressione ci cinge insieme, eppure in Italia niente si muove a quel livello.
I tre scotti che dobbiamo pagare per questa arretratezza  sono di tale entità che potrebbero deprimerci:
a)      Il primo di questi scotti riguarda il PCI e la sua trasformazione fino al Partito democratico, la sua incapacità e mancanza di volontà di essere il catalizzatore dell’insostenibilità della situazione e quindi della protesta. Il suo vestire gli abiti del “perbenismo politico”, l’assunzione piena del mercato capitalista come regolatore della vita economica, il rispetto degli “impegni” presi anche quando evidentemente si trattava di imposizioni. Infine di essere in parte compromesso con la cattiva, per usare un eufemismo, gestione della cosa pubblica.
b)      Il secondo scotto da pagare è alla “nuova” sinistra, a quell’insieme di forze di sinistra incapaci da vent’anni a darsi una struttura unica, aperta e dinamica. Contrasti di dottrina, contrasti di politica immediata, contrasti di leadership hanno reso improduttivo e distruttivo ogni ipotesi aggregativa. Per non parlare dei grandissimi danni prodotti dalla lotta armata. Ora si ricomincia lungo la stessa strada facendosi forti del successo in Grecia e di quello possibile in Spagna, senza capirne la lezione.
c)      Il terzo scotto da pagare, che è una derivazione dei primi due, dobbiamo pagarlo alla Lega e al Movimento 5*. La lega ha messo le sue radici nella pancia del nord alimentando una polemica contro Roma prima, contro il Sud dopo, contro gli immigrati adesso. Mai mettendo in discussione il meccanismo sociale complessivo, contenti dell’autonomia regionale grande fonte di corruzione. L’avventura politica imprenditoriale di Casaleggio e Grillo, è stata rapida a cogliere la protesta, è stata rapida a cogliere l’insostenibilità della situazione ed ha indirizzato questa e quella contro la “casta” (tutti ladri, tutti corrotti, ecc.). Si sono inventati dei meccanismi fasulli di democrazia diretta, hanno costituito uno sfogatoio della protesta nel web. 
Si, so, sono analisi sommarie, ma l’intento non era quello di analisi puntuali, ma quello di richiamare quelli che possono essere considerati degli ostacoli al manifestarsi di una protesta popolare (tipo indignatos) e soprattutto di mettere in luce una sorta di incapacità, perché fuori dal loro orizzonte culturale e ideologico, ad indirizzare la protesta verso obiettivi di trasformazione.  
Ma l’Italia è destinata all’inconsistenza dentro questo processo europeo (il cui sbocco a sinistra, per altro, non è garantito)? È possibile pensare di no?
Si è possibile, fermenti di movimento si colgono a più livelli e in varie occasioni, quanto legittimamente oggi è legato sia alla Lega (meno) che al M5*(molto di più), che nella sinistra del PD e nella frammentazione della sinistra può trovare una diversa opportunità di manifestarsi e finanche di organizzarsi. Si può dire che manca un leader, né un leader è possibile trovarlo nel panorama della sinistra, ma io credo che questo leader forse esiste è individuabile in  Landini. Il mio è uno sproposito azzardato, non so, ma sono convinto che quanti esaltano l’obbligo di Landini di restare dentro il sindacato, non abbiano colto né la gravità della situazione, né il ruolo di un leader necessario per avviare  un vero cambiamento, né abbiano riflettuto a come  il sindacato abbia bisogno di uno fronte politico che ne condivide l’azione.

Landini ha testa, Landini ha carisma, Landini ha seguito. Non ha bisogno di alcuna investitura, non ha bisogno  di garanti,   ha bisogno di prendere le redini di quel poco che c’è e di farlo crescere su un programma di progresso e contro la finanza (almeno): il popolo non ne può più.

venerdì 23 gennaio 2015

Viva Mario Draghi. L’illusione monetaria

Diario n. 277

Viva Mario Draghi. L’illusione monetaria

La “finanza” è materia complessa per effetto dei soggetti che vi operano, per i giochi di potere che la caratterizzano, per la dimensione raggiunta e per gli opaci obiettivi specifici che si pone di volta in volta.
L’economia monetaria è tra le branche dell’economia una delle più controverse, con “leggi” che tramontano e risorgono.
La macroeconomia forse è più semplice.

Da marzo (c’è tempo, ciascuno prenda posizione) il bazooka di  Mario Draghi inizierà a sparare con l’acquisto, nel mercato secondario, di titoli per 60 miliardi di euro al mese, da allocare tra i diversi paesi. Tanta sorpresa, non per la cosa in sé, da molti dichiarata tardiva (ma è sempre colpa della Germania) ma per la dimensione dell’intervento.

È un intervento che avrà effetto sul debito sovrano del nostro paese? No! La BCE non compra infatti “debiti”, ma “crediti”. Il debito resterà intatto così come gli impegni assunti per la sua diminuzione (come e quando non si sa), per il bilancio statale, ecc. Affinché non ci siano dubbi, per l’80% dei crediti acquisiti sarà responsabile la Banca d’Italia. Così dopo il divorzio Banca d’Italia/Tesoro del 1981, voluta dal ministro del Tesoro dell’epoca, Nino Andreatta, si torna ad una nuovo matrimonio (parziale).

È un intervento che avrà effetto sulla riduzione del potere di libertinaggio della finanza internazionale? Scherziamo l’enorme cifra messa a disposizione dalla BCE è pari a circa l’1% dell’insieme della finanza internazionale.

Ma non erano questi gli scopi di Draghi, anche se si tratta di questioni messe sempre in primo piano a proposito della crisi e del disordine internazionale. La missione del bazooka è quella di abbattere da deflazione  e far emergere lo sviluppo.

Da chi acquista i crediti la BCE? Fondamentalmente dalle banche, fatto questo che dovrebbe attivare il circolo virtuoso dello sviluppo. Infatti le banche disponendo di maggior liquidità potranno allargare le maglie del credito. Una domanda sorge spontanea: sono le banche a corto di liquidità? La cosa non sembra, le banche sono molto caute ma non soffrono di assenza di liquidità, ma piuttosto di domanda ritenuta solvibile. Ma anche ammesso una carenza di liquidità, la nuova ignizione potrebbe alimentare l’insorgere di una nuova domanda? Il richiamo inevitabile è ai mutui-edilizi. Ma c’è un cavallo che scalpita per avere biada? Il nostro è il paese nel quale circa 75/80% vive in casa in proprietà, dove le politiche territoriali stanno subendo un nuovo indirizzo antiespansivo, ma certo ci sono le nuove famiglie (spesso di membri senza occupazione e reddito)  e, soprattutto, esiste un grande patrimonio bisognoso di riqualificazione ma spesso in possesso di famiglie con scarse disponibilità. In sostanza qualcosa può venire da questo settore, ma si tratta di quantità misere (non è un caso se tutte le recenti politiche di rilancio del settore sono risultate fallimentari).
È il settore produttivo che dovrebbe entrare in gioco. Sicuramente la svalutazione facilita le esportazioni, le imprese di questa filiera produttiva (poche) sono già sulle barricate. Ma, si sostiene, maggiore liquidità e riforma del mercato del lavoro (con tutto il negativo che si porta appresso) dovrebbero incentivare nuove imprese. Si ci sono le imprese tecnologiche messe insieme da giovani brillanti di cui i giornali parlano, ma è poca cosa. Nuovi prodotti, nuove tecnologie, nuovi mercati hanno bisogno di cultura professionale, hanno bisogno di investimenti in istruzione, hanno bisogno di sostegno (non solo bancario). La  dimensione della disoccupazione e inoccupazione è tale quantitativamente e qualitativamente che cu vuol altro che la benevolenza delle banche. Ma certo qualcosa, non risolutiva potrà venire anche da questo settore.   

Si scrive, e si spera molto, che questa maggiore liquidità immessa in circuito determinerà anche:
-        Un abbassamento dei rendimenti dei titoli;
-        Un aumento dell’inflazione.
Secondo il primo esito i possessori dei titoli di stato (tra il 70 e l’80% sono posseduti da famiglie italiane) riceveranno minori entrate. Mentre le famiglie, quelle a reddito fisso dovranno spendere una cifra maggiore per avere le stesse merci o avranno una quantità inferiore di merci spendendo la stessa cifra.  Data la situazione degli stipendi e delle pensioni, a meno dell’introduzione di una nuova scala mobile, da questo settore non c’è da attendersi un aumento della domanda.

Se volessimo concludere potremmo dire:
a)      Se la finanza non mettesse in atto le sue speculazioni (anche se adesso sembra in sonno, si sveglierà);
b)      Se le banche si comportassero come dice la vulgata e non facessero dei giochetti come al tempo del Tltro, quando prendevano prestiti dalla BCE a bassissimo tasso per impiegarlo in acquisti di titoli di stato;
c)      Se esistessero dei programmi e progetti di investimenti produttivi;
d)      Se esistesse un certo numero di famiglie disposto a contrarre mutui sia per la casa che per l’acquisto di beni durevoli;
e)      Se le nostre imprese fossero in grado di competere sul mercato mondiale;
f)       Se si manifestassero degli investimenti stranieri non di acquisizione di imprese esistenti (lusso), ma per nuove iniziative;
g)      Se una sorta di euforia mal posto determinasse un andamento della domanda interna tutta a debito;
h)      Se ……
Allora il bazzoka di  Draghi qualche effetto potrebbe ottenerlo per alleggerire la situazione ma non per rilanciare lo sviluppo.
Ma soprattutto in assenza di investimenti pubblici e di una adeguata politica industriale, non solo i

 se sembrano troppi, ma è difficile anche ... sperare. 

lunedì 12 gennaio 2015

DIRITTO CERTO E GOVERNANCE OPACA


DIRITTO CERTO E GOVERNANCE OPACA

Guido Rossi

(da Il Sole 24Ore, 11 gennaio 2015)

La portata e il significato dei tragici fatti dì sangue di Parigi, nonostante le divergenti e contraddittorie interpretazioni che provengono da ogni dove, meritano una più meditata riflessione di quanto oggi non sia ancora possibile fare.
Nel cuore dell'Europa pare essere ritornato improvvisamente quello "stato di natura" descritto da Thomas Hobbes, una guerra di tutti contro tutti, e comunque una situazione di insicurezza generale. Considerare questo fenomeno alla stregua di un puro atto terroristico è sicuramente riduttivo.
Il contesto politico nel quale questa sanguinosa battaglia ha avuto luogo suggerisce la strisciante esistenza di un conflitto mondiale, reso ancor più dirompente dalla globalizzazione economica, con le sue profonde disuguaglianze. L'ideologia dominante che si è affacciata al nuovo millennio ha via via ridotto il potere e la sovranità degli Stati, scardinando alcuni principi delle democrazie liberali. Gli Stati stessi, da fonti del diritto sono diventati meri esecutori di una governance tanto generica quanto vaga. Fu già Hegel a rilevare che quando il diritto privato ha il completo sopravvento sul diritto pubblico e lo Stato arretra di fronte agli interessi dei privati, la decadenza dei sistemi politici minaccia le stesse basi della civiltà. La sostituzione della governance alla norma giuridica produce un sistema mondiale privo di ordine e di coerenza. È quel che è avvenuto anche nell'ambito del diritto internazionale. Dove le grandi istituzioni, nate nel secondo dopoguerra, come le Nazioni Unite, atte a garantire un diritto cosmopolitico internazionale di piena effettività diretto ad assicurare la pace nel mondo, sono state sostituite da varie organizzazioni di natura plurilaterale. Tra queste, quella di maggior rilievo, dominata dagli Stati Uniti, è la Nato, che,come ha sostenuto giustamente John Mearsheimer sull'ultimo numero di Foreign Affairs, è certamente, a causa del suo allargamento ai vari Stati confinanti con la Russia, motivo di nuovo conflitto, alla base della reazione in Ucraina e dell'annessione della Crimea da parte di Putin, in preventiva difesa dell'imperialismo russo. Fenomeno di guerra generalizzata che, pur completamente diverso dai fatti di Parigi, si inserisce nella medesima disordinata cornice.
Ma il caso più clamoroso è la subalternità degli Stati, soprattutto in Europa, fortemente indebitati, la cui operatività di politica economica, completamente privatizzata, è costretta ad adottare misure di austerità soggette ai voleri dei creditori e dei loro diritti contrattuali, di cui si fanno interpreti l'opacità dei mercati ed i suoi protagonisti, dagli hedge funds; alle società di rating, ai fondi sovrani, nel marasma dei loro conflitti di interessi.
 Ed è così che alla certezza del diritto si sostituisce l'incertezza della governance, dove i protagonisti del capitalismo finanziario sono molto spesso occulti o privi di qualunque giuridica legittimazione internazionale, come nel caso della c.d. troika, che detta le regole agli Stati o impone norme costituzionali contrarie ai  diritti fondamentali, quale il vincolo al pareggio di bilancio, introdotto nel 2012 nella Costituzione italiana con la sostituzione dell'art. 8I.
Che lo Stato sia pericolosamente diventato il mediatore di interessi privatistici l'aveva già rilevato con straordinaria lucidità Norberto Bobbio. Ma il fenomeno si è via via allargato, tant'è che recentemente, in democrazie avanzate come quella americana, le interpretazioni dei diritti costituzionali sono state manipolate a favore della governance privata del capitalismo finanziario. La sentenza della Corte Suprema del 2010 Citizen United v. FEC, sulla quale mi sono già più volte intrattenuto, ha parificato la sovranità del popolo alle corporations e la libertà di espressione (freedom of speech) al denaro (money), togliendo ogni limite ai finanziamenti alla politica da parte delle grandi società. I più autorevoli commentatori hanno dichiarato che questo è stato un modo per rendere legale la corruzione polìtica.
Non diverso comportamento è stato seguito in molteplici casi dalla Corte di Giustizia europea, nel difficile bilanciamento tra i principi fondamentali dell'Unione e le misure restrittive di natura finanziaria e di risanamento economico, come chiaramente documentato il costituzionalista Gaetano Azzariti. Altre volte abbiamo stigmatizzato la pericolosità delle misure economiche alternative alla sanzione penale. Questa justice by deal, questa sanzione attraverso la contrattazione è un indice che anche il potere giudiziario, come quello politico, può diventare come è stato più volte denunciato dal New York Times, uno strumento dell'ideologia del capitalismo finanziario.
L'arretramento degli Stati e del diritto a favore di interessi particolaristici finisce per conferire una assurda attrattiva ai fatti di Parigi, che si inquadrano invece in una violenta barbarie, alla quale non può riconoscersi alcun valore universale. La brutalità del fanatismo religioso nasconde invece i veri scopi di dominio di territori e di risorse economiche, come si è verificato in Iraq e in Siria. L'attuale erratico andamento del prezzo del petrolio, che sta sconvolgendo tutte le previsioni economiche, riguardanti anche i paesi c.d. emergenti, ne è l'indice più evidente. Attaccare i principi fondamentali della libertà di stampa e di opinione invocando esclusivamente idolatrie religiose con il miraggio di nuovi Stati fondamentalisti cela le finalità di carattere economico che altrimenti non potrebbero certo qualificarsi come valori universali.
Due conclusioni mi paiono a questo punto certe.
La prima è che l'affermazione dei diritti umani -nucleo centrale della civiltà occidentale -deve prevalere sulla governance del capitalismo neoliberista e sul simulato riferimento scorretto al diritto di libertà, con cui è stato giustificato ogni tipo di sopraffazione, e quindi di violazione del diritto alla dignità dell'uomo. Purtroppo l'ideologia di base del neoliberismo ha trascurato un principio fondamentale; già Bentham aveva'affermato che compito del diritto e dello Stato era proprio indicare i limiti all'esercizio delle libertà, discorso poi ripreso fino a Isaiah Berlin col concetto di libertà negative. Alla base di ogni programma politico futuro che si ponga come obiettivo l'uscita dalla crisi, soprattutto in Europa, si deve tener conto che senza uguaglianza non c'è libertà, e quindi se i principi dell'economia portano alla creazione continua di diseguaglianze e di smisurate ricchezze, soprattutto a livello globale, i conflitti non potranno mai esser risolti. E i ritorni allo "stato di natura" previsto da Thomas Hobbes saranno ancora più frequenti. La seconda conclusione che ne deriva è il fallimento delle politiche di "austerità espansiva", che devono porre fine anche all'ideologia del sopravvento della governance economica sul diritto. Il monito a "non sovrastimare l'importanza del problema economico, o sacrificare alle sue presunte necessità altre materie di maggiore o più duraturo significato" era già stato espresso da Keynes nel 1931; ovviamente egli si riferiva ai diritti fondamentali.


venerdì 9 gennaio 2015

Charlie Hebdo, l’estremo sfregio a colpi di retorica




di Marco d'Eramo
Da MicroMega
Non bastava l'esecuzione collettiva, ci voleva anche l'estremo sfregio. Dopo che le loro persone sono state sterminate, ora viene massacrata anche la loro visione del mondo, viene strumentalizzato e manipolato il loro messaggio, viene insultata la loro memoria.

Parlo dei disegnatori e dei giornalisti di Charlie Hebdo, un settimanale che ha forgiato la cultura politica di un'intera generazione, la mia, che è cresciuta a pane e Charlie. Il settimanale aveva molti difetti e ha commesso molti errori, ma di certo un peccato gli è sempre stato estraneo ed è quello della retorica trombonesca. Ed invece ora lo stanno seppellendo sotto una montagna di frasi fatte, di buoni sentimenti e di ipocrisia.

Un giornale che faceva dell'irriverenza, della bestemmia, dell'imprecazione, della provocazione la sua bandiera, un giornale che si piccava di non risparmiare niente e nessuno, ora viene tumulato sotto gli elogi di una chiesa cattolica e di un pontefice che sfotteva (nelle sue pagine sono innumerevoli i più fantasiosi rapporti sessuali tra Gesù e Maddalena, per non parlare delle perversioni che attribuiva alla Madonna e ai vari pontefici). Persino il tirannico Vladimir Putin, elogia come martiri della libertà coloro che lo sbeffeggiavano con violenza inaudita. Per non parlare di quel Barack Obama che non si peritavano di prendere per i fondelli.

Da ieri soggiornare in Francia, come mi capita, è un'esperienza allucinante. I “valori repubblicani” vengono sbandierati, strombazzati e spalmati nei media fino a divenire una gelatina disgustosa se si pensa a tutte le vignette feroci che i Wolinski e i Cabu avevano dedicato a Marianna, il simbolo della repubblica (e del repubblicanismo) francese: quando ancora si chiamava Hara-Kiri, fu chiuso per un titolo “irriverente” sulla morte di De Gaulle: una settimana dopo al suo posto veniva fondato Charlie Hebdo. Oggi questi paladini del ridicolo, questi eroi del salace e del grottesco sono mortificati dai minuti di silenzio, dalle bandiere a mezz'asta, dalle luci della Torre Eiffel spente: viene voglia di chiedere un'aspettativa dal pianeta terra.

Ma il peggio ci giunge dai politicanti di turno, i presidenti di ieri e di oggi, i Nicholas Sarkozy, i François Hollande, uomini senza nerbo, senza ironia, pieni solo di vanità, fustigati senza sosta e senza pietà da Charlie Hebdo, e che ora approfittano di questa strage per portare alla luce del sole un progetto che era nelle cose da anni, e cioè, in nome della lotta al terrorismo, varare apertamente una politica di “unità nazionale”, una gestione “bipartisan”, una Grosse Koalition subalterna alla Germania di Angela Merkel, oltre che naturalmente rendere ancora più poliziesco uno stato che già stava rotolando su quella china.

Fino al ridicolo di Matteo Renzi che proprio nei giorni della “manina” sul disegno di legge al 3%, scimmiotta il John Kennedy di “Ich bin ein Berliner” con un civettuolo “siamo tutti francesi”.
Decisamente non c'era funerale più indegno che una giornata di lutto nazionale per un gruppo che aveva fatto della dissacrazione la sua missione di vita e che per questa missione ha pagato con la vita.

P.S. Sul versante opposto è altrettanto vergognoso il commento apparso a caldo sulFinancial Times, a firma del suo responsabile per l'Europa Tony Barber, e che in sostanza lasciava intendere che Charlie Hebdo “se l'era cercata” (in una versione successiva, rivista e corretta, il giudizio diventa: “... Questo non è affatto per scusare gli assassini, che vanno presi e puniti, o per suggerire che la libertà di espressione dovrebbe non estendersi a ritratti satirici della religione. E' solo per dire che un po' di buon senso sarebbe utile a pubblicazioni come Charlie Hebdo e il danese Jyllands-Posten che pretendono di segnare un punto per la libertà quando provocano i musulmani”. Peccato che il Financial Times non abbia esortato anche gli Stati uniti a un po' più di buon senso in politica internazionale commentando a caldo l'’11 settembre 2001

venerdì 2 gennaio 2015

L’età dell’oro ci è davanti

L’età dell’oro ci è davanti
Diario n. 276

In questa fase di crisi si può essere disorientati fino a pensare che l’età dell’ora è passata, è quella che ci sta dietro le spalle. Ma mai come oggi è possibile un futuro migliore e mai come oggi non riusciamo a cogliere questo frutto (la mitica e simbolica  mela).
Mai come oggi lo sviluppo scientifico e tecnologico  è stato così potente e mai come oggi questo viene utilizzato contro di noi; mai come oggi il sistema di produzione capitalistico mostra non solo i propri limiti ma anche la sua natura oppressiva e mai come oggi esso si celebra e si “adora”; mai come oggi il “mercato” mostra in se stesso la sua incapacità di regolare l’economia verso il progresso collettivo e mai come oggi ogni controllo sul suo funzionamento è visto come un attentato alle generazioni future; mai come oggi l’ansia di libertà incarna aspirazioni di donne e uomini e mai come oggi siamo tutti vittime di un conformismo oppressivo; mai come oggi vediamo nella laicità la vera dimensione umana e mai come oggi si espandono credenze e fedi oppressive e di controllo delle nostre vite, fino a stupide credenze; mai come oggi esaltiamo la giovinezza come fondamentale per un migliore futuro e mai come oggi i giovano sono emarginati; mai come oggi viene esaltata la sapienza dei vecchi, il loro sapere, la loro esperienza e mai come oggi i vecchi costituiscono un peso; mai come oggi si aspira a relazioni libere ed emancipate e mai come oggi ci si chiude dentro recinti; mai come oggi abbiamo scoperto la possibilità della comunicazione infinita tra di noi e mai come oggi questa comunicazione è ridotta al xme, 6fantastica, condivido, ecc.; mai come oggi avanza il disgusto verso la corruzione e mai come oggi essa è invadente; mai come oggi la violenza ci pare vigliaccheria e mai come oggi si usa violenza sulle donne, sui diversi e sui bambini.
I mai come oggi potrebbero riempire pagine e pagine, la sua natura retorica è evidente, ma il problema è perché non si riesce a realizzare le opportunità offerte?

Credo che ogni atteggiamento nostalgico,  per i buoni partiti, la buona terra, i vecchi sapori, la seria scuola, i bravi dottori, ecc. costituisce un sentimento che non permette di raccogliere la mela.  Il passato non deve riempire i nostri occhi, ma le nostre coscienze e consapevolezze mentre gli occhi devono guardare avanti. Niente di tutto il passato che ci sembra bello e buono è stato di fatto bello e buono. Esso rappresenta un’esperienza da non rinnegare, che ha reso la specie umana per quello che è, nel bene e nel male,  ma da trasformare, da rivoluzionare.

Si è pensato che la trasformazione della società (la sua rivoluzione) avesse bisogno di un reagente nella società, di una rivoluzione culturale. Non poteva essere solo politica, in senso tradizionale. Si è anche detto che oggi non c’è un “palazzo d’inverno” da conquistare, la microfisica del potere intreccia i suoi fili con la nostra vita quotidiana, si insinua nei nostri rapporti familiari, nelle nostre relazioni più intime. Non si tratta di rinnegare niente di queste osservazioni e riflessioni (che costituiscono, comunque, patrimonio di élite) ma cercare di capire cosa e come sia possibile fare.
Personalmente non credo che questa rivoluzione culturale passi per le micro-esperienze. Si lo so, così dicendo rischio molto politicamente e teoricamente. Le micro-esperienze, ciascuno le faccia, a me sembrano una nascosta esaltazione di individualismo. Così come tutte le lotte, e parlo di una cosa seria, su singole questioni che non mettano in discussione la formazione sociale capitalistica (decrepita) sono destinate a non incidere realmente. In alcuni discorsi, ma forse le mie orecchie sono faziose, sembra che con un po’ di buona volontà individuale e politica, senza toccare niente di sostanziale dei rapporti sociali di produzione, sia possibile costruire una migliore e giusta società.

Una rivoluzione culturale ha bisogno di fascinazione, non di fanatismo; ha bisogno di leader, a tutti i livelli, in grado di parlare la stessa lingua e segnare lo stesso cammino, non di un capo; ha bisogno di svelare che il viaggio è più importante della meta, che non si sa come sarà la meta ma che invece è chiaro i passi che bisogna compiere, ha bisogno di sapere che niente ci è donato e che tutto dobbiamo conquistare.     
Dire che si tratta di un impresa ardua e improba è poco; dire che è necessario conoscere la realtà, capire il perché delle cose è il minimo, solo così si sa dove “intervenire”; dire che se si osserva con attenzione si vedono brandelli di futuro, alimenta la speranza. È  chiaro che solo i giovani (di età, di vigore, di determinazione, di sapere) possono guidare questo viaggio.

Voglio avanzare un’affermazione azzardata, in contrasto con quello che ho sempre pensato: oggi più di ieri la presa del palazzo d’inverno sembra essenziale. Mi sembra di capire che solo la relazione tra la rivoluzione culturale dentro la società e una trasformazione delle stanze di quel palazzo permette di avanzare. Certo c’è sempre il pericolo che chi entra in quelle stanze si sieda sui divani e si addormenta, ma forse se e contemporaneamente avanza la rivoluzione culturale il sonno sarà di breve durata.
Si possono avere giuste e importanti idee, sul denaro, sulle modalità di organizzare la vita lavorativa di ciascuno, sull’equità, sui diritti, sulla libertà, ecc., ma se non si possiedono le leve, o alcune leve, per trasformare lo stato di fatto le richieste che vengono dalla società rischiano di essere senza risposta. È la relazione funzionale e vitale che bisogna costruire tra rivoluzione culturale e leve del potere che può garantire che la strada sia quella giusta, che il viaggio è incamminato sui giusti binari.

È possibile, a condizione che si sconfigga, anche in noi stessi, l’idea che l’età dell’oro sia un ritorno al passato, ma piuttosto un cammino.  
       
   


     

sabato 20 dicembre 2014

Recensione Alberto Magnaghi

Cara Alberto,
la rilettura del tuo libro (Alberto Magnaghi, Un’idea di libertà (DeriveApprodi, 2014, p. 204, 15€) a distanza di quasi trenta anni mi ha fatto un’impressione non solo notevole, come allora, ma molto diversa dalla prima lettura. In quella lo sguardo politico era stato prevalente, del resto il processo contro di te egli altri compagni era concluso da poco, come da pochi anni eri stato liberato dalle catene del carcere.
Non intendo dire che la “politica”, possa essere espunta dal tuo diario dal carcere, ma oggi l’attenzione può essere posta sul travaglio fisico, intellettuale e psicologico che la lunga detenzione ti ha imposto. Le pagine che esplorano le “condizioni” dalla cella d’isolamento, alla camerata passando per la piccola cella mi sono parse testimonianza di un continuo “adattamento” sui modi specifici della resistenza verso non la distruzione ma, come sostiene tu,  la dissoluzione di mura, limitazione di spazio, grate, ritmi imposti e soprattutto dissoluzione dello stato delle cose. Un concetto che costituisce una variazione del tuo precedente pensiero politico.
Mi domando oggi se avere insistito affinché tu scrivessi, durante la detenzione,  un libro (Il sistema di governo delle regioni metropolitane) che contenesse i tuoi ultimi interessi disciplinari, non sia stata un’ingerenza indebita, un “disturbo”. Allora mi sembrava che lavorare al libro potesse in qualche modo ridurre l’oppressione carceraria, come se fosse una distrazione. Oggi ho il sospetto, sebbene ne parli in modo molto sfumato, che abbia costituito un aggravio della tua condizione: un piegarti a vincoli, permessi, spazi specifici.
Nel diario dal carcere trovo emozionante il passaggio dalle questioni che riguardano i bisogni e gli avvenimenti materiali e le tue considerazioni sugli spazi più psicologici che fisici.
Caro Alberto quella che hai dovuto affrontare è stata un’esperienza totalizzante, intendo in negativo totalizzante, che tu ci restituisci con pudore ma completamente, una restituzione che si coglie in tutte le sue sfaccettature e implicazioni a distanza dagli avvenimenti politici che l’anno causata, almeno così è per me. Se a suo tempo il risentimento era politico, oggi stemperato da quello il risentimento mi pare più profondo e implicante.

Alberto Magnaghi è stato arrestato, nell’ambito dell’istruttoria denominata “7 aprile” contro ex-dirigenti e compagni della già disciolta, da molto tempo, organizzazione politica Potere Operaio. Erano accusati di essere i dirigenti occulti delle Brigare Rosse; un accusa infondata, non provata che si fondava su quello che venne definito il “teorema Calogero” (dal nome del giudice istruttore).
Certo che Alberto era stato dirigente di Potere Operaio, ma poco a che fare aveva con l’idea della lotta armata. Quando è stato arrestato, nel dicembre del 1979 (Potere Operaio si era sciolta nel 1973) insegnava al politecnico di Milano, facoltà di Architettura. Il suo impegno culturale, scientifico e politico trovavo coagulo espressivo nella rivista  Quaderni del territorio.
Dal dicembre del 1979 fino a settembre del 1982 resta in carcere. Quasi tre anni.
Fino al settembre 1980 a San Vittore (Milano), poi a Roma Rebibbia e Regina Coeli. Il libro di cui si parla è il diario di questa lunga carcerazione.

Io credo che tutti dovrebbero leggere o rileggere questo testo, non ponendo molta attenzione alle questioni politiche, alle ragioni di questa lunga e inutile carcerazione, non perché non siano importanti ma perché ormai è storia e solo per accenni se ne parla nel libro con riferimento all’impegno per stendere memorie o studiare gli atti processuali, ma avendo cura di scrutare le riflessioni di Alberto sulla condizione di recluso, le inflessioni del pensiero ed anche le sue trasformazioni. Un ansia di libertà, anche minuta, intorno alle piccole cose, che porta ad un’idea di libertà.     

giovedì 18 dicembre 2014

Renzi: variegato

Diario n. 275

  • Renzi e il PD
  • Renzi, la fine propulsiva
  • Renzi: il nuovo futuro presidente della repubblica    


Renzi e il PD
Dell’ultima assemblea del PD si potrebbero scrivere molte cose: della finta cautela di Renzi, delle preoccupazione per la prossima scadenza dell’elezione del Presidente della repubblica, della preoccupazione per le manovre di Berlusconi, della timidezza dell’opposizione interna, ecc.
Ma soprattutto si potrebbe scrivere degl’ignavia politica di tutti, ma forse piuttosto che scrivere si può riportare quello che Shakespeare mette in bocca a Cassio a proposito dello strapotere di Cesare (senza che questo induca nessun paragone tra Matteo e Cesare):

Perché, amico, lui sta a cavalcioni di questo stretto mondo
come un Colosso, e noi, uomini meschini,
ci muoviamo sotto le sue gambe immense e sbirciamo
di qua e di là per trovarci disonorate tombe.
Gli uomini in certi momenti, sioo padroni del loro destino.
La colpa, caro Bruto, non è delle nostre stelle,
ma di noi stessi che siamo schiavi.
[…]
Ora, nel nome di tutti gli dei di una volta,
di quale cibo si nutre questo nostro Cesare
da diventare così grande? Oh epoca svergognata!
Roma, tu hai perso la stirpe del nobile sangue!
Quando mai è passata un’epoca, dopo il grande diluvio,
che non andasse famosa per più di un sol uomo?
Quando mai si è potuto dire, finora, parlando di Roma,
che le sue ampie strade non contenevano che un uomo?
Ora è Roma davvero un piccolo romitaggio,
se in essa non c’è che un uomo soltanto.
  
Renzi, la fine propulsiva
Comunque lo si giudichi, Rezzi è sembrato potesse essere una forza “propulsiva” per il paese (rotamare, rinnovare, riformare, decidere, ecc.), ma difetti caratteriali gravi per un politico, una sicurezza in se stesso che rasenta l’assurdità, la tendenza a circondarsi solo di persone, donne e uomini, che lo assecondano, l’ignoranza sostanziale della crisi economica e il considerarsi l’uomo che poteva aggiustare tutto (la crisi economica, la crisi sociale, la crisi culturale e la crisi della rappresentanza) con la forza del suo attivismo, ne ha depotenziato qualsiasi possibilità. Si può dire che Renzi abbia fallito. Questo non vuol dire che scomparirà dalla scena politica, ce lo potremmo tenere per un decennio e forse più. La sua forza sta nella debolezza degli antagonisti (sic!).
Il teatrino della politica che ha costruito, essendo un giovane post-moderno, quello dei messaggini, dell’accattivarsi, con il sorriso, mamme e figli, resisterà ma non produrrà niente di buono.
Le sue trovate, ieri gli ottanti euro, oggi le olimpiadi, fanno scena, ma la commedia non si avvia verso il lieto fine.
La tentazione forte che ha di andare alle elezioni presto, per liberarsi di infedeli (dentro e fuori dal suo partito) non è affatto tramontata, del resto quanto più categorici sono i suoi dinieghi tanto falsa essi appaiono alle orecchie sensibili (fidati, dice, mentre ti avvelena).
E poi non è sicuro che le elezioni andranno come vorrebbe; non parlo di sconfitta ma forse il coagulo di forze diverse e l’affermarsi di vecchie sigle, prospettano un risultato inutile ai suoi fini: un Parlamento ancor meno governabile.   


Renzi: il nuovo futuro presidente della repubblica    
Il rosario di nomi che l’informazione (si fa per dire) snocciola ogni giorno sui possibili candidati alla presidenza della repubblica (nomi sussurrati, che i politici si lasciano … sfuggire di bocca) appare drammaticamente deludente. Giorgio Napolitano è stato un presidente criticabile per molti versi, ma il pericolo è che forse lo rimpiangeremo.
Alcuni dei nomi che si fanno non c’entrano niente con il ruolo (non basta certo essere famosi); altri da anni brigano per questa elezione; altri come unica caratteristica hanno dalla loro il sesso (donne); altri rappresentano dei campioni di “occupazione” di poltrone; ecc.

Non speriamo in niente;  il paese fornisce  nomi adatti, dignitosi e di  valore, ma questi saranno scartati come pericolosi eversori (dei disegni di Renzi). Sarà quel che sceglierà Renzi con qualche suo alleato impresentabile (al netto delle schede nulle). Sarà una soluzione insoddisfacente, di cui non abbiamo bisogno: un ferro vecchio lucidato o un  ferro nuovo già maculato. Ma che possiamo volere di più?