sabato 23 agosto 2014

La criminalità organizzata entra in contabilità nazionale

Diario 266

La criminalità organizzata entra in contabilità nazionale

La valutazione del reddito nazionale costituisce da sempre un problema non solo statistico ma anche teorico; Pigou sottolineava che se avesse sposato la propria cuoca il reddito nazionale sarebbe diminuito, a quello, infatti, veniva a mancare l’apporto del salario della cuoca, anche se con molta probabilità avrebbe speso di più per la moglie.
Oggi l’operazione che si sta facendo è inversa a quella denunziata da Pigou, non si sposano le cuoche, ma  si  incrementa il valore del PIL con una valutazione economica delle attività criminali: prostituzione, commercio di stupefacenti, commercio di armi, tratta di organi, ecc.
Dal punto di vista statistico, forse un’operazione giustificabile, ma è certo che si tratta di una modifica che investe aspetti sostanziali della convivenza. Proviamo a indicarne alcuni, dai più banali ai più complessi.  
Intanto l’aumento del PIL farà diminuire la pressione fiscale, ma si tratta di una pura illusione contabile: le attività criminali continueranno ad esercitarsi in “nero”, mentre la quota dei soggetti che pagano le tasse, senza nessuna modifica nei loro esporsi fiscali, avranno l’impressione di pagare meno in rapporto alla nuova valutazione del PIL.
Siccome non esiste un’anagrafe delle attività criminali la stima del loro contributo al PIL sarà di tipo parametrico: sulla base dei reati scoperti e perseguiti si valuterà l’ammontare delle risorse di queste attività. Non ho dubi che i nostri statistici abbiano individuato parametri significativi, ma come si valuterà l’efficienza dell’attività repressiva? Se aumentano i reati perseguiti si stimano in riduzione i reati (e i relativi redditi) non scoperti? Ma non è detto che esiste questa relazione inversa.
Ma se i redditi di queste attività entrano a far parte del PIL e permettono al paese di stare all’interno dei parametri imposti dalla UE, non conviene chiudere un occhio su queste attività? Tanto queste, al contrario delle attività legali ma sommerse (che entrano già come stima nel calcolo del PIL), non potranno mai emergere. In quest’ottica mi pare naturale che la discussione per la legalizzazione delle droghe leggere (prescindiamo da una valutazione di merito) sarà molto raffrenata, si rischierebbe di prosciugare un apporto al PIL.
Se queste attività vengono riconosciute come economicamente significative (produttrici di reddito, di occupazione di indotto, ecc.) ne dovrebbe derivare che un certo livello di WS dovrebbe essere riconosciuto ai membri di questa associazioni criminali. Così per esempio la manifestazioni dei familiari dei criminali arrestati che denunziavano che le casse del loro privato ws erano vuote, (una sorta di INPS garantita dalle associazioni criminali a favore dei familiari degli arrestatati) meriterebbe un intervento dello stato?
Non si tratta di essere o di fare l’anima bella, ma certo avere da una parte una legislazione che sanziona, anche pesantemente (vedi l’affollamento delle carceri), alcune attività, a torto o ragione, ritenute illecite e criminali, e dall’altra farsi belli con il PIL che ne contempla l’aspetto economico, qualche distorsione la procura. Va bene che il denaro non ha odore, ma non esagererei: questa nuova quota del PIL  oltre ad avere il tanfo della sopraffazione, gronda sangue. Tutte cose che dalle stanze degli uffici di statistica non si sentono né si vedono.   
  

  

sabato 16 agosto 2014

Angelino Alfano: l’inconsapevole violenza del linguaggio

Diario 262



Angelino Alfano: l’inconsapevole violenza del linguaggio

“Vu cumprà” per indicare extracomunitari, termini usato dal Ministro degli Interni, Angelino Alfano, trova giustificazione nella registrazione del lemma nella Treccani (assunta, in una visione piccola borghese, come il monumento e l’Alta Corte della lingua e della cultura del paese, con il presupposto che ogni sostantivo, aggettivo o verbo registrato in questa opera possa essere usato impunemente).

Una giustificazione, quella del ministro, che gli permetterà di definire come puttane un gruppo di donne che manifesti per gli asili nidi. Più ricca, semanticamente, sarà la definizione che userà per un corteo sindacale contro la cancellazione dell’artico 18 dallo statuto dei lavoratori: una massa di puttane, cornuti e froci. Mentre un suo collega di partito, non consenziente, sarà definito icasticamente come uno stronzo. Tutti lemmi registrati dalla Treccani e quindi utilizzabili.

La realtà e che il Ministro Angelino Alfano è un imbecille (non se la prenda ministro e termine che si trova nella Treccani), mentre ci preoccupa che il suo violento linguaggio possa preludere ad atti di violenza più materiali

venerdì 15 agosto 2014

Chi salverà l’Europa? Matteo Renzi

Diario 261

Chi salverà l’Europa? Matteo Renzi

“Smettiamolo di dire che l’Italia sarà salvata dall’Europa. Non solo non abbiamo bisogno di essere salvati, ma siamo in condizione, facendo le riforme, di essere guida in Europa trascinandola fuori dalla crisi. Attraverso l’unica ricetta valida: la crescita”. Firmato Matteo Renzi
A Renzi non manca il coraggio e neanche l’improntitudine. Ah! La crescita, che magica parolina, o piuttosto una Fata Morgana, che si cerca di acchiappare ma sfugge tra le dita spasmodicamente tese, perché si è scambiata come reale quella che è solo un’immagine virtuale.
Si potrebbe dire che il problema di Renzi e dell’Europa sia quello di far incontrare, sposare o amarsi il capitale inoperoso con la forza lavoro non impiegata. Ma … il capitale, che ha preso forma e sostanza come  finanza, non è “inoperoso”, risulta attivo in tanti modi: la speculazione finanziaria, i debiti sovrani, la speculazione sulle materie prime, ecc. Fa soldi con i soldi, mentre la forza lavoro può restare, suo malgrado, inoperosa.
È stato scritto, riscritto, illustri economisti sono stati capace di mettere il dito nella piaga, ma chi governa, ovunque, fa orecchie da mercante, forse perché ascolta solo la voce della … finanza.
Assumiamo un aspetto del fenomeno dalle implicazioni meno drastiche. I libri e gli articoli, compresi alcuni da parte di premi Nobel, nei quali si stigmatizza la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza (il semplificato 1% e 99%) come elemento fortemente critico per, appunto, la crescita, sono ormai un numero spropositato. Se si fosse convinti di ciò, l’unica riforma da fare sarebbe quella di intervenire (pesantemente) su questa distribuzione. Ma su questo terreno solo  “pannicelli caldi”, la paura della reazione (della stessa finanza, a livello collettivo e individuale) frena ogni ipotesi d’intervento. Lo strumento fiscale, per sua natura, solo molto parzialmente può intervenire su questa questione.  Ma intervenire si dovrebbe,  gli strumenti possono essere numerosissimi basta non  ascoltare suggerimenti interessati,  per salvare la convivenza nel pianeta,  non si tratta di bassa cucina, ma di una ipotesi di sopravvivenza (non lo si crede, ed è male).
Se Renzi volesse salvare l’Europa la discussione su questo tema dovrebbe imporre alla prossima riunione dei capi di stato, ma si può essere certi che si discuterà di flessibilità, di allentare la politica del rientro del debito sovrano,  di mercato del lavoro, di fondi strutturali, di distribuzione delle poltrone all’interno della Commissione, e similari.

Non c’è un problema tedesco, c’è una miopia complessiva, un vuoto interpretativo dei fenomeni reali, una miopia pericolosa sulle dinamiche future. Di volta in volta si possono trovare le giustificazioni: l’embargo nei riguardi della Russia, il mal tempo, la mancanza di ottimismo, ecc. ma poca strada si farà con questo passo.  

giovedì 14 agosto 2014

Il renzismo: improntitudine e lentezza Abolire le regioni

Diario 260

Il renzismo: improntitudine e lentezza
Abolire le regioni

Il renzismo: improntitudine e lentezza
Il renzismo ha un connotato di improntitudine che neanche i peggiori democristiani hanno mai avuto, ma non si tratta di una caratteristica solo del “capo”, e tutta la squadra di governo e no che ha assunto questo connotato.
Per esempio il consulente economico del Presidente del consiglio dei ministri,  giorni fa, quando è stato reso pubblico il dato fortemente negativo del PIL del trimestre ha dichiarato, credo per rassicurare i cittadini, che non c’era da preoccuparsi perché fra tre anni l’Italia sarebbe stata una delle maggiori economie europee.  Quante volte, a partire da Monti, ci hanno assicurato che tra un mese, tra sei mesi, che l’anno prossimo saremmo usciti dal tunnel, che già si vedeva la luce? Una luce che non illuminava mai la crisi, la crescita delle povertà e della disoccupazione, ecc., adesso il consigliere più ascoltato ci dice di avere pazienza altri tre anni. 
È improntitudine dichiarare che non ci sarà nessun manovra correttiva, quando contemporaneamente si sposta tutto sul prossimo documento finanziario. È pericolosissima improntitudine quando si dice che nel prossimo anno avremo 16 miliardi di riduzione della spesa pubblica, e nel 2015 la riduzione sarà di 35 miliardi, sia che si tratti di contrazione dell’occupazione sia che si tratti di una contrazione degli acquisti, si configura una ulteriore gelata sull’economia italiana. Quella della spesa pubblica non è la sua dimensione, inferiore a quella di molti paesi europei, ma la razionalizzazione del settore.
L’unico sprint di velocità il governo l’ha avuta sulla riforma del Senato, che a prescindere della forma data la nuovo senato, per adesso e chi sa per quanto tempo, non serve a niente, leggi e decreti saranno sottoposti a doppia lettura, quella che Renzi individua come il gran male del paese.
Sull’economia il passo è lento, quasi inesistente, mentre si annunzia una nuova battaglia sul decreto relativo al lavoro. E se la preoccupazione per un possibile scontro anche interno al PD, ne rallenta l’emanazione, resta confermato l’idea, tanto cervellotica quanto pericolosa, che una nuova legislazione farà aumentare l’occupazione.
Se conquisterà la poltrona del commissario per la politica estera Renzi pensa ad un rimpasto con un ridimensionamento della presenza del NCD, premesso che Alfano è intoccabile, sarebbe bello liberarsi di Lupi, ma CL non darà il via libera, per cui a farne le spese sarà quella che è sembrata una ministra coraggiosa cioè la Lorenzini.  


Abolire le regioni
Bisogna prendere atto che l’istituzione regionale, che trovava la sua maggiore giustificazione nell’efficacia della propria azione perché a “contatto diretto” con la popolazione da “governare”, è risultata non solo un fallimento, ma peggio un concentrato di inefficienza, di corruzione, di male affare e di sprechi. 
Il nuovo governo ha abolito le provincie, un passo fondamentale, ma molto timido. Tipico di questo governo, roboante nelle dichiarazioni ma molto modesto di risultati concreti.
Se due o tre regioni possono essere classificate, con alcune forzature, virtuose, il resto di queste istituzioni sono impresentabili. Non sono certo le istituzioni in se stesse a determinare il mal governo; non pare convincente l’dea che  oggi tende a prevalere che siano le istituzioni in quanto tali a determinare il decadimento della gestione pubblica, sono gli uomini corrotti e criminali, i soggetti prevaricatori, le corporazioni, il cancro. Del resto meno di sessanta milioni di abitanti non giustificano la divisione in 20 regioni (alcune con un popolazione da grande città). Se la Costituente ha dovuto prendere atto delle differenze locali, se ha dovuto accettare la volontà storica di indipendenza (parziale) di alcune regioni,  se la storia del nostro paese ha esalato la peculiarità di ogni contrada, oggi tutto questo è decaduto non ostante l’esplosione di un localismo micragnoso, la divisione si configura come fattore di potere, di promozione politica, di clientele, di un punto di vista tanto individualista quanto corporativo. Tutto questo ha prodotto, in generale, una classe di governo inadeguata (per non dire di peggio).
Eppure le grandi trasformazioni nell’organizzazione del territorio, le grandi possibilità offerta dalle nuove tecnologie, se sposate con un visione prospettica coraggiosa, con una rinnovata idea di governo, avrebbe potuto dar luogo ad una diversa e forse più efficace organizzazione dei poteri locali.
Abbolire le Provincie e le Regioni, per darsi nuove strutture forse più efficaci e adeguate alla realtà. Certo non lavorando sulle carte geografiche o di pennarello, con l’occhio rivolto verso singoli interessi di potere o elettorali, ma a partire dalle concrete situazioni di organizzazione del territorio, si sarebbero potuti aggregare comuni appartenenti ad un unico contesto territoriale (economico, paesaggistico, culturale, ecc.), individuando nella forma della metropoli territoriale l’elemento aggregante e capace di un governo consapevole ed effettivamente sotto un più diretto controllo della popolazione. La “città metropolitana” non un’eccezione, ma un modo normale di organizzare il governo del territorio.
Sarebbe stato utile e necessario rendere omogenei a livello nazionale, e nazionalmente governati, alcuni servizi collettivi, dalla salute, all’organizzazione della scuola, alla raccolta dei rifiuti, alla gestione dell’acqua, al trasporto collettivo, ecc. Sarebbe stato necessario un’uguaglianza effettiva dei cittadini a fronte di loro diritti/doveri come quelli della trasformabilità del territorio, della salvaguardia del paesaggio e dei beni storico culturali, ecc. Tutte cose messe in discussione dai poteri assegnati alle regioni e che hanno dato luogo ad una più forte differenziazione spaziale delle condizioni di vita delle popolazioni.
Sarebbe necessario elaborare  strategie di sviluppo di macro aree, all’interno di una visione nazionale, anche di differenziazione economica (a parità di diritti). Bisognerebbe ridisegnare i poteri sul territorio (da troppi padroni fioriscono sconnessioni, diseguaglianze e privilegi). 
Insomma una rifondazione istituzionale e di governo di questo paese, non appiattendo o negando differenze o possibili identità (sempre pericolose), ma non dando a questi connotati di potere, ma piuttosto garantendone la vitalità e l’esistenza.    
Nella riforma costituzionale è prevista la possibilità del governo di commissariare regioni e comuni in dissesto, che poi il governo lo faccia è da vedere, ma questo provvedimento non incide sulla struttura (oggi la maggior parte delle regioni e moltissimi comuni dovrebbero essere commissariati).
Certo oggi toccare le regioni e comuni è un esercizio mortale (non è un caso che i più accesi critici degli sprechi regionali, non hanno mai accompagnato la denunzia con un’ipotesi di cancellazione dell’istituzione. Poteri costituiti, codificazioni di relazioni di potere, privilegi, inefficienze, ecc. garantiscono lo stato quo: 20 presidenti, 200 circa assessori, alcune migliaia di capi-divisioni, dirigenti, ispettori, ecc, costituiscono un fronte di opposizione insormontabile, figuriamoci se Renzi o la Madia pensano di affrontarlo, eppure sarebbe un modo per “cambiare verso”, ma alle parole non seguono i fatti.


martedì 5 agosto 2014

Il turismo evocato e temuto

Diario 259
Il turismo evocato e temuto

A falange si muovono, da tutti i paesi verso tutti i paesi: è il turismo che ogni economia desidererebbe accogliere.
Nel nostro paese il ragionare di turismo suscita generiche lamentele, antagonismi tra amministrazioni, meraviglia per la poca capacità di attrazione nonostante che si tratti con il più numeroso patrimonio artistico e culturale, speranze infondate, speculazioni certe.
La società si anima, per esempio, per quella che ritiene una pericolosa pratica che mette in pericolo uno dei patrimoni di maggior valore e che ne deturpa l’estetica, mi riferisco alle navi crociere che attraversano il bacino  San Marco a Venezia. Certo, hanno ragione, ma quello delle navi crociere rischia di essere un diversivo se non si affronta il problema del turismo in generale nella città, non sono, infatti, meno distruttive e meno aggressive alla bellezza dei luoghi quelle che spesso i veneziani chiamano le orde di turisti.
Quello che si cerca di nascondere, in generale, è che il turismo è un’industria pesante, il che vuol dire che per goderne dei vantaggi bisognerebbe sviluppare un’attenta programmazione e  un’efficiente  organizzazione  e ne  andrebbero controllati gli effetti. Lasciato alla  spontaneità il turismo rischia di essere distruttivo, di non cogliere a pieno la ricchezza e l’articolazione del nostro patrimonio (turistico), con poca soddisfazione degli stessi turisti.
Turisti, il plurale configura, di fatto, una grande articolazione di turismi: balneare, montano, culturale, sportivo, da festival, da shopping, ecc. Ogni luogo vorrebbe accogliere tutta la gamma dei turismi, quella che possiamo definire un’utopia. Inoltre, sempre più il turismo si differenzia per possibilità di spesa, in questa fase storica molto accentuato. Oggi sono i “ricchi” i turisti desiderati.
Così una zona che costituisce un forte richiamo per il turismo balneare, quindi un turismo limitato a pochi mesi, desidererebbe “allungare la stagione”, come si sul dire, con “altri” turismi. Ma glia altri turismi subiscono l’attrazione di altri luoghi. Il che ci porta alla regola generale, una società, una zona, una regione, una città non può vivere di solo turismo, per quanto importante sia il contributo che il turismo può offrire ad una economia.
Ci si lamenta che poche città sono centri  di grande attrazione turistica (Firenze, Roma, Venezia, Milano) ma poi si osserva che anche in queste città i grandi patrimoni (musei, pinacoteche, chiese, ecc.) sono poco frequentati. Qui due fenomeni si incontrano, da una parte verso queste città si indirizza il turismo da shopping, più interessato a via Monte Napoleoni che a Brera. Il secondo fenomeno e quello del turismo giornaliero o comunque di poca durata, che non ha tempo (e soldi) per musei, anche se li desidera.
Non ci si oppone che il patrimonio storico, artistico e archeologico, possa costituire un elemento anche economico, essere cioè un elemento di attrazione che determina vantaggi economici. Ma anche qui l’attenzione deve essere massima onde evitare che tutto si riduca ad una dimensione di mero mercato.  
Tranne casi specifici non si può essere, a ragion veduta, contro la mobilità delle opere d’arte. Ma attenzione, le motivazioni non possono essere solo di mercato. La polemica circa l’indisponibilità dei Bronzi di Riace di essere trasferite all’expo di Milano, rivendicandoli come patrimonio comune del paese e sottolineando che gli incassi per i visitatori del museo di Reggio Calabria sono una somma “ridicola”, che non si confà a opere di questo valore, costituisce, come è ovvio, una errata semplificazione e una ridicola motivazione.
Il problema sta nella cattiva organizzazione e pianificazione del turismo a livello nazionale che taglia fuori, perché estraneo al circuito spontaneo o organizzato dalle grandi agenzie, una parte consistente, la più consistente, del patrimonio culturale del paese.

Solo un disegno programmatico di turismo che mette assieme sia le bellezze naturali che quelle storiche artistiche del paese, con una politica dell’accoglienza e dei trasporti, in  grado di determinare flussi ragionevoli di turismo senza l’assalto a pochi luoghi, può rendere anche economicamente la “bella Italia”, nella consapevolezza che il paese non possa vivere di solo turismo.  

giovedì 31 luglio 2014

Matteo Renzi: la distrazione come regola di governo.

Diario 258

Matteo Renzi: la distrazione come regola di governo.

La vicenda della riforma del Senato getta una luce sempre più chiara sul Presidente del consiglio. Intanto appare sempre più evidente che quella del Senato è un diversivo. Ci sono nel paese questioni che premono, cito alla rinfusa: disoccupazione, perdita di posti di lavoro, la povertà che colpisce un sempre crescente numero di famiglie, il mezzogiorno, cioè mezzo paese, che sta pagando un prezzo altissimo alla crisi, l’assenza della politica industriale, la crisi crescente dell’università, ecc. (si potrebbe continuare per pagine), ma di tutto questo il governo non si preoccupa. Il suo scopo  è fissare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla riforma del Senato (il presidente non solo prega che continui il braccio di ferro con l’opposizione, ma evita con cura qualsiasi decisione di accordo). Sempre in pasto all’opinione pubblica fornisce un altro elemento: la nomina del nostro ministro degli esteri come, poco credibile, ministro degli esteri della UE.

Insomma il suo credo fondamentale è la distrazione, distrarre l’opinione pubblica, che significa  stampa e  televisioni, dai veri problemi del paese. Ma, se ne ricordi, i problemi esistono e mordono la carne viva di uomini e donne che abitano questa contrada d’Europa, che magari sono creduloni, ma fino a un certo punto.
Non intendo dire che la riforma del Senato e della legge elettorale, siano questioni secondarie, ma solo che sono usate, appunto, per distrarre. La riforma che sarà votata dal Senato, non a caso, non sarà la riforma definitiva che entra in funzione subito, essa dovrà passare altre tre letture nelle due camere e infine sarà sottoposta a referendum. Dove sta l’urgenza?

Se Renzi fosse uno statista, ma non lo è, dovrebbe sapere che la Costituzione costituisce la legge fondamentale della Repubblica, che essa regola i rapporti tra i poteri e detta comportamenti alle forze politiche, essa ha valore in misura del consenso che riceve dagli attuali “rappresentanti”  del popolo che ancorché in modo illegittimo siedono in parlamento. Se fosse convinto di tutto questo non avrebbe che una strada, rinviare la riforma in Commisione affari costituzionale, magari trasformandola in una piccola camera costituente, perché fosse possibile riflettere sulle questioni che le opposizioni pongono, che una parte non marginale dei costituzionalisti avanza; discutere con calma senza l’assillo della scadenza d’agosto, fissando anche un termine a ridosso della fine dell’anno, accordandosi così per la fine dell’ostruzionismo, accogliendo, se del caso, da parte di una maggioranza che si forma a prescindere da quella di governo,  alcune delle proposte avanzate e lasciando atre questioni, che non trovano un consenso maggioritario, aperte al voto del parlamento.
Così facendo Renzi dimostrerebbe di essere vero uomo di governo, democratico e attento al futuro del paese, con in più la garanzia che il cammino della riforma non troverebbe ostacoli di percoso.
Certo, così verrebbe a cadere la regola della distrazione e il Presidente del consiglio sarebbe costretto ad affrontare la questione paese.

Ma Renzi non vuole farlo e non può farlo perché non sa cosa fare. Può nominare nuovi consulenti ma…
La questione economica-sociale non è più di alcuni paesi (i meridionali) ma investe in misura diversa tutti i membri della UE, compreso il paese più forte. Non si tratta di uscire dalla UE, palliativo populista pericoloso, ma di imporre alla UE una svolta, che non è solo la fine dell’austerità, ma l’apertura di un fronte di scontro con la finanza internazionale: una vertenza che non salvi il capitale finanziario contro i popoli, ma che, al contrario, fissi sull’interesse della grande maggioranza degli uomini e delle donne i riflettori e le decisioni  dell’azione politica. La UE ha la dimensione economica e politica per poterlo fare, o almeno per iniziare una nuova politica nei riguardi della finanza internazionale. È semplice, ma neanche per sogno, ma sicuramente non si cava un ragno dal buco cercando in tutti i modi di andare a braccetto con la cancelliera tedesca.  Ma anche in questo caso il diversivo è il credo del Presidente del consiglio nonché presidente di turno della UE, la questione della persona adatta a coprire la seconda carica della Commissione.
Renzi gioca d’azzardo, vuole il punto, contrariamente a quello che dice, per presentarsi in Europa e nel paese come il vincitore. Ma di che cosa? Gioca d’azzardo minacciando elezioni anticipate, risultato pisitivo non  garantito dalla legge elettorale venuta fuori dal giudizio della Corte Costituzionale (che non è quella approvata da una delle due Camere) se non l’alleanza permanente con il partito del condannato Silvio Berlusconi. Non è detto che questo vogliono gli italiani.

Non c’è solo furbizia, non c’è solo rischio (non) calcolato, ma c’è l’evidenza di una preoccupante incapacità politica.  Anche nell’epoca della politica spettacolo, non basta la fotogenia, non basta la capacità comunicativa, non basta la simpatia, ci vogliono anche contenuti che corrispondano alle preoccupazioni delle elettrici e degli elettori.

sabato 26 luglio 2014

Il ministro Boschi: rottamare, rottamare e poi … Amintore Fanfani



Diario n. 257 

Il ministro Boschi: rottamare, rottamare e poi … Amintore Fanfani

La ministra Maria Elena Boschi al suo apparire sembrava una promessa: bella, intelligente, brava e un po’… malandrina (basta ricordare il colore del suo vestito al giuramento come ministro). 

Pochi mesi di governo l’hanno consumata, sotto tutti gli aspetti. 

La dichiarazione di pochi giorni fa letta al Senato è stata fuori luogo: “Amintore Fanfani, un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa Assemblea, oltre che un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, ha detto che le bugie in politica non servono”.

Fanfani è stato un rilevante personaggio della prima repubblica, ma i progressisti non ne avevano grande stima e no ne hanno un buon ricordo. La ministra è generosa, si accolla la colpa del padre, ma la citazione è di una consistenza nulla. Che vuol dire che in politica le bugie non servono, e quando servono? Nei rapporti coniugali? con gli amici? in amore? per scansare una disgrazia? Una verità volatile, una banalità di buon senso, un tasso politico pari a zero. 

Tra le altre cose Fanfani di bugie ne ha detto tante e del resto la ministra lo segue su questa strada. Anch’io sospetto che nella riforma potrebbe riscontrarsi un germe di autoritarismo, e una colta ministra dovrebbe riconoscerlo, la sua sordità è pericolosa. Mente quando accusa gli oppositori di non volere la riforma del Senato, dovrebbe sapere che la questione è un’altra: la maggior parte degli “oppositori” (diciamo così) è d’accordo con l’ispirazione della riforma ma non ne condivide la lettera e alcuni meccanismi. 

Capisco che l’autonomia del ministro sia nulla, con Renzi non si scherza, ma forse avrebbe potuto fare meglio con risultati migliori, per il paese e per la maggioranza, invece no, lei e il suo capo del governo invocano la legge del più forte (a qualsiasi prezzo). 

Garantire il referendum sulla riforma, sicuri della vittoria, mi pare una arroganza; la sicurezza di vincere l’eventuale referendum è solo un desiderio. Minacciare le elezioni subito è solo una sbruffonata: oltre gli 80 euro cosa può portare Renzi all’incasso del voto? No le riforme, no l’occupazione, no la fine della crisi. Un disastro.         

martedì 22 luglio 2014

Il riscatto di Berlusconi

Diario n. 257



Il riscatto di Berlusconi

Secondo l’excavaliere Silvio Berlusconi la sentenza del secondo appello ha ripristinato la legalità, ha grande fiducia nella giustizia (fatto assolutamente nuovo) e si ritiene assolto. La motivazione della sentenza ci spiegherà e poi, quasi sicuramente, ci sarà un ricorso in Cassazione. Ma assolto da che? 

Sembra di capire che la Corte abbia giudicato non esistente il reato di concussione. Non discuto, ma resta il fatto che il Presidente del Consiglio ha telefonato in questura perché la nipote di un capo di stato straniero, una menzogna, non fosse trattenuta in Questura ed evitare una crisi diplomatica e fosse affidata alla signorina Minetti, qualificata con una carica inesistente. Da questa, la giovane, subito uscita dalla Questura, è affidata ad una prostituta, la stessa che aveva allertato il Presidente del consiglio circa l’arresto della giovane. È concussione, non mi pronunzio, ma è certo che i funzionari della questura non tennero in conto la precisa indicazione del giudice di sorveglianza che ordinò che la giovane fosse affidata ad un struttura protetta e in assenza di questa fosse trattenuta in Questura. I funzionari della questura si ritennero concussi? non mi pronunzio. È certo che una corte convenne circa l’esistenza della concussione e un’altra corte l’ha negata. Il cittadino chiede un terzo giudizio, la discrepanza è troppo forte.

Per quanto riguarda il sesso (a pagamento) con una minorenne anche in questo caso, secondo gli interpreti della sentenza di secondo appello, la Corte ha ritenuto che Berlusconi poteva non sapere che si trattasse di una minorenne, ma non nega il sesso mercenario. Anche in questo caso vale quanto detto in precedenza, il cittadino pretende un terzo giudizio.

In questa fase, ma non solo, i cavilli giuridici diventano politici e … riformatori. Non male.

Il comportamento di Berlusconi secondo questa seconda sentenza, non sono penalmente perseguibili, ma i comportamenti ci sono stati. So che il massimo propugnatore dell’ateismo devoto irride ad ogni critica di tali comportamenti, che accusa di “moralismo bacchettone” (la libertà è altra cosa), ma non importa che egli non possa capire, ma se il comportamento non fosse moralmente censurabile lo sarebbe sicuramente politicamente. 

La carica di Presidente del consiglio, non proibisce, se questa fosse la sua “tentazione” e la sua pulsione, il sesso a pagamento, ma la trasformazione della sua vita notturna in “cene eleganti” che somigliavano a dei lupanari, non pare accettabile, si per decenza, si per stile, e sia per “sicurezza nazionale” (di quest’ultima niente sappiamo, ma quell'ambiente è favorevole ai ricatti). 

Si può capire che l’assoluzione possa aver dato alla testa all’ex-senatore Silvio Berlusconi, ma che egli farnetichi di correzione della legge per ottenere quella che ritiene un suo diritto (sic!), la piena “operatività politica”, sembra eccessiva. 

Al suo posto si dovrebbe essere più attento: i processi ancora in corso, e non per sosta vietata, dovrebbero suggerirgli cautela e basso profilo. 

Per quanto ardimentoso sia Matteo Renzi, per quanto il Presidente del consiglio consideri Silvio Berlusconi il suo interlocutore principale e favorito (forse per la di lui oggettiva debolezza), non credo che possa pensare di fare quello che il suo interlocutore sembra chiedergli con non troppo velate allusioni. Uno dei padri delle “riforme”, forse considera la sua riconquistatile “completa operatività politica” il prezzo delle riforme (e il costo per il paese).

sabato 19 luglio 2014

Papi assolto. Ma il re resta nudo


Papi assolto. Ma il re resta nudo

di Ida Dominijanni


Mi ero sbagliata per difetto, nel mio blog dell'altro ieri Perché va abbassata quella condanna, prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d'appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall'accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di ''liberare'' Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall'accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne. Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d'appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall'avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l'ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l'ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient'affatto: giuridicamente forse sì – forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un'oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come ''padre costituente'', partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul ''regime del godimento'' in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l'Italia e l'immaginario degli italiani per vent'anni - e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l'unico. Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe – e pur in presenza di una montagna di indizi – dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l'altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l'altra/o, che ha praticato e predicato. Resta colpevole di avere incarnato un'idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell'immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo – e impossibile – ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l'essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un'impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un'immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall'inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l'ha mai capito. L'ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L'imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è – di nuovo – il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader ''costituente'' che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. E' stato e resta l'incarnazione della fine dell'autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c'era niente e le donne, per prime donne molto prossime all'ex premier come Veronica Lario e Patrizia D'Addario, l'hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne ''il giusto erede'' o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.

giovedì 17 luglio 2014

Appello Ruby, perché va abbassata quella condanna


Appello Ruby, perché va abbassata quella condanna

da Ida Dominijanni



E' abbastanza evidente – lo scrive con dovizia di argomenti Alessandro De Angelis su Huffington Post – che la tenuta del ''patto del Nazareno'', garante delle sciagurate riforme del bicameralismo e della legge elettorale, è legata mani e piedi alla sentenza del processo d'appello sul Ruby-gate: il patto tiene se la pena inflitta a Berlusconi in primo grado (7 anni più l'interdizione perpetua dai pubblici uffici) si addolcisce, salta se viene confermata. Non solo perché in questo secondo caso possono saltare anche i nervi dell'ex premier, ma anche perché una sua condanna definitiva sancirebbe il ''liberi tutti'' nel suo partito, rafforzando l'ala che il patto del Nazareno non lo vuole onorare. Chi - come la sottoscritta – considera quel patto prelusivo a una ulteriore torsione plebiscitaria della democrazia italiana, deve per questo augurarsi che la Corte d'appello di Milano confermi la sentenza del Tribunale di primo grado?

E' uno di quei casi in cui si misura il tasso reale, ovvero non strumentale, del garantismo tanto strombazzato a destra e a manca. Che come sempre deve avvalersi di una lettura accorta delle carte processuali. Lettura in questo caso lunga, ma non ardua, perché la sentenza (oltre 300 pagine) emessa un anno fa da Giulia Turri, Carmen D'Elia e Orsola De Cristofaro riordina e ripercorre tutte le fasi del processo seguendo l'impostazione della procura, esplicitata a suo tempo dalle memorabili requisitorie di Ilda Boccassini e Antonio Sangermano. E' un documento che vale la pena leggere e mediatare, fra l'altro, per la cornice sociologica del teatrino di Arcore che ne viene fuori. Ma qui non è questo il punto, bensì quest'altro: i due reati attribuiti a Berlusconi – concussione per costrizione per la telefonata fatta alla questura di Milano la notte del 27 maggio 2010 con lo scopo di fare affidare la ''nipote di Mubarak'' a Nicole Minetti invece che a una comunità; prostituzione minorile per aver fatto sesso con Ruby prima del suo diciottesimo compleanno - sono stati sufficientemente provati o no?

Vale ricordare intanto che la procura di anni di detenzione ne aveva chiesti 6 e non 7, contestando a Berlusconi la concussione per induzione e non per costrizione. La differenza fra le due fattispecie, ''spacchettate'' dalla stessa legge Severino cui Berlusconi deve la sua decadenza da senatore, è non poco confusa e controversa. Ma com'è facile intuire, la seconda è più grave della prima e denota un abuso di potere cui il concusso – in questo caso i funzionari della Questura di Milano – non può sottrarsi. Decidendo per la costrizione, la Corte di primo grado ha in pratica attribuito alla telefonata di Berlusconi un valore ultimativo, ricattatorio e, per così dire, irresistibile. Senonché leggendo la ricostruzione che la stessa sentenza fa della famosa notte in procura – una sorta di sceneggiatura alla Ridolini – sorge il dubbio fondato che il comportamento inginocchiato dei funzionari, che la Corte di primo grado riconduce alla pressione ''costrittiva'' di Berlusconi, sia dovuto viceversa a un asservimento spontaneo ai desiderata del premier. Tanto vero è questo che il Procuratore generale, nella sua requisitoria al processo d'appello di qualche giorno fa e a differenza di Boccassini e Sangermano, ha sentito giustamente il dovere di sanzionare quel comportamento prono e negligente. E tuttavia ha chiesto la conferma della condanna di primo grado, cadendo in una evidente contraddizione: se i funzionari della questura hanno agito in modo servile e senza ribellarsi alla pressione di Berlusconi, pur sapendo perfettamente che Ruby era marocchina e non egiziana e che secondo le regole doveva essere affidata a una comunità, dove sta la ''costrizione'' di Berlusconi? E' la tesi della difesa, che a me pare ragionevole. Ed è il primo punto debole della condanna di primo grado, che infatti, a mio modesto parere, dovrebbe essere e sarà derubricata a concussione per induzione nella sentenza d'appello.

Il secondo punto riguarda l'uso dei tracciati telefonici e delle intercettazioni. La difesa di Berlusconi ha sostenuto in appello che erano inutilizzabili, sulla base di argomenti tecnici che io non sono in grado di valutare, ma che alludono a una domanda che non ho mai smesso di farmi leggendo le carte del processo: è giusto un tale uso di intercettazioni per un reato di natura sessuale, che ha a che fare così profondamente con la vita intima – a qualsivoglia scala di valori sia ispirata – delle persone? Fatto sta che il processo si regge larghissimamente sulle intercettazioni. Non ci sono prove dibattimentali né del primo, né del secondo reato (grazie al fatto che i testi sono stati corrotti da Berlusconi, sostiene – non senza indizi pesanti – l'accusa). In compenso c'è una mole impressionante di indizi, tutti – tutti – ricavati da tracciati telefonici e intercettazioni. Indizi inanellati dall'accusa in una concatenazione logico-deduttiva (peraltro rivendicata da Boccassini e Sangermano) che, va detto con franchezza, non ha nulla del processo accusatorio, e tutto del teorema inquisitorio. Siccome Ruby si prostituiva abitualmente, e siccome girava con una quantità di soldi verosimilmente provenienti dalle tasche di Berlusconi, ergo si prostituiva anche con Berlusconi. Siccome le ''cene eleganti'' erano in realtà i luoghi di esercizio di un ''sistema prostitutivo organizzato'' (su questo però le testimonianze ci sono eccome), e siccome Ruby partecipò ad alcune cene, ergo Ruby dopocena ha fatto sesso con Berlusconi. Che lei neghi non conta nulla: teste inattendibile ed esperta nella simulazione. Il che è vero, ma sia detto per inciso: come mai è sempre alla parola femminile che si richiede un supplemento di credibilità?

Intendiamoci: la lettura della sentenza di primo grado, delle testimonianze portate in aula da alcune ragazze che hanno frequentato Arcore e se ne sono ritratte esterrefatte o nauseate, la descrizione dello stile di vita della Milano da bere che ne viene fuori bastano e avanzano per emettere un giudizio umano e politico più che severo su Silvio Berlusconi e il suo ''regime del godimento''. La verità storica, però, non sempre coincide con la verità processuale: quest'ultima non si accontenta di convinzioni, ha bisogno di forme. Sulla base di argomenti formali, la condanna di Berlusconi potrebbe e dovrebbe essere derubricata: certamente per il primo reato, più difficilmente per il secondo.

In questo caso, far saltare il patto del Nazareno sarà compito, arduo, di un'opposizione politica per ora esilissima. Una esilità a cui nessuna sentenza giudiziaria può supplire.

lunedì 30 giugno 2014

Politica industriale: idee confuse e fallimenti assicurati



Diario 256

Politica industriale: idee confuse e fallimenti assicurati

Le iniziative anti crisi del governo italiano si caratterizzano per un fallimento dopo l’altro. Per esempio il bonus per favorire l’occupazione giovanile che prevedeva 100.000 nuove assunzioni si è fermato a 22.000 assunti (poco più di un quinto dei previsti). 

Non sono né i bonus, né nuove norme (per quanto flessibilità introducano) che possono far aumentare l’occupazione, ma questa semplice e banale constatazione dai nostri governarti (e da molti esperti) non viene presa in considerazione.

Si può ripetere, quanto scritto tante volte, che fino a quando non si affronti seriamente e globalmente il peso della finanza internazionale e la sua influenza sull’economia reale (quindi anche sull’occupazione) la “crisi” che attanaglia tutte le economie non potrà trovare soluzione, ci possono essere dei momenti di quiete (non di crescita e sviluppo) ma tutto resta dipendente dalle convenienze della finanza internazionale. 

Detto questo è certo che le singole economie possono e dovrebbero fare qualcosa per attenuare e mitigare le conseguenze della crisi. Possono operare allargando il welfare, ma viste le “regole” che non si vogliono tradire ciò aumenterebbero il debito sovrano, o tentare di promuovere lo sviluppo di qualche settore produttivo in modo da attenuare la disoccupazione (quella giovanile in particolare). O meglio ancora usare i due criteri insieme, con perspicacia e intelligenza. 

L’iniziativa del governo Renzi, sembra individuare la politica industriale come contributo significativo per contrastare la situazione di crisi. Sembra una buona cosa, ma forse è mal consigliato, infatti  la lettura degli strumenti che si intendono mettere in atto fanno capire che ci avviamo ad un altro fallimento assicurato. L’idea che nuove norme che rendano meno amministrativamente gravose le attività economiche (su diversi piani, da quello amministrativo, a quello della flessibilità occupazionale, e, magari, sulle norme di salvaguardia dell’ambiente e della salute), nonché una semplificazione nell’accesso al credito, possano sprigionare occupazione avrebbe del miracoloso (il miracolo è la speranza di questo paese). L’idea che la “grande” capacità imprenditoriale della “piccola” impresa sia il nostro futuro potrebbe far ridere, questo senza disconoscere sia alcune possibilità che alcuni casi eccellenti (appunto casi).

Una politica industriale può usare diversi strumenti che possono essere usati singolarmente o anche insieme in modo coordinato (mi se scuserà per la semplificazione).

L’azione diretta dello Stato attraverso sue imprese che si assumono l’onere di sviluppare settori strategici. Questo è stato per molti anni il ruolo dell’IRI e dell’ENI, ma poi averle assunte come porti dove ancorare imprese private decotte, nonché la famelica azione dei partiti ed infine il liberismo imperante hanno distrutto un’esperienza, molto importate, di economia mista, apprezzata e studiata come un caso significativo di sviluppo in un paese con scarse risorse naturali ma capace di intelligenza industriale e anche politica.

Un altro strumento che lo Stato utilizza per fare politica industriale e quello della domanda pubblica che indirizzata in determinati settori stimoli la crescita tecnologica, l’innovazione e lo sviluppo occupazionale. La domanda di armamenti, per esempio in USA e in Cina, costituisce uno strumento di politica pubblica che ha determinato e determina una serie di innovazione che poi travalicano il settore militare per investire i settori pacifici. Ovviamente non sto sperando in una politica militarista nel nostre paese, ma forse una politica di domanda in altri settori (per esempio alla strumentazione ospedaliera o a quella farmaceutica, ecc.) che fosse concentrata, governata e finalizzata potrebbe essere uno stimolo di sviluppo tecnologico e occupazionale. Il caso come sia stato gestito il tema dell’energia alternativa è la dimostrazione di come non deve farsi.

Un’altra modalità di intervento potrebbe essere quella progettuale, individuare, a ragion veduta, dei settori nel quale varrebbe la pena che il paese, in ragione di precise circostanze, si prefissasse di acquisire nuove capacità, a questo scopo si potrebbero indirizzare e coordinare attività di ricerca, attività di innovazione tecnologica, attività industriale e organizzativa, ecc. In questo ambito le possibilità sono notevoli, per esempio fingendo che la “moda” sia ancora un settore italiano, si potrebbe avviare un progetto finalizzato ai  nuovi materiali; alle bonifiche e disinquinamento; ecc.

Va detto che molte iniziative sparute, singole, spesso asfittiche per mancanza di risorse ma soprattutto di una prospettiva ben delineata, sono avviate ma ... manca una politica industriale che non castiga l'iniziativa di singoli ma li colloca in una dimensione che garantisce loro crescita e giusta collocazione.  

Certo tutto andrebbe accompagnato da iniziative nel credito. Non in forma generale e generica ma finalizzato; mentre una politica fiscale differenziata, non sarebbe inutile.

Certo si possono avanzare seri dubbi sulla capacità della “nostra macchina pubblica” (e politica) di immaginare e gestire operazioni di questo tipo, il che illuminerebbe come velleitarie ogni iniziativa, ma forse le risorse umane non mancano. 





domenica 22 giugno 2014

Immunità: di immunità si può morire

Diario 265

Immunità: di immunità si può morire



Fa scandalo l’introduzione dell’immunità per i futuri senatori. Essi saranno non solo non eletti direttamente ma anche immuni. Quindi un sindaco o un presidente di regione o un consigliere regionale, sarebbero “immuni” anche per i reati commessi non come senatori.

Non ho mai stimato il senatore Casson (la sua insensibilità istituzionale mostrata nel candidarsi a sindaco di Venezia mentre era pubblico ministero nella stessa città, me lo ha reso sempre alieno), ma oggi non posso che essere d’accordo con lui: l’immunità va eliminato sia per i senatori ma anche per i parlamentari. Dello stesso avviso Calderoli, persona per la quale ho molto antipatia e poca stima (suo il porcellum), ma oggi è un altro giorno. Per altro questa immunità è figlia di nessuno, il governo, a detta dei suoi membri, non la volevano, altri l’hanno chiesto (sul chi? mistero), ma il governo non si è opposto anche perché, come dichiarato dal ministro Elena Boschi, si tratta di questione non centrale. Caspita se è centrale, ministro, lo è molto di più che non le modalità di elezione dei senatori.

“Svoltare”, secondo la formulazione di Matteo Renzi, non significa soltanto modificare alcune regole, ma soprattutto ripristinare l’uguaglianza tra i cittadini; questi infatti hanno la consapevolezza, non a torto, che il ceto politico goda di privilegi. L’immunità dei deputati e senatori è uno di questi privilegi e non il minore (come la cronaca ci ha insegnato).

Eliminare questo privilegio, ministro Boschi, è principio di eguaglianza dei cittadini davanti al legge. Lei la ritiene una questione non centrale? La sua affermazione ci fa capire che la sua “bravura” e “capacità”, che molti le riconoscono, è priva di sensibilità democratica. Se ne aveva il sospetto, la questione dell’immunità è una conferma.

Ma cosa può succedere se al Senato nella votazione della riforma del Senato se l’immunità per i senatori non passasse? Pare che si delinei una forte, numericamente forte, opposizione. Non solo il M5*, non solo (spero) i senatori di SEL ovunque collocati, ma anche i pochi di scelta civica, una parte del PD (quanto consistente non è chiaro, e questa è questione diversa rispetto alla modalità di elezione dei senatori), i senatori a vita, ecc.

Ministro Boschi nonostante la sua abilità, il suo ottimismo e la sua sicurezza mi pare che sta conducendo la barca della riforma a sbattere contro uno scoglio. Che falla sarà? Non è prevedibile, ma è certo che anche con un po’ d’acqua in stiva l’equilibrio della barca rischia.

giovedì 19 giugno 2014

La sinistra potrà sopravvivere?

Diario 264

  • La sinistra potrà sopravvivere?
  • Tutti d’accordo, tutti contro tutti
  • Le manovre presidenziali                                                                     
  • SEL:  si discute o tramonta?
  • L’imbroglio della garanzia della Cassa Depositi e Prestiti




La sinistra potrà sopravvivere?
Con un articolo di Marc Lazar, il quotidiano La Repubblica (19 giugno) affronta il tema della  sopravvivenza della sinistra europea. I sostanziali magri risultati della “sinistra” nelle recenti elezioni europee (ad eccezione del PD in Italia) sono l’occasione di questa discussione.
La sostanza è: il mondo è cambiato e la sinistra no, in questa situazione potrà questa sinistra sopravvivere?
Il punto di vista sostenuto da Lazar tiene molto l’occhio sulla situazione francese, ma generalizza. In sostanza ecco le motivazioni esplicative (riassunte ma spero non tradite): carenza di organizzazione che combatta la disaffezione dalla democrazia e dalla partecipazione; difficoltà a riconquistare credibilità a fronte della diffidenza verso la classe politica; la scelta degli elettori a cui fare appello in via prioritaria; quali politiche pubbliche adottare a fronte della trasformazione del capitalismo; mancanza di identità del socialismo del XXI secolo; quale sia il leader in grado di affrontare le nuove forme della politica.  
Certo si tratta di questioni non di poco conto, ma forse c’è dell’altro. Alcuni autori, infatti,  in testi  brevissimi, tendono a sottolineare altri aspetti.
Alain Touraine individua nella necessità della difesa dell’individuo (non individualismo), e quindi nella difesa dei diritti umani, la chiave di una possibile ripresa del socialismo. Per Massimo Salvatori la ripresa non può che essere strettamente collegata alla lotta alle diseguaglianze. Marco Revelli fa riferimento ad una identità antiliberista. Guido Craine fa appello alla necessità di attivare due gambe per far camminare l’idea socialista: la prima è ridare fiducia ai cittadini nella democrazia, la seconda è l’equità sociale.
A me pare (non ho nessun titolo se non quella di una lunga militanza), che la questione di fondo sia la “natura” della società. Credo che nella crisi del welfare state e nel conseguente aumento delle  diseguaglianze economiche vada trovata il nocciolo della crisi del socialismo. Il WS è stato considerato intanto come statico, mentre la sua dimensione politica (e sociale) presupponeva un suo dinamismo, una sua continua crescita, inoltre sulla base della crisi fiscale dello stato si è iniziato a limarlo, in alcuni casi a tagliarlo con l’accetta. Si tratta di un fulcro fondamentale della crisi dell’idea socialista (o comunista, non del comunismo reale), proprio perché metteva in discussione una prospettiva sociale e politica, offuscando  la prospettiva di un futuro migliore.
In questa frattura si insinua il capitalismo del XXI secolo che afferma con forza una società delle diseguaglianze e quindi il suo dinamismo non è più fondato sulle lotte sociali ma sull'invidia,  sul rosico e sulla capacità di accaparramento.   
Le diseguaglianze sociali sono il germe di una società ingiusta che non sempre produce rigetto, ma
molto spesso corruzione sia intellettuale che fattuale. Oggi le diseguaglianze sono crescenti  in modo insopportabile (non che ci sia un livello di diseguaglianza sopportabile, ma insomma), e maturano all'interno dell’economia finanziaria.
Se il socialismo non deve morire deve aprire un fronte di conflitto con il capitale finanziario, contro le diseguaglianze e per lo sviluppo del WS e la crescita economica adeguata al tempo (se poi la “nuova politica industriale” fosse quella annunziata in questi giorni dal governo, allora potremmo  dormire sonni pieni di demoni).
Tutto molto facile a dirsi, lo so bene, ma pieno di difficoltà, ma un po’ di strumenti concettuali sono disponibili.   


Tutti d’accordo, tutti contro tutti
Renzi, Berlusconi, Salvini, Grillo, prove di accordo “costituzionale”, ma in realtà dietro l’accordo forse c’è l’avvio di una guerra di posizione.
Berlusconi si sbraccia per il mantenimento dei patti, ma nello stesso tempo lancia il “presidenzialismo”, che di fatto mette in discussione l’impianto della riforma. Che gioco è? Nello stesso tempo il falco Brunetta mette in campo una serie di “divergenze” sulla legge elettorale e sulla riforma del Senato. Una distribuzione di ruoli diversi? O l’estrema confusione in quella parte politica, l’una o l’altra non costituisce una buona garanzia.
Grillo esprime una sua disponibilità a trattare sulle riforme costituzionali. Bene. Mette in campo una riforma elettorale proporzionale (una testa un voto), che ha tutto il mio incondizionato accordo ma si tratta di una proposta che collide totalmente con la riforma già approvata dalla Camera dei deputati. E allora? O Grillo non conosce il testo approvato, o la proposta del M5* è un tentativo di far suonare le campane silenti dopo la batosta delle europee. O molto semplicemente si tratta di un modo per ricollocare il M5* nell’ambito della prassi parlamentare dopo il periodo del No, No, No… non si tratta con nessuno. Gli umori che esprime Grillo (proporzionale a parte) non mi piacciono, hanno un tasso di autoritarismo e una inconcludenza politica insopportabile. Va detto, tuttavia, che il M5* costituisce (o costituiva?) di fatto l’unica opposizione presente in Parlamento e questo è salutare, l’opposizione fa bene alla democrazia e al dibattito politico.
Salvini, che si fa forte di un modesto peso complessivo della Lega, si dimostra d’accordo sulla riforma del Senato e del Titolo V che ridà competenze legislative alle regioni. Che, si fa per dire, si presentano come limpide ed efficiente istituzioni.
Renzi ha fretta, tanta fretta, vuole sedersi alla presidenza del semestre italiano della UE con le riforme in tasca (o quasi): fissa una data di scadenza il 3 luglio. Ma la fretta, quasi mai è una buona consigliera (né lo è la sua Ministra alle riforme che invece costituisce un eco-renziana).
Nodi, i nodi esistenti sono molti, possono essere risolti da un accordo strappato a Berlusconi e al… PD, ma i problemi restano. Sulla legge elettorale il Presidente del consiglio sembra più duttile: ritiene il 40%  dei voti ottenuti alle europee come messi in cassaforte (io sarei più cauto), e quindi sembra disposto ad accettare, appunto al 40% dei voti, la soglia minima per il premio di maggioranza. La soglia di “entrata” è portata al 4%, tanto che importa ragiona il presidente del consiglio. Sembra anche disposto a cedere sulle preferenze o sui collegi minimi.
Sulla riforma del Senato le cose sono più complicate perché le divergenze sono più articolate. Non c’è un’opposizione che voglia ripristinare il bicameralismo, ma non tutti condividono l’assenza di una elezione diretta dei senatori. La elezione di secondo grado pone problemi complessi di equilibrio e di rappresentanza, mentre la nomina di un numero di senatori (5 o 21) da parte del Presidente della Repubblica convince pochissimo. Renzi ha messo a tacere le sue opposizioni interne con la “forza”,non mi sembra la trovata di un grande leader.
La mia impressione è che la fretta farà i gattini ciechi: la riforma andrà in porto, ma risulterà piena di questioni non risolte e lascerà degli strascichi.       
 
Le manovre presidenziali                                                                     
A lato della riforma costituzionale,  ma a quella strettamente intrecciata, sono visibili le manovre per la Presidenza della Repubblica: Napolitano potrà durare ancora un po’ ma non troppo.
Casini fa le sue mosse, tutte tese ad acquisire riconoscenza da parte di Renzi. Basterà? credo di no.
Ma da quando circola l’idea che i tempi sono maturi per una presidenza al femminile, mi sembra che si  possa interpretare l’attivismo “convergente” della senatrice Finocchiaro, come finalizzato anche a questa possibilità. 
Due soluzioni del tutto insoddisfacenti, per ragioni uguali e politiche. C’è di meglio, anche fuori dalle due Camere.

 
SEL:  si discute o tramonta?
Il voto sul decreto fiscale ho diviso i parlamentari di SEL; niente di grave, ma è la crisi di SEL, che preoccupa.
Una crisi, come si dice, che viene da lontano, dall'incapacità di rifondare una prospettiva comunista adeguata al XXI secolo, sfuggendo dalle mode, dall'inseguimento ora di questo ora di quel movimento (ed è ancora il meglio) o di agitare prospettive politichese, senza affrontare le trasformazioni del capitalismo e della società, ma facendosi forte di un “dover essere” che data la sua dimensione appariva più che velleitario. Il relativo successo della lista per le europee poteva essere la buona occasione per rifondare un discorso che affrontasse i nodi strutturali del processo economico sociale della “nuova” società e facesse i conti con i fondamenti teorici.
Entrare nel PD o starne fuori a questo punto è indifferente, almeno così mi pare e soprattutto inutile dal punto di vista politico generale.

L’imbroglio della garanzia della Cassa Depositi e Prestiti

Ricevo dal mio amico Angelo un’analisi su una questione oggi cruciale anche per l’apertura di una procedura di infrazione della UE)

E' possibile stare a sentire politici e grandi giornalisti accreditati, presso tutti, come esperti, discettare su problemi non da poco senza che nessuno di loro accenni alla sostanza delle cose.
 Questa mattina, nella trasmissione della "la 7"(19giugno), Alan Friedman lamentava il ritardo nei pagamenti dei debiti dello Stato verso i propri fornitori, debiti per i quali il Governo ha già deliberato che sia "la Cassa Depositi e Prestiti" a fare da garante alle banche, affinché queste anticipino ai fornitori quanto dovuto dallo Stato.
 Ma il capitale della CDP è di 3,5 miliardi più utili di 2,3 miliardi, mentre i debiti dello stato ammontano (dicono, ma nessuno ne è sicurissimo) a 75 miliardi. Volete sapere a quanto ammonta la "cassa e disponibilità liquide" della CDP? traendo il dato così come è scritto nel suo bilancio (31.12.2013), risulta di 3.530 euro (lo ripeto in lettere a scanso di equivoci; "tremilacinquecento euro"). Meno di quanto, forse, l'ultimo impiegato della CDP tiene in casa per le spese correnti.
 Mi si obietterà che la liquidità reale è sui conti che la CDP ha nelle banche. Ma se avesse conti a credito il saldo a credito del conto bancario sarebbe tra le liquidità. Ma alla voce banche c’è un attivo di 14 miliardi 851 milioni di euro, e un  passivo di 24 miliardi 8 milioni.
 La CDP gestisce tra l'altro, in quanto titolare,  i risparmi che gli italiani hanno depositato presso le poste, quindi di chi sono i soldi su cui si rivarranno le banche in caso di mancato pagamento alla scadenza del credito finanziato ai fornitori dello Stato? Avete indovinato.
 Ma che bisogno c'è, se il debitore è lo Stato, che questo venga garantito dai soldi dei cittadini italiani? E gli impiegati, quando vi invitano a fare buoni del tesoro o libretti postali, non vi dicono che sono depositi sicuri in quanto garantiti dallo Stato?
 Vediamo, allora, come funziona e soprattutto quale ne è la logica: i cittadini hanno i propri depositi garantiti dallo Stato ma i loro depositi garantiscono i debiti dello Stato.  Sembra qualcosa di molto confuso ma a ben guardare non lo è affatto. Il gioco è questo: io Stato non pago i debiti verso i fornitori perché non ho soldi allora, in base alla garanzia prestata,  li paga la CDP con i soldi dei cittadini. A questo punto lo Stato dovrebbe, in base alla garanzia fornita ai depositi postali dallo Stato, restituire ai cittadini quanto utilizzato per pagare le banche. Ma se lo Stato non ha i soldi che succede? Ecco: i fornitori sono stati pagati dalle banche, le banche sono state pagate dai cittadini e i cittadini sono restati con i depositi garantiti dallo Stato, che già li garantiva, ma che non ha un euro.
 Ma attenzione. Vi diranno tutti che sia di fondamentale importanza che i fornitori dello stato vengano pagati perché così si riavvia la "crescita" senza la quale siamo perduti. Ma allora, perché la CDP non finanzi direttamente i fornitori dello Stato senza passare attraverso le banche così, almeno, gli interessi che, senza rischi, guadagneranno le banche li guadagnerebbe la CDP?


lunedì 16 giugno 2014

Polemiche

Diario 263




Viva il miracolo

Sull’ultimo Domenicale del Sole 24 ore, Carlo Maria Croce da una parte ed Elena Cattaneo, Gilberto Corbellini e Michele De Luca, dall’altra, hanno affrontato quello che può definirsi la sconvolgente e vergognosa, ingannevole e speculativa, mistificante e approfittatrice del dolore, storia di “stamina”. Un medico sotto accusa dalla procura di Torino, viene autorizzato a procedere ad una nuova infusioni (con spettacolo televisivo) da un magistrato di Pesaro.

Il Ministero e il Governo sono carenti, la magistratura opera nel disprezzo della scienza, la cultura scientifica nel nostro paese è bassissima e quasi nulla, la scuola dà in questa direzione un notevole contributo, ecc. Tutto vero e ragionevole, ma bisogna anche fare riferimento ad un costrutto antropologico della nostra società che più di altri, ma non la sola, crede ai “miracoli”, è proprio questa credenza che costituisce la base su cui si assidono truffatori e malfattori, approfittando del dolore di malati o dell’angoscia di genitori di bambini malati, ma soprattutto della credulità che il miracolo può sempre avvenire.


La statistica maltrattata a fini politici

Angelo Panebianco, non sopporta la vittoria di Renzi, pare un po’ livido. Renzi può non piacere, ci mancherebbe, la sua politica può apparire discutibile, lo credo, il suo vitalismo può irritare, ma piegare con tono scientifico la statistica ai propri umori, non pare corretto. Panebianco (sul settimanale Sette, del Corriere della Sera) contesta il “valore” della vittoria di Renzi con l’argomento, vero, che ha votato solo “il 58,7% degli aventi diritto” ed ecco la stoccata: “se si fosse votato in elezioni politiche (ove l’affluenza in genere supera l’80%) la percentuale di suffragi raccolti da Renzi sarebbe stata molto più bassa”.

Il nostro professore suppone che i non votanti si distribuiscono, nelle preferenze di voto, in modo diverso dai votanti, possibile, ma non esistono evidenze di questo fatto, mentre non è escluso che i due “universi” (votanti e non votanti) si somigliano molto.

Potrà accadere che Renzi prenda meno o più del 40%, ma questo dipende da motivi diversi da quelli prospettati da Panebianco.


La finestra, imbarazzante

Il 2 giugno il Presidente del consiglio ha approfittato della festa per un personale bagno di folla: ha camminato a piedi, ha distribuito strette di mano e sorrisi (non mi pare che abbia ancora baciato bambini). Tutto discutibile ma sta dentro la dimensione politica attuale, accreditata anche se non condivisa.

Ma Renzi mi ha sbalordito, quando si è affacciato dalla finestra di Palazzo Chigi a salutare la folla. Si tratta forse di ipersensibilità, così mi dice qualche amico, a me quella faccia e la mano che si agitava ha determinato uno stralunamento, una sensazione di ripulsa come segnale di un populismo autoritario.

Spero e mi auguro di sbagliare, che Renzi possa essere ben consigliato sui contenuti della democrazia, anche se l’episodio della riforma del Senato mi conferma su una possibile deriva.

Intanto solidarizziamo con Mineo e i 14 senatori autosospesesi; ma forse non basta.



Qualche “mela marcia”?

Gli scandali Expo, Mose, Finanza a Napoli, ecc. mettono in evidenza come non sono solo i politici ad essere coinvolti, ma anche nodi delicati della Pubblica Amministrazione. Certo la teoria della “mela marcia” va sempre bene, ma forse c’è qualcosa di più. I complicati meccanismi pubblici non solo non garantiscono controllo ed efficienza, e già sarebbe un male, ma sembrano adatti a promuovere la corruzione. Non si tratta solo di bonificare, ma di trasformare.    

venerdì 30 maggio 2014

Il 40% è troppo. Pericoli crescenti

Diario 263

Il 40% è troppo. Pericoli crescenti

Mi ha molto, ma molto, preoccupato la dichiarazione del vincitore Renzi quando ha detto il PD deve allargarsi fino a diventare il partito della nazione. Evidentemente il 40% dei voti dà alla testa.

Il partito della nazione è il contrario della democrazia, sia perché rende anche impossibile quel brutto esemplare di democrazia che è l’alternanza, sia perché cancella l’articolazione politica (e democratica) delle forze sociali. Il partito della nazione si traduce come un partito della totalità. Un partito e un uomo prende tutto. Il 40% ha fatto male anche alle forze articolate, si fa per dire, del PD, la versione del salire sul carro del vincitore viene oggi tradotto nel “il partito è di tutti”, anche il ribelle Citati chiede un posto in segretaria (perché negarglielo, non potrà fare niente di male). 

Ma la sindrome imperversa su tutto l’arco parlamentare: il partito di Monti si è squagliato, e le gocce premono per essere assorbite nella spugna renziana (del resto alcune di queste gocce da quel partito provenivano e si erano accasate con Monti farneticando di un centro trionfante). 

Non mi meraviglierei se anche alcuni orfani di Berlusconi, invece di bussare alla porta di Alfano bussassero a quella di Renzi.

Ma quello che intristisce e fa cadere le braccia, come si dice, è l’atteggiamento di una parte (solo una parte?) di SEL. Pare che ci sia una parte che vorrebbe che SEL entrasse al governo come premessa per una confluenza nel PD (o viceversa, non fa differenza). Si poteva sperare, come ho scritto in precedenza, che a partire del risicato successo della lista per l’Europa, risicato ma niente affatto scontato, quell’area, vista l’aria che soffiava dalla parte del PD, si impegnasse a fare qualche cosa di diverso dall’entrismo (spettacolo già visto in altre occasioni). Si poteva sperare ma non era certo che ci si poteva credere. Così mi pare è.

La “democrazia” non è volti sorridenti e soddisfatti, non è promessa di riforme forse utili, del pensiero dell’uomo al comando o anche del “suo” partito, vive di dialettica, di conflitti, di antagonismi, di differenze, di diverse opzioni sociali, di diverse visioni del mondo, cioè di un confronto non solo di interessi ma anche di idee e di prospettive. Il coltivare gli interessi può generare mostruosità, Certo che la situazione attuale vive dell’orgia della governabilità, cioè non tanto di un punto di equilibrio temporaneo tra diversità, ma di una prevaricazione (fosse anche istituzionalmente garantita). 

I tempi che ci vengono incontro sono molto instabili, essi meriterebbero un surplus di democrazia, ma la malattia di questa, dichiarata da tutti i medici, almeno in Italia, sembra adottare la cura dell’unanimismo. Brutto, brutto temporale.

Del resto, e questo è l’altro grande problema, quando l’alternativa si focalizza tra M5* e FI, non c’è scampo. 

Si può sperare solo in una pioggia torrenziale che spazi via i miserabili, ma possenti, ripari costruiti con l’unanimismo.




divendres, 30 maig de 2014

Innovació i conflicte social: Can Vies com a símptoma

Els incidents d’aquests darrers dies en el barri de Sants i en diversos barris de Barcelona arran del desallotjament de Can Vies evidencien, més allà de la gravetat dels fets concrets, dues qüestions principals: per un costat, la creixent distància de sectors significatius de la ciutadania envers la política institucional; per l’altre, la importància que prenen les iniciatives d’innovació social en l’actual conjuntura de crisi econòmica i social.
Comencem per aquest darrer tema. En un context en el les administracions públiques –per impotència o per pròpia voluntat- renuncien a satisfer les promeses de l’Estat del Benestar, les iniciatives ciutadanes destinades a fer front a la crisi i els seus efectes prenen una importància creixent. Com ja hem tingut ocasió de comentar aquí, aquestes iniciatives són de dos tipus: unes prenen formes caritatives i solidàries amb l’objecte, sobretot, de pal·liar les situacions de privació material; d’altres, sense renunciar a aquesta tasca solidària, tracten, a més, d’apoderar les comunitats locals per tal de reclamar els seus drets i per construir allò que podrien ser alternatives a l’actual organització social. Aquests darrers són els denominats moviments d’innovació social.
Resulta interessant i significatiu que l’acció d’aquests moviments es centri, sobretot, en l’àmbit de la reproducció social, més que no pas en el món del treball, on per molt de temps s’han concentrat els principals conflictes socials. Això fa que la seva acció tingui una incidència rellevant en allò que podríem considerar els corol·laris urbans de la pugna sobre l’Estat del Benestar: la qüestió de la casa (Plataforma d’Afectats per la Hipoteca), els espais verds (horts urbans), el consum (cooperatives, Som Energia) i els centres cívics (espais autogestionats com la Carboneria o Can Vies).
Al nostre entendre, allò que confereix força i capacitat d’irradiació a aquest moviments en la ciutat és precisament el retrocés de les polítiques socials, per una banda, i la prevalença dels interessos privats en l’àmbit de l’habitatge i de la gestió urbana, per l'altra. La seva naturalesa i evolució no es troba, tanmateix, exempta de limitacions i aspectes polèmics. Com ha mostrat elMapa de la Innovació Social elaborat recentment a la Universitat Autònoma de Barcelona, els moviments d’innovació social tendeixen a radicar-se no tant en aquells barris amb població més pobra i més desproveïts de serveis, sinó en d’altres relativament més benestants que compten amb un més alt capital urbà i major capacitat de reacció (Sants, en seria un bon exemple). D’altra banda, l’efectivitat de les iniciatives s’ha mostrat alta des del punt de vista defensiu (la PAH n’és una bona mostra) i a l’hora de promoure accions significatives, però de cap manera han assolit la dimensió que els permeti substituir les polítiques públiques, ni tan sols compensar els efectes del retrocés d’aquestes.
Són aquestes limitacions les que han portat a afirmar que els conflictes a l’entorn de les iniciatives d’innovació han de ser considerats, de moment, més com a símptoma que com a expressió d’una alternativa en vies de consolidació. Ara bé, hi ha un segon aspecte que fomenta la seva importància i atracció: la creixent desconfiança de parts significatives de la ciutadania envers els canals establerts de representació política i les institucions. En aquest context, els moviments de caràcter disruptiu, exteriors a la política institucional, generen una simpatia i tenen una atracció major. Aquesta circumstància hauria de constituir una crida a la responsabilitat: per a uns, a no malbaratar amb accions estèrils aquesta simpatia i capacitat d’irradiació; per als altres, a no preservar en les polítiques i les pràctiques que contribueixen a anar eixamplant més i més aquella desconfiança. 
[Foto: Wikipedia Commons]

mercoledì 28 maggio 2014

Elezioni europee, sorridere si deve

Diario 262

Elezioni europee, sorridere si deve

Per quello che vale, personalmente sono moderatamente soddisfatto per come è andata la lista di sinistra per Tsipras. Come si erano avviate le cose, avere superato lo sbarramento può essere considerato un successo in sé, ma non conforta la prospettiva. Potrebbe essere un buon segnale se fossero/fossimo capace di una riflessione collettiva, di massa, non di gruppi dirigenti, su quello che è necessario, se fossero/fossimo in grado di annullare ogni egotismo e ogni volontà di prevaricazione, se fossero/fossimo in grado di dismettere il termometro ideologico e mettessero/mettessimo l’intelligenza a ricostruire un corpo di idee fondate a partire dalla “matrice” su quello che dovrebbe servire nella nuova fase della società capitalista. Ne saranno/saremmo capaci? sperare è d’obbligo, ma crederci è difficile. Comunque un risultato che molti di noi ritenevano impossibile è stato realizzato. Bene il sorriso illumini oggi il nostro viso.

Sono molto soddisfatto per la sconfitta del M5*; nonostante la convinzione di alcuni amici, ritengo la sconfitta salutare e forse liberatoria. L’unica contrarietà è nel fatto che Grillo non ha mantenuto la promessa di ritirarsi se avesse perso. Ha perso ma pari che non si ritiri. Non mi convincono gli amici che sottolineano che il voto per Grillo è un voto di protesta e quindi la sconfitta del M5* indebolisce la protesta nel paese. La protesta non è garanzia di nulla. Il M5* è un seminatore di umori di destra, per nulla progressisti, e violenti. La capacità di Grillo deve preoccupare, il suo ridimensionamento mi pare una boccata di aria pulita.

Molto soddisfatto per la sconfitta di FI, Silvio Berlusconi è finito, e la dimensione della sconfitta scongiura la farsa della successione ereditaria. Nel centro destro si apre un terremoto di cui non sono chiari ne prevedibili gli esiti.

Abbastanza soddisfatto e molto preoccupato sono per la limpida e di dimensione non prevista vittoria di Renzi. Oggi Renzi è il meglio che ci possa capitare, ma non è quello che ci vuole, non solo, la dimensione del successo ne rafforza i suoi tratti meno esaltanti. È evidente, tuttavia, che la fonte della mia soddisfazione dovrebbe essere la base per una mia contemporanea soddisfazione (i vasi comunicanti), ma non è così e si tratta non tanto di una contraddizione logica, quanto di un’esigenza politica. Sono inquieto: le politiche economiche e sociali di Renzi non solo non sono convincenti, ma sono, a mio parere, contrarie alle necessità. Il successo, invece, è interpretato come la loro esaltazione. Non si tratta da dove ha pescato i voti per la sua vittoria e quindi del prezzo (di riconoscenza) che dovrà pagare, non credo che Renzi pensi a questo. Egli persegue la sua politica che non garantisce sviluppo equilibrato, redistribuzione, equità, e soprattutto lotta alla finanza. Ora il nemico è l’austerità, va bene, ma non solo non basta ma rischia di essere oltre che un’illusione, un diversivo.

Ci sarebbe da ragionare sul comportamento degli italiani, ma se ne potrà riparlare.

Per oggi sorridiamo.