domenica 27 marzo 2022

Biden (USA) contro Francesco (Vaticano)

 

Diario 27 marzo 2022

 

“Per l’amore di Dio, questo uomo non può restare al potere”.  Queste parole, pronunziate dal presidente degli Stati Uniti, con riferimento al “macellaio” Putin, sono terribili e agghiaccianti. Nonostante le confuse dichiarazioni di correzione e di specificazione degli addetti stampa del presidente americano, rimangono nelle nostre orecchie e  ci stordiscono. Cosa ha in mente Biden? Di mandare una squadra ad uccidere Putin, come era stato fatto con Bin Landen? Di lanciare dei razzi sul Cremlino? Di scatenare la terza guera mondiale invadendo la Russia, per importare ivi la democrazia? Senza aver letto un manualetto di storia che gli chiarisse che chi ha tentato questa strada (da Napoleone a Hitler e Mussolini), ha finito con le ossa rotte.  

Ma forse niente di tutto questo, ma soltanto un cinico disegno della continuazione della guerra in Ucraina; una guerra di logoramento, usando la popolazione ucraina come carne da macello.

Tra i disegni di Biden non c’è una seria trattativa di pace, se fosse questo l’obiettivo non sarebbe buona tattica riempire l’interlocutore di insulti (magari meritati, ma la diplomazia vuole il rispetto delle sue regole). Qualsiasi sia il disegno di Biden non c’è da stare tranquilli, ci sta trascinando per un sentiero pericolosamente scivoloso.

Ma l’invocazione “dell’amore di Dio” pronunziata da Biden, con veemenza, non si sa se con devozione, mette oggettivamente il presidente degli Stati Uniti contro Papa Francesco, non solo per la linea politica a favore della pace di questo ultimo, ma perché il Papa ha chiarito ai credenti e anche ai non credenti, che non si può invocare Dio per favorire la guerra, ma solo per operare per la pace.

Ma è chiaro che Biden non vuole la pace. La guerra gli è utile per legare ancora di più l’Europa al suo carro. La questione del gas ne è una chiara dimostrazione: l’Europa sarà costretta a rifornissi dagli USA, secondo regole che oggi non paiono un capestro, ma domani il “mercato” (Dio intoccabile) potrà cambiare le condizioni.

E il nostro governo? Sonnecchia, non riflette, forse non pensa. Tratta della guerra in Ucraina come una questione importantissima ma … irrilevante sulle decisioni, se non su quelle sbagliate (come l’aumento delle spese militari).

venerdì 25 marzo 2022

La terza guerra mondiale ... la vogliono tutti

 

La terza guerra mondiale… la vogliono tutti.

 

Diario 25/3/2022

 

La  terza guerra mondiale la vogliono tutti. È nei pensieri e nelle parole degli eminenti politici mondiali. Fa eccezione papa Francesco. Grazie.

Per molti anni il pericolo atomico ci ha fatto optare per una pace obbligata, ma una pace obbligata, come stiamo vedendo,  non regge a lungo. Per di più abbiamo fatto finta di non vedere le guerre che si sono combattute fuori dall’Europa (ma con il coinvolgimento degli europei).

È difficile costruire la pace tra il bagliore delle bombe, magari al fosforo, ma quando le armi tacciono si può. Si ha l’impressione che, viceversa,  quando quelle tacevano, quel tempo è stato utilizzato a preparare la guerra e non a costruire una pace duratura.

Putin è sicuramente un tiranno che gioca sporco, ma tutti gli altri gli hanno costruito le condizioni, non già per giustificare l’invasione, ma per renderla inevitabile.

La guerra è un “gioco”, diciamo così, esponenziale, dalla pietra alle spade, da queste ai fucili e derivati, poi le bombe, i veleni, i razzi e infine le bombe atomiche (che, bisogna ricordare, sono già  state usate nella seconda guerra mondiale (e il Giappone ne porta profonde ferite). Se un belligerante si sente perduto, anche personalmente perduto, passa al secondo livello del suo arsenale, e poi al terzo, e così via. Si può sperare, ma solo sperare disperatamente, che si fermi.

Di questa deriva abbiamo un esempio sotto gli occhi: il presidente ucraino, non fa altro che chiedere più armi, sempre più sofisticate, sempre più offensive. Non è malvagio segue la logica belligerante. In questo contesto sembrano più ragionevoli i militari dei politici, sono loro che si oppongono a soddisfare le richieste ucraine.

Si spera, e se ne parla, di una caduta di Putin attraverso una congiura di palazzo, ma cosa cambi? forse qualcosa nel breve periodo, ma poi? A meno che il potere, non solo in Russia,  passasse ai “Soviet”, ma non mi pare che sia questo il caso (anche se si può sempre sperare fantasticando).

I “grandi” leader europei, in questi giorni sembrano figurine al seguito del presidente degli USA, il quale minaccia, minaccia e ancora minaccia e tra queste  promette di liberare l’Europa dalla dipendenza energetica dalla Russia, per renderla dipendente dagli USA e dal … mercato (intanto le navi che trasportano il gas americano fanno rotta non già verso l’Europa ma per altri paesi nei quali possono spuntare prezzi più alti).

Non si riesce a capire come si riesca a porre fine al massacro in Ucraina; non sembra intravedere una vera strategia diplomatica prima per il cessate il fuoco e poi per  la pacificazione, sapendo che ci sono dei prezzi da pagare (l’imprevedibilità costa). Un impegno in questa direzione, senza manfrine, deve essere sviluppato con determinazione, intelligenza politica e rispetto per le parti coinvolte. La voce più autorevole, e quasi solitaria, che si alza nel mondo proclamando la necessità della pace  è quella di Papa Francesco. L’ipocrisia dei cattolici, parlo degli esponenti politici e di governo, si manifesta al massimo: apprezzano e cambiano canale.

Bisogna dirlo chiaramente, chi non si impegna in una efficace strategia diplomatica di pace si rende responsabile in parte della tragedia che sta colpendo il popolo ucraino.

Credo che sia giunto il tempo di staccare gli apparecchi che fanno vivere artificialmente il governo italiano. Draghi ha fatto il suo tempo.  Ci sono molti motivi di dissonanza, diciamo così, tra le forze di maggioranza, ma l’atteggiamento verso guerra e la decisione sulle spese militari, credo che possano raggiungere le orecchie più sorde e gli sguardi più distratti.

 

 

lunedì 7 marzo 2022

Salvare la faccia

 

Diario

7/marzo/2022

 

L’occupazione dell’Ucraina continua, anche se non pare che i Russi vogliano produrre un affondo.

In tutto il mondo, intanto, cresce l’isteria a favore della guerra. Nessuno ha il coraggio di esprimersi a favore della guerra, ma le azioni che si fanno vanno in quella direzione (invio di armi).

La resistenza ucraina, giustamente esaltata, sembra indicare una vittoria sul campo, ma si tratta di una ipotesi che a me sembra campata in aria. Nello stesso tempo cresce il pericolo di un incidente atomico, troppe centrali nucleari nel terreno di guerra.

La diplomazia sembra essere a lavoro, anche se per adesso si tratta più di una esibizione di uomini politici e di stato, che vere iniziative diplomatiche  di pace. Non sono chiari gli obiettivi di un’azione diplomatica, si sente dire che i russi si dovrebbero ritirarsi oltre confine e smettere con le azioni di guerra. Non mi paiono obiettiva diplomatici (sic) facili da raggiungere.

Una vera azione diplomatica, per quello che se ne capisce, o per meglio dire che io capisco, dovrebbe puntare a mediare tra le forze in campo e proporre soluzioni immediate e di lungo periodo in grado di salvare la faccia ai due contendenti (l’aggressore e l’aggredito). Si tratti di obiettivi di sicurezza, di spazi territoriali, di autonomia di governo, ecc.  Ciascuno dei due contendenti, dovrebbe essere messo nelle condizioni di poter dire (al mondo ma anche ai rispettivi popoli) che sia l’aggressione  militare che la  resistenza non sono stati inutili. Se non si raggiungesse un equilibrio del genere allora che azione diplomatica di pace sarebbe?

Scongiuriamo l’incidente senza rimedio, il tempo stringe.

Mentre fa paura che molti leder mondiali (diciamo così) giocano questa partita con l’occhio fisso sui propri interessi, e non su quello del mondo intero, L’Europa rischia di essere un risico giocato da contendenti seduti in poltrona che si credono al sicuro. Ma non pensano, non sono capaci di pensare, che il peggio è per tutti. 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 28 febbraio 2022

La guerra

 Diario

28 febbraio 2022


Siamo contro la guerra, è ovvio!

Vogliamo che questa terribile situazione sia presa in mano dalla diplomazia. d’accordo!

Oggi c’è sicuramente un aggressore e un popolo che si difende, siamo sicuramente con il popolo martoriato ed eroico. Diamo un aiuto materiale, diamo un sostegno politico e diplomatico. Diciamo che le prepotenza delle armi non devono vincere.

Ma non possiamo essere ipocriti, la discesa in campo delle diplomazia deve precedere il rumore delle bombe, non possono seguire bombardamenti, carri armati e aerei.  Se seguono allora forse non solo si è in ritardo ma non si è fatto tutto quello che era necessario fare prima.

Io ricordo che quando i russi avevano pensato di costruire una base missilistica a Cuba, gli USA pensarono di essere in pericolo e mandarono la flotta a fermare le navi russe che trasportavano i missili.     

È almeno da due anni che USA e la Nato cincischiano con l’adesione della Ucraina nella Nato. 

È vero ogni paese deve essere libero di scegliersi alleati e aree politiche alle quali aderire, ma nel fare questo non bisogna sollecitare le paure dei paesi vicini. 

Non c’è stata questa attenzione.  Questa assenza di attenzione non giustifica il ricorso alle armi della Russia, ma ci permette di capire quale sia la situazione.


domenica 30 gennaio 2022

Fallimento? No! Incapacità

 

Diario

30 gennaio 2022

 

L’elezione di Mattarella per la seconda volta a Presidente della Repubblica, viene iscritta sotto la rubrica del “fallimento della politica”, ma non è così. Il fallimento si può attribuire ad una impresa intrapresa e che per le ragioni più varie non si riesce ad essere compiuta. Ma è questo il caso? Non credo proprio.

Fin dall’inizio si è cominciato male; con la destra che in ragione di una maggiore rilevanza parlamentare, ma comunque non sufficiente a portare in porto l’elezione del Presidente, si è attribuita la “responsabilità” di proporre un “nome”. Nomi che, dopo la rinunzia del velleitario Berlusconi,  sono finititi tutti nel tritacarte fino al riconoscimento delle ambizioni della Presidente del Senato anch’essa bocciata e che non ha portato, come sarebbe logico, la stessa a dimettersi dall’alta carica.

Incapacità (o impotenza) della destra di capire la situazione e quindi piuttosto di affrontare le questione in una discussione franca all’interno della maggioranza di governo.

Sull’altro fronte quello di centro sinistra o progressista, che dir si voglia, si è manifestata l’incapacità di proporre un nome non di bandiera. Questo fronte in realtà è stato  bloccato dalla candidatura di Mario Draghi, che in tutti i modi, senza parlare, aveva fatto capire il suo gradimento al trasloco al Quirinale. Ma dentro quel fronte il consenso a Draghi era scarso. Invece di spiegare al Presidente del consiglio che alle sue ambizioni mancava il consenso si è continuato a cincischiare (la questione della “donna”, un ennesimo diversivo). Fino a quando lo stesso Draghi, per non compromettere una possibile ascesa futura al nuovo palazzo non è sceso in campo direttamente sciogliendo la matassa  a favore di Mattarella (che appare, al di là delle sue virtù e capacità,  come l’agnello sacrificale e quello che deve tenere calda la poltrona).

Questa settimana i cittadini italiani, grazie anche alla TV che tutto ha spiaccicato sotto i loro occhi, hanno assistito non tanto ad una finta e indolore lotta di potere, quanto alla manifestazione dell’incapacità della politica e dei partiti di compiere il loro lavoro e al manifestarsi di ambizioni fuori luogo, coperte da nobili parole nel momento in cui esse sono sembrate frustrate. Manca in questa schiera la Presidente del senato, che non ha trovato neanche le ipocrite parole ma anzi, dopo la sua prima batosta, chiedeva che ancora sul suo nome si puntasse.  

 

lunedì 24 gennaio 2022

Si vota?

 

Diario

24 gennaio 2022

 

Oggi, fra qualche ora, si comincerà a votare per l’elezione del presidente della Repubblica. Si potrebbe sostenere che la notizia, per quanto veritiera, sia falsa: si vota per ottenere un risultato, ma oggi i “grandi elettori” votano per non ottenere nessun risultato. Tra candidati di bandiera, schede bianche, a scritte scherzose, nessuno si pone il problema di raggiungere il quorum previsto.

Una cosa pare certa: dopo l’elezione ci si avvia ad un periodo di incertezza. Quello che i più sembravano voler scongiurare, sarà invece un esisto sicuro. Non è detto, neanche, che sia un male, ma qui il discorso si fa troppo lungo e arduo.

Vediamo quello che può avvenire e gli esisti conseguenti:

1.      Contro la volontà di una qualche parte politica, viene eletto Mario Draghi (lui fortemente lo vuole). Brunetta, quale ministro anziano, lo sostituirà, ma dopo il giuramento presenterà le dimissioni. Consultazioni ecc. è incarico ad una tecnica, invisa ai più. Ma l’investita fa fatica a definire la sua maggioranza. Forse dovrà rinunziare, ma magari no, ma si trova a governare un Consiglio dei Ministri avverso e instabile nei suoi obiettivi specifici. Le elezioni politiche avanzano.

2.      Viene letto uno dei tanti di cui circolano i nomi. Dopo il giuramento Draghi presenta le dimissioni di rito e sussurra che non è più disponibile. Il nuovo presidente, eletto da una parte contro l’altra, fa fatica a individuare il nuovo capo del governo e la maggioranza relativa, che comunque sarà una maggioranza di parte. Ma ci riuscirà trasformando il Consiglio dei Ministri in una fossa di leoni (o iene?). Le elezioni politiche avanzano.

Il quadro non offre altre alternative, magari ci possono essere delle varianti che non muteranno il senso di marcia.

 

Tra ambizioni personali, dissolvimento dei compiti della “politica”, scarsa fantasia e inettitudine dei leader non può capitare niente di diverso. I nomi dei candidati al Quirinale, che circolano ancora in questo momento sono molto risibili, si pensi che si parla di Letta, lo zio, di Pera, ma perché? o dell’immortale Amato Insomma il paese non sembra poterla scampare.

Eppure qualche personalità che può non farci arrossire esiste, ma appunto per questo non è presa in considerazione.

La mia preferenza vale niente ma la voglio esprimere a favore di Luigi Mancone.

 

 

mercoledì 12 gennaio 2022

Il dubbio

 

Diario

12 gennaio 2021

 

Il precedente diario, nel quale si speravano  riforme rivoluzionarie, si concludeva con un dubbio, dichiarato ma non spiegato. Questo dubbio voglio chiarire, non che sia importante ma, come dire, per dare una logica al discorso.

Il dubbio è presto spiegato: non credo che nell’occidente, più o meno ricco, la rivoluzione sia possibile, il mio non è disfattismo e neanche tradimento. Perché non è possibile? Per molti motivi ma i seguenti mi paiono i principali (anche se trattati un po’ grossolanamente): stiamo tutti bene; abbiamo mutato il nemico da abbattere in un concorrente, e tutti siamo concorrenti a tutti; la giusta affermazione dell’individualità è stata fatta tutta in chiave antagonistica con la collettività.

Stiamo tutti bene non disconosce differenze, povertà e miseria, ma il senso prevalente è che lo stato di fatto sia passeggero. Anche se non è vero la coscienza individuale ci dice che in futuro staremo meglio, che i nostri figli staranno meglio, ecc. Anche se abbiamo prove fattuali del contrario vegeta la grande illusione.

Nemico da abbattere, la spersonalizzazione del nemico, che in un certo senso è un tratto di civiltà, e ci rimanda al “sistema”, ha reso flebile la carica eversiva. Ci sorprende quando in una crisi aziendale gli operai identificano le persone a cui danno la colpa della situazione di crisi.

Esseri individui ci esalta, anche se abbiamo la percezione di essere massificati, ma questa esaltazione piuttosto che essere un modo costruttivo dello stare insieme nella diversità, tende a distruggere il collettivo. Non siamo individui dentro una collettività dal destino comune, ma piuttosto individui dentro un massa spesso informe.

Ma dire questo (contro-dubbio) non significa che nel mondo non si faranno rivoluzioni. Li faranno le società emergenti, nelle quali le differenze sono esacerbate e non rabbonite, dove ancora si individua, magari spagliando, il nemico da abbattere, e dove ci si sente parte di una comunità (magari tribale).

Noi dei paesi ricchi staremo a guardare, anche con paura, ma da li verrà la nuova società. Saranno delle rivoluzioni violente, non ci piaceranno, ma forse dobbiamo cominciare a pensare che la nostra strada è sbagliata. Ci vuole un sveglia, anche violenta.

So che questo è contrario ai criteri con cui ci si immagina le rivoluzioni,ma non dimentichiamo che la prima rivoluzione è stata realizzata nel paese con più basso livello di sviluppo capitalistico.

Il dubbio era questo ma forse si tratta di una farneticazione dettata dalla pandemia (forma estrema e risolutiva di soluzione)

mercoledì 5 gennaio 2022

Futuro. Tutto deve cambiare

 

Diario 5 gennaio 2022

 

Cosa ci si aspetta possa capitare domani? Credo che la grandissima maggioranza delle persone spera nella fine della pandemia; una maggioranza spera contemporaneamente nella fine dell’incertezza economica e un assetto economico più stabile e più inclusivo. Qualcuno spera  nell’arrivo di soldi,  qualche altro spera in un maggior potere, qualcuno spera di incontrare l’amore della sua vita, qualcuno più modestamente spera in una casa migliore e adatta alla sua famiglia, qualcuno, figuriamoci, spera nella felicità. Tutto ovvio e  anche insensato.

Dallo schermo televisivo filosofi, economisti, sociologi, uomini di cultura (chi sa qual è il significato reale di questa locuzione), sacerdoti e cardinali ci dicono che il futuro è nelle nostri mani.

Il che ha un significato chiaro: il nostro personale futuro sarà quello che l’attuale organizzazione sociale ed economica ci assegna, in un certo senso ci impone. Erediteremo dal nostro passato: miserie e nobiltà, ricchezza e povertà, ignoranza e cultura, grettezza e generosità… Pochi riusciranno a liberarsi dalla propria eredità.

Ma se il futuro personale è in minima parte nelle nostre mani, quello collettivo potrebbe essere la realizzazione di quello cercato e desiderato,  ma solo e  a condizione che lo si cerchi e lo si voglia tutti insieme.

Nella storia dell’evoluzione della nostra specie ogni forma di organizzazione sociale che ci siamo dati ha finito per giungere ad un punto in cui, per dirla con il linguaggio corrente della politica, la spinta propulsiva di quella organizzazione sociale si indeboliva e svaporava. Così città-stato, grandi nazioni, imperi, ecc. sono decaduti, travolti per la povera energia propulsiva espressa. Si,  congiure di palazzo, guerre, pestilenze, ecc. ma se si guarda bene dentro si vede come in ciascuna organizzazione ha finito per il decadere della propria forza innovativa e per la sua capacità di integrazione.

È tempo che si riconosca che la società odierna, nelle sue varie forme e articolazioni, che siamo soliti chiamare capitalista, o industriale, o consumistica, ecc. fino a socialista, appare giunta alla fine della sua corsa. Non solo non è in grado di garantire le sue promesse, ma addirittura sembra regredire e mettere in discussione la stessa sopravvivenza del pianeta che conosciamo. Nei dibattiti sull’ambiente, sulla disoccupazione o sulla natura “nuova” del lavoro, sull’immigrazione, sulla povertà, sul razzismo, ecc. in realtà di questo si parla sotto le righe. E questo mette paura.

Imboniti come siamo dal piccolo schermo, accidiosi, impauriti, terrorizzati davanti ai reali cambiamenti necessari, ci pare che lo stato della nostra società non possa essere cambiato, si non è perfetto ma insomma non ci si sta male. Nessuno riflette che lo star bene di uno corrisponde allo star male di un altro.

Non si tratta di contrapporre riforme a rivoluzione, ma piuttosto operare per riforme-rivoluzionarie, a partire della cancellazione della proprietà privata dei beni capitali, con tutto quello che ne discende in termini di organizzazione del lavoro, di scelte produttive, di sicurezza individuale e collettiva, ecc. Per non parlare delle forme di rappresentanza politica e di democrazia diretta. O ancora sulla durata, i contenuti e le forme organizzative della scuola.

Detto questo mi affiora un sospetto, ma di questo vi parlo nel prossimo diario.

 

 

 

 

  

domenica 26 dicembre 2021

Auguri, su coraggio

Diario

23/12/2021

Cari amici, prima di ogni cosa un grandissimo augurio per il prossimo anno, sebbene la grande pessimista della mia mamma diceva “al peggio non c’è mai fine” io resto ottimista.

Certo molti di voi diranno, ma che c’è da essere ottimisti: il morbo impazza, la politica mostra le ambizioni personali travestite da impegni per il bene comune, la scienza fornisce vaghe sicurezze, la letteratura non ci dota di speciali testi, ecc. Vero, tutto vero, ma per fortuna ancora il sole sorge ogni mattina, l’amore (come l’odio) riempie molti cuori degli umani, i fiori, anche se striminziti sbocciano, i bambini giocano, ……

Se qualcuno aveva dei dubbi ora può mettersi tranquillo: Mario Draghi vorrebbe fare il presidente della repubblica, se così fosse non sarebbe uno dei peggiori della nostra giovane Repubblica (o forse si!), del resto tra i nomi circolanti c’era di peggio anche tra alcune delle donne.

A proposito della politica credo che il detto di mia madre sia più attinente. 

Quello che fa specie è la vaporizzazione quasi completa della sinistra: smembrata, fatta a pezzi, non riesce a respirare, rantola nel buio della sua prospettiva. Si potrebbe sostenere dell’esistenza di un enorme spazio per lei, ma forse non è vero, ma è vero che quel poco che esiste ha bisogno di rinnovarsi, ma al contrario di Manzoni che lavò la lingua del suo romanzo in Arno, la sinistra non sa dove lavare i suoi panni e se stessa. Non c’è fiume attraente.

Detto questo buon anno e siate sorridenti e felici.

  

lunedì 29 novembre 2021

Rimini, una riunione del Manifesto (movimento)

  

 

Diario

28 novembre 2001

 

Nei giorni, 27 e 28, quello che resta del Manifesto e un gruppo di giovani (la speranza) si sono incontrati a Rimini, sia per celebrare il decennale della morte di Lucio Magri, sia per ragionare sulla fase, come la chiamiamo noi, e su quello che sarebbe utile fare.

Un certo numero di dotti compagni (non li ho contati ma sicuramente vicini a cento), venuti anche da lontano, fin da Palermo, hanno tentato di ragionare di politica. Un gruppo di reduci? Si e no. Molti si rivedevano dopo 30-40 anni, si rivedevano e meglio dire si riconoscevano con fatica, tutti siamo molto cambiati, intendo fisicamente, ma non di reduci, come siamo stati sempre abituati a considerarci, ma piuttosto  un faglia della sinistra con la pretesa di voler dire la sua.

L’elaborazione di Lucio è stata analizzata da molti punti di vista, in certi momenti è sembrato (a me) di essere in una Accademia storica per la puntigliosità delle citazioni, per i riferimenti alle diverse fasi storiche, per l’esplorazione degli scritti di Lucio a diversi livelli di approfondimenti. Ma non vorrei essere frainteso, anche dentro questa esplorazione si sentiva la passione politica dei singoli. Era chiaro che l’esplorazione del pensiero magriano non fosse una fuga ma un modo, me lo si lasci dire, di ripartire. Molti compagni in forme diverse hanno continuato a fare politica, alcuni si sono come ritirati nel loro guscio, e questa è stata un’occasione per tirare fuori la testina. Qualcuno ci ha messo una carica (modesta per fortuna) di critica, qualche altro ha avuto un atteggiamento esaltato, ma complessivamente una discussione molto interessante e sostanzialmente piacevole, se fosse possibile usare questo termine per una riunione di “politica”.

Ma l’oggi emerge, ne poteva essere diversamente, anche in questa riunione. La natura dell’attuale crisi, la pandemia come espressione di questa crisi e come meccanismo di riorganizzazione capitalistica, l’attualità della rivoluzione, il ruolo delle diverse forze sociali, la crisi ambientale e quella sociale, le loro relazioni, la necessità di un’organizzazione, l’unificazione delle forze in campo, le città, la necessità di lavorare ad una sorta di neo-comunismo, ecc. sgranando i grani di un rosario noto.

Non voglio essere frainteso ancora, non intendo che su questi tempi si sia andati molto avanti, lungo gli  approfondimenti necessari, tutt’altro, il tempo non c’era e poi di fatto questi non erano il cuore della riunione, ma è stato importante che le questione dell’oggi siano apparsi con l’evidenza che meritano. Forse se ci si rivedrà, cosa da molti auspicata, faremo delle riunioni tematiche, affrontato singole questioni per un lavoro politico che pare necessario.

Il clima della riunione è stato molto tranquillo, senza tensioni, e questa è una novità molto importante per una riunione del “Manifesto”, ma si percepiva una specie di ansia nei singoli compagni, nei singoli interventi, nei campanelli che si andavano formando, un’ansia di urgenza, non dipendente soltanto  dall’età di molti di noi, si percepiva anche nei giovani, si tratta piuttosto della  consapevolezza che un lavoro andava fatto e che noi tutti potevamo rappresentare un pezzo di questo lavoro.

giovedì 16 settembre 2021

Il Manifesto 50 anni

 

 

Cos’è un quotidiano comunista? Certo è un quotidiano che cerca la verità, che interpreta i fatti che avvengono avendo come punto di riferimento la condizione della classe operaia e degli ultimi (non necessariamente comunisti), che si sforza di non ripetere slogan  ma di articolare il comunismo nel processo di trasformazione della società.  Il Manifesto è stato sicuramente  questo, con intensità e intelligenza politica non sempre costante, le maree invadevano anche la sua redazione. Non importa quanto ciascuno di noi sia stato sempre d’accordo con quanto scrivevano i fondatori o i loro eredi, si trattava sempre di una medicina, anche se talvolta amara,  quasi sempre corroborante.

Colgo un’incomprensione profonda in chi propone di togliere la testatina di quotidiano comunista, o forse la considera un’espressione senza sostanza.

Ma c’è qualcosa di più. Non sembri un azzardo ma questo quotidiano ha rappresentato un argine alle derive della sinistra; la sua critica alla lotta armata come allo smottamento verso un riformismo senza corpo e anima, ha costituito un punto di riferimento importante, e ha finito per influenzare chi si muoveva nel campo della politica. Molti di noi sono spesso scandalizzati dalla pochezza dell’espressione che la sinistra, in tutte le sue articolazioni, esprime, ma riflettiamo su cosa sarebbe oggi la sinistra senza la presenza cinquantennale di questo giornale. Senza la critica che ha espresso, senza i suggerimenti che ha avanzato, il tutto facendo un giornale.

Possiamo dirci contenti e soddisfatti, perché mai, no, non lo siamo. Esprimo un’opinione personale che non è sostanziata dal confronto con altri compagni, usa meno e poi la … pandemia. A me pare che il giornale sia sempre radicale, anzi forse più radicale del passato su certe questioni, ma che contemporaneamente sia sempre più trascinato dai fatti spiccioli, per grandi che siano, ma abbia perso il gusto e la sapienza per riflettere sulla modernità del comunismo. 

Possiamo accettare che il capitalismo vinca sempre e ovunque, e che il “denaro” e le “merci” disgreghino continuamente la società producendo diseguaglianze, discriminazione, emarginazione, distruzione ambientale e guerre? Non possiamo sperare che cambi la sua natura senza che ad esso si opponga una prospettiva diversa, appunto il comunismo moderno. Questo può pescare nella tradizione i suoi valori, soprattutto la libertà, può ancora riferirsi a quanto elaborato in questo secolo, ma sicuramente deve definire le modalità della nuova organizzazione sociale e i mezzi per vincere. Dobbiamo capire il mondo per poterlo cambiare, questo è certo, ma dovremmo cambiarlo.

Il nostro comunismo, non può essere quello dell’inizio del secolo scorso, da li deve venire l’ambizione di cambiare la società (una follia?), ma qui ora dobbiamo declinare le modalità per disgregare il potere, dobbiamo fornire il sapere intorno al nostro mondo e alle sue radici, individuare gli strumenti di lotta, dobbiamo fornire un rinnovato pensiero materialistico e nuovi strumenti materiali per eliminare ogni piramide sociale, ogni discriminazione, ogni povertà (materiale e intellettuale). Non abbiamo scelta, siamo costretti su questa strada, se quello che vediamo non piace perché ingiusto e indegno di una umanità destinata al benessere generalizzato e alla felicità.

E qui torniamo al nostro giornale, alla necessità che sia di … più (non sembri una critica semmai potrebbe essere un’autocritica di quanti  leggono  con la puzza sotto il naso).  Un di più di fantasia, un di più di coraggio, un di più di lavoro in profondità, un di più in proposizione, un di più idi ricerca, un di più di elaborazione.

Il Manifesto non è mai stato una gazzetta (e non lo è), le sue ambizioni erano altre, non fare un giornale di sinistra (appunto quotidiano comunista), ma mettere mano ad uno strumento di lotta e per questo non è sufficiente la denunzia,  è necessaria la proposta, l’esplorazione dei soggetti in campo, la spinta verso l’autorganizzazione, la chiarezza degli obiettivi: il comunismo moderno.

Quanto scritto non vuole essere una critica a chi il giornale lo fa tutti i giorni, ma forse è il momento per riflettere su questo arzillo cinquantenne: mettiamolo sulla bici per scalare la montagna.

 

  

 

 

lunedì 13 settembre 2021

Agnés Poirier, Rive Gauche

Agnés Poirier, Rive Gauche, Arte, Passione e Rinascita a Parigi, 1940-1950, Einaudi, 2021

Il libro è la ricostruzione delle idee che hanno percorso Parigi nel decennio che va dall'occupazione nazista alla liberazione e alla ripresa.

Sono gli anni dell'esistenzialismo, e della trasformazione dei modi di vita soprattutto di chi era partecipe della vita della Riva Sinistra.

L'autrice racconta della presenza degli intellettuali, a cominciare da S e DB, e dell'animazione suscitata dalle nuove idee e dalla presenza di scrittori, artisti, intellettuali, non solo francesi ma anche americani. Il libro riesce a rendere viva l'articolarsi delle vite di questa umanità, sicuramente per molti versi eccezionale, dei loro rapporti e dei loro amori. Il modello di convivenza di DB e di S, che prevede un grande amore e una grande intesa, soprattutto intellettuale, insieme ad una piena libertà, costituisce per alcuni ambienti uno scandalo mentre per altri una ispirazione.

Interessante anche le vicende del gruppo (DB  e S, più altri amici come C, e compagni) con il partito comunista francese, molto settario e chiuso. 

La nascita della rivista Le Temps Modernes, e il ruolo assunto da questa pubblicazione.

Nonostante la molteplicità dei personaggi e qualche difficoltà nel seguirne le vicende, il libro non solo è di facile e piacevole lettura, ma è anche appassionante.


venerdì 10 settembre 2021

Restaurazione senza critica

 

 

 

Diario

10 settembre 2021

 

Se con un po’ di attenzione, e combattendo il filo di noia che prende, si seguissero le trasmissione di discussione politica, per esempio in TV, si scoprirebbe, con poca meraviglia, che alcuni degli interlocutori più critici (filosofi, professori, giornalisti, ecc., con un passato più o meno da estremisti), riescono ad appuntare sul governo delle critiche relative al metodo. Il decreto, la legge, il provvedimento poteva essere fatto meglio, essere più chiaro, senza contraddizioni, ecc., ma nessuno elabora una critica sulle prospettive di trasformazione della società.

Alcuni affermano la necessità di una trasformazione, ma si tratta di una affermazione senza spessore. Sono consapevole che non è facile indicare una “via di trasformazione” che non segua modelli storici fallimentari, ma tuttavia meriterebbe misurare quale tasso di trasformazione inducono i provvedimenti governativi. Niente di tutto questo. Quella operata da Mario Draghi è una vera e propria restaurazione, le innovazioni essendo limitate a quanto impone l’innovazione tecnologica e a quanto conviene integrare le trasformazione sociali indotte dal passare del tempo, senza sconvolgere rapporti di potere.

Non si tratta di una critica agli “intellettuali”, questi infatti non sono tutti uguali, si diversificano per cultura, esperienza politica, punti di vista sulla società, ecc. ma piuttosto pare necessaria una riflessione tragica, il pensiero critico sulla società e la individuazione dei processi di trasformazione (non di cambiamento) sono scomparsi dall’orizzonte del pensiero e della politica di sinistra.

Che suonino, che suonino pure, ma la musica pare inadatta alle necessità.

 

mercoledì 8 settembre 2021

Il "casismo" imperversa

 

 

Diario

8 settembre 2021

 

Io ho fatto le due dosi di vaccino, nessun disturbo collaterale, come milioni di cittadini. Io ho ottenuto il green pass facilmente, come milioni di cittadini. Io e quelli come me non siamo dei “casi”, non suscitiamo emozioni, la nostra esperienza non viene strombettata sui giornali e sulle TV, siamo, possiamo dire, dei casi normali.

Ma ci sono i casi, non normali, che costituiscono il pane quotidiano di giornali e TV. C’è il caso di chi non ha potuto ancora fare il vaccino, nonostante aver preso appuntamento; c’è il caso di chi ha avuto, fatto il vaccino, notevoli disturbi collaterali (previsti); c’è il caso del parente che fatti i vaccini è stato colpito dal virus (prevista la possibilità); c’è il caso della nonna che curatasi con un purgante sta benissimo (fortunata); ecc. ecc., l’articolazione dei casi ha uno spettro molto ampio. C’è il caso di chi per quanti sforzi abbia fatto non è riuscito ad ottenere il green pass; c’è il caso di chi ha avuto il green pass sbagliato; c’è il caso di chi per avere il green pass è stato sballottolato per tanti uffici; ecc. ecc. anche in questo caso l’articolazione dei casi è molto ampia.

Ora tutti questi casi di anomalie (previste o meno) trovano spazio sui giornali e soprattutto in tv, nei programmi di “discussione” (si fa per dire). Credo che sia giusto che se ne parli, si tratta di casi che forniscono indicazioni per operare delle correzioni al sistema della vaccinazione e alla documentazione di garanzia. Il problema sta nel fatto che i singoli casi sono trattati in modo screanzato, perché sono assunti come dimostrazione del caotico sistema di vaccinazione, o, ancora, rendere chiara  l’inaffidabilità dei vaccini e del sistema di somministrazione, alimentato dubbi, perplessità in una fascia modesta della popolazione.

Giornali e TV in questi casi non fanno “informazione” ma piuttosto   “disinformazione”, per la soddisfazione di scettici (pericolosi).     

martedì 7 settembre 2021

Mario Draghi + covid = oppio per la mente

 

 


Diario 7 settembre 2021

 

Quali sono i temi politici che attanagliano l’attenzione dell’opinione pubblica se non il destino futuro di Mario Draghi (presidente del Consiglio o della Repubblica?) e l’evoluzione dell’epidemia con i connessi problemi della vaccinazione e del green pass? Di recente si è aggiunto, per fortuna (non me ne vogliano le donne afghane), l’Afghanistan, che succederà di quel e in quel paese, dopo che l’Occidente ha ritirato soldati e quant’altro. L’Afghanistan ha sollevato grande emozione, che appunto come le emozioni molto presto sparirà.

Pur non sottovalutando la questione sanitaria, è detestabile  lo spettacolo che “attorno” si è costruito con grande apporto della politica e dei mezzi di comunicazione di massa, in primis la TV. Senza sottovalutare la questione sanitaria, mi pare che l’agenda delle questioni che potrebbero interessare il paese dovrebbe essere diverse. Ma non c’è verso: il destino del futuro di Mario Draghi e il covid dominano.

Si potrebbe riflettere e discutere del ruolo di restauratore svolto dal nostro presidente del Consiglio: nell’industria, nei rapporti di lavoro, nel distruggere ogni rappresentanza politica, ecc., ma come si fa, non è possibile mettere in discussione il salvatore della patria. La linea di gestione del nostro presidente e una sorta di veste autoritaria del tipo “maestro scolastico”. Lui non mortifica nessuno, neanche l’intemperante Matteo Salvini, lo chiama a se, se lo siede accanto e con pacatezza gli spiega cosa deve fare e quello abbozza. Se un suo ministro arditamente rivela la necessità del “nucleare”, egli non mostra né irritazione né stupore, ma tace (forse è d’accordo?). Questa sua maieutica funziona benissimo con il PD, non ha bisogno neanche di richiami, quel partito si è messo nella sue mani.

Eppure prima o dopo si dovrà riflettere su questa stagione, la pentola della società ribolle. Così i movimenti non vas, ecc.,  tutto quello ce se ne potrà dire,  sono uno sfogo, sicuramente stupido, del malessere della società.    

Si potrebbe iniziare a ragionare quali potrebbero essere i passi per imboccare una vera transizione ecologica, prescindendo da quello che ne pensa, male, il ministro competente. Si potrebbe ragionare sui passi culturali e di organizzazione sociale necessari affinché il paese diventi multietnico. Si potrebbe ragionare sui livelli massimi di ricchezza ammessi per i singoli (ricchezza acquisita legittimamente). Si potrebbe pensare di capovolgere il sistema di finanza pubblica: i livelli di imposizione dovrebbero essere definiti sulla base delle fabbisogno pubblico che parta da scelte discusse e condivise, e non viceversa. Si potrebbe riflettere sul ruolo della “moneta” in un sistema egualitario. Si potrebbe mettere mano ad una forbice culturale e sociale da una parte e repressiva dall’altra, in tutte le zone di insediamento della criminalità organizzata. Si potrebbe ragionare su un nuovo statuto dei lavoratori. Il ruolo degli anziani, quale potrebbe essere in un contesto sociale nuovo?

Se la società non guarisse della cultura della discriminazione, delle donne, in primis, delle scelte sessuali, di quelle religiose e raziali, resterebbe sempre una società malata e violenta. L’uso dei mezzi di comunicazione di massa che sono stati usati per l’epidemia di covid, dovrebbero, ancora di più, essere usati nei riguardi di questa epidemia, perché di una vera epidemia si tratta. Non possiamo ogni volta commuoverci per la donna uccisa da chi diceva di amarla e non vedere che oltre il fatto di sangue una discriminazione e una angheria costante viene consumata nei riguardi delle donne in tutti gli ambienti sociali.

Si potrebbe continuare a ragionare su quale società vorremmo fosse la nostra. I modelli sono e sono stati fallimentare, ma abbiamo bisogno di aria, di un pensiero giovane, abbiamo gli strumenti, ci manca la volontà, ma forse siamo in uno stato di impossibilità.

Tutto questo è impossibile, non si può mettere in discussione chi è stato chiamato “salvatore della patria” (unico!). Sarebbe bello se si rendesse conto che la sua presenza non moltiplica le energie vitali, ma le sta uccidendo. La sua è una presenza negativa per un nuovo futuro della nostra società. Ma forse non pensa assolutamente ad una nuova società.

Così del covid, basta parlare, sappiamo cosa fare, facciamolo e basta. Non è necessario sentire l’opinione, o il parere del filosofo e della casalinga, e di tutti quelli che ci stanno in mezzo. Liberiamo la mente da questa ossessione.

Dobbiamo ricominciare a pensare, a desiderare, a volere e se necessario anche a lottare. Da quando la lotta politica è diventata così sterile e repulsiva?  

     

 

domenica 5 settembre 2021

R. Scannavini, Al centro di Bologna, 1965-2015 (da Città bene comune, Casa della Cultura, Milano)

 

Il capoluogo emiliano, nel periodo di cui si occupa il libro di Roberto Scannavini – Al centro di Bologna, 1965-2015. Mezzo secolo di urbanistica (Costa Editore, 2020) –, è stato il cuore di una innovativa sperimentazione urbanistica che ha prodotto non pochi risultati eccellenti. Alcune fasi cruciali di questa esperienza hanno giustamente catalizzato l’attenzione della cultura urbanistica nazionale e internazionale per l’intelligenza politica e tecnica con la quale sono stati utilizzati gli strumenti di pianificazione disponibili e per le innovazioni introdotteGli anni presi in considerazione dall’autore, soprattutto i meno recenti, sono quelli in cui nel nostro paese sono state varate leggi importanti che avevano l’obiettivo di migliorare la gestione delle nostre città. Bologna, tuttavia, ci ha messo del suo ed è andata oltre la loro mera applicazione tecnica. Grazie all'impulso di assessori di grande spessore politico e disciplinare (come Giuseppe Campos Venuti, Armando Sarti, Pierluigi Cervellati), si è infatti avvalsa di consulenti esterni di primo piano (cito solo Leonardo Benevolo), ma soprattutto di un gruppo di giovani tecnici, molto impegnati e preparati, che ha supportato scelte politiche e urbanistiche coraggiose costituendo, di fatto, l’armata dell’intervento. A questo proposito, scrive Scannavini, andrebbe attribuito «…un riconoscimento particolare all’assessore Armando Sarti, … per la capacità d’iniziativa e la decisione coraggiosa – soprattutto per i tempi – di dare piena fiducia, da subito, ai giovani architetti neolaureati appena assunti in Comune» (p.18). Non è azzardato affermare che questa “fiducia ai giovani” possa essere considerata una chiave di lettura per spiegare, almeno in parte, il successo dell’urbanistica bolognese che non ha paragoni con quella praticata da altre città italiane nello stesso periodo. È questo l’ambiente politico e culturale nel quale l’esperienza bolognese è maturata e si è potuta affermare, assumendo il tema della conservazione della forma urbis e del centro storico come asse portante di ogni intervento urbanistico ed edilizio della città. Una scelta non priva di contrasti sul piano politico – perché si toccavano non pochi interessi immobiliari (quelli che nel nostro paese si sono sempre configurati come centri di potere, con grande rappresentanza politica, così come quelli delle cooperative) –, sul piano culturale e su quello disciplinare. Su quest’ultimo fronte, anche se il consenso è stato ampio, non sono infatti mancate le voci critiche (se ne trova traccia anche solo sfogliando la raccolta di Archivio di studi urbani e regionali degli anni Settanta).

Il libro di Roberto Scannavini – di fatto un resoconto di tutta questa esperienza che finisce per configurarsi come un bilancio della storia urbanistica di una città – mi pare interessante per due ordini di motivi. Da una parte, perché descrive gli strumenti adottati, gli interventi che sono stati realizzati e i loro esiti nell’arco di mezzo secolo. Dall’altra perché questo racconto si intreccia con la biografia professionale dell’autore; e non poteva essere diversamente dato che Roberto Scannavini è stato uno dei pilastri su cui si è costruita questa esperienza.

Partiamo dal primo ambito. Il volume è organizzato per grandi tematiche. I piani di tutela e i progetti di restauro, che comprende il piano per il Centro storico 1967-69; il piano di edilizia popolare nel centro storico 1973-85; verso il PRG del 1985; il PRG per il centro storico del 1985; il piano dei servizi e di sviluppo dell’Università; il sistema storico del verde; il recupero degli spazi pubblici e delle piazze storiche. Ho voluto elencare questi strumenti – che poi sono le tappe salienti dell’intera vicenda e che nel testo sono illustrati in modo dettagliato e corredati di molte immagini – per rendere esplicito che il risultato ottenuto, comunque lo si giudichi, non è un prodotto estemporaneo, né la semplice affermazione di un’idea astratta, ma l’esercizio di un significativo lavoro di pianificazione condotto attraverso l’utilizzo di strumenti urbanistici utilizzati in modo innovativo. Il piano di edilizia popolare nel centro storico, per esempio, esprime un’idea di città e di salvaguardia del corpo fisico della città non disgiunta da quello sociale. Nello stesso periodo, invece, generalmente l’intervento nei centri storici si caratterizzava per una modifica delle destinazioni d’uso degli immobili con l’allontanamento della popolazione; o per il restauro e il ripristino dell’edilizia esistente finalizzati all’aumento della rendita e dunque, anche qui, con la conseguente espulsione della popolazione; infine, per l’inserimento nei tessuti storici di edilizia nuova, spesso mostruosa, al posto di quella esistente con analoghi esiti. Al contrario, l’intervento pubblico di Bologna, appunto di edilizia popolare, apre un’altra strada (per altro non molto seguita): l’acquisizione pubblica di parte del patrimonio edilizio del cuore della città, il relativo restauro e la risistemazione della popolazione già insediata negli stessi immobili. Un approccio che ha permesso la conservazione, il recupero e la ristrutturazione del tessuto edilizio storico senza snaturarne l’anima. Cosa che ha fatto scuola e persino da traino per altri interventi privati.

Una seconda tematica affrontata nel testo riguarda il restauro e l’adeguamento dei monumenti e la loro destinazione a nuovi usi: piazza Maggiore; palazzo d’Accursio; l’ex sala Borsa; ecc. Interventi che non solo hanno garantito la salvaguardia di un notevole patrimonio architettonico e monumentale ma che hanno avuto come esito quello di dotare la città di nuove attrezzature, funzioni e servizi.

Il libro tratta poi il tema dell’Università, una delle più importanti del paese, dal punto di vista degli spazi necessari al suo funzionamento e del suo parziale decentramento fuori dal centro storico, nell’area vasta. Una problematica che ha riguardato palazzi di grande valore architettonico, suscitando allo stesso tempo una discussione sul patrimonio militare dismesso e ceduto al Comune. L’ipotesi di un suo recupero per motivi diversi non è decollata ma a questa l’autore assegna un ruolo strategico per la Bologna del futuro: la rigenerazione di tali aree dismesse e dei relativi complessi architettonici, secondo Scannavini, dovrebbero «essere congrui e compatibili con il ruolo complessivo del centro storico, sempre nel quadro dello sviluppo qualitativo di tutta la città» (p. 137).

Infine, un’ultima tematica riguarda la Fondazione Carisbo, con gli interventi sul complesso San Colombano e del palazzo Fava, quali luoghi per esposizioni permanenti o temporanee.

In generale, il lavoro dell’autore è finalizzato a descrivere la logica di ogni intervento in rapporto agli strumenti utilizzati. Ne illustra con dovizia di particolari i presupposti e risultati, anche con il supporto di una documentazione per immagini che aiuta a comprendere meglio le situazioni. Tuttavia, come dicevo, l’interesse del volume sta anche nell’intreccio della biografia dell’autore con la vicenda dell’urbanistica di Bologna alla quale Scannavini ha dato il proprio contributo come funzionario del Comune e, negli ultimi anni, come libero professionista. Una biografia che si snoda dai tempi dell’Università, alla Facoltà di Architettura di Firenze, e arriva fino ai nostri giorni attraverso opere, restauri, piani, programmi, ecc., con i quali l’autore si è misurato. Un racconto narrato come «un lungo viaggio al centro di Bologna, che – scrive Scannavini – è iniziato in quella lontana mattina sulle rive dell’Arno nel 1957, e che si dovrebbe fermare qui, nel cuore della città antica. Un viaggio certo anche professionale, ma soprattutto un viaggio nella storia dell’urbanistica di Bologna che, nata dalla spinta politica dell’urbanistica riformista di matrice assolutamente emiliana e bolognese, negli anni ’60 del Novecento, ha saputo, nel suo filone storico della tutela, crescere e rendersi autonoma ed incisiva a livello locale, nazionale e internazionale» (p. 128).

C’è però qualcos’altro di importante che la lettura di questo libro mette in luce, ovvero come sia rilevante il governo politico della città per la sua salvaguardia e per garantire una buona vivibilità ai suoi cittadini e a quanti la frequentino. Niente di straordinario se pensiamo che un approccio di questo tipo era praticato da tutti i soggetti che di questa vicenda sono stati protagonisti. Molti di loro, infatti, sono stati promotori di un riformismo attento a tali aspetti, anche se qualche volta con qualche compromissione, oltre che finalizzato a una buona gestione e nel caso specifico a un governo urbanistico intelligente e razionale. Uomini e donne impegnati che hanno consegnato alle generazioni future non una città senza problemi – questo sarebbe stato impossibile (anche sul piano strettamente urbanistico) – ma una città con un alto livello di vivibilità e con una altrettanto alta dotazione di servizi di ogni genere, anche culturali.

Scannavini a proposito di alcune vicende ricostruite nel testo riconosce che forse «si poteva fare molto di più, ma non si è riusciti nonostante un impegno sia politico che tecnico professionale di durata quasi cinquantennale» (p.132). Questo libro, invece, a giudizio di chi scrive fa chiaramente emergere quanto si sia fatto e la distanza siderale che tuttora esiste tra Bologna e altre città italiane ed europee.

Francesco Indovina

 

 

 

N.d.C. - Francesco Indovina, già professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica all'Università IUAV di Venezia, dal 2003 insegna alla Scuola di Architettura di Alghero (Università degli Studi di Sassari). Da sempre è fautore di un approccio interdisciplinare agli studi sulla città e il territorio coniugato a un saldo impegno civile. È autore di numerose pubblicazioni e ha fondato e diretto i periodici "Archivio di studi urbani e regionali" e "Economia urbana" (già "Oltre il Ponte"); dirige inoltre la collana di Studi urbani e regionali edita da FrancoAngeli.

Per Città Bene Comune ha scritto: Si può essere "contro" l'urbanistica? (20 ottobre 2015); Quale urbanistica in epoca neo-liberale (3 febbraio 2017); Pianificazione "antifragile": problema aperto (23 giugno 2017); Una vita da urbanista, tra cultura e politica (24 novembre 2017); Non tutte le colpe sono dell'urbanistica (14 settembre 2018); Che si torni a riflettere sulla rendita (8 febbraio 2019); Un giardino delle muse per capire la città (4 ottobre 2019); È bolognese la ricetta della prosperità (20 marzo 2020); Come combattere la segregazione urbana (27 novembre 2020); Post-pandemia? Il futuro è ancora nelle città (12 febbraio 2021).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

03 SETTEMBRE 2021


mercoledì 1 settembre 2021

no vax, ecc. Quale è il problema?

 

 Diario

1 settembre 2021

 

Si potrebbe dire, non c’è niente da contrastare se ci sono delle persone che siano convinti che i vaccini contro il covid siano controproducenti. Niente di male, un’opinione come un’altra, se il virus non fosse contagioso o se queste persone vivessero isolate in campagna (come suggerisce una loro bibbia). Ma il virus è contagioso e queste persone circolano tra di noi. Allora un problema esiste. Qui non si tratta di opprimere un’opinione liberamente espressa, ma di difendere la salute individuale e collettiva, anche la salute dei non vax. Se continuano a manifestare e ad assembrarsi diventano un problema di “salute pubblica”.

Come mai non esiste un movimento che volesse abolire la patente automobilistica? Si dirà perché guidare senza patente è pericoloso per se e per gli altri, come dimostrano le statistiche. Ma anche per gli infettati dal virus esistono le statistiche dei malati e dei morti: Ma si dice queste sono false e gonfiate, e le prime? Con i vaccini si stanno arricchendo le grandi case farmaceutiche, dietro c’è un grande affare, mentre con la vendita delle automobili no!

Ma so che è inutile cercare di convincerli, sono assorbiti dentro un fede, che tuttavia non vuole farsi martirizzare ma preferisce martirizzare gli altri (giornalisti, medici, scienziati, politici, ecc.). Sono masse pericolose, non so, potrebbero diventarle, non c’è di meglio per questo percorso di una fede frustrata: la grandissima maggioranza degli italiani si è vaccinata e vuole vaccinarsi, le grida dei non vax non credo facciano molto proseliti.

C’è un problema politico: al di là delle manifestazioni no vax la politica e il governo hanno l’obbligo di difendere la salute dei cittadini. Almeno questo! Evidentemente quello che fa non basta, bisogna intervenire con più determinazione, per asciugare l’acqua dove i no vax nuotano. Perché non rendere obbligatoria la vaccinazione per tutti? Perché non escludere da alcune risorse (per esempio sanitarie) chi non si vuole vaccinare?  Insomma, i cittadini devono essere difesi e se obbligato a prendere la patente automobilistica posso essere obbligato a prendere la patente contro il covid.

Il numero dei non vax non è esiguo, ma si tratta pur sempre di una minoranza, e gli “attivisti”, più o meno violenti sono ancora una minoranza della minoranza. Ma la domanda non è dove vanno, non credo che andranno lontani, ma soprattutto da dove vengono. La risposta semplice è: dall’ignoranza”. Una risposta facile che trascina subito dopo  alcune altre domande: ma che società siamo, che ruolo ha la scuola (tutti più o meno hanno frequentato almeno 5 + x anni di scuola), che ruolo hanno i mezzi di comunicazione di massa, soprattutto la TV.

A giorni riapre la scuola, ma che scuola è se non riesce a immettere nella testa dei giovani, che poi diventano adulti e vecchi, un minimo di sapere scientifico? Dico di sapere scientifico che comprende anche l’interrogarsi sulle verità della scienza, ma avendo la consapevolezza che per dare una risposta non basta semplificare e fornire soluzioni facili. In questo sembra brillare la bibbia che va di moda tra i non vax (Eresia), che suggerisce che la soluzione definitiva contro il Sistema sia “nella vita nei boschi, senza televisione, senza cellulari, internet, ecc.”. Una soluzione che credo sarebbe rifiutata da tutti i non vax, che amano le loro piccole o grandi comodità e soprattutto la tv dove abbeverarsi di sciocchezze (per fortuna non sempre e non da tutte, ma i non vax usano il telecomando).    

Dobbiamo pretendere di essere difesi, altrimenti che significato ha il detto popolare “quando c’è la salute c’è tutto”,  non è vero ma si avvicina alla verità, questa verità dobbiamo pretendere che sia rispettata.

sabato 14 agosto 2021

Gino Strada

 Diario

14 agosto 2021 


Gino Strada
Ogni giorno muoiono milioni persone, il nostro senso di umanità ci dice che sono tutti uguali, ma non è vero, non tutti hanno speso 
la loro vita per gli altri. Per tutti piangiamo per questo addio senza speranza, ma per alcuni piangiamo di più. 
Il dolore per la morte di Gino Strada non è solo per la sua perdita, ma anche per l'impoverimento del mondo.
Costruttore di ospedali, combattente contro la guerra, ricostruttore di corpi macellati dalle armi, la sua perdita è
immensa. Ma contro questa non possiamo fare nulla, ma possiamo aiutare la sua organizzazione ad andare avanti, 
possiamo permettere a tanti suoi collaboratori di continuare un lavoro necessario.      

martedì 4 maggio 2021

Una società senza ricchi

 

Diario

3 maggio 2021

 

Dalle notizie approssimative pare di capire che negli USA si  stiano cambiando i criteri di impostazione della tassazione sul reddito.  Il nuovo presidente ha bisogno di ulteriore risorse per far fronte al cospicuo investimento pubblico che vuole realizzare, indirizzato alla ripresa economica e al miglioramento delle condizioni sociali dei più deboli. Crescerà il prelievo  sulle imprese, oggi a livelli da vergogna, e crescerà quella sui redditi più alti, idem; ci si è convinti, e studi accreditati l’hanno dimostrato, che abbattere le imposte per le grande imprese e per i grandi redditi non porti ad un aumento degli investimenti e a ricchezza diffusa, ma all’accrescersi di patrimoni e di rendite.

Anche il presidente del nostro Consiglio dei ministri, professore Mario Draghi, nelle recenti repliche alla Camera e al Senato ha parlato della necessità di un nuovo sistema fiscale caratterizzato da razionalità e progressività. Pur prescindendo da cosa seguirà alle parole, la progressività è un principio chiaro ma equivoco.

È progressivo un sistema che va dall’1% al 50% d’imposta per le diverse fasce di reddito, ma lo è anche un sistema che si articola dall’!% al 90%. Ma quale dei due è il più razionale o anche quello più eticamente corretto. Dal punto di vista della singola persona forse il primo sistema sembrerebbe più accettabile, ma dal punto di vista della società nel suo insieme forse il secondo sarebbe più giustificabile. Ma ancora si potrebbe formulare una  proposta basata sul criterio che qualsiasi sia il sistema di tassazione questo non dovrebbe essere di ostacolo allo sviluppo futuro.  

E qui si aprono questioni enormi. Qualsiasi sia il sistema preferito non si può non considerare le grandi trasformazioni in atto. Lo “sviluppo futuro” lo misuriamo in termini di PIL, di occupazione, di salvaguardia dell’ambiente? Ogni opzione ha conseguenze enormi per la popolazione. Non possiamo non considerare che ogni investimento nel sistema di produzione, primario, secondario e terziario, è teso al risparmio di lavoro, e che succede del surplus di lavoro? Sicuramente non si potrà andare avanti con il sistema sociale attuale, né saranno sufficiente i criteri di salvaguardia sociale attivi, ci vuol altro.

La speranza di un nuovo sistema sociale, più giusto, più equo, più solidale, più libero è possibile, la sua realizzabilità non passa per la presa del palazzo d’inverno, ma per l’eliminazione dei “ricchi”, non degli intraprendenti e visionari, abbiamo gli strumenti ma sappiamo che i ricchi resisteranno. Ci vuole intelligenza politica e determinazione. Valuteremo Draghi, non per i passi che farà verso il Quirinale, ma per i passi verso questo tipo di  società.

Abbiamo qualche speranza? Poco. Non può essere un banchiere, per quanto bravo e impegnato,  che si muova su questa strada.