giovedì 5 febbraio 2015

Sergio Mattarella presidente

Diario 279

Sergio Mattarella presidente

Non credo che si possa dire che Sergio Mattarella sia il migliore Presidente della repubblica che ci poteva capitare. Ma sono molto, molto contento, perché è sicuramente il migliore tra quelli di cui negli ultimi giorni si è discusso (Amato, Fassino, Finocchiaro, Veltroni… Vengono i brividi!).
Qualcuno parla di ritorno della DC, la pigrizia mentale di molti commentatori è impressionante. Il nuovo presidente è un rappresentante del cattolicesimo progressista (che è meglio di quello conservatore e reazionario), la DC è morta con buona pace di Rotondi.
Tutti si interrogano su come saranno i rapporti con Renzi, ma mi pare che nel discorso pronunziato sia stato molto chiaro: sulla sostanza nessuna divergenza ma sulla forma rigida difesa delle prerogative del Parlamento e della Costituzione. Ma la forma in questo caso è anche … sostanza.  Per Renzi sarà un problema, anche grosso, perché rischia di mettere in mora la sua “velocità”, il suo “dichiarazzionismo”, il suo decisionismo senza regole. Ma se Renzi si adegua non ci saranno grossi ostacoli. L’ha detto, è d’accordo con le riforme, ed ha una visione della dinamica economica molto tradizionale: “Per uscire dalla crisi, che ha fiaccato in modo grave l'economia nazionale e quella europea, va alimentata l'inversione del ciclo economico, da lungo tempo attesa”. Nessuna idea che non si tratti di una crisi congiunturale, ma del marcire delle radici del nostro sistema economico.
Si è glorificato il suo immediato accenno, quando gli è stata comunicazione l’elezione, alle fasce deboli della popolazione, non capisco, doveva fare riferimento ai ricchi? Mentre ho trovato molto apprezzabile, perché non dovuta, la visita alle Fosse Ardiatine.
Tenuto conto della sua collocazione ideale e politica il discorso di insediamento è stato per molti versi apprezzabile, oltre i puntuali riferimenti a mafia e corruzione (la citazione dei corrotti da Papa Francesco è molto espressiva “Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini”) e al terrorismo, ho trovato molto pregnante le seguenti frasi:   
-         Un pensiero di amicizia rivolgo alle numerose comunità straniere presenti nel nostro
Paese.
-         La crisi di rappresentanza ha reso deboli o inefficaci gli strumenti tradizionali della partecipazione, mentre dalla società emergono, con forza, nuove modalità di espressione che hanno già prodotto risultati avvertibili nella politica e nei suoi soggetti.
-         Garantire la Costituzione significa garantire libertà come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva (corsivo mio).


lunedì 26 gennaio 2015

Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna. E noi? Maurizio Landini


Diario 278

Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna. E noi? Maurizio Landini

La grande vittoria di Tsipras in Gregia, intanto dice una cosa chiara: arrivato ad un certo punto il popolo dice “basta!”. Ma dice un’altra cosa altrettanto chiara ci vuole qualcuno, un partito, un movimento, un leader pronto ad ascoltare e a guidare. Questo è avvenuto in Grecia questo sembra stia accadendo in Spagna.
Si tratta di movimenti “comunisti”? non so è troppo presto per dirlo e poi il “comunismo” ha bisogno di rinnovarsi (il come non è sempre chiaro), ma sono sicuramente movimenti contro la finanza internazionale, e non è poco, ma forse sono anche dei movimenti anticapitalisti e progressisti sul piano sociale e culturale. Si è vero: senza teoria niente rivoluzione, ma anche senza popolo niente rivoluzione.
Non si può che essere felici di questa vittoria, non si può che pensare che questa vittoria sia un buon viatico per la Spagna, non si può non sperare che la politica europea possa essere in mora e non mi riferisco solo all’austerità, ma all’avvio di una rifondazione dell’Europa.
E noi? Perché in Italia niente che vagamente somigli a quanto avviene in Spagna e in Grecia si muove? Non stiamo molto meglio di quei due paesi, i problemi del debito pubblico (cioè il laccio della finanza attorno al collo) ci accomuna, molto simile la disoccupazione, l’abbraccio della depressione ci cinge insieme, eppure in Italia niente si muove a quel livello.
I tre scotti che dobbiamo pagare per questa arretratezza  sono di tale entità che potrebbero deprimerci:
a)      Il primo di questi scotti riguarda il PCI e la sua trasformazione fino al Partito democratico, la sua incapacità e mancanza di volontà di essere il catalizzatore dell’insostenibilità della situazione e quindi della protesta. Il suo vestire gli abiti del “perbenismo politico”, l’assunzione piena del mercato capitalista come regolatore della vita economica, il rispetto degli “impegni” presi anche quando evidentemente si trattava di imposizioni. Infine di essere in parte compromesso con la cattiva, per usare un eufemismo, gestione della cosa pubblica.
b)      Il secondo scotto da pagare è alla “nuova” sinistra, a quell’insieme di forze di sinistra incapaci da vent’anni a darsi una struttura unica, aperta e dinamica. Contrasti di dottrina, contrasti di politica immediata, contrasti di leadership hanno reso improduttivo e distruttivo ogni ipotesi aggregativa. Per non parlare dei grandissimi danni prodotti dalla lotta armata. Ora si ricomincia lungo la stessa strada facendosi forti del successo in Grecia e di quello possibile in Spagna, senza capirne la lezione.
c)      Il terzo scotto da pagare, che è una derivazione dei primi due, dobbiamo pagarlo alla Lega e al Movimento 5*. La lega ha messo le sue radici nella pancia del nord alimentando una polemica contro Roma prima, contro il Sud dopo, contro gli immigrati adesso. Mai mettendo in discussione il meccanismo sociale complessivo, contenti dell’autonomia regionale grande fonte di corruzione. L’avventura politica imprenditoriale di Casaleggio e Grillo, è stata rapida a cogliere la protesta, è stata rapida a cogliere l’insostenibilità della situazione ed ha indirizzato questa e quella contro la “casta” (tutti ladri, tutti corrotti, ecc.). Si sono inventati dei meccanismi fasulli di democrazia diretta, hanno costituito uno sfogatoio della protesta nel web. 
Si, so, sono analisi sommarie, ma l’intento non era quello di analisi puntuali, ma quello di richiamare quelli che possono essere considerati degli ostacoli al manifestarsi di una protesta popolare (tipo indignatos) e soprattutto di mettere in luce una sorta di incapacità, perché fuori dal loro orizzonte culturale e ideologico, ad indirizzare la protesta verso obiettivi di trasformazione.  
Ma l’Italia è destinata all’inconsistenza dentro questo processo europeo (il cui sbocco a sinistra, per altro, non è garantito)? È possibile pensare di no?
Si è possibile, fermenti di movimento si colgono a più livelli e in varie occasioni, quanto legittimamente oggi è legato sia alla Lega (meno) che al M5*(molto di più), che nella sinistra del PD e nella frammentazione della sinistra può trovare una diversa opportunità di manifestarsi e finanche di organizzarsi. Si può dire che manca un leader, né un leader è possibile trovarlo nel panorama della sinistra, ma io credo che questo leader forse esiste è individuabile in  Landini. Il mio è uno sproposito azzardato, non so, ma sono convinto che quanti esaltano l’obbligo di Landini di restare dentro il sindacato, non abbiano colto né la gravità della situazione, né il ruolo di un leader necessario per avviare  un vero cambiamento, né abbiano riflettuto a come  il sindacato abbia bisogno di uno fronte politico che ne condivide l’azione.

Landini ha testa, Landini ha carisma, Landini ha seguito. Non ha bisogno di alcuna investitura, non ha bisogno  di garanti,   ha bisogno di prendere le redini di quel poco che c’è e di farlo crescere su un programma di progresso e contro la finanza (almeno): il popolo non ne può più.

venerdì 23 gennaio 2015

Viva Mario Draghi. L’illusione monetaria

Diario n. 277

Viva Mario Draghi. L’illusione monetaria

La “finanza” è materia complessa per effetto dei soggetti che vi operano, per i giochi di potere che la caratterizzano, per la dimensione raggiunta e per gli opaci obiettivi specifici che si pone di volta in volta.
L’economia monetaria è tra le branche dell’economia una delle più controverse, con “leggi” che tramontano e risorgono.
La macroeconomia forse è più semplice.

Da marzo (c’è tempo, ciascuno prenda posizione) il bazooka di  Mario Draghi inizierà a sparare con l’acquisto, nel mercato secondario, di titoli per 60 miliardi di euro al mese, da allocare tra i diversi paesi. Tanta sorpresa, non per la cosa in sé, da molti dichiarata tardiva (ma è sempre colpa della Germania) ma per la dimensione dell’intervento.

È un intervento che avrà effetto sul debito sovrano del nostro paese? No! La BCE non compra infatti “debiti”, ma “crediti”. Il debito resterà intatto così come gli impegni assunti per la sua diminuzione (come e quando non si sa), per il bilancio statale, ecc. Affinché non ci siano dubbi, per l’80% dei crediti acquisiti sarà responsabile la Banca d’Italia. Così dopo il divorzio Banca d’Italia/Tesoro del 1981, voluta dal ministro del Tesoro dell’epoca, Nino Andreatta, si torna ad una nuovo matrimonio (parziale).

È un intervento che avrà effetto sulla riduzione del potere di libertinaggio della finanza internazionale? Scherziamo l’enorme cifra messa a disposizione dalla BCE è pari a circa l’1% dell’insieme della finanza internazionale.

Ma non erano questi gli scopi di Draghi, anche se si tratta di questioni messe sempre in primo piano a proposito della crisi e del disordine internazionale. La missione del bazooka è quella di abbattere da deflazione  e far emergere lo sviluppo.

Da chi acquista i crediti la BCE? Fondamentalmente dalle banche, fatto questo che dovrebbe attivare il circolo virtuoso dello sviluppo. Infatti le banche disponendo di maggior liquidità potranno allargare le maglie del credito. Una domanda sorge spontanea: sono le banche a corto di liquidità? La cosa non sembra, le banche sono molto caute ma non soffrono di assenza di liquidità, ma piuttosto di domanda ritenuta solvibile. Ma anche ammesso una carenza di liquidità, la nuova ignizione potrebbe alimentare l’insorgere di una nuova domanda? Il richiamo inevitabile è ai mutui-edilizi. Ma c’è un cavallo che scalpita per avere biada? Il nostro è il paese nel quale circa 75/80% vive in casa in proprietà, dove le politiche territoriali stanno subendo un nuovo indirizzo antiespansivo, ma certo ci sono le nuove famiglie (spesso di membri senza occupazione e reddito)  e, soprattutto, esiste un grande patrimonio bisognoso di riqualificazione ma spesso in possesso di famiglie con scarse disponibilità. In sostanza qualcosa può venire da questo settore, ma si tratta di quantità misere (non è un caso se tutte le recenti politiche di rilancio del settore sono risultate fallimentari).
È il settore produttivo che dovrebbe entrare in gioco. Sicuramente la svalutazione facilita le esportazioni, le imprese di questa filiera produttiva (poche) sono già sulle barricate. Ma, si sostiene, maggiore liquidità e riforma del mercato del lavoro (con tutto il negativo che si porta appresso) dovrebbero incentivare nuove imprese. Si ci sono le imprese tecnologiche messe insieme da giovani brillanti di cui i giornali parlano, ma è poca cosa. Nuovi prodotti, nuove tecnologie, nuovi mercati hanno bisogno di cultura professionale, hanno bisogno di investimenti in istruzione, hanno bisogno di sostegno (non solo bancario). La  dimensione della disoccupazione e inoccupazione è tale quantitativamente e qualitativamente che cu vuol altro che la benevolenza delle banche. Ma certo qualcosa, non risolutiva potrà venire anche da questo settore.   

Si scrive, e si spera molto, che questa maggiore liquidità immessa in circuito determinerà anche:
-        Un abbassamento dei rendimenti dei titoli;
-        Un aumento dell’inflazione.
Secondo il primo esito i possessori dei titoli di stato (tra il 70 e l’80% sono posseduti da famiglie italiane) riceveranno minori entrate. Mentre le famiglie, quelle a reddito fisso dovranno spendere una cifra maggiore per avere le stesse merci o avranno una quantità inferiore di merci spendendo la stessa cifra.  Data la situazione degli stipendi e delle pensioni, a meno dell’introduzione di una nuova scala mobile, da questo settore non c’è da attendersi un aumento della domanda.

Se volessimo concludere potremmo dire:
a)      Se la finanza non mettesse in atto le sue speculazioni (anche se adesso sembra in sonno, si sveglierà);
b)      Se le banche si comportassero come dice la vulgata e non facessero dei giochetti come al tempo del Tltro, quando prendevano prestiti dalla BCE a bassissimo tasso per impiegarlo in acquisti di titoli di stato;
c)      Se esistessero dei programmi e progetti di investimenti produttivi;
d)      Se esistesse un certo numero di famiglie disposto a contrarre mutui sia per la casa che per l’acquisto di beni durevoli;
e)      Se le nostre imprese fossero in grado di competere sul mercato mondiale;
f)       Se si manifestassero degli investimenti stranieri non di acquisizione di imprese esistenti (lusso), ma per nuove iniziative;
g)      Se una sorta di euforia mal posto determinasse un andamento della domanda interna tutta a debito;
h)      Se ……
Allora il bazzoka di  Draghi qualche effetto potrebbe ottenerlo per alleggerire la situazione ma non per rilanciare lo sviluppo.
Ma soprattutto in assenza di investimenti pubblici e di una adeguata politica industriale, non solo i

 se sembrano troppi, ma è difficile anche ... sperare. 

lunedì 12 gennaio 2015

DIRITTO CERTO E GOVERNANCE OPACA


DIRITTO CERTO E GOVERNANCE OPACA

Guido Rossi

(da Il Sole 24Ore, 11 gennaio 2015)

La portata e il significato dei tragici fatti dì sangue di Parigi, nonostante le divergenti e contraddittorie interpretazioni che provengono da ogni dove, meritano una più meditata riflessione di quanto oggi non sia ancora possibile fare.
Nel cuore dell'Europa pare essere ritornato improvvisamente quello "stato di natura" descritto da Thomas Hobbes, una guerra di tutti contro tutti, e comunque una situazione di insicurezza generale. Considerare questo fenomeno alla stregua di un puro atto terroristico è sicuramente riduttivo.
Il contesto politico nel quale questa sanguinosa battaglia ha avuto luogo suggerisce la strisciante esistenza di un conflitto mondiale, reso ancor più dirompente dalla globalizzazione economica, con le sue profonde disuguaglianze. L'ideologia dominante che si è affacciata al nuovo millennio ha via via ridotto il potere e la sovranità degli Stati, scardinando alcuni principi delle democrazie liberali. Gli Stati stessi, da fonti del diritto sono diventati meri esecutori di una governance tanto generica quanto vaga. Fu già Hegel a rilevare che quando il diritto privato ha il completo sopravvento sul diritto pubblico e lo Stato arretra di fronte agli interessi dei privati, la decadenza dei sistemi politici minaccia le stesse basi della civiltà. La sostituzione della governance alla norma giuridica produce un sistema mondiale privo di ordine e di coerenza. È quel che è avvenuto anche nell'ambito del diritto internazionale. Dove le grandi istituzioni, nate nel secondo dopoguerra, come le Nazioni Unite, atte a garantire un diritto cosmopolitico internazionale di piena effettività diretto ad assicurare la pace nel mondo, sono state sostituite da varie organizzazioni di natura plurilaterale. Tra queste, quella di maggior rilievo, dominata dagli Stati Uniti, è la Nato, che,come ha sostenuto giustamente John Mearsheimer sull'ultimo numero di Foreign Affairs, è certamente, a causa del suo allargamento ai vari Stati confinanti con la Russia, motivo di nuovo conflitto, alla base della reazione in Ucraina e dell'annessione della Crimea da parte di Putin, in preventiva difesa dell'imperialismo russo. Fenomeno di guerra generalizzata che, pur completamente diverso dai fatti di Parigi, si inserisce nella medesima disordinata cornice.
Ma il caso più clamoroso è la subalternità degli Stati, soprattutto in Europa, fortemente indebitati, la cui operatività di politica economica, completamente privatizzata, è costretta ad adottare misure di austerità soggette ai voleri dei creditori e dei loro diritti contrattuali, di cui si fanno interpreti l'opacità dei mercati ed i suoi protagonisti, dagli hedge funds; alle società di rating, ai fondi sovrani, nel marasma dei loro conflitti di interessi.
 Ed è così che alla certezza del diritto si sostituisce l'incertezza della governance, dove i protagonisti del capitalismo finanziario sono molto spesso occulti o privi di qualunque giuridica legittimazione internazionale, come nel caso della c.d. troika, che detta le regole agli Stati o impone norme costituzionali contrarie ai  diritti fondamentali, quale il vincolo al pareggio di bilancio, introdotto nel 2012 nella Costituzione italiana con la sostituzione dell'art. 8I.
Che lo Stato sia pericolosamente diventato il mediatore di interessi privatistici l'aveva già rilevato con straordinaria lucidità Norberto Bobbio. Ma il fenomeno si è via via allargato, tant'è che recentemente, in democrazie avanzate come quella americana, le interpretazioni dei diritti costituzionali sono state manipolate a favore della governance privata del capitalismo finanziario. La sentenza della Corte Suprema del 2010 Citizen United v. FEC, sulla quale mi sono già più volte intrattenuto, ha parificato la sovranità del popolo alle corporations e la libertà di espressione (freedom of speech) al denaro (money), togliendo ogni limite ai finanziamenti alla politica da parte delle grandi società. I più autorevoli commentatori hanno dichiarato che questo è stato un modo per rendere legale la corruzione polìtica.
Non diverso comportamento è stato seguito in molteplici casi dalla Corte di Giustizia europea, nel difficile bilanciamento tra i principi fondamentali dell'Unione e le misure restrittive di natura finanziaria e di risanamento economico, come chiaramente documentato il costituzionalista Gaetano Azzariti. Altre volte abbiamo stigmatizzato la pericolosità delle misure economiche alternative alla sanzione penale. Questa justice by deal, questa sanzione attraverso la contrattazione è un indice che anche il potere giudiziario, come quello politico, può diventare come è stato più volte denunciato dal New York Times, uno strumento dell'ideologia del capitalismo finanziario.
L'arretramento degli Stati e del diritto a favore di interessi particolaristici finisce per conferire una assurda attrattiva ai fatti di Parigi, che si inquadrano invece in una violenta barbarie, alla quale non può riconoscersi alcun valore universale. La brutalità del fanatismo religioso nasconde invece i veri scopi di dominio di territori e di risorse economiche, come si è verificato in Iraq e in Siria. L'attuale erratico andamento del prezzo del petrolio, che sta sconvolgendo tutte le previsioni economiche, riguardanti anche i paesi c.d. emergenti, ne è l'indice più evidente. Attaccare i principi fondamentali della libertà di stampa e di opinione invocando esclusivamente idolatrie religiose con il miraggio di nuovi Stati fondamentalisti cela le finalità di carattere economico che altrimenti non potrebbero certo qualificarsi come valori universali.
Due conclusioni mi paiono a questo punto certe.
La prima è che l'affermazione dei diritti umani -nucleo centrale della civiltà occidentale -deve prevalere sulla governance del capitalismo neoliberista e sul simulato riferimento scorretto al diritto di libertà, con cui è stato giustificato ogni tipo di sopraffazione, e quindi di violazione del diritto alla dignità dell'uomo. Purtroppo l'ideologia di base del neoliberismo ha trascurato un principio fondamentale; già Bentham aveva'affermato che compito del diritto e dello Stato era proprio indicare i limiti all'esercizio delle libertà, discorso poi ripreso fino a Isaiah Berlin col concetto di libertà negative. Alla base di ogni programma politico futuro che si ponga come obiettivo l'uscita dalla crisi, soprattutto in Europa, si deve tener conto che senza uguaglianza non c'è libertà, e quindi se i principi dell'economia portano alla creazione continua di diseguaglianze e di smisurate ricchezze, soprattutto a livello globale, i conflitti non potranno mai esser risolti. E i ritorni allo "stato di natura" previsto da Thomas Hobbes saranno ancora più frequenti. La seconda conclusione che ne deriva è il fallimento delle politiche di "austerità espansiva", che devono porre fine anche all'ideologia del sopravvento della governance economica sul diritto. Il monito a "non sovrastimare l'importanza del problema economico, o sacrificare alle sue presunte necessità altre materie di maggiore o più duraturo significato" era già stato espresso da Keynes nel 1931; ovviamente egli si riferiva ai diritti fondamentali.


venerdì 9 gennaio 2015

Charlie Hebdo, l’estremo sfregio a colpi di retorica




di Marco d'Eramo
Da MicroMega
Non bastava l'esecuzione collettiva, ci voleva anche l'estremo sfregio. Dopo che le loro persone sono state sterminate, ora viene massacrata anche la loro visione del mondo, viene strumentalizzato e manipolato il loro messaggio, viene insultata la loro memoria.

Parlo dei disegnatori e dei giornalisti di Charlie Hebdo, un settimanale che ha forgiato la cultura politica di un'intera generazione, la mia, che è cresciuta a pane e Charlie. Il settimanale aveva molti difetti e ha commesso molti errori, ma di certo un peccato gli è sempre stato estraneo ed è quello della retorica trombonesca. Ed invece ora lo stanno seppellendo sotto una montagna di frasi fatte, di buoni sentimenti e di ipocrisia.

Un giornale che faceva dell'irriverenza, della bestemmia, dell'imprecazione, della provocazione la sua bandiera, un giornale che si piccava di non risparmiare niente e nessuno, ora viene tumulato sotto gli elogi di una chiesa cattolica e di un pontefice che sfotteva (nelle sue pagine sono innumerevoli i più fantasiosi rapporti sessuali tra Gesù e Maddalena, per non parlare delle perversioni che attribuiva alla Madonna e ai vari pontefici). Persino il tirannico Vladimir Putin, elogia come martiri della libertà coloro che lo sbeffeggiavano con violenza inaudita. Per non parlare di quel Barack Obama che non si peritavano di prendere per i fondelli.

Da ieri soggiornare in Francia, come mi capita, è un'esperienza allucinante. I “valori repubblicani” vengono sbandierati, strombazzati e spalmati nei media fino a divenire una gelatina disgustosa se si pensa a tutte le vignette feroci che i Wolinski e i Cabu avevano dedicato a Marianna, il simbolo della repubblica (e del repubblicanismo) francese: quando ancora si chiamava Hara-Kiri, fu chiuso per un titolo “irriverente” sulla morte di De Gaulle: una settimana dopo al suo posto veniva fondato Charlie Hebdo. Oggi questi paladini del ridicolo, questi eroi del salace e del grottesco sono mortificati dai minuti di silenzio, dalle bandiere a mezz'asta, dalle luci della Torre Eiffel spente: viene voglia di chiedere un'aspettativa dal pianeta terra.

Ma il peggio ci giunge dai politicanti di turno, i presidenti di ieri e di oggi, i Nicholas Sarkozy, i François Hollande, uomini senza nerbo, senza ironia, pieni solo di vanità, fustigati senza sosta e senza pietà da Charlie Hebdo, e che ora approfittano di questa strage per portare alla luce del sole un progetto che era nelle cose da anni, e cioè, in nome della lotta al terrorismo, varare apertamente una politica di “unità nazionale”, una gestione “bipartisan”, una Grosse Koalition subalterna alla Germania di Angela Merkel, oltre che naturalmente rendere ancora più poliziesco uno stato che già stava rotolando su quella china.

Fino al ridicolo di Matteo Renzi che proprio nei giorni della “manina” sul disegno di legge al 3%, scimmiotta il John Kennedy di “Ich bin ein Berliner” con un civettuolo “siamo tutti francesi”.
Decisamente non c'era funerale più indegno che una giornata di lutto nazionale per un gruppo che aveva fatto della dissacrazione la sua missione di vita e che per questa missione ha pagato con la vita.

P.S. Sul versante opposto è altrettanto vergognoso il commento apparso a caldo sulFinancial Times, a firma del suo responsabile per l'Europa Tony Barber, e che in sostanza lasciava intendere che Charlie Hebdo “se l'era cercata” (in una versione successiva, rivista e corretta, il giudizio diventa: “... Questo non è affatto per scusare gli assassini, che vanno presi e puniti, o per suggerire che la libertà di espressione dovrebbe non estendersi a ritratti satirici della religione. E' solo per dire che un po' di buon senso sarebbe utile a pubblicazioni come Charlie Hebdo e il danese Jyllands-Posten che pretendono di segnare un punto per la libertà quando provocano i musulmani”. Peccato che il Financial Times non abbia esortato anche gli Stati uniti a un po' più di buon senso in politica internazionale commentando a caldo l'’11 settembre 2001

venerdì 2 gennaio 2015

L’età dell’oro ci è davanti

L’età dell’oro ci è davanti
Diario n. 276

In questa fase di crisi si può essere disorientati fino a pensare che l’età dell’ora è passata, è quella che ci sta dietro le spalle. Ma mai come oggi è possibile un futuro migliore e mai come oggi non riusciamo a cogliere questo frutto (la mitica e simbolica  mela).
Mai come oggi lo sviluppo scientifico e tecnologico  è stato così potente e mai come oggi questo viene utilizzato contro di noi; mai come oggi il sistema di produzione capitalistico mostra non solo i propri limiti ma anche la sua natura oppressiva e mai come oggi esso si celebra e si “adora”; mai come oggi il “mercato” mostra in se stesso la sua incapacità di regolare l’economia verso il progresso collettivo e mai come oggi ogni controllo sul suo funzionamento è visto come un attentato alle generazioni future; mai come oggi l’ansia di libertà incarna aspirazioni di donne e uomini e mai come oggi siamo tutti vittime di un conformismo oppressivo; mai come oggi vediamo nella laicità la vera dimensione umana e mai come oggi si espandono credenze e fedi oppressive e di controllo delle nostre vite, fino a stupide credenze; mai come oggi esaltiamo la giovinezza come fondamentale per un migliore futuro e mai come oggi i giovano sono emarginati; mai come oggi viene esaltata la sapienza dei vecchi, il loro sapere, la loro esperienza e mai come oggi i vecchi costituiscono un peso; mai come oggi si aspira a relazioni libere ed emancipate e mai come oggi ci si chiude dentro recinti; mai come oggi abbiamo scoperto la possibilità della comunicazione infinita tra di noi e mai come oggi questa comunicazione è ridotta al xme, 6fantastica, condivido, ecc.; mai come oggi avanza il disgusto verso la corruzione e mai come oggi essa è invadente; mai come oggi la violenza ci pare vigliaccheria e mai come oggi si usa violenza sulle donne, sui diversi e sui bambini.
I mai come oggi potrebbero riempire pagine e pagine, la sua natura retorica è evidente, ma il problema è perché non si riesce a realizzare le opportunità offerte?

Credo che ogni atteggiamento nostalgico,  per i buoni partiti, la buona terra, i vecchi sapori, la seria scuola, i bravi dottori, ecc. costituisce un sentimento che non permette di raccogliere la mela.  Il passato non deve riempire i nostri occhi, ma le nostre coscienze e consapevolezze mentre gli occhi devono guardare avanti. Niente di tutto il passato che ci sembra bello e buono è stato di fatto bello e buono. Esso rappresenta un’esperienza da non rinnegare, che ha reso la specie umana per quello che è, nel bene e nel male,  ma da trasformare, da rivoluzionare.

Si è pensato che la trasformazione della società (la sua rivoluzione) avesse bisogno di un reagente nella società, di una rivoluzione culturale. Non poteva essere solo politica, in senso tradizionale. Si è anche detto che oggi non c’è un “palazzo d’inverno” da conquistare, la microfisica del potere intreccia i suoi fili con la nostra vita quotidiana, si insinua nei nostri rapporti familiari, nelle nostre relazioni più intime. Non si tratta di rinnegare niente di queste osservazioni e riflessioni (che costituiscono, comunque, patrimonio di élite) ma cercare di capire cosa e come sia possibile fare.
Personalmente non credo che questa rivoluzione culturale passi per le micro-esperienze. Si lo so, così dicendo rischio molto politicamente e teoricamente. Le micro-esperienze, ciascuno le faccia, a me sembrano una nascosta esaltazione di individualismo. Così come tutte le lotte, e parlo di una cosa seria, su singole questioni che non mettano in discussione la formazione sociale capitalistica (decrepita) sono destinate a non incidere realmente. In alcuni discorsi, ma forse le mie orecchie sono faziose, sembra che con un po’ di buona volontà individuale e politica, senza toccare niente di sostanziale dei rapporti sociali di produzione, sia possibile costruire una migliore e giusta società.

Una rivoluzione culturale ha bisogno di fascinazione, non di fanatismo; ha bisogno di leader, a tutti i livelli, in grado di parlare la stessa lingua e segnare lo stesso cammino, non di un capo; ha bisogno di svelare che il viaggio è più importante della meta, che non si sa come sarà la meta ma che invece è chiaro i passi che bisogna compiere, ha bisogno di sapere che niente ci è donato e che tutto dobbiamo conquistare.     
Dire che si tratta di un impresa ardua e improba è poco; dire che è necessario conoscere la realtà, capire il perché delle cose è il minimo, solo così si sa dove “intervenire”; dire che se si osserva con attenzione si vedono brandelli di futuro, alimenta la speranza. È  chiaro che solo i giovani (di età, di vigore, di determinazione, di sapere) possono guidare questo viaggio.

Voglio avanzare un’affermazione azzardata, in contrasto con quello che ho sempre pensato: oggi più di ieri la presa del palazzo d’inverno sembra essenziale. Mi sembra di capire che solo la relazione tra la rivoluzione culturale dentro la società e una trasformazione delle stanze di quel palazzo permette di avanzare. Certo c’è sempre il pericolo che chi entra in quelle stanze si sieda sui divani e si addormenta, ma forse se e contemporaneamente avanza la rivoluzione culturale il sonno sarà di breve durata.
Si possono avere giuste e importanti idee, sul denaro, sulle modalità di organizzare la vita lavorativa di ciascuno, sull’equità, sui diritti, sulla libertà, ecc., ma se non si possiedono le leve, o alcune leve, per trasformare lo stato di fatto le richieste che vengono dalla società rischiano di essere senza risposta. È la relazione funzionale e vitale che bisogna costruire tra rivoluzione culturale e leve del potere che può garantire che la strada sia quella giusta, che il viaggio è incamminato sui giusti binari.

È possibile, a condizione che si sconfigga, anche in noi stessi, l’idea che l’età dell’oro sia un ritorno al passato, ma piuttosto un cammino.  
       
   


     

sabato 20 dicembre 2014

Recensione Alberto Magnaghi

Cara Alberto,
la rilettura del tuo libro (Alberto Magnaghi, Un’idea di libertà (DeriveApprodi, 2014, p. 204, 15€) a distanza di quasi trenta anni mi ha fatto un’impressione non solo notevole, come allora, ma molto diversa dalla prima lettura. In quella lo sguardo politico era stato prevalente, del resto il processo contro di te egli altri compagni era concluso da poco, come da pochi anni eri stato liberato dalle catene del carcere.
Non intendo dire che la “politica”, possa essere espunta dal tuo diario dal carcere, ma oggi l’attenzione può essere posta sul travaglio fisico, intellettuale e psicologico che la lunga detenzione ti ha imposto. Le pagine che esplorano le “condizioni” dalla cella d’isolamento, alla camerata passando per la piccola cella mi sono parse testimonianza di un continuo “adattamento” sui modi specifici della resistenza verso non la distruzione ma, come sostiene tu,  la dissoluzione di mura, limitazione di spazio, grate, ritmi imposti e soprattutto dissoluzione dello stato delle cose. Un concetto che costituisce una variazione del tuo precedente pensiero politico.
Mi domando oggi se avere insistito affinché tu scrivessi, durante la detenzione,  un libro (Il sistema di governo delle regioni metropolitane) che contenesse i tuoi ultimi interessi disciplinari, non sia stata un’ingerenza indebita, un “disturbo”. Allora mi sembrava che lavorare al libro potesse in qualche modo ridurre l’oppressione carceraria, come se fosse una distrazione. Oggi ho il sospetto, sebbene ne parli in modo molto sfumato, che abbia costituito un aggravio della tua condizione: un piegarti a vincoli, permessi, spazi specifici.
Nel diario dal carcere trovo emozionante il passaggio dalle questioni che riguardano i bisogni e gli avvenimenti materiali e le tue considerazioni sugli spazi più psicologici che fisici.
Caro Alberto quella che hai dovuto affrontare è stata un’esperienza totalizzante, intendo in negativo totalizzante, che tu ci restituisci con pudore ma completamente, una restituzione che si coglie in tutte le sue sfaccettature e implicazioni a distanza dagli avvenimenti politici che l’anno causata, almeno così è per me. Se a suo tempo il risentimento era politico, oggi stemperato da quello il risentimento mi pare più profondo e implicante.

Alberto Magnaghi è stato arrestato, nell’ambito dell’istruttoria denominata “7 aprile” contro ex-dirigenti e compagni della già disciolta, da molto tempo, organizzazione politica Potere Operaio. Erano accusati di essere i dirigenti occulti delle Brigare Rosse; un accusa infondata, non provata che si fondava su quello che venne definito il “teorema Calogero” (dal nome del giudice istruttore).
Certo che Alberto era stato dirigente di Potere Operaio, ma poco a che fare aveva con l’idea della lotta armata. Quando è stato arrestato, nel dicembre del 1979 (Potere Operaio si era sciolta nel 1973) insegnava al politecnico di Milano, facoltà di Architettura. Il suo impegno culturale, scientifico e politico trovavo coagulo espressivo nella rivista  Quaderni del territorio.
Dal dicembre del 1979 fino a settembre del 1982 resta in carcere. Quasi tre anni.
Fino al settembre 1980 a San Vittore (Milano), poi a Roma Rebibbia e Regina Coeli. Il libro di cui si parla è il diario di questa lunga carcerazione.

Io credo che tutti dovrebbero leggere o rileggere questo testo, non ponendo molta attenzione alle questioni politiche, alle ragioni di questa lunga e inutile carcerazione, non perché non siano importanti ma perché ormai è storia e solo per accenni se ne parla nel libro con riferimento all’impegno per stendere memorie o studiare gli atti processuali, ma avendo cura di scrutare le riflessioni di Alberto sulla condizione di recluso, le inflessioni del pensiero ed anche le sue trasformazioni. Un ansia di libertà, anche minuta, intorno alle piccole cose, che porta ad un’idea di libertà.     

giovedì 18 dicembre 2014

Renzi: variegato

Diario n. 275

  • Renzi e il PD
  • Renzi, la fine propulsiva
  • Renzi: il nuovo futuro presidente della repubblica    


Renzi e il PD
Dell’ultima assemblea del PD si potrebbero scrivere molte cose: della finta cautela di Renzi, delle preoccupazione per la prossima scadenza dell’elezione del Presidente della repubblica, della preoccupazione per le manovre di Berlusconi, della timidezza dell’opposizione interna, ecc.
Ma soprattutto si potrebbe scrivere degl’ignavia politica di tutti, ma forse piuttosto che scrivere si può riportare quello che Shakespeare mette in bocca a Cassio a proposito dello strapotere di Cesare (senza che questo induca nessun paragone tra Matteo e Cesare):

Perché, amico, lui sta a cavalcioni di questo stretto mondo
come un Colosso, e noi, uomini meschini,
ci muoviamo sotto le sue gambe immense e sbirciamo
di qua e di là per trovarci disonorate tombe.
Gli uomini in certi momenti, sioo padroni del loro destino.
La colpa, caro Bruto, non è delle nostre stelle,
ma di noi stessi che siamo schiavi.
[…]
Ora, nel nome di tutti gli dei di una volta,
di quale cibo si nutre questo nostro Cesare
da diventare così grande? Oh epoca svergognata!
Roma, tu hai perso la stirpe del nobile sangue!
Quando mai è passata un’epoca, dopo il grande diluvio,
che non andasse famosa per più di un sol uomo?
Quando mai si è potuto dire, finora, parlando di Roma,
che le sue ampie strade non contenevano che un uomo?
Ora è Roma davvero un piccolo romitaggio,
se in essa non c’è che un uomo soltanto.
  
Renzi, la fine propulsiva
Comunque lo si giudichi, Rezzi è sembrato potesse essere una forza “propulsiva” per il paese (rotamare, rinnovare, riformare, decidere, ecc.), ma difetti caratteriali gravi per un politico, una sicurezza in se stesso che rasenta l’assurdità, la tendenza a circondarsi solo di persone, donne e uomini, che lo assecondano, l’ignoranza sostanziale della crisi economica e il considerarsi l’uomo che poteva aggiustare tutto (la crisi economica, la crisi sociale, la crisi culturale e la crisi della rappresentanza) con la forza del suo attivismo, ne ha depotenziato qualsiasi possibilità. Si può dire che Renzi abbia fallito. Questo non vuol dire che scomparirà dalla scena politica, ce lo potremmo tenere per un decennio e forse più. La sua forza sta nella debolezza degli antagonisti (sic!).
Il teatrino della politica che ha costruito, essendo un giovane post-moderno, quello dei messaggini, dell’accattivarsi, con il sorriso, mamme e figli, resisterà ma non produrrà niente di buono.
Le sue trovate, ieri gli ottanti euro, oggi le olimpiadi, fanno scena, ma la commedia non si avvia verso il lieto fine.
La tentazione forte che ha di andare alle elezioni presto, per liberarsi di infedeli (dentro e fuori dal suo partito) non è affatto tramontata, del resto quanto più categorici sono i suoi dinieghi tanto falsa essi appaiono alle orecchie sensibili (fidati, dice, mentre ti avvelena).
E poi non è sicuro che le elezioni andranno come vorrebbe; non parlo di sconfitta ma forse il coagulo di forze diverse e l’affermarsi di vecchie sigle, prospettano un risultato inutile ai suoi fini: un Parlamento ancor meno governabile.   


Renzi: il nuovo futuro presidente della repubblica    
Il rosario di nomi che l’informazione (si fa per dire) snocciola ogni giorno sui possibili candidati alla presidenza della repubblica (nomi sussurrati, che i politici si lasciano … sfuggire di bocca) appare drammaticamente deludente. Giorgio Napolitano è stato un presidente criticabile per molti versi, ma il pericolo è che forse lo rimpiangeremo.
Alcuni dei nomi che si fanno non c’entrano niente con il ruolo (non basta certo essere famosi); altri da anni brigano per questa elezione; altri come unica caratteristica hanno dalla loro il sesso (donne); altri rappresentano dei campioni di “occupazione” di poltrone; ecc.

Non speriamo in niente;  il paese fornisce  nomi adatti, dignitosi e di  valore, ma questi saranno scartati come pericolosi eversori (dei disegni di Renzi). Sarà quel che sceglierà Renzi con qualche suo alleato impresentabile (al netto delle schede nulle). Sarà una soluzione insoddisfacente, di cui non abbiamo bisogno: un ferro vecchio lucidato o un  ferro nuovo già maculato. Ma che possiamo volere di più?

martedì 25 novembre 2014

Elezioni regionali. Deserto politico, o no?

Diario 274 
Elezioni regionali. Deserto politico, o no?
L’astensione dal voto nelle elezioni regionali di Emilia e Calabria disegnano un panorama politico che non può non preoccupare. Solo i miei amici anarchici potrebbero essere contenti, ma forse neanche loro. Si tratta di un’astensione di protesta, così ottimisticamente ci piace interpretarlo, o piuttosto il motivo che la caratterizza è quello del disinteresse, giudizio fortemente pessimistico, e foriero di previsioni future molto preoccupanti.
La prima impressione è quella del deserto politico: in Emilia il 62,3% degli aventi diritto non si è presentato ai seggi, dato mai raggiunto non solo in Emilia ma neanche in Italia; in Calabria è andata un po’ meglio gli assenteisti sono stati il 55,9%.
Un popolo schifato dai continui scandali, un popolo arrabbiato per l’incapacità del governo di dare soluzione alle drammatiche situazioni sociali, un popolo stanco delle continue dichiarazioni della “luce in fondo al tunnel”,  un popolo che non ne può più, piglia cappello e non va a votare. Fosse tutto così, come dire, si potrebbe dare un significato positivo a questa fuga dalle urne. Ma c’è anche un popolo che reputa inutile votare, votare in generale, non solo per questo o per quello, una disaffezione alla politica che in generale non ha portato niente di buono, se non autoritarismo. Inoltre una democrazia, per quanto in disagio non vive senza istituzioni, e se queste sono malate la soluzione non è lasciarle a se stesse.
A me pare che il commento di “indifferenza” per questa scarsa affluenza alle urne di Matteo Renzi,
indichi non solo la solita arroganza del personaggio ma la sua assoluta inadeguatezza a svolgere il ruolo al quale il popolo delle primarie, prima, e il Presidente della repubblica, dopo, lo hanno chiamato.
Tuttavia non siamo al cospetto di un deserto politico, e questo non elucubrando sui motivi dell’astensione, ma tenendo conto della grande partecipazione nei giorni scorsi alle manifestazioni sindacali dei metalmeccanici, del mondo della scuola, della CGIL, ecc.. C’è un popolo vivo, vitale e reattivo. Si potrebbe far riferimento a questa combattività in modo consolatorio. Credo che non sia una mera consolazione porre attenzione a questa combattività, ma contemporaneamente queste manifestazioni non risolvono il problema politico del governo (regionale e nazionale). Anche perché come si ricorderà l’inadeguato Renzi ha dischiarato “è finito il tempo quando uno sciopero faceva cadere il governo”, che non è una dichiarazione di autonomia, né soltanto di arroganza, ma indice di assoluta indifferenza per la società, i suoi problemi, le sue crisi. Renzi è convinto che la sua guida porterà il paese fuori dalla crisi, che i suoi provvedimenti saranno un toccasana per la disoccupazione, che la sua visione del futuro sia il sole dell’avvenire, in più crede di essere di sinistra e socialista. Non si sono mai viste tante favole insieme, anche il libro delle favole dei fratelli Grimm ne conteneva meno. Ormai si ha l’impressione che Renzi viva in una proprio mondo immaginato, un castello di cioccolata, non si affaccia neanche ai bastioni per vedere cosa succede nel mondo. Tipica è la reazione ai risultati delle recenti elezioni, invece di essere preoccupato come un pastore che perde le sue pecorelle, dichiara che quello che gli importa è il 2 zero (ma contro chi?).
Non voglio attribuire la responsabilità del disamore dell’elettorato verso le regioni a Renzi, egli con gli scandali non c’entra, ma quello che mi sento di addebitare a Renzi è la sua incapacità di mobilizzazione del “suo” popolo, il fatto che ai disastri regionali si accomuna l’incredulità verso le azioni di questo governo. Questo è tutta colta del Presidente del Consiglio, del Segretario del PD e della sua corte.


Ma vale la pena di vedere cosa veramente è successo in Emilia, regione emblematica per la sinistra, lo faremo riferendoci ai voti effettivi  non già alle percentuali che nella situazione sarebbero forvianti e non metterebbero in luce le effettive dinamiche.

Emilia
                      A) Reg. 2010     B) Europ. 2014     C)Regionali 2014     differ C-A       C-B
PD                    857.613            1.212.392                  535.109              - 322.504          -    677.283
FI                      518.108               271.951                  100.478              - 417.630          -   171.473
Lega                 288.601               116.394                   233.439              -  55.162          +   117.045
M5*                 126.619                443.936                   159.456             +  32. 837         -    284.480  

Il patto del Nazareno, da qualsiasi punto lo si guarda mostra di non essere stato assolutamente premiato dagli elettori. Il PD anche se risulta ancora il primo partito ha perso centinai di migliaia di voti sia rispetto alle europee che alle regionali precedenti. Forza Italia è ridotta la lumicino. Meno chiara è la situazione della Lega e del M5*, il primo guadagna rispetto alle europee ma perde voti rispetto alle precedenti regionali; M5* al contrario guadagna pochi voti rispetto alle regionali ma perde  molto più della metà dei consensi rispetto alle europee. Se si guardasse ad elezioni omogenee, regionali, allora la palma della perdita dei voti in valore assoluto e in percentuale (-80%) spetta a Forza Italia, seguita dal PD, che in percentuale perde il 38%. Segue la Lega (-19%), mentre a guadagnare è solo il M5* (+ 25%, per il quale va anche considerato la perdita del 64% del proprio elettorato rispetto alle europee).

Al posto di Renzi piuttosto che esaltarmi per il 2 a zero, sarei molto, molto preoccupato, soprattutto sarei preoccupato che sia andato in fumo  il capitale di energie e di partecipazione come si erano manifestate  alle primarie. E rifletterei ancora che forse non sono le Leopoldo o le primarie la strada per riportare la politica tra la gente. Ma come sappiamo Renzi riflette poco; è tutto … azione.

lunedì 17 novembre 2014

La tecnica di potere di Matteo Renzi e i possibili esiti

La tecnica di potere di Matteo Renzi e i possibili esiti

Diario 273
Matteo Renzi ci (mia) ha stupito: ha messo in campo una tecnica di governo, o meglio di potere, abile, efficiente, spregiudicata e spiazzante. Il suo capolavoro è la questione dell’art. 18; è sembrato, ha fatto credere, ha testimoniato, che non c’era niente da fare, doveva essere cancellato o almeno reso inoperativo. Contro questa ipotesi ha  fatto schierare l’opposizione interna al PD, che ne ha fatto una questione di principio e sulla quale Renzi non poteva passare,  ha dichiarato che era pronta a morire (si fa per dire). Poi cosa fa il nostro, va in direzione del PD e fa sua la proposta dell’opposizione, lasciandola in brache di tela e con forti fermenti di spaccatura. Inoltre acquista il “merito” di un cedimento a sinistra. Un capolavoro.  
Il prossimo passo sarà quello di scaricare sull’opposizione interna il calo di consenso al partito, al governo e a lui stesso. Il discorso che articolerà avrà grosso modo questo contenuto: è la divisione interna al PD che determina il calo di fiducia, una divisione che fa apparire il governo impossibilitato ad agire. Corollario: se non si vuole perdere il consenso al partito e se si volessero vincere le prossime elezioni, tutti compatti e decisi dietro il segretario (certo che si potrà discutere, ma in modo sincopato e senza echi esterni!).  
Abile, efficiente e spregiudicato, ma forse i dati del sondaggio della Demos devono essere analizzati con attenzione. È vero i sondaggi valgono per quello che valgono, ma essendo ripetuti nel tempo quello che interessa è la tendenza.
Così possiamo notare che il giudizio positivo sul governo tra settembre e novembre (tre mesi) tra gli operai perde 21 punti; tra impiegati e dirigenti, la perdita è di 15 punti; tra gli studenti di 6 punti; tra le casalinghe di 12 punti; tra i disoccupati è di 14 punti e 13 tra i pensionati. Guadagna invece 2 punti tra i liberi professionisti e 1 punto trai lavoratori autonomi e imprenditori. Be! non direi che ci sia da stare contenti soprattutto se si osserva che  a settembre l’apprezzamento complessivo si attestava al 54% e a novembre scende al 43%. Inoltre se il premio di maggioranza alle prossime elezioni dovesse scattare per la sola lista solo e solo se superasse il 40%, allora a novembre saremmo ben lontani da questo dato:  il PD risulta al 36% (essendo contrario ad ogni maggioritario questo dato un po’, molto poco, mi conforta).
Gli annunzi senza realizzazione non pagano, inoltre le speranze che dalla crisi si possa uscire con una nuova legge suo mercato del lavoro pare fondata sul nulla. Neanche gli investimenti pubblici, di cui si sente parlare, a prescindere dalla loro reale consistenza, potranno essere un sollievo passeggero ma non ci faranno uscire dal tunnel, come si dice.
La stessa tecnica adottata con il suo partito Renzi l’ha adopera con Berlusconi. Ma qui le cose si complicano, per due semplici motivi: Berlusconi, di suo, è politicamente inaffidabile (è noto che fine hanno fatto tutti quelli che di Berlusconi si sono fidati a cominciare di D’Alema) ed inoltre dentro Forza Italia sti sta combattendo una battaglia di potere che non esclude nessun colpo basso, anzi  li prevede tutti in modo irresponsabile  (vedi elezione dei giudici costituzionali), né Berlusconi ha grande potere sui suoi senatori e deputati, anzi dietro l’indisciplina di questi si schiererà quando sgambetterà Renzi (e lo farà).
Inoltre il rinsaldato accordo del Nazareno, per Renzi è tutto in perdita, questo infatti gli alienerà qualsiasi possibilità di ricorrere ad altre forse politiche (M5*) come ha fatto ultimamente per i giudici della Corte costituzionale e per il Consiglio superare della magistratura. Le simpatie per FI sono infatti incompatibili con 5*.

Abile, spregiudicato ma efficiente solo se mi sbagliassi.     

martedì 11 novembre 2014

Presidente della Repubblica: la falsa notizia e il finto dibattito


Presidente della Repubblica: la falsa notizia e il finto dibattito

Diario 273

Un finto scoop giornalistico (mi pare de La Repubblica) ha promosso due giorni di dibattito sul nulla. Lo scoop riguarda la possibilità che entro l’anno il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, avrebbe abbandonato la sua carica. Una cosa che era nota dal discorso di insediamento per il secondo mandato e che  lo stesso presidente aveva ribadito in altre occasioni.
Ma su questa finta novità si è scatenato il dibattito giornalistico, sia della carta stampata che della TV; attenzione spasmodica sull’interpretazione del “perché”, del “perché ora”, del “senso” da attribuire a quella che veniva presentata come una decisione improvvisa. Dal richiamo all’età, agli acciacchi della stessa, alla indisponibilità a sciogliere eventualmente le Camere, ecc.
Un’altra ridda di interpretazione sul comunicato del Colle, le virgole, le parole, ecc. Tutta aria fritta su un problema previsto, prevedibile e serio.
Renzi ha goduto, in tutti questi mesi dell’appoggio autorevole del Presidente della repubblica (comunque  si valuti questa presidenza). Le dimissioni di Napolitano indebolisce Renzi a meno che al colle non ascenda qualcuno dei fedelissimi, ma fedelissimi e autorevoli non vanno molto d’accordo.
Collateralmente è iniziata la discussione sui “nomi” dei possibili candidati. Categorie: donne; leader; politici di lungo corso; imprevedibili, ecc.
La carica del Presidente della repubblica, nel nostro ordinamento, non ha  caratteristiche pari a quelle di un repubblica presidenziale, ma riveste un’importanza molto notevole, che è possibile definire di “equilibrio” e di “vigilanza”. È inutile fissarsi sulla natura “neutra” e non di parte, tutti si è di parte, dipende come si fa valere e pesa questa parte. Per questo il riferimento all’equilibrio e all’autorevolezza, non possono che essere riferimenti pesanti. Equilibrio e autorevolezza devono anche corrispondere ad apertura politica, nel senso di saper assecondare i punti di innovazione sociale e politica che il paese esprime.
Una cosa mi sembra certa, la scelta del nuovo capo dello stato non sta in mano a Renzi. Camere riuniti, senatori a vita, rappresentati regionali, non sono un insieme manipolabile molto facilmente. Mi pare che si tratta di un elettorato forse poco sensibile ai giochi ma disponibile a considerare la qualità richieste alla carica, senza mitologie.
Si può essere critici verso la “carica”, ma va detto che non tutti i Presidenti del passato sono assimilabili. Mettendo in fila gli undici presidenti della nostra Repubblica e rinvigorendo la nostra memoria, sono evidenti differenze, capacità, significatività e fede repubblicana: De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano.

Si può solo sperare che il prossimo presidente corrisponda alle nostre migliori scelte. Nel clima attuale sarebbe un miracolo.   

sabato 8 novembre 2014

Occupazione: baggianate, tragedie … inettitudine

Occupazione: baggianate, tragedie … inettitudine
Diario 272 

Ormai è di moda “addio al posto fisso”, e il refrain che ministri e presidente del consiglio ripetono quotidianamente. Non sostengo che niente è cambiato, ma quello che è cambiato è peggio e viene descritto come un sogno realizzato (l’autogestione del tempo, la scelta delle opportunità a mano a mano che si presentano, l’indipendenza, ecc.).
Intanto cosa significa posto fisso?
-          la stabilità del lavoro, del reddito, della pensione, del TFR, dell’orario, dei turni (ove necessario), di un eventuale straordinario (altro reddito), ferie, lavoro a tempo parziale secondo necessità e possibilità … tutto contrattato collettivamente attraverso il sindacato;
-          secondo contratto, situazioni di malattia garantite;
-          mansioni, compiti, tipi di lavorazione fissati e programmati;
-          la possibilità di avanzamento nella gerarchia della fabbrica o dell’ufficio;
-          l’inutilità di tormentarsi sul cercare lavoro;
-          l’orgoglio, si anche quello, di essere membro di una collettività che produce certe cose, che realizza certe opere, che fa andare avanti certe istituzioni (pubbliche o private).
Tute blu e colletti bianchi, nonostante quello che si favoleggia, rappresentano più dei  2/3 della forza lavoro che risulta occupata, che cioè ha un posto fisso. Certo questo posto fisso è fisso fino ad un certo punto, le crisi generali e aziendali possono metterlo in discussione. Ma di questo diremo più avanti.
Si ha l’impressione che i “nostri” quando straparlano della massa felice priva del  posto fisso pensano alle professioni liberali di un tempo: avvocati, medici, dentisti, architetti, notai ecc. (alcuni di questi, già oggi, ove non difesi da norme corporative, come i notai, sono in situazioni molto peggiori dei loro genitori e nonni). La massa senza posto fisso e fatta di marginali, di contratti mensili o anche quotidiani, di “lavoretti” (come si dice) e che questi siano felici di non avere il posto fisso lo pensano alcuni insigni studiosi e politici (detentori spesso di un posto fisso non privo di privilegi).
Tra chi non ha il posto fisso ci stanno le forme di lavoro para-schiavista in molte campagne meridionali, o lavori a quelli assimilabili, quelli di alcuni call-center, centri di angherie e soprusi. Tutti felici di non sapere se potranno mangiare fino alla fine del mese? tutti felici di essere a carico dei genitori o nonni pensionati? tutti felici di cambiare lavoro continuamente? tutti felici di vivere facendo le babysitter o le babydog? Tutti felici di non aver una “carriera”? ma non scherziamo. Ma questa situazione è un danno per i lavoratori, un loro degradare, la perdita di personalità, l’inutilità degli studi, ecc. ma pone anche qualche problema alle  imprese e alle istituzioni, questione che viene rubricata, contraddittoriamente,  sotto la voce “produttività” (cosa direbbe il presidente del Consiglio se il personale di Palazzo Chigi cambiasse ogni mese? Di quanto diminuirebbe la produttività del palazzo?).
Non voglio dire, come potrei osare, che tutti dovrebbero avere un posto fisso, ma posso sostenere, e mi sembrerebbe giusto farlo, che in un mercato del lavoro così articolato, come si narra, così libero, affinché tutti possano sentirsi soddisfatti, anche chi non disponesse di un posto fisso dovrebbe godere delle prerogative e dei vantaggi di chi ha un posto fisso: salario, ferie, pensione, TFR, ecc. Trovo che sia indecente che un governo dei centro sinistra (sic!), che si appoggia su un partito di sinistra-democratica (sic!), lavori apertamente e nascostamente per ridurre, per quanto possibile i lavoratori con posto fisso alle stese condizioni di quelli che non lo hanno. Si può anche sostenere che il governo opera affinché siano garantite anche ai lavoratori senza posto fisso le condizioni di chi invece lo ha (mi pare si chiamino la messa in campo di nuovi e più moderni ammortizzatori sociali, sic!). Ma sembra prevaricante che questa possibilità possa essere realizzata riducendo immediatamente i diritti di chi gode del privilegio (sic!) del posto fisso.
Allora diciamo che allo stato dei fatti la questione  non è tanto di posto fisso o non fisso, ma il  mancato impiego della “manodopera” disponibile (non voglio annoiare con le percentuali della disoccupazione giovanile, tanto per fare un esempio). Si tratta di una situazione comune a tutte le economie occidentali (sul modello asiatico non mi pronunzio).
Dove sta la causa di questa situazione strutturale? Ma è ovvio nelle politiche restrittive della UE. Le politiche di austerità stanno uccidendo le economie di quasi tutti i paesi europei, o almeno dei più grandi. Questo si afferma, ma siamo sicuri che sia così? Quello che appare e di cui non si vuole tenere conto è che anche in quei paesi dove il PIL non va così male come da noi, l’occupazione non cresce (o cresce molto di meno da come ci si aspetti e da come sarebbe necessario): in tutti i paesi la disoccupazione tende a crescere, qualche balzo in alto del tasso di occupazione non scalfisce il tasso di disoccupazione). Insomma quella che viene chiamata disoccupazione strutturale (cioè una disoccupazione non eliminabile alle condizioni date) non è solo dell’Italia (e in particolare del suo Mezzogiorno) ma tende a diventare una condizione generalizzata (in misura diversa) in tutti i paesi.
Riduzione e modifica dei consumi, innovazione tecnologica, diseguaglianze crescente nella distribuzione della ricchezza e del reddito, obsolescenza di determinate attività, ecc. sono tra le principali cause di questa situazione. Certo che le politiche di austerità peggiorano la situazione, ma bisogna avere chiaro che politiche “espansive” non risolverebbero la situazione. Siamo ad un nodo della struttura sociale. Quello che i “nuovi ordinatori” non capiscono come, nella situazione attuale  sia indispensabile una vera rivoluzione.
Se la situazione fosse quella descritta, allora dovrebbe essere chiaro che i “provvedimenti” da prendere sarebbero ben altri. La “società” deve garantire tutti (Repubblica fondata sul lavoro), non è possibile far affidamento su ciascuno per la soluzione del problema (iniziativa, entusiasmo, ottimismo, capacità innovativa, ecc.). Certo ciascuno deve fare la sua parte, ma, soprattutto, deve fare la sua parte chi “governa”. Ciascuno nella propria individualità dovrebbe  essere messo in condizione di svolgere un qualche ruolo e questo ruolo non deve essere sociologicamente e psicologicamente stracciato da discorsi senza senso o da invettive mal indirizzate.
Appare chiaro, tuttavia, che matrice, riferimenti sociali e teorici rendono incapace questo governo (e quello della UE) di fare quello che sarebbe necessario. Ma non si tratta di cambiare uomini e donne, ma di costruire domande e soluzioni adeguate a partire dai movimenti sociali e politici. Ma fino a quando il paese resta affascinato dal populismo (progressista, sic!) di Renzi, dalle sue mirabolanti proposte, non resta che un lavoro politico di lunga lena.   

    

lunedì 13 ottobre 2014

Degrado politico: una lettera e una risposta



Diario 271

Caro Ciccio
malgrado non abbia, per ora molta voglia di occuparmi di cose inutili quali ciò che gli italiani si aspettano dalla politica, quello che ho sentito or ora alla radio, anzi quello che non ho sentito, è qualcosa di veramente disgustoso.
Due deputati del PD hanno invitato il padrone Sky,  che dà lavoro ad un certo Rapper che ha detto due parole sulla opportunità della testimonianza (inutile per quanto riguarda la verità) di Napolitano al noto processo (inutile per quanto riguarda la verità) sulla trattativa, a licenziarlo o a non fargli fare quello per cui lo pagano.
Nessuno ha notato ed esecrato che due deputati che sono portati, tra l’altro, in Parlamento per votare leggi quale quella che dovrebbe decidere sull’art. 18 che dovrebbe garantire (sic) i lavoratori dalle discriminazioni anche politiche, invocano essi stessi che il padrone Sky, per motivi politici, licenzi il Rapper.
Naturalmente, per non cadere io stesso in contraddizione, non auspicherò che il nobilissimo partito diretto dall’altrettanto nobile amico di Marchionne, licenzi i due deputati, ma mi permetterei di chiedere come può essere possibile, per i cittadini, continuare ad affidare alla democrazia politica o a un Parlamento le loro speranze. O magari ad Alfano da cui mi aspetto una circolare sui Rapper.
E poi che pena è la riassunzione? E’ pena questa? Forse per l’operaio sarà una pena continuare a fare arricchire un padrone di quel tipo. Ma in galera i padroni non ci devono proprio andare? Eppure sappiamo che prima di aprire i campi di sterminio si è ben pensato di discriminare gli ebrei sui luoghi di lavoro.
Vedi Ciccio tu sai come la penso, tu sai cosa (politicamente) mi angoscia, ma dimmi come posso mettermi a difendere o a giustificare un sindacato o anche un semplice cittadino  tanto imbecilli da ritenere che la loro forza risieda in un articolo di una qualunque legge? Che c’entra un tribunale col diritto universale a non consentire verso un uomo qualunque una qualunque discriminazione? Ma l’obbligo a non discriminare non è già nella costituzione? Non vale verso tutti i cittadini? E se facciamo una legge perchè un lavoratore per difendersi deve rivolgersi al sindacato? non è meglio che si cerchi un avvocato?

Tu sai che io, comunque sia, difendo l’esistenza del sindacato. Però perchè esista ed abbia una funzione non si deve stare in silenzio. E così hai letto nel tempo come io lo abbia accusato di essere complice del capitale quando si è messo a difendere l’aumento dei salari invece di difendere il pianeta la cui spietata azione di ruberia a suo danno (ed a nostro) permetteva (ricordi la mia sottolineatura sulla dinamica tra Terra, Capitale e Lavoro) lauti guadagni al capitale e miserabili compensi per il lavoro? Ora che il pianeta, ed il capitale lo sa bene, non permette di essere troppo derubato e reagisce, come Genova può testimoniare, e conseguentemente a non consentire un bottino che permetta  al capitale di compensare, seppur minimamente, il suo complice: il  lavoro.  Ed è proprio il lavoro, in una struttura capitalista,  ad essere destinato ad essere derubato. Perchè tu sai, come me, come una qualunque organizzazione criminale i primi che elimina dal suo seno sono la manovalanza, gli esecutori materiali.

Ti ricordi il silenzio, per esempio, su Taranto? Però non era il signor Riva ad eseguire materialmente le azioni che hanno provocato quello che sappiamo. Ogni delitto deve avere sempre il suo mandante naturale (Riva nel caso) ma anche degli  esecutori materiali (che sono sempre  lavoratori e stato).
Ma senza andare lontano, ho visto alla televisione come sono stati realizzati a l’Aquila i balconi di certe palazzine post terremoto . Ma a metterli in opera così, con quei tavolacci di scarto erano degli operai. E vuoi che questi operai non sapessero che fine, a breve, avrebbero fatto quei balconi? E non sanno come sono state realizzate quelle palazzine e la loro fine? Ma non solo tacquero allora, ma tacciono oggi. In più, perchè i cosiddetti magistrati inquirenti, non li interrogano? Interrogheranno i padroni della ditta, che se non sono stupidi (e non lo sono) sarà già stata chiusa e, all’epoca sarà stata intestata ad una testa di paglia, interrogheranno gli ingegneri, ma non i muratori, non i falegnami, non i lavoratori di quei fornitori di cemento ecc.

E che sindacati sono quelli che in nome di un salario, spesso miserabile, permettono ai lavoratori di essere esecutori materiali di crimini? No Ciccio, non serve a questo il sindacato! o, per lo meno, non serve a questo la mia idea di sindacato. Credono che avendo “ottenuto” lo statuto dei lavoratori sono a posto. Ma quando mai, nell’esecrato ottocento, gli esecrati Marx, Bakunin e i loro accoliti dell’epoca, hanno  ritenuto che i lavoratori sarebbero stati protetti da un tribunale? Sapevano benissimo a che serviva un tribunale, a che serviva un parlamento e le sue leggi. L’unica differenza era che alcuni volevano impadronirsi delle leggi e dei tribunali, per difendere i lavoratori contro i padroni, altri  volevano eliminarli totalmente in quanto sapevano che lo Stato, diventando a sua volta esso stesso padrone, non poteva comportarsi diversamente. 

Ciao Ciccio. Ti prego però, prima di liquidarmi dicendo che gli anarchici non cambiano mai e sono sempre quelli di sempre, guardando ciò che i comunisti, i socialisti, i liberali ecc. hanno fatto di se stessi, non sia un bene che ci siano ancora a pensarla come sempre.
Ti abbraccio
Angelo
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Caro Angelo,

preferisco rispondere alla tua lettera per mezzo del mio diario perché le questioni che poni possono, almeno spero, interessare gli altri amici. Le tue parole sono fortemente “marcati” da indignazione, che non è una colpa ma semmai un apprezzamento, magari molti si indignassero effettivamente che non leggendo soltanto il testo Indignatevi.
Per quanto riguarda i due deputati che tu menzioni (io me li sono persi) niente da aggiungere se non sottolineare ancora il livello di stupidità, cretineria e subalternità di molti dei nostri rappresentati del popolo (anche di quelli, diciamo così, di sinistra).
È sulla questione del sindacato e dei lavoratori (la loro responsabilità, come tu argomenti) e più in generale sull’apatia delle forze sociali  che vorrei dire qualcosa rispetto a quanto hai scritto (e non intendo liquidare la questione mettendo in campo l’anarchia, sai cosa penso, sai cosa apprezzo, sai cosa non condivido, serate di discussioni ci hanno chiarito, non convinto).
Forse molti in astratto desidererebbero una società libera, equa, solidale (quanto basta), senza violenza e nella quale tutti potessero realizzare le proprie aspirazioni, ma, contemporaneamente, il clima sociale, l’egoismo prevalente, la violenza endemica e la corruzione non confermano questa aspirazione. Non solo, ma la lunga crisi sfianca (individui e gruppi), finisce per rendere apatici e alla ricerca di una capro espiatore (i politici, la casta, che hanno colpe ma non tutte quelle che vengono  loro attribuite). Ma forse c’è un numero consistente di soggetti che sanno che una tale società non ci sarà data in dono, ma dovremo conquistarla, e per conquistarla è necessaria la “nostra” soggettività che può determinare le  condizioni per tale realizzazione.
È noto che la soggettività si costruisce all’interno dei processi sociali (di “produzione”) dove tale condizione è illuminata da una interpretazione della società, della sua dinamica, delle sue contraddizioni e dall’affermarsi di valori egualitari e di libertà. La costruzione di tale soggettività è questione complessa che intreccia realtà materiali e pensiero, non sorge spontaneamente, ha bisogno di “strumenti” di corpi intermedi (sindacati e partiti, per esempio) all’interno dei quali la propria condizione materiale perda, in un certo senso, la sua particolarità per diventare “condizione generale da cambiare”.
I “corpi intermedi”, questo è il problema. Essi sono il campo di una battaglia delle idee che non risparmia colpi né strumenti, ed è questo il “campo aperto” dove misurarsi senza ricerca di “purezze”; le “purezze”, come tutte le identità, alla lunga sono perdenti, perché refrattarie alle novità, nemiche della diversità e, ed è la cosa più grave, oppressive.
So che sei contemporaneamente d’accordo e no; sei d’accordo sulla, chiamiamola così, esigenza generale, ma sei in disaccordo sulla necessaria esistenza dei corpi intermedi, che tu vorresti in astratto cancellare (e non solo quelli) ma che poi alla stretta le puoi anche andare a difendere materialmente (come qualche volta hai cercato di fare).
Il sindacato, sicuramente non ci soddisfa, sicuramente fa degli errori (dal nostro punto di vista), ma attenzione, non credo di doverti ricordare che  i “miserevoli salari” sarebbero stati ben più miserevoli senza il sindacato e le condizioni di lavoro sarebbe state ben più dure. Dico delle banalità sulle quali l’accordo è facile. Il punto è che la battaglia delle idee all’interno del sindacato (diciamo meglio della CGIL) e nella frastagliata sinistra è stata di fatto persa. Non è che tradiscono, non è che sono opportunisti (anche) ma soprattutto non sanno, non vogliono sapere e si accontentano delle “verità” che a loro vengono servite belle e pronte. L’analisi della società, punto forte e necessario di ogni pensiero progressista e di sinistra, non è più nelle loro corde. È inutile che inventino “Fondazioni”, e inutile che diano corpo a “Centri sudi”, gli uni e gli altri nella maggior parte dei casi servono a garantire qualche “fetta” di potere (tra l’altro poi ci sono i finanziatori, tutti, ovviamente, “disinteressati”).    
Ma tu sei riuscito a sentire dalle parole dei nostri politici (di sinistra) e dei nostri sindacalisti (di sinistra), qualche riflessione sulle trasformazioni del capitalismo con il prevalere del capitale finanziario su quello produttivo? Su quale sia il ruolo sociale e politico del debito sovrano? Su l’accresciuto divario tra i pochi e i molti a proposito di reddito e di patrimonio? Su quale sviluppo tecnologico è pensabile  e quale il suo effetto sulla società? Eppure su queste cose abbiamo scritto, discusso, ma soprattutto altri, anche molto autorevoli secondo i parametri della nostra società, ne hanno scritto, discusso, pubblicato libri, ecc. Ma è come un rigagnolo laterale che scorre accanto al fiume delle verità confezionate, dove i “nostri” fanno i bagni, senza mai a quello immischiarsi.
Quello che mi lascia sempre meravigliato sentendo Renzi e i suoi ministri, ma anche moltissimi esponenti di punta della sinistra  è l’assenza nei loro discorsi di una prospettiva di società: possono discutere delle tecnologie da immettere nella pubblica amministrazione, dell’articolo 18, delle ore di lezioni nei diversi ordini di scuola, su quali aerei militare comprare o non comprare, ecc. ma mai che ci dicessero una parola su come queste cose si rapporterebbero al tipo di società che hanno in testa (ma proprio non l’hanno in testa, i fondamenti di questa gli vanno bene) Non richiedo un “modello”, ma degli indirizzi di marcia, dgli obiettivi intermedi che con quelli finali (?) dialogano,  sulla libertà, l’equità, l’autonomia, ecc. Vaghezze, ma soprattutto “frammenti” inconsistenti a fornirci l’idea di un quadro perché slegati. Gli 80 € vanno bene (prescindiamo), il TFR in busta paga va bene (prescindiamo) ma è l’obiettivo che va male, malissimo, tutto serve a rilanciare i consumi che dovrebbe rilanciare la produzione, che dovrebbe far crescere il PIL, … insomma che tutto fosse come prima, fino alla prossima “crisi”.
Per  la “battaglia delle idee” è necessario un nuovo grande lavoro di pensiero e di lotta, che per ragioni generazionali non ci può appartenere completamente, ma che penso, anche se in modo ancora non chiaro, si pongono parti consistenti delle nuove generazioni.
Tu vorresti che il sindacato facesse delle cose “giuste”: mobilizzasse i lavoratori contro l’uso di materiali scadenti, contro produzioni che provocano disastri, forse sei preso da nostalgia e ricordi quando queste cose si facevano (anni ’70); il tempo è cambiato le persone sono cambiate, le forse sono cambiate, e quindi anche  il sindacato è cambiato e la coscienza di tutti non è più quella. Ora siamo ridotti a difendere (perdendo) l’art. 18, a me sembra paradigmatico della situazione: una bandiera che viene sventolato da tutte le parti in modo improprio, ma solo per dare visibilità ad  un governo che fa (sic!)  e una sinistra che reagisce (con moderazione).
Per chiudere, la questione sarebbe troppo lunga, ma voglio dirti che pur con tutti i limiti individuabili, con tutte le storture possibili, preferisco vivere in uno “Stato di diritto” e il modello di società che ho in testa è fondato sul diritto, sulle libertà individuali, ma anche sulle garanzie. Non siamo una specie “buona” e non “uccidiamo” solo per mangiare.
Abbracci Francesco
  
  
  





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