giovedì 22 maggio 2014

Euro, maledetto euro

Diario 261



Euro, maledetto euro 
I test di ammissione per le facoltà a numero chiuso 
Il processo popolare promesso da Grillo: l’intolleranza al potere 


Euro, maledetto euro

In occasione della campagna elettorale per il Parlamento europeo, spesso viene avanzata una richiesta politica di “abbandonare” l’euro, essendo la moneta unica responsabile del disastro economico del nostro paese. Si fa strada tra le gente il convincimento che tutto il male dipenda dall’euro, mentre tornare alla lira risolverebbe i problemi. 

Si tratta di una proposizione opportunistica, si scarica su una “cosa” che tutti conoscono e maneggiano, appunto l’euro, l’insofferenza per il disaggio economico e sociale senza andare alla ricerca dei veri “responsabili”.

Anche quanti si oppongono a questa “ricetta”, discettano dei meccanismi complessi e non chiari, e forse non previsti, attraverso i quali questa fuoriuscita possa avvenire. Altri, giustamente, sostengono che l’abbandono dell’euro con il ritorno alla lira che dovrebbe permette una svalutazione in modo da aiutare e facilitare le nostre esportazioni, e quindi avviare un nuovo periodo di sviluppo, trova una sua contropartita negativa nell’aumentato costo delle importazioni, ed essendo il nostro paese dipendente dalle importazioni per beni essenziali non solo all’economica ma anche alla vita quotidianità, si pensi solo all’energia, la svalutazione finirebbe per essere negativa e produrrebbe ulteriori processi di redistribuzione negativi. 

Ma tutti questi ragionamenti sono fuffa e soprattutto si vuole consapevolmente nascondere il nodo fondamentale. Si possono dividere le questioni considerando due aspetti principali. 

Da una parte va detto che la crisi da cui non si riesce ad uscire, e non parlo solo dell’Italia, è generato dalla speculazione finanziaria (fare denaro con denaro), e negli strumenti che la finanza internazionale ha “inventato” per poter concentrare sempre più il potere economico in poche mani, il famoso 1%, e scaricare, sul 99% , il costo dell’operazione.

Dall’altra parte le politiche di austerità attivate in Europa (ma non solo) hanno aggravato la crisi per il semplice fatto che esse non erano finalizzate a cercare, in qualche modo, delle soluzioni, anche parziali, alla crisi, ma solo a garantire finanza e banche. Si salvano le banche e si affamano i popoli, questa è la fondamentale guida delle politiche dell’Unione Europea e delle istituzioni pubbliche finanziarie internazionali.

Se ipotizzassimo il nostro paese fuori dallo euro e dalla UE, avremmo lo stesso enorme debito, con la stessa percentuale del 130% sul PIL, questo rapporto non cambierebbe. Ma quale sarebbe la politica del governo? Non faccio fatica a pensare che sarebbe la stessa: la sua preoccupazione maggiore sarebbe quello di garantire i “possessori” del nostro debito, con il pagamento degli interessi e il rimborso del capitale, attraverso il rinnovo del debito. La finanza ci terrebbe per il collo e non saremmo capace di scioglierci da questo nodo. Continueremmo ad avere una continua tosatura della popolazione per garantire i creditori. Faremmo delle politiche di ristrutturazione del debito? non credo; faremmo delle politiche di taglio del valore del debito? non credo; ci rifiuteremmo di pagare il debito? non credo. Non solo perché non esiste nell’orizzonte della nostra politica andare contro la finanza, ma perché un paese solo (debole e piccolo, questa è l’Italia) non potrebbe fare una tale politica con risultati positivi. La fionda di David in questo caso non funziona. 

Non è l’euro il nostro problema e dell’Europa, sono solo in parte le politiche di austerità imposte dalla UE (pensare che sia possibile una politica di espansione e che questa sia la soluzione ci pare un’illusione), il nostro problema è la finanza internazionale, ma per combatterla bisogna essere forti e grandi. È la politica della UE che va cambiata, ma non solo in termine di meno austerità, certo anche questo, ma in termini di conflitto aperto e risolutivo verso la finanza internazionale. Ma di questo non si parla.


I test di ammissione per le facoltà a numero chiuso

Il destino della nostra Università è legata al “pensiero”, diciamo così, dei relativi ministri che si succedono al ministero. Ci deve essere qualcosa di malvagio, un incantesimo ministeriale: professori ed ex rettori di università prestigiose appena si siedono su quella poltrona perdono la conoscenza che hanno, o dovrebbero avere, dell’Università.

Non sfugge neanche l’attuale ministro, il quale raccogliendo il “grido di dolore” per i test di selezione per le facoltà a numero chiuso, indica una nuova strada: tutti dentro la selezione sarà effettuata alla fine del primo anno (ma si dice anche alla fine del secondo anno) sulla base dei risultati conseguiti. 

Intanto, i test non piacciono anche al ministro perché mal fatti, o come strumento in sé? Questo non è chiaro, e sarebbe un’opinione importante. Ma tralasciamo. Una volta deciso il numero chiuso un criterio di selezione si impone. Quello proposto dal ministro mi sembra peggiore dei test.

Anche se il ministro contemporaneamente avesse garantito al primo (o ai primi due anni) di quelle facoltà una triplicazione, e anche più, degli spazi, delle attrezzature, del personale docente e di assistenza, la soluzione mi sembra barbara, da una parte, e fondata sul “mercato”, dall’altra. Barbara perché promette a chi non riuscisse di avere perso uno o due anni. Va bene che i giovani non hanno niente da fare, resteranno senza lavoro anche se laureati, ma approfittare di questa situazione mi pare cinico. Di mercato, perché fioriranno gli “istituti” che prepareranno all’esame dietro pagamento di cospicue rette quanti potranno pagare.

Questa situazione sarebbe moltiplicata esponenzialmente se la Ministra non garantisse, come fa, maggiore risorse, allora dove prima ce ne stavano 150,ora ce ne devono stare 800 o più, chi insegnava e curava 150 studenti ora non insegna e non cura 800 e più studenti. Già si parla di lezioni in video conferenze (con strumenti che si interrompono, che mal trasmettono, ecc.); le video lezioni sono uno strumento che richiede mezzi e tempi di preparazione adeguati, non basta una piccola telecamera fissa davanti alla cattedra.

Insomma un vero pasticcio, cinico, di favoreggiamento, e, soprattutto, inefficace e inefficiente. 

Forse, con impegno, si possono trovare strumenti migliori, parametri più significativi, test più sensati, ecc. Si tratta di una selezione che ha grande importanza per il paese, meriterebbe che su questa necessità si misurassero energie creative e scientifiche serie. Ma questo sarebbe troppo, basta avviare la mandria in aule inospitali e inadeguate, poi la rigidità dell’esame (di 800 o più studenti esaminati) farà la selezione. Ma come? Uno studente deve superare tutti gli esami, l’80% o quale altra percentuale. 

La ministra ha sopra il suo tavolo l’esito dell’abilitazione di professore associato e ordinario, con i ricorsi, le ambiguità, gli scandali, ecc. La selezione di massa con mezzi inadeguati genera storture, non selezione.


Il processo popolare promesso da Grillo: l’intolleranza al potere

Il farneticare di Grillo non deve essere preso sotto gamba. Non perché farà i processi popolari, ma per il clima di violenza e di intolleranza che genera.

Grillo ha sostenuto che senza il M5* oggi l’Italia sarebbe attraversata dalla violenza, mentre il movimento incanala politicamente (sia fa per dire) il malcontento popolare, il disaggio sociale, la rabbia per la disoccupazione giovanile, ecc. A me pare il contrario è Grillo ad alimentare violenza e intolleranza.

La convivenza non è assenza di conflitto, ma è sicuramente assenza di intolleranza individuale, che è quella che arma la mano non solo contro il politico, ma contro le donne, i nonni, chi ti guarda storto, ecc. 

Si può ridere della proposta dei processi popolari, si possono ricostruire tutti i motivi che non giustificano questo atteggiamento morale da parte di Grillo, ma io penso che bisogna avere preoccupazione per il clima di intolleranza che genera. Questa è una battaglia da fare contro Grillo e il suo movimento, per la convivenza, la civiltà e la libertà.



martedì 13 maggio 2014

Liberare Claudio Scajola

Diario 260

Liberare Claudio Scajola

Tenere in carcere l’ex ministro Claudio Scajola lede i diritti umani; l’Italia potrebbe essere condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Non si può tenere in carcere, infatti, un uomo privo della capacità di intendere e di volere, né vale che si tratti di uomo molto abile, con una capacità innata, per tenere nascosto questo suo handicap.

Si hanno diverse prove di tale incapacità, anche se prende la forma prevalente della “smemoratezza”: il caso della casa pagatagli da un amico a sua insaputa; l’aiuto dato al un latitante condannato con sentenza definitiva per sostegno alla criminalità organizzata, pensava di fare un’opera buona, umanitaria; la dichiarata conoscenza quasi formale per la signora Rizzo, moglie del latitante, quando i loro rapporti sono registrati frequenti e continui e finalizzati a garantire la latitanza del marito di lei. Gli ultimi sintomi sono emersi in questi giorni: da dieci anni usava impropriamente un telefono e una sim di proprietà del Ministero degli interni. Non si ricordava, credeva fossero suoi, anzi no della scorta, e ovviamente non ricorda che la sua scorta è impropria. Inoltre imponeva alla sua scorta di chiamarlo Signor ministro, non ricordando che da tempo non lo era più.

Insomma anche chi fosse collocato politicamente in altro schieramento da quello dell’ex ministro, deve sentire l’obbligo umanitario di richiederne la scarcerazione.

domenica 11 maggio 2014

Marina B., una vita straordinaria

Diario 259

Marina B., una vita straordinaria



Diario 259

Marina B., una vita straordinaria

Ciascuno di noi vive una vita normale, direi banale, una vita dove gli avvenimenti sono previsti e prevedibili, l’imprevisto è un’eccezionale (e non parlo della caduta dalle scale o dall’essere investititi sulle strisce pedonali). Molti pensano “la mia vita è un romanzo”, ma si tratta di un riflesso di cattive letture e di tanta Tv. Per alcuni, pochi, la vita si presenta come eccezionale, direi straordinaria, dove la realtà si scontra con le aspirazioni, i contorcimenti di carattere risultano funzionale ad un destino che non si voleva, dove i desideri sono continuamente frustrati.  È il caso di Marina B.
Marina nasce in provincia di Varese, suo padre usciere al comune e sua madre casalinga. Una vita grama ma tranquilla. Marina cresce circondata dall’affetto dei suoi, sua madre sogna di farne una sarta, le sembra che abbia una disposizione innata da come gioca con le bambole. Ma a sette anni, perde all’improvviso il padre, la madre è disperata non solo per la perdita del marito ma per la condizione economica nella quale la famiglia è caduta, la magrissima pensione permette  di pagare l’affitto e comprare il pane. La madre si dispera, non sa a che santo rivolgersi e le sue preghiere restano inascoltate. Marina è estremamente colpita dalla morte del padre, la sua giovanissima età, sette anni, le permetterebbe il dolore ma anche una sorta di smemoratezza, Marina no, si lascia accompagnare soltanto dal dolore. 
Una coppia facoltosa che veniva dal capoluogo per fare acquisti di frutta e verdura, spesso si fermava a carezzare Marina, che giocava per strada facendole regali e chiacchierava con la madre. Non avevano figli per quanto desiderati. Un incontro fortuito, quasi casuale che cambia la vita di Marina, questa coppia, infatti, si offre di prendere con sé Marina. La madre è combattuta tra l’attaccamento alla figlia, il possesso, e il desiderio di garantirle un avvenire migliore. Vince l’amore e la bambina viene affidata a questa coppia.
Marina sviluppa un sentimento di astio verso sua madre: non l’ha voluta, l’ha ceduta, non l’ama. È troppo giovane per far conto del suo avvenire.
Nel nuovo ambiente, la città, Marina esplode. Si impegna nello studio, assorbe gli stimoli che venivano dalla nuova famiglia, culturalmente ricca anche se moralmente e socialmente rigida. Marina cresce, per i nuovi genitori ha un sentimento di riconoscenza ma non d’amore, li sente e li vuole tenere distanti, la vera madre dimenticata in una nuvola di astio.
Marina cresce, tra successi scolastici, buone compagnie, feste di ragazzi, vacanze estive. Vive tutto questo con gusto, ma è come se fosse in un ambiente alieno. Nessuna vera amicizia con le sue compagne, nessun cedimento ai giovani corteggiatori. Si sente sola e vuole essere sola.
Ma giunge l’Università, la grande città, la moltiplicazione degli ambienti sociali, la curiosità per il nuovo. È sola ed è felice. I “genitori” le hanno trovato un posto in un collegio femminile, le regole non le pesano, ma inizia a trasgredirne alcune (per un film, un concerto, chiacchiere con compagni), nessuna amica e nessun amico. Ma all’improvviso emerge, a lei sembra come se emergesse dalla folla dei giovani, Elena, giovane, intelligente, spiritosa, dissacrante, come un colpo di fulmine tra le due scocca la fiamma dell’amicizia. Elena inizia Marina allo spinello, al sesso, alla rivolta. Una coppia che spopola, ma impenetrabile: loro due contro il mondo.
Le suore chiamano i “genitori” non possono più tenere Marina in collegio, non rispetta nessuna regola, è arrogante, blasfema. I genitori accorrono, vogliono riportarla a casa, Marina si ribella, la sua vita ormai è un’altra. Non vuole niente, non dà niente, scompare da quel mondo.
Il suo mondo è la città, la sua Elena, lavoretti, giacigli occasionali, la solidarietà dei compagni, cibi arrangiati, case occupate. L’erba non basta più, passano ad altro, perdono i compagni, sempre più sole si prostituiscono a turno per la dose, la loro intelligenza si ribella ma i loro caratteri sono deboli, assuefatti a quella dimensione di degrado. Hanno ancora fame, rubano libri, rubano pane.
Ecco un giorno per un taglio malvagio Elena muore abbracciata a Marina.
Disperata, vaga per strada, stralunata ma non drogata, affamata ma senza fame, vorrebbe finirla, ma aveva promesso ad Elena di essere felice. Ma coma si fa?.
In qualche modo ripulita, rivestita, rinutrita, cerca lavoro. Viene assunta come fattorina in una grande azienda. E come se la sua intelligenza rifiorisca. È efficiente, è efficace, è innovativa, grande lavoratrice, aperta ma distaccata. Viene notata e si fa notare, ha capito che l’aspetto fisico in un donna è un importante ingrediente per attirare l’attenzione.
Non ha vita sociale, fuori dal lavoro, letture, di tutti i tipi, segue un corso di inglese, qualche cinema e ogni tanto gli è tornata la voglia di qualche concerto.
Notata viene promossa, sale gradini fino ad una delle tante segretarie dell’open space dell’azienda. Quella è la sua fortuna.
Il capo, il boss come viene chiamato da tutti, la individua. Forse l’ha scambiata per un’altra. Avendo perduta una delle sue segretarie la richiede. Marina cambia piano, sale all’ultimo. Ambiente raffinato ma un po’ carico (gli insegnamenti della sua famiglia adottiva hanno sviluppato un’attenzione ai particolari). Ma quello che la colpisce è l’ambiente ostile, le altre tre segretarie fanno un unico corpo contro. Marina fa finta di niente, ma giudica, le valuta come donnette ambiziose e senza carattere, in attesa spasmodica di un elogio del campo e drammatica evoluzione per un’osservazione, non parliamo per un rimprovero. Marina si da la regola della compostezza. Fa il suo lavoro, non piega la testa ma non è arrogante, spesso interloquisce con il boss. Elabora una strategia per il successo. Le altre tre segretarie non si rendono conto, ma sta tagliando loro l’erba sotto i piedi.
Soprattutto apprende: si fa consapevole delle relazione, ammantate di cinismo, con i potenti (politici, imprenditori, amministratori); capisce che per fare soldi bisogna procurarsi soldi e prenderli ovunque essi siano (i soldi non hanno sapore, non hanno odore); apprende come bisogna ridurre il danno che lo stato procuce con le tasse (evadere è un  diritto); scopre che molti possono essere comprati, hanno un prezzo (politici, magistrati, giornalisti). La sua educazione si completa, si guarda nello specchio e sorride rimirando la bambina che giocava per strada, la giovane per bene di buona famiglia, la sbandata, la fattorina. Sorride soddisfatta, il mondo è là pronto per essere preso, bisogna avere la mano pronta, il coraggio vigoroso e la coscienza opaca.
Ha smantellato la segreteria del boss, lei ormai e il capo, ha scelto altre cinque segretarie (tre uomini e due donne) che formano il suo ufficio, seduta alla sua scrivania, in una stanza ovattata, ormai riceve gli omaggi dei potenti, paga, non prega, ordina. Il boss si fida e gli affida il suo impero.
È giusto che una vita come quella di Marina B. meriti un’opera teatrale che la esalti, come quella che si sta preparando in questi giorni. La sua vita è un romanzo.                    






giovedì 8 maggio 2014

La stravaganza: come si creano posti di lavoro?



Diario 258

La stravaganza: come si creano posti di lavoro?
Povero Scaiola, l’inconsapevole



La stravaganza: come si creano posti di lavoro?

Il Governo Renzi si è convinto, almeno così pare, che il problema della disoccupazione, di quella giovanile in particolare, sia da una parte un problema di rigidità contrattuale e dall’altra dipenda dal mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Che esista una rigidità contrattuale è una bella favola, i lavoratori, proprio in presenza di un’alta disoccupazione sono stati costretti ad accettare forme contrattuali super flessibili e ad alto tasso di sfruttamento. La nuova legislazione messa in campo, e che pare il parlamento, dopo contorcimenti vari, approverà, si può prevedere, avrà pochissimi effetti in termini di aumento dell’occupazione; forse, ma anche qua il dubbio non è un vezzo, regolerà solo alcune posizioni dando loro una forma ufficiale di precariato.

Inoltre che il governo si attrezza per spendere risorse (se ho capito bene un miliardo) per creare un sistema, ovviamente ad amplissimo contenuto informatico, per fare appunto incontrare domanda e offerta di lavoro che pare non si conoscano, non si incontrano, mentre forse non si trovano perché la domanda langue.

Pur all’interno di una crisi endemica e senza soluzione, l’unica soluzione essendo il cambiamento di regime sociale, sarebbe possibile fare qualcosa per alleviare i drammatici livelli di disoccupazione. Bisognerebbe mettere in moto un progetto reale non legislativo per creare nuovi posti di lavoro. Una politica per l’occupazione con un forte risvolto di politica industriale. Tanto per intenderci, farà molto di più, se effettivamente sarà realizzato, l’investimento di pochi milioni di euro per mettere in sicurezza le nostre scuole che non tutte le leggi sulle quali Renzi rischia sempre di impiccarsi.

Sembrava che i “giovani al potere” potessero significare maggiore comprensione dei fenomeni reali, maggiore immaginazione nel trovare soluzioni, maggiore progettualità. Niente di tutto questo, ma solo la ricerca dell’effetto popolare.



Povero Scaiola, l’inconsapevole

Diciamolo chiaramente il destino si accanisce contro il povero Scaiola: prima il pasticcio, diciamo così, della casa  in parte consistente pagatada “altri”, di cui l’ex ministro non sapeva niente; ora l’arresto con l’accusa di avere favorito la latitanza di un condannato con sentenza definitiva per collaborazione con la criminalità organizzata. Ma sono certo che Scaiola non sapesse proprio niente di quello che stava facendo. È un destino crudele, una maledizione, quella che si accanisce contro l’inconsapevole ex ministro e amico dell’ex cavaliere Silvio Berlusconi. A meno che sia propria l’amicizia con l’ex cavaliere che porta male, come dimostrano i troppi suoi amici inquisiti e condannati. Altro che accanimento giudiziario, si tratta di un caso evidente di iettatura.   

martedì 29 aprile 2014

Muori Catullo



Diario 257

Muori Catullo



Muori Catullo meglio morire
Se Nonio-le-Scrofole fa il magistrato
Se Vatinio il bugiardo giura
Per il suo consolato
Muori Catullo meglio morire

Se si guarda al nostro paese verrebbe voglia di aderire al pessimismo di Catullo, ma non è possibile, il nostro paese è messo molto male, avrebbe bisogno di tutti e di ciascuno di noi; sarebbe necessario che ciascuno facesse quello che può e sa e che rigetti lo sconforto che giustamente ci coglie. Del resto come non farsi predere dallo sconforto.

Silvio Berlusconi, condannato per delitti contro lo stato e la comunità, e sotto processo per reati altrettanto gravi, tra cui la “compra” di senatori, non solo è stato graziato di fatto dalla condanna inflittagli dai tribunali e confermata dalla Cassazione, ma è diventato, più di prima, il beniamino dell’informazione. Bisognerà un giorno riflettere sul degrado dell’informazione stampata e televisiva e sull’opportunismo di molti dei giornalisti, anche di sinistra. Le interviste o le apparizioni di Berlusconi hanno un tasso di informazione pari a zero, egli ripete sempre la stessa storia e propina le sue fandonie, quindi non è per informarci che viene intervistato, ma solo perché pare faccia audience, mentre non ne possiamo più.

Beppe Grillo, con i suoi insulti, con il suo taglio autoritario, si prende lo spazio che vuole. Raccoglie la protesta, anche la giusta protesta, ma la porta a un vicolo cieco, sogna la maggioranza assoluta e noi tremiamo. L’Italia che ci propone, per quello che si riesce a capire tra un va fa.. e qualche altro insulto, è repellente.

Matteo Renzi, non mi piace, non mi piace, ma non è un giudizio estetico ma politico. Ma è il meno peggio. So che qualcuno storcerà il muso (anch’io), ma va preso atto che il panorama politico italiano offre solo di peggio. Insieme ai suoi ministri e ministre, spesso alla moda, sta mettendo alcune pezze, dei rattoppi, altro che cambiare senso, Alcuni di questi proprio sbagliati (vedi il lavoro, l’idea che il problema sia il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro, più stupida non potrebbe essere), alcune sacrosante (vedi auto blu), altre modeste ma giuste (gli 80€ in busta paga, fermo restando i pasticci procedurali). Non molto, ma cosa c’è di meglio nel panorama politico?

La Sinistra, comunque e dovunque qualificata, oltre ad affermare un “dover essere” inconsistente non mostra né di avere capito la gravità della situazione, né di voler realmente costruire almeno un primo grumo di opposizione. Incrociamo le dita e speriamo fortemente, ma vale la pena di impegnarsi, che si sia in grado di superare la soglie di sbarramento alle elezioni europee.

Ma può essere mai che il Senato sia il nostro Vietnam? (so che un riflesso e una lingua degli anni ’70, ma non mi vergogno). Non possiamo accettare che così va il mondo, non possiamo accettare che le cose del mondo sono cambiate e, come direbbe Renzi, ce ne dobbiamo fare una ragione.

Inchiodiamo la nostra classe dirigente, politica, accademica ed economica a dire chiaramente se possa esistere:
- Un ragionevole livello di disoccupazione;
- Un ragionevole livello di disoccupazione giovanile;
- Un ragionevole livello di reddito che possa garantire una vita decente;
- Una ragionevole evasione fiscale e corruzione;
- Una ragionevole diseguaglianza sociale;
- Una ragionevole libertà personale dal bisogno, dall’oppressione statale o familiare;
- Un ragionevole sistema di sanità pubblica priva di alti tassi di errori, di approssimazione, in modo che ci possa affidare con fiducia alla loro cura;
- Un ragionevole livello di qualità di istruzione, in grado di formare dei giovani colti oltre che informati, capaci, fantasiosi e in grado di costruire per tutti un futuro migliore;
- Un ragionevole livello di sport che non sia spettacolo milionario e per fare milioni;
- Un ragionevole livello di informazione;
- Una ragionevole struttura economica;
- Una ragionevole qualità del lavoro
- …….

Se non c’è una classe dirigente (che comprende anche sindacalisti, leader di movimenti sociali e ambientali, ecc.) a fornire accettabili risposte a questi interrogativi, bisognerà che si trovi il modo di cambiarla, senza rispetto per età, per sesso, per tradizione. Vorremmo sapere e abbiamo il diritto di sapere, verso che paese stiamo andando.
La politica realista del “fare” alla quale si attacca il governo, va bene se il fare, fare, fare, e subito ci porti verso un società più giusta, più equa, più sana. Volere una società più giusta, più equa e più sana non può essere qualcosa di cui vergognarsi, perché non alla moda con il tempo che scorre. Ma se fosse così, se avessero ragione, dovremmo pretendere di sapere quale è il prezzo da pagare e chi sono quelli che dovranno pagare per questo nuovo andazzo del mondo. Insomma dobbiamo pretendere di vedere le carte.

Non possiamo più accettare la finzione che presto torneranno i bei tempi, nessuno ci crede e del resto, come si ripete, il mondo è cambiato; ma quella che non deve cambiare è la dignità del vivere.





venerdì 18 aprile 2014

Il “ricatto” paga ma non fa bene al paese

Diario 256
  •  Il “ricatto” paga ma non fa bene al paese
  • Volgarità
  • Nuova disciplina universitaria  


Il “ricatto” paga ma non fa bene al paese
 Non è un bel paese quello nel quale le più importanti istituzioni si fanno “ricattare”. Non è difficile capire che la minaccia da parte di Silvio Berlusconi di far saltare le “riforme” se non gli fosse riconosciuta “presenza politica” e “agibilità politica” ha spinto il Presidente della repubblica a riceverlo, nel più alto colle della politica italiana, nonostante che l’ospite sia stato  condannato per reati contro lo Stato e sotto processo, con una prima condanna, per altri reati. Napolitano seguendo un suo convincimento sulla necessità delle riforme, di quelle riforme, si è piegato, diciamo così, per gli interessi del paese (individuati nelle riforme in cantiere) all'arroganza del condannato.
Così come la cena del Presidente del consiglio con Silvio Berlusconi e l’inquisito Verdini ha la stessa matrice. Per la paura di rimetterci la faccia, come egli dice, Renzi ha accordato al condannato Silvio Berlusconi una cena (un tratto di maggiore amichevolezza rispetto a quella del Presidente della Repubblica) che insieme all'incontro con  Napolitano ha illuminato il condannato di visibilità politica.
Incontri necessari? Assolutamente no, la riaffermazione degli accordi del Nazareno poteva essere lasciata ai plenipotenziari, ma Berlusconi voleva essere illuminato e questo ha ottenuto.
Non è una bella storia quella di un Presidente della repubblica e di un Presidente del consiglio che ricevono un condannato per reati gravi contro lo stato e sotto processo per reati altrettanti gravi.
Se è un mascalzone chi ricatta lo sono un po’ meno chi si fa ricattare per nobili motivi o solo per propria convenienza politica.
Ma gli incontri hanno avuto “buon esito”. Non dubito che i giudici che hanno definito le modalità attraverso le quali il condannato dovrà scontare la pena, hanno applicato la legge, ma non pare inverosimile che l’applicazione sia stata …benevola,  frutto di quella illuminazione di cui si è detto. Berlusconi non è un condannato pentito, al contrario rigetta la condanna e ha condotto una campagna quanto mai aggressiva verso la magistratura tendendo a delegittimarne ruolo e funzione. Non è che i magistrati si sarebbero dovuti vendicare, ma avrebbero potuto essere legittimamente più severi data la personalità delinquenziale del quale dovevano stabilire le modalità di applicazione della pena. Si potrebbe dire che anche loro sono stati sottoposti alla pressione di due ricatti quella del condannato e quelle delle massime cariche dello stato che il condannato hanno onorato.    
Tutto questo poi perché? Per una legge elettorale sicuramente antidemocratica e, con molto probabilità, anche anticostituzionale che non è escluso porti i grillini al potere (non per virtù di consenso ma per i marchingegni della legge) e per una riforma del Senato che grida vendetta.
Non tutte le riforme sono buone per il solo fatto di essere … riforme; spesso i riformatori, diciamo così, si innamorano delle parole.

Volgarità
Le forme delle volgarità sono tante, da chi si mette le mani dentro il naso a chi ti erutta in faccia, ma queste volgarità sono il segno di una cattiva educazione, ma ci sono delle volgarità, chiamiamole intellettuali, che sono costruzione cosciente (e se incoscienti ancora peggio) di ferire, ma che alla prova dei fatti servono piuttosto a disegnare la personalità di chi le elabora.
Il Presidente del consiglio, Matteo Renzi, è un grande costruttore di volgarità intellettuali, certo figlie della sua tracotanza, ma questo aggrava.
Quanto egli formula la sua reazione nel “se ne devono fare una ragione”, o ancora “vuol dire che me ne farò una ragione”, egli definisce l’interlocutore non degno di attenzione, intende dire non conti niente per me, io vado avanti per la mia strada delle tute ragioni me ne faccio un baffo. Se il “baffo” poi è un interlocutore sociale, come per esempio il sindacato, dimostra il suo autoritarismo. Non sto dicendo che il sindacato ha sempre ragione, ma costituisce uno dei  “soggetti”  meritevole di attenzione da parte di chi questo paese intende governare. Detto sinteticamente il “se ne devono fare una ragione” è la traduzione toscana del ligure “fa va…” di Grillo. Il guaio per noi è che il paese se li merita tutte e due.

Nuova disciplina universitaria  

Non sono chiari ancora i termini della manovra che il governo sta mettendo a punto, ma quello che pare certo che da questo momento in poi non basta più nelle Università l’insegnamento di Scienza della Finanza, ma si impone una nuova disciplina Ingegneria della finanza dello stato. Tra anticipazione, rivalse, ecc. la macchina non solo è complicata ma rischia di non funzionare. Per la verità aveva cominciato il già dimenticato ministro Tremonti, ma ora ci riprova Renzi anche se gli obiettivi di quest’ultimo sono sbagliati ma apprezzabili (tra gli errori, diciamo così, pare paradossale che ha ricevere di più, dentro la fascia dei redditi stabiliti, siano quelli con più alti redditi. Misteri delle manovre e dei marchingegni)      

sabato 5 aprile 2014

Le riforme di cui non si parla

Diario 255
Le riforme di cui non si parla 
Coscienza indeterminata 


Le riforme di cui non si parla

Il governo Renzi sta predisponendo una serie di riforme; tutti gli argomenti investiti, bisogna dirlo, meritano profonde riforme; dei contenuti di queste riforme non vorrei occuparmi in questa occasione (tutti discutibili; spero che potranno essere modificati), ma vorrei sottolineare due temi sui quali un’azione riformatrice sarebbe necessaria, ma che non pare siano nell’agenda (elettronica) del governo: l’evasione fiscale e la corruzione.

L’evasione fiscale, come da più parti affermato, sottrae alle entrare dello Stato, ogni anno, più di 100 miliardi di euro; mentre la corruzione vale circa 60 miliardi annui. 

Sulla prima l’Agenzia delle entrate, la tanto vituperata Agenzia delle entrate, qualcosa fa, ma non abbastanza. Sarebbe necessaria una rieducazione delle guardi di finanza (tra di loro si annidano molti corrotti che permettono max e piccole evasioni); ancora un rafforzamento di mezzi e uomini nel settore, mentre pare che, al contrario, per ridurre le spese sono in programma dei tagli, ci vorrebbe una legislazione più incisiva (compresa quella relativa al falso in bilancio). La stessa cosa vale per la corruzione, qui non c’è neanche l’attenzione dell’Agenzia delle entrate.

È strano che i cartelli che hanno illustrato la conferenza del capo del governo, nessuno, che io ricordi, fosse dedicato a questi argomenti, né di queste questioni Matteo Renzi parla nelle sue numerose apparizioni televisive. Questa dimenticanza si accompagna a provvedimenti che possono colpire chi è iscritto nei ruoli del Ministero delle finanze, più facilmente individuabile e perseguibile; ma gli altri?

Questo atteggiamento è molto strano perché la soluzione, anche solo parziale (diciamo del 50%), risolverebbe il problema delle “risorse” che tanto angustia il governo. 

Non credo che dietro questa indifferenza ci sia un stupido calcolo politico: non irritare contro il governo gli evasori. Infatti un’azione veramente incisiva contro l’evasione farebbe crescere il consenso di chi le tasse le paga. 

Certo non è questione che si risolve istantaneamente, un’azione seria e determinata per giungere a significativi risultati avrebbe bisogno almeno alcuni anni, ma oggi esistono strumenti, informazioni, banche dati, capacità ispettive che potrebbero venirne a capo in non molto tempo . In realtà è qui che entra in gioco una delle maggiori, e pare più significative, peculiarità della stagione politica renziana: la velocità. Si tratta di questioni i cui frutti hanno bisogno di tempo per maturare, e a Renzi la semplice idea di “fare con calma” fa venire l’orticaria (politica). Egli vuole risultati subito, non importa come. 

Un vero peccato, perché con il suo vitalismo, la sua determinazione, e la sua volontà di “cambiare verso all’Italia”, il presidente del consiglio potrebbe dare una spallata a queste questioni almeno pari a quella che sta cercando di dare … alla pubblica amministrazione.



Coscienza indeterminata 

Che il condannato (pluri condannato) Silvio Berlusconi, eserciti tutte le pressioni di cui è capace per evitare il suo accantonamento politico, è comprensibile, in un certo senso anche giustificabile. A questo scopo, come è noto e si è visto in questi giorni, egli minaccia ricatti sulle riforme e cerca di coinvolgere, nella rivendicazione di uno status eccezionale, che gli permetta di fare quello che ha sempre fatto, le alte cariche dello stato, che inopportunamente gli hanno concesso spazio. 

Quello che fa senso, imbarazza, irrita e scoraggia sono le dichiarazioni dei suoi uomini e donne che non perdono occasione di ripetere come sia ingiusto e illegittimo, soprattutto illegittimo, che al presidente di Forza Italia sia negata l’agibilità politica. Che tradotta significa: sia concesso al condannato di farsi un baffo della sentenza. 

Non c’è onorevole e senatore, che perda occasione per rivendicare per il suo leader, appunto, l’agibilità politica, che invochino la persecuzione giudiziaria, che tirino per la giacca questa o quella autorità, questo o quell'organo istituzione. Capisco che tremino per la caduta elettorale del loro partito, ma per rivendicare l’agibilità politica a Berlusconi ci vuole una faccia di bronzo che non è riscontrabile neanche nell'esecrata Prima Repubblica.

La persona di cui parliamo, l’ex cavaliere Silvio Berlusconi, è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per reati contro lo Stato, evasione fiscale; la stessa persona è stata dichiarata decaduta da senatore; sempre la stessa persona è stata condannata, in prima istanza, per corruzione di minorenne; la stessa persona insieme ai suoi avvocati è sotto inchiesta per aver indotto (pagato) le frequentatrice delle “cene eleganti” a dire falsa testimonianza; sempre la stessa persona e sotto processo per avere “comprato” sicuramente un senatore (ma forse più di uno) affinché cambiasse schieramento politico.

Come si può pensare che ad un simile personaggio dovesse essere garantita agibilità politica? Mi pare una ignominia che solo persone dalla coscienza indeterminata possono avanzare.

mercoledì 2 aprile 2014

Una vergogna: il presidente Napolitano incontra il condannato Silvio Berlusconi

Diario 254

Una vergogna: il presidente Napolitano incontra il condannato Silvio Berlusconi

A cena giunge la notizia che il Presidente della Repubblica, che rappresenta il paese, ha incontrato il condannato Silvio Berlusconi. Guastata la cena di molti italiani, sbalorditi tutti, nessuno poteva crederci fino a quando non è giunta la conferma del Quirinale. Non solo l’autorevolezza del presidente viene minata ma è la carica in sé che scade a luogo di intrighi.

L’educazione istituzionale dovrebbe insegnare che un’alta carica dello stato non può incontrare un condannato per reati gravi e contro lo Stato (evasione).

Uno incontro che è una vergogna e che non è giustificata neanche dell’avanzata età. Anche perché la giustificazione sta altrove. Berlusconi aveva chiesto a Renzi di ripetere l’incontro al Nazzareno per parlare delle riforme, una richiesta che aveva solo lo scopo di confermare l’agibilità politica del condannato Berlusconi a ridosso della decisione del Tribunale di Milano relativamente all’assegnazione ai domiciliari o piuttosto ai servizi sociali del condannato.

Renzi ha fatto orecchie da mercante, ma contemporaneamente a chiesto al “nonno” di provvedere. Da qui l’incontro che non può trovare giustificazione nel fatto che Berlusconi è il presidente di FI (a questo si attaccheranno domani quanti vorranno giustificare l’incontro), anche perché al condannato sono precluse le cariche pubbliche. Berlusconi minacciava ricatti sulle riforme (voti al senato) e Renzi e Napolitano si piegano.

Usando un sostantivo che piace molto a Renzi, si può dire che l’incontro è una macchia indelebile sulla faccia del presidente ma anche su quella di Renzi, non è chiaro se sia una macchia di inchiostro, il segno di uno schiaffo o uno sputo.

Una vergogna nazionale che credo mettano in difficoltà i genitori che raccomandano ai loro figli di non frequentare cattive compagnie, che si sentiranno rispondere che se il presidente della repubblica frequenta dei condannati di reati gravi loro possono frequentare chi vogliono.

martedì 25 marzo 2014

Lista per Tsipras



Lista per Tsipras

Diario 253

L’idea di una lista per Tsipras è sembrata una buona idea, non c’era da sperare un grande successo, ma sarebbe stata un’occasione intelligente e politicamente fondata perché la sinistra potesse presentarsi unitariamente, con un obiettivo che molti poteva condividere, e per questa strada cogliere un discreto successo.

Non si poteva sperare in una grande vittoria ma in una significativa affermazione. Molto importante per dare corpo ad una fondata richiesta di cambiamento politico della UE, una sua democratizzazione, una sua attenzione, finalmente, ai popoli. Per quanto non trasbordante una presenza significativa della sinistra nel Parlamento europeo avrebbe potuto porre all’ordine del giorno una politica di contrasto contro la finanza internazionale, senza la quale parlare di crisi e di fuoriuscita dalla stessa non è che una favola.

Una consistente affermazione della lista avrebbe potuto, inoltre, costituire un viatico rilevante per le prossime elezioni italiane (prima o dopo ci saranno). La nuova legge elettorale, se rimanesse come licenziata dalla Camera dei deputati, falcidierebbe la rappresentanza, lasciando privi di rappresentanti un popolo di sinistra frammentato e non in grado di superare lo sbarramento, mentre una lista unitaria, nuova, potrebbe sperare di superarlo.

Insomma c’erano tante buone ragioni per un impegno nuovo e rinnovato, proprio in presenza di un sentimento antieuropeo di destra, la nuova lista avrebbe potuto attrarre i critici consapevoli di sinistra. Le modalità di lancio e formazione di questa nuova esperienza, per altro, evitava gli errori di esperienze similari del passato. Una identità riconoscibile, un progetto di sinistra, degli obiettivi condovisibili.

Il condizionale speranzoso si è dimostrato costruito sulle sabbie mobili. La sinistra è incapace di dismettere il proprio individualismo per abbracciare una individualità, certo non omogenea, ma in grado di cogliere la drammaticità della situazione e che mostrasse la volontà di un lavoro comune in grado di promuovere una mobilizzazione di popolo su obiettivi condivisi.

Nonostante l’impegno di alcuni dei promotori della lista, pare che tutto stia naufragando nel Mare della divisione e nel Mare delle contrapposizioni. L’articolazione di queste contrapposizioni non ha difficoltà a trovare le sue motivazioni (in questo la sinistra è maestra). I comitati locali, segnalo il plurale, che avrebbero dovuto essere la base della mobilizzazione, si stanno dimostrando un pasticcio che tutto mette in discussione. Non lo strumento di mobilizzazione (poi perché più comitati localmente?), né tanto meno strumento di democrazia dal basso, ma gruppi contrapposti di sostegno a quel o quell’altro “candidato” (l’uno contrapposto all’altro perché “migliore”, più di “sinistra”, ecc.).

Tutto questo avviene mentre la destra, nelle sue varie coloriture, avanza in tutta Europa.

Si può sperare, ancora l’ottimismo, che si riesca a correggere il presente andazzo, altrimenti si resterà fuori dal Parlamento europeo e soprattutto si sarà persa una nuova occasione di ripensare la sinistra. Nonostante l’ottimismo, va detto che l’esito che si sta scrivendo è quello del fallimento, nessuno capisce più chi è la lista per Tsipras, e nella confusione anche i più disponibili arretreranno. Cattivo lavoro non può dare buon esito.



domenica 16 marzo 2014

Renzi, quale civiltà del lavoro?

Diario 252

Renzi, quale civiltà del lavoro?

Il governo Renzi, viene rappresentato come l’ultima spiaggia, lui stesso ne è convinto. Si tratta di un punto di vista che lo rafforza, non crede di potere trovare ostacoli e quindi osa.

Ha un’opinione pubblica favorevole, i critici di Renzi, non molti per la verità, si attaccano al suo stile, alle modalità comunicative, all’arroganza, perché non pare concreto (dove troverà le risorse?). Ma sono battuti dalla capacità di trovare slogan accattivanti, quello dei “dieci miliardi in tasca a dieci milioni di italiani” è un capolavoro comunicativo.

Ma se tralasciassimo quello che è un annunzio e ci si soffermasse su gli atti concreti mi sembra che sul quel poco ci sia tanto da dire. L‘unico atto concreto è quello sul lavoro, che mi pare non solo sbagliato in se stesso ma che disegni una società da rigettare. Dopo la riforma Fornero/Monti, non si pensava si potesse andare oltre, ma quella proposta da Renzi/Poletti ha fatto il miracolo.

Vediamo: i contratti a tempo determinato passano dalla durata di un anno a quella di tre anni; prima era possibile solo una proroga con dichiarazione della causale, ora si passa ad otto proroghe senza bisogna di dare spiegazioni sulle cause; prima tra un contratto e un altro dovevano passare 10-20 giorni, ora possono essere continuativi; in precedenza il numero dei contratti a tempo determinato doveva essere stabilito dai contratti collettivi, ora se il contratto collettivo non prevede il limite ci si assesta al 20% dell’organico.

Mi pare di poter dire che il mercato del lavoro viene disegnato sulle spalle dei contratti a termine, il contratto a tempo indeterminato riguarderà solamente l’organico di cui l’azienda non potrà fare a meno sul piano organizzativo e qualitativo, mentre il lavoro di routine, quello pesante, a bassa professionalità verrà assegnata a contratti a tempo determinato, lunghi tre anni nella migliore delle ipotesi, ma sempre insicuri, infatti possono essere interrotti a discrezione dell’azienda. Si può sottolineare che con questi contratti non è possibile che il lavoratore riesca a contrarre un mutuo per la casa, grave ma c’è di peggio. Sembra più grave la civiltà del lavoro che questi contratti delineano: precaria, marginale, sottomesso, ricattato. Non è questa la civiltà del lavoro che la sinistra, per quanto moderna, può accettare.

Se poi a questo capolavoro si aggiunge la parte dell’apprendistato siamo all'improntitudine: non c’è nessun impegno di assumere gli apprendisti, non è previsto un contratto (impegno) scritto, non c’è obbligo di una formazione teorica. L’apprendista è solamente carne da lavoro.

Insomma, non eravamo mai arrivati a fissare le regole secondo le quali l’impiego del lavoratore ricade sotto l’arbitrio del datore di lavoro.

Su questa strada si può arrivare al contratto giornaliero, come quello dei braccianti meridionali sotto il caporalato.


venerdì 7 marzo 2014

Renzi, l’angoscia (sic!) per il futuro

Diario 251 

Renzi, l’angoscia (sic!) per il futuro



Preoccupa molto due cognizioni che accompagnano l’ascesa di Renzi al governo del paese.

Da una parte si ripete, da molti osservatori, non necessariamente compiutamente renziani, che il più giovane presidente del consiglio della storia della Repubblica Italiana rappresenta l’ultima spiaggia. 
Dopo di lui non ci si può aspettare che il diluvio, questo è il significato dell’affermazione. 

Certo tre presidenti del consiglio che, per ragioni, motivazioni e metodi diversi, falliscono nell’arco di due anni sono troppi anche per il nostro paese. Ma appellarsi all’ultima spiaggia ha due significati diversi. È un “avviso ai naviganti”: non ostacolare il governo, bisogna appoggiare il governo, non illudersi che qualcosa di meglio sia possibile. Se Renzi fallisse ci toccherebbe in sorte una tempesta (economica-sociale) di proporzioni mai vista. Ma se questa tempesta scoppiasse, si dice, si sotto intende, o si fa capire, non resterebbe che l’attesa di un uomo forte al timone in grado di far navigare il paese nella tempesta e dalla tempesta portarla fuori. Un uomo solo al comando come indicatore di sicurezza, ma per questo bisognerà pagare pegno. 

Dall’altra parte, una differente cognizione accompagna Renzi nel suo cammino, quella che possiamo definire come la fede nella sua riuscita. Il suo vitalismo, la sua giovinezza, la sua ambizione, la sua forza di volontà, la sua capacità di manovra, la sua autostima, la sua capacità di lavoro, l’assunzione della sua centralità, ecc. (mischiando quelli che in un linguaggio vecchio si potrebbero dire vizi e virtù) paiono e vengono interpretati come una garanzia di successo. 

La sua dichiarazione dell’assunzione piena, in prima persona, della responsabilità di governo (ci metto la faccia, ripete, ed ancora se il governo fallisse sarebbe mio il fallimento, ecc. farsi ad effetto di cui è estremamente capace). Il disegno di un ruolo centrale che l’uomo giovane e volitivo vuole assumere; non si tratta, come potrebbe sembrare, una sorta di salvaguardia per i suoi collaboratori, ma l’assoluto disprezzo per loro. Nella scelta dei ministri e soprattutto dei sottosegretari, non ha avuto difficoltà a piegarsi al manuale cencelli, mostrando un opportunismo impensabile e una piena accettazione della “melma” di Roma, perché questa facile conversione? Non credo che ci sia opportunismo né accettazione della romanità della politica, ma, piuttosto, pare che questi fatti possono essere ascritti al fatto che non gli importa nulla, disprezza ministri e sottosegretari, perché è la sua centralità, autonomia e autorità (alias autoritarismo) che determinerà la marcia del governo (i ministri e i sottosegretari sono sotto tutela della presidenza del consiglio e del presidente in prima persona. In sostanza re Renzi si muove su una scacchiera dove sono state eliminati alfieri, cavalli, torri e regina, sono rimasti solo pedoni, che insieme agli altri pezzi sono importanti ma da sole valgono un soldo bucato, niente. I ministri e i sottosegretari, scelti con il manuale cencelli hanno solo uno scopo quello di garantire i voti in parlamento (di questi non può fare a meno).

In sostanza le due cognizione non solo influenzano l’idea che Renzi ha di se stesso, ma sono interne alla sua stessa costruzione psicologica della sua avventura governativa. Renzi è angosciato di non riuscire (i continui appelli alla sua faccia, a se stesso come motore, ecc. ne sono l’espletazione di questa angoscia), ma, ovviamente, non crede a questa possibilità ed è convinto che per scongiurare la catastrofe bisogna che punti su se stesso. La necessità di riuscire e la paura di fallire alimentano la sua angoscia che costituisce anche la sua molla.

Con un forte semplificazione, di cui mi scuso, si potrebbe dire che e lui l’uomo forte al timone, e di questo forse è convinto (non sto dicendo che è un fascista). Ma se così fosse, allora, l’angoscia diventa la nostra.


I rimproveri di Bruxelles. In che cosa consiste la competitività? 

Il Commissario europeo Olli Rehn ci rimprovera e ci mette sotto osservazione. Gli indicatori che preoccupano la Commissione europea sono sostanzialmente due: il debito troppo alto, la competitività troppo bassa, che insieme determinano una bassa crescita economica. Si può capire l’apprensione della Commissione per l’alto debito: la preoccupazione è quella che non riusciremo a pagare il debito (la catena di Santo Antonia, pagare il debito con nuovo debito, potrebbe saltare) con gravissime perdite per la finanza internazionale (quella che sta veramente a cuore di Bruxelles). Non c’è dubbio che il debito non riusciremo a saldarlo, nonostante le affermazioni dei diversi ministri del tesoro. La Commissione chiede che sia innalzato il “saldo primario” del bilancio pubblico (= introiti meno spese) da qui il suggerimento delle riforme da fare sempre le stesse che hanno il segno di tosare la popolazione. 

Quello che appare evidente è che la Commissione non si occupa dell’Europa, ma ha assunto il ruolo di custode delle virtù dei singoli paesi. È questa l’impressione che si ricava dalla continua sottolineatura della bassa competitività del nostro paese. Ne discutevo con il mio amico Angelo al telefono: il commissario non dovrebbe essere felice della delocalizzazione delle imprese italiane in altri paesi della comunità a più basso sviluppo? Questo spostamento di impresa non ha come risultato l’aumento della competitività di questi paesi e, quindi, della zona europea. 

Ma se non soddisfatta di tale incremento totale della competitività e la vorrebbe in crescita nel nostro paese per aumentare la possibilità di pagare almeno una parte dei debiti, competitività dove? Il come ce lo ripetono: le riforme, il mercato del lavoro sempre più flessibile, una riduzione del nostro welfare, ecc. Ma dove aumentare la nostra competitività? Nella moda? Ma non è più nazionale. Forse nel vino? Ma ci sono vincoli di fertilità. Non restano che i settori tradizionali. Possiamo essere sicuri che i paesi “forti” della comunità soffrono molto per il sostanziale abbassamento della competitività Fiat? Se la Fiat fosse talmente competitiva da mettere in discussione il potere di mercato che so della Renault, o della Volkswagen, o della Audi, ecc. o di tutti insieme (come sarebbe stato possibile con una direzione intelligente e creativa) allora sarebbero contenti a Bruxelles dell’innalzamento della nostra competitività? Possono sorridere, lo so, non corrono nessun pericolo.

Nuovo ministro ma vecchia politica 

Il neo ministro Maria Elena Boschi, una delle poche persone apparentemente competenti e anche capaci, è stata costretta dal suo “capo” a fare la sua prima magra figura alla Camera, quando ha dichiarato, di fatto, che quello che valeva per il sottosegretario del NCD non valeva per i quattro sottosegretari del PD. 

Non è bello, né intelligente, né politicamente pagante, né equilibrato, né trasparente, né la “rottamazione” ci fa una bella figura. Va bene che Renzi disprezzi tutti i suoi ministri e, soprattutto, sottosegretari, ma alla Boschi sembrava tenerci, ma allora perché sottoporla a quella figura che ne ha fortemente diminuita l’autorevolezza? Non gli importa neanche di lei? 



giovedì 6 marzo 2014

Perché la lotta di classe è viva


da sinistrainrete

Stefano Laffi intervista Carlo Formenti


Utopie letali. Capitalismo senza democrazia(Jaca book 2013) è l’ultimo libro pubblicato da Carlo Formenti, fra i più seri studiosi e da lungo tempo della mutazione economica e sociale che stiamo vivendo. È un libro scritto sotto un’urgenza particolare, che traspare già dal titolo, ovvero quella di non cadere nella fascinazione di categorie e letture che lanciano la palla oltre l’ostacolo, senza averlo mai davvero superato, bensì di guardare in faccia lo sfruttamento e l’impoverimento che viviamo ogni giorno, chiamandolo col suo nome. Per Formenti non sono i “lavoratori cognitivi” che lanceranno la rivoluzione, non sono i “beni comuni” a cambiare la perdita dei diritti che avanza, non è Internet un contropotere ma uno strumento di controllo in mano al capitale. 


Mi pare che il libro voglia rimettere al centro dell’analisi della contemporaneità, e in particolare della profonda ingiustizia sociale che patiamo ogni giorno, la mutazione economica e politica di questi anni. I primi capitoli sono infatti dedicati alla finanziarizzazione e a quella che chiami postdemocrazia. Ci aiuti a capire bene cosa intendi e perché ritieni che da lì si debba partire?
 

Finanziarizzazione dell’economia e postdemocrazia sono fenomeni strettamente intrecciati: senza l’intervento del potere politico non sarebbe stato possibile attuare la finanziarizzazione, basti pensare al sistematico lavoro di demolizione delle regole che disciplinavano/limitavano le transazioni finanziarie e più in generale le modalità di funzionamento di banche, società di investimento e fondi di pensione – impresa cui hanno equamente contribuito i partiti e i governi di destra come quelli di sinistra (quando si parla di deregulation si citano sempre Reagan e la Thatcher, dimenticando che Clinton e Blair hanno fatto di peggio); inversamente, il peso crescente delle lobby finanziarie ha fatto sì che il sistema politico divenisse sempre più acquiescente ai loro interessi. Se a ciò aggiungiamo gli effetti del processo di spettacolarizzazione/personalizzazione della politica, in atto dagli anni sessanta del secolo scorso, e della conseguente, enorme crescita dei costi delle campagne elettorali, non è difficile capire le ragioni di un’integrazione fra élite finanziarie e caste politiche simboleggiata dall’attuale composizione del Senato e della Camera dei rappresentanti Usa, dove più della metà degli eletti appartengono all’1% dei super ricchi. A favorire l’ascesa di regimi oligarchici privi di legittimazione democratica hanno infine contribuito la rivoluzione digitale – che ha permesso, al tempo stesso, di rendere capillare il controllo e di centralizzare il comando – e l’omologazione di un sistema mediatico unanimemente impegnato a diffondere il linguaggio e i valori del pensiero unico liberal liberista. Solo partendo da qui è possibile cogliere due dei nodi di fondo affrontati dal libro: la natura eminentemente politica della crisi, il che vieta di sperare in una “ripresa” che restituisca opportunità di lavoro, livelli di reddito e servizi sociali dignitosi alle classi subalterne, e la irriformabilità del regime politico/finanziario che è venuto consolidandosi negli ultimi decenni, il che vieta di nutrire illusione in merito a un possibile ritorno alla democrazia “normale” e al compromesso storico fra capitale e lavoro.


Rispetto ad altre letture socio-economiche, anche fra quelle accreditate nella sinistra e nell’area critica verso l’attuale modello capitalistico – più volte fai riferimento al pensiero di Antonio Negri – mi pare evidente che tu voglia recuperare categorie di analisi che ritieni a torto dismesse, come quella di classe sociale. Che cosa ritieni che aiutino a spiegare e capire?


Difficile rispondere a questa domanda. Non basterebbe recitare tutto il libro e molti dei libri che vi sono citati. Questo perché, dal mio punto di vista, la categoria della lotta di classe, adeguatamente interpretata e applicata, spiega quasi tutti i fenomeni sociali. Provo a chiarire meglio: il concetto di lotta di classe, per dirla con Lukacs, è fondativo di una vera e propria ontologia dell’essere sociale, per cui non c’è alternativa: o sei dentro il paradigma o ne sei fuori. Negri ha creduto di poterlo “arricchire” ibridandolo con altri approcci teorici, in particolare con il pensiero post-strutturalista di Deleuze e Foucault, ma il sincretismo gioca brutti scherzi, per cui il risultato dell’operazione è stato la fuoruscita dal paradigma piuttosto che il suo arricchimento: concetti come moltitudine e biopotere non hanno nulla da spartire con il pensiero marxiano e infatti non riescono più a leggere la contemporaneità in termini di lotta di classe, mentre slittano verso concezioni idealiste e individualiste della soggettività.


Ecco, tu vuoi proprio allertare rispetto a
 una fascinazione collettiva che non condividi, anzi che vedi pericolosa, nel migliori dei casi illusoria, nel peggiore manipolatoria verso altre chiavi di lettura. In questa fascinazione ci sono parole magiche di questi anni, come “lavoratori della conoscenza”, “democrazia della rete”, “forza dei movimenti”. Qual è l’elemento mistificatorio che vedi?


Fascinazione collettiva è un termine adeguato per descrivere il mood che accomuna i discorsi sul lavoro autonomo di seconda generazione e sull’autoimprenditorialità (penso a Sergio Bologna e Aldo Bonomi, per citare i due autori che più si sono occupati dell’argomento), le tesi sul presunto ruolo rivoluzionario del “cognitariato” (termine caro a Bifo) e quelle sulla rete come strumento di autorganizzazione democratica dei movimenti. In un articolo apparso sul numero di gennaio/febbraio 2014 di “Alfabeta2”, Bifo scrive che il merito di Negri consiste nell’avere capito la necessità di dare battaglia al neocapitalismo digitalizzato e finanziarizzato sul suo stesso terreno, che è appunto quello dell’uso delle tecnologie di rete per organizzare la cooperazione sociale. Io penso, al contrario, che su questo terreno il capitalismo sia destinato a trionfare. Il discorso post-operaista ignora il fatto che nell’architettura di queste tecnologie – hardware e software – sono incorporati modelli comportamentali, linguaggi e valori che rendono assai difficile “rovesciarne” l’uso e il senso, adattandoli alle esigenze dei movimenti. Prendendo per buone le utopie di ascesa al potere dei creativi, elaborate dai guru della rivoluzione digitale, i post-operaisti contribuiscono attivamente, anche se involontariamente, alla “cattura cognitiva” del capitalismo digitale nei confronti di questi lavoratori. Così il lavoro autonomo viene spacciato per rifiuto consapevole del lavoro dipendente, le reti di cooperazione sociale che regalano lavoro gratuito e conoscenza collettiva alle corporation hi tech vengono scambiate per un’economia del dono liberata dal comando capitalistico, mentre alla cultura anarcocapitalista dei knowledge workers si attribuisce il merito di avere tracciato una “terza via” fra capitalismo e socialismo, in grado di superare l’opposizione fra pubblico e privato e uscire dal capitalismo evitando di cadere nel totalitarismo statalista. Ecco perché parlo di “tentazione liberale” del post-operaismo.


Nella tua analisi è evidente e molto documentato il livello di ingiustizia sociale cui siamo arrivati, perché l’economia ha strumenti molto precisi per misurare la disuguaglianza, e tutti ormai ci siamo accorti che abbiamo meno soldi e meno diritti. Meno evidente è però la ragione per cui tutto questo si accetta, non scateni reazioni uguali e contrarie. E qui forse potrebbero venire in soccorso un’analisi socioculturale sulla reazione mancata: non trovi per esempio che la cultura – intesa come informazione manipolata, società dello spettacolo, intrattenimento perenne, ma anche illusione di riflessività per chi si crede più colto… – insieme alla spinta consumista come miraggio gratificatorio siano all’origine di tanta remissività e accettazione, e siano state quindi le polpette avvelenate del capitalismo?


Penso che le ragioni della mancata reazione siano molte e diverse. A deprimere la capacità di reagire delle masse che patiscono ingiustizia e diseguaglianza è, in primo luogo, la crisi stessa. Rivoluzioni e riforme radicali avvengono quando le crisi assumono proporzioni catastrofiche e toccano i rapporti di forza fra le classi, oppure, al contrario, quando periodi di espansione economica permettono una ridistribuzione dei redditi e una maggiore partecipazione popolare alla gestione del potere: così la Rivoluzione d’ottobre, è nata dalla guerra e dall’indebolimento dello Stato russo, mentre lo stato del benessere seguito alla Seconda guerra mondiale è figlio della prosperità generata dalla ricostruzione postbellica. La crisi del 1929, viceversa, determinò un forte indebolimento del proletariato e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, sottoposti al ricatto della disoccupazione, mentre l’onda lunga del risentimento popolare finì per favorire i movimenti di estrema destra. Ciò detto, è indubbio che quella che chiami società dello spettacolo – termine più consono all’era televisiva che a quella di Internet, che io definirei piuttosto società dell’esibizionismo e della “autocomunicazione” di massa (per citare Manuel Castells) – sia stata decisiva nel garantire l’egemonia culturale del capitalismo. Ciò vale soprattutto per i paesi occidentali (in Asia, America Latina e Africa i conflitti sono meno condizionati dalla manipolazione mediatica), nei quali si è riusciti, con la complicità delle socialdemocrazie, a presentare la crisi come una sorta di catastrofe “naturale” e, nel contempo, a offrire innumerevoli vie di distrazione nei confronti del peggioramento delle condizioni di vita. E per inciso, tornando al tema della domanda precedente, a gestire e amministrare queste pratiche autoillusorie sono proprio quei lavoratori della conoscenza che alcuni esaltano come protagonisti della lotta anticapitalista. 


Fra le categorie più osées che suggerisci di recuperare per organizzare una risposta a quell’ingiustizia c’è quella di partito, che molti danno in via di estinzione. Ma suggerisci di riabilitarla in una chiave nuova, anche sull’esempio di quello che si vede altrove…


Il concetto di partito è oggi il primo bersaglio critico di un ampio ventaglio di movimenti: dai seguaci di Grillo agli “oltrenovecentisti” alla Revelli; dai neoanarchici alla Graeber ai neoautonomi alla Negri, e l’elenco potrebbe proseguire all’infinito. È un’area ampia e variegata, dove non mancano le voci populiste o esplicitamente reazionarie. Restando a sinistra, i motivi di questa idiosincrasia sono diversi: gli anarchici rivendicano una secolare tradizione di rifiuto di ogni forma di organizzazione centralizzata e gerarchica; i nuovi movimenti esprimono la loro diffidenza nei confronti di partiti ridotti ad apparati di potere e macchine elettorali; i neo autonomi proiettano il loro vecchio odio nei confronti del Pci – nemico storico degli anni sessanta e settanta – sulle formazioni neo e postcomuniste, anche se queste rappresentano ormai realtà diverse da quella originaria. Dietro questa unanimità vedo due pericoli: da un lato, quello di far convergere tutte le critiche alla forma partito nel calderone postmoderno egemonizzato, in ultima istanza, dalla cultura liberale, dall’altro lato, quello di trasformare la critica ai “partiti reali” in ripudio della categoria partito in quanto tale. Ma per chi resta ancorato alla concezione marxiana del conflitto sociale come conflitto di classe, il partito inteso come organizzazione degli interessi di una parte sociale resta una categoria imprescindibile. Il che non implica che tale categoria debba incarnarsi nella forma “classica” del partito leninista: la storia del movimento operaio è punteggiata di “eresie” democratico-consigliari che hanno concepito la forma partito in modo assai diverso (basti citare Rosa Luxemburg). Nel libro cito vari esempi, fra cui i processi di aggregazione delle sinistre radicali latinoamericane (Bolivia, Ecuador, Venezuela, eccetera), che hanno assunto forme federative e adottato i principi della democrazia partecipativa. Non credo vadano considerati come “modelli”, ma come esempi concreti di possibilità alternative. Per quanto riguarda l’Occidente e l’Europa in particolare, ritengo che il processo di frantumazione e individualizzazione che ha colpito le nostre classi subalterne ci abbia riportato a condizioni più simili a quelle di fine Ottocento che a quelle di fine Novecento. Il problema quindi, non è più quello di “rappresentare” bensì quello di “ri-costruire” un soggetto di classe; ecco perché penso a forme organizzative che superino la distinzione fra partito, sindacato e movimenti e partano da quei territori che, sparite le grandi fabbriche, sono ormai l’unica sede dove si può tentare di restituire identità e coscienza politica al proletariato.


La tua analisi è molto ricca di riferimenti a fenomeni e reazioni che hai osservato in altri paesi, e che in effetti offrono una luce diversa, per esempio al conflitto di classe. Quali sono le esperienze che ritieni più interessanti e che ci suggerisci di osservare per imparare forme di resistenza e risposta a quell’ingiustizia?


Come dicevo poco fa, non credo nella possibilità di assumere come modello esperienze di lotta e forme organizzative di altri paesi: in ogni situazione occorre tenere conto sia del contesto economico e sociale in cui tali esperienze nascono e si sviluppano, sia delle tradizioni storiche alle quali si ispirano. Il motivo per cui ho dedicato molta attenzione ai conflitti di classe delle nazioni in via di sviluppo, con particolare attenzione a Cina, Sud Africa e America Latina, è il fatto che aiutano ad abbozzare un’analisi della nuova composizione di classe a livello planetario. In particolare, mi proponevo di criticare le tesi “eurocentriche” che attribuiscono alla classe creativa occidentale il ruolo di avanguardia, di sbarazzare il campo dalle idiozie sulla “fine della classe operaia” e infine di mettere in luce come sia prioritario ragionare sulla composizione politica piuttosto che sulla composizione tecnica del proletariato mondiale: le avanguardie sono sempre e solo avanguardie di lotta, si tratti di operai, contadini, studenti o comunità locali che difendono i loro territori dalla colonizzazione dei mercati. Per concludere, penso che le esperienze più interessanti siano quelle che nascono dalla ricomposizione di una massa critica di corpi sottoposti a oppressione e sfruttamento, oppure, nelle situazioni in cui l’organizzazione del lavoro non favorisce tale ricomposizione, quelle che tentano di forzare questo limite inventando nuove forme organizzative (penso alle lotte dei lavoratori delle catene commerciali negli Stati Uniti).


Senti, un’ultima domanda, forse ancora più radicale. A me sembra che lo scandalo della verità sortisca sempre meno effetto, che l’affermazione di cose gravi e urgenti come quelle di cui dai conto raccolga sempre l’applauso, il sorriso, anche il ringraziamento di una platea, ma non sia l’incipit del cambiamento, perché tutto viene digerito e metabolizzato. Nella tua esperienza di professore universitario, relatore, animatore anche di dibattito culturale che senso ha ancora “parlare” di queste cose, e scriverne, anziché ad esempio, provare invece a convogliare energie in singole esperienze di resistenza, contestazione, eccetera?


Hai ragione: la verità non gode di eccessiva popolarità presso i postmoderni, che considerano la parola stessa una bestemmia (non esistono fatti ma solo interpretazioni, l’egemonia si costruisce sui “discorsi”, a prescindere dai rapporti di forza fra le classi, le pretese di verità sono l’anticamera del totalitarismo, eccetera); mentre anche le analisi più “oggettive” – cioè più ancorate nella realtà empirica – vengono derubricate a “opinioni”, per cui le decisioni politiche spettano a chi prevale nell’agone modaiolo della “innovazione” linguistica. Tuttavia il fatto che tutto venga digerito e metabolizzato non ci esime dal testimoniare la verità: continuare a chiamare le cose con il loro nome (lotta di classe, sfruttamento, comunismo, eccetera) è fondamentale per combattere la “spirale del silenzio” con cui il gergo di politici e media tenta di annegare le categorie “politicamente scorrette”. Convogliare le energie in singole esperienze di resistenza e contestazione è importante, ma non deve essere considerato un’alternativa al parlare e allo scrivere: se alle pratiche di lotta non si affianca la ri-costruzione di un progetto culturale anticapitalista, non andremo lontano.

mercoledì 26 febbraio 2014

Renzi, giro di boa per il Pd










Affermare – come ha fatto Matteo Renzi nell'introduzione alla nuova edizione di "Destra e sinistra" di Norberto Bobbio – che il Pd non intende più collocarsi a sinistra conclude l'ultimo giro di boa del partito democratico. Simbolico, ma fa impressione che questo arrivi proprio quando in Italia si superano i 4 milioni di senza lavoro

Si conclude, con il nuovo governo e la sua carta di identità allegata su Repubblica da Matteo Renzi, l’ultimo giro di boa simbolico del Pd. Simbolico, perché nelle scelte concrete era già consumato da un pezzo, ma dare il vero nome ai fatti non è cosa da poco (non è passatempo da giorni festivi, come verseggia Eliot a proposito del nome da dare al proprio gatto). Che il Pd precisi come la sua immagine non debba più essere a sinistra, o di sinistra, riconoscendo come sola discriminante culturale e sociale “il nuovo e il vecchio” non è una gran novità, il concetto ci svolazza attorno da un bel pezzo, ma affermare che il Pd non intende più collocarsi a sinistra resta uno scatto simbolico rilevante. Non solo infatti, come taluni vagheggiavano, non è più in grado di compiere scelte di sinistra, poniamo, da Monti, ma neppure mira più a farle e a questo scopo ha scelto come proprio leader “Matteo” per chiarirlo una volta per tutte. Non in parlamento – nessuno, a cominciare da Giorgio Napolitano ha tempo da perdere – ma su un giornale amico e a governo varato.

Lo fa prendendosi qualche licenza culturale, come citare Norberto Bobbio contro Bobbio esempio di chi, se aveva ragione in passato, non l’avrebbe più oggi, quando la distinzione tra destra e sinistra non avrebbe più senso. Pazienza, oggi ne vediamo di ben altre. Fra le innovazioni trionfanti c’è che ciascuno riveste o spoglia dei panni che più gli aggrada il defunto scelto come ispiratore. Più significativo è che il concetto archiviato indicava il peso assegnato da ogni partito alla questione sociale e dichiararla superata proprio mentre si sfiorano e forse si superano i quattro milioni di senza lavoro, fa impressione. Forse per questo l’ex sindaco di Firenze si era scordato di informarci su quel job act che doveva presentare entro gennaio; ma in primo luogo non risulta che durante le consultazioni qualcuno glielo abbia ricordato, in secondo luogo nel governo se ne occuperà la ministra Guidi, donna imprenditrice esperta in quanto allevata dal padre confindustriale.

Sappiamo dunque che dobbiamo attenderci con il nuovo esecutivo e dobbiamo al Pd tutto il peso, visto che né la sua presidenza né la sua minoranza gli hanno opposto il proprio corpo, al contrario hanno sgombrato il campo sussurrando come il melvilliano Bartleby “preferirei di no”. Della stessa pasta la stampa, affaccendata dal sottolineare lo storico approdo delle donne a metà del governo sottolineando il colore delle giacche e il livello dei tacchi, cosa che dovrebbe far riflettere le leader di “Se non ora quando”. Eccola qui l’Ora, ragazze, non si vede dove stia la differenza.

Il nuovo che avanza ha rilanciato anche Berlusconi, primo interpellato da Renzi per incardinare tutta l’operazione. Condannato da mesi per squallidi reati contro la cosa pubblica ad astenersi dalla politica è stato ricevuto non già dai giudici di sorveglianza, bensì dal capo dello stato per illustrargli quello che pensa e intende fare sul futuro del paese. Per ora appoggia Renzi, rassicurando i suoi che non è un comunista.

martedì 25 febbraio 2014

Renzi: il discorso di investitura




Diario 250

Nel suo discorso alle Camere Renzi aveva due strade, ambedue difficili.

Scegliere la strada del dettaglio programmatico: cosa fare, come farlo, quando farlo, con chi farlo (in un certo senso il famoso foglio excel, di cui si è parlato nei giorni scorsi). Quindi un discorso lungo, difficile da seguire, fatto di cifre e date, ma … concreto. Renzi non ha seguito questa strada, intanto perché non è nelle sue corde, la specificazione oltre la generalizzazione non è cosa sua, e poi perché quasi sicuramente ancora non sa cosa fare e cosa potrà fare. I suoi ministri non si sono ancora messi a lavoro, il ministro dell’economia è appena arrivato, ecc.

La seconda strada era ambiziosa ma forse fondamentale per chi vuole “cambiare verso” al paese, anche se sarebbe stata criticata per ambizione e genericità. Date le ambizioni ci si aspettava qualcosa di simile: non spiegare quello che avrebbe voluto fare, ma illustrare come vorrebbe trasformare il paese. Una sorta di discorso sul “rinascimento Italia” (so che il termine “rinascimento” è frustro, mi scuso), la narrazione (termine alla moda) di come potrebbe essere questo paese e di come lui (e il suo partito) vorrebbe che diventasse. Parlare quindi: di equità, non la cancellazione delle diseguaglianze, non esageriamo, ma almeno la loro forte riduzione in una situazione in cui ciascuno possa avere dignità di vita; di esaltazione della politica, chiamando i cittadini alla partecipazione nel definire le scelte specifiche ma anche nel gestirle; della solidarietà come “scambio” tra cittadini attivi; di incremento dei diritti e di libertà individuali; del ruolo dello Stato né come semplice controllore, né come ostacolo, ma come moltiplicatore delle forze per la rinascita; dell’impresa pubblica come motore dello sviluppo complessivo e base per un sano sviluppo industriale privato; della fiscalità non come oppressione da correggere, ma da rendere equa e progressiva, strumento (che potrebbe anche crescere la sua pressione) per governare un “dare e avere” in relazione a come si vuole il paese; delle forze armate non come centri di spesa ma come servizio civile; del territorio da organizzare, difendere e rafforzare; dell’ambiente non come stella immobile ma come nicchia della specie; della cultura non solo come scolarizzazione, ma anche come rinascita del saper diffuso e generale; della fine di ogni discriminazione di sesso, di razza, di religione, per una uguaglianza attiva; della società non come “oppressione” dell’individuo ma come condizione per l’esaltazione dell’individualità; dell’onestà come prerogativa di tutti; dei giovani non solo come forza lavoro in attesa di occupazione, ma come una delle forze vitali e protagoniste della rinascita; della tecnologia e della scienza non come mostri da temere ma come strumenti di liberazione; di un’Europa dei popoli; ….

È l’intreccio di questi (e altri) singoli elementi (non la loro singolarità) che avrebbero potuto segnare una discontinuità, una innovazione, una radicalità di progetto, non una squadra di uomini e donne di cui fidarsi e aspettarne le azioni. Questa non è la politica che ci vuole.

Renzi non ha scelto né la prima, né la seconda strada offrendoci un discorso piatto, pieno di generiche promesse, arrogante anche nell'assunzione della personale responsabilità. Ma non è questione di incapacità, quanto piuttosto di vuoto politico. Come fa a pensare che la diminuzione del cuneo fiscale (vedremo), la riduzione delle tasse (vedremo), la riorganizzazione della burocrazia (vedremo), possano far cambiare verso al paese in assenza di un principio ordinatore, di una fascinazione, di un disegna di società? Ingenuità e povertà di immaginazione e di cultura, ridotte alle frasette su tuwist, gocce di pensiero, di cultura e di impegno.

Per far cambiare verso al paese devi avere dietro il paese, ma non come entusiasti osservatori (e magari votanti), ma come faticoso impegno attivo, come coinvolgimento, come partecipazione e parte.

Governo Renzi, due punti a latere

Governo Renzi, due punti a latere

di ida  dominijanni
 I ''futures'' dell'informazione
Non so come prendere i se, i ma e i chissà che sui giornali del giorno dopo il giuramento del governo hanno preso il posto dell'entusiasmo cieco e incondizionato sparato fino al giorno prima. Lo incasserei volentieri come un segno di (tardivo) rinsavimento, non fosse che mi pare piuttosto una conferma del regime up and down, drogato e bipolare (nel senso psichiatrico, non politologico del termine) in cui versa l'informazione politica nazionale, televisiva e stampata. Mai si era visto nel giornalismo italiano un livello di doping come quello sfoggiato sull'avvento di Matteo Renzi. Temo che questo livello non si spieghi solo con la nefasta, ma ormai normale, fascinazione per il leader di turno già sperimentata, oltre che in passato su Berlusconi (ma Berlusconi almeno divideva il campo), più di recente su Monti e su Letta (qualcuno si ricorda le prime pagine infiocchettate sul vecchio Professore e la sua sobrietà, perfetto pendant di quelle odierne sul giovane sindaco e la sua velocità?). Si spiega piuttosto con la compiuta interiorizzazione, da parte del sistema mediatico, di quel principio prestazione-godimento (Laval e Dardot, La nuova ragione del mondo, Deriveapprodi) che domina la razionalità, l'economia e l'antropologia politica neoliberali, un circuito compulsivo di produzione concorrenziale, consumo insensato e godimento (auto)distruttivo a cui nulla e nessuno sfugge. ''Il denaro non dorme mai'', spiegano al giovane Belfort prima che diventi Il lupo di Wall Street, e dunque non bisogna mai cessare di scommettere e di alzare la posta, non importa su che cosa né per chi, l'importante è spassarsela. E' la logica dei futures e vale ormai anche per il circuito politico-mediatico: lo show della politica non dorme mai e la regola è scommettere e alzare la posta, non importa su che cosa, l'importante è divertirsi, prima nel montare e subito dopo nello smontare il giocattolo.
Inutile chiedersi dunque quanto durerà la luna di miele fra il nuovo governo e quello che resta dell'opinione pubblica: durerà poco, quanto durano le oscillazioni dei titoli in borsa, i rendimenti dei derivati, la fiducia nei broker, e quanto dura un piacere dell'esaltazione pronto a ribaltarsi in piacere della distruzione. Poche ore dopo l'insediamento infatti il borsino del governo è già vistosamente in calo. E tutto quello che era stato enfatizzato della nuova leadership - mito del fare, velocità, energia vitale, corporeità: per inciso, tutte virtù oggi esaltate in Renzi dalle stesse penne che per anni le hanno attaccate in Berlusconi – lascia il campo a tutto quello che era stato messo fra parentesi nell'eccitazione per la sua epifania: l'impronta fratricida ('peccato originale', secondo il Vaticano) del cambio della guardia a palazzo Chigi, la fumosità dei programmi, la mediocrità dei ministri e delle ministre, le continuità nascoste sotto la retorica nuovista, l'impaludamento prevedibile della "doppia maggioranza", l'incerta sorte delle riforme istituzionali e la piega misteriosa della politica economica. Sì che le sole chances che restano sul piatto sono quelle puntate sugli unici dati certi della situazione: l'età media (peraltro non bassissima) dell'esecutivo, e la sua mezza coloritura rosa. Merita dunque tornare su questo. Giovani e donne, rottamazione e parità di genere: quanto contano, di che cosa sono segno, in che rapporto stanno queste due ''evidenze'' del renzismo che avanza?
 Giovani adulti e donne pari
La rottamazione, l'ho già scritto e lo ripeto, resta a mio avviso il tratto più autentico e più significativo del renzismo. Purché però non la si analizzi in chiave edipica - nella chiave cioè di un conflitto con i padri che porta alla loro uccisione simbolica e all'acquisizione della loro eredità -, perché nella rottamazione di edipico c'è ben poco: non ci sono padri riconosciuti ma solo fratelli maggiori giudicati incapaci, non c'è un'eredità da assumere ma solo un passato di cui liberarsi, non c'è conflitto con chi è venuto prima ma solo, appunto, rottamazione, non c'è un'esigenza di rivoluzione dell'ordine costituito ma solo l'urgenza di entrarci e di prenderne il comando. Non lo dico con rimpianto o nostalgia: se questo è il quadro, c'è solo da prenderne atto. Ma senza però attribuire a questo sommovimento generazionale una vocazione o una portata trasformatrice che non ha,perché non vuole averla: il desiderio che lo anima non è un desiderio di cambiamento, bensì un desiderio di governo dell'esistente. Un brano di Karl Kosìk (da Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia, segnalatomi da Natalina Lodato che ringrazio), aiuta a vedere la differenza fra quelli che qui indico schematicamente come conflitto edipico e rottamazione postedipica:
 La gioventù si rivolta contro i padri, o perché nauseata dalle relazioni “patriarcali”, che le appaiono ossificate, non dignitose, limitate e vuole cambiarle, oppure fa provocatoriamente intendere essere giunto ormai il tempo in cui i “vecchi” si facciano da parte e lascino i loro importanti posti alla generazione che avanza. In ciò consiste la differenza tra i giovani adulti e la gioventù: questa apporta il cambiamento, i giovani adulti non conoscono gioventù, si limitano a maturare negli uffici, nelle funzioni, nella somiglianza ai propri padri che sono riusciti, ma hanno superato i limiti di età. I giovani adulti si augurano di maturare il più rapidamente possibile in situazioni già pronte e di stabilirsi in esse come nel proprio regno. Non affacciano alcuna nuova idea, non abbondano in immaginazione, ma sono ambiziosi e impazienti. Da qui i loro ripetuti appelli agli adulti; affidate alle nostre mani le vostre già avviate imprese. Non conoscono il tormento della ricerca e del dubitare giovanili, non hanno incontrato la felicità della rivolta giovanile, la differenziazione, il disincanto. Dalla tenera età soffrono di saccenteria, gli piace ammaestrare, dinanzi a loro la realtà si dispiega come cosa data e utilizzabile. Ma con loro la sorte non è stata benigna: non ancora carichi di anni, sono vecchi anzitempo.
Il cruciale tassello che bisogna aggiungere è che in questo quadro post-edipico e post-patriarcale cambia completamente anche la posizione femminile: l'esclusione delle donne non c'è più perché non serve più. Se l'Edipo è svaporato, se il patriarcato è finito, finisce anche il patto fra i fratelli parricidi basato sull'esclusione femminile: le donne sono ammesse al gioco della spartizione del potere, diventano perfino un fiore all'occhiello e una risorsa del potere: a patto che a loro volta dismettano il conflitto con i loro «pari».
Se non si capisce questo cruciale passaggio di spoliticizzazione del conflitto fra i sessi, non si capisce il senso di questa improvviso salto nella pace perpetua del 50 e 50 graziosamente concesso dal giovane premier. L'ha colto bene Francesco Merlo nella sua cronaca suRepubblica del pomeriggio di Renzi al Quirinale, descrivendo le otto ministre come «donne normali di un paese normale, pronte a perdersi nella politica (e magari, aggiungo io, anche a prendersi cura della politica) e al tempo stesso rassicuranti e pacificanti custodi dell'irruenza del capo»: non per caso in un'intervista di qualche giorno fa una renziana convinta rivendicava fieramente la sua funzione di «vestale» (sic) del leader.
Stupisce invece che di questo passaggio non si accorgano alcuni commenti femminili attardati a difendere una presunta «conquista» di quantità in un governo che peraltro considerano indifendibile per qualità. Mai come in questo caso la parità di genere getta la maschera e si rivela per quello che è, un principio di neutralizzazione del conflitto fra i sessi. La cui politicizzazione del resto cominciò giustappunto quando alcune donne si rifiutarono di fare le vestali del ciclostile: attorno al '68, l'epoca che Matteo Renzi non hai nascosto di voler definitivamente rottamare.