lunedì 13 ottobre 2014

Degrado politico: una lettera e una risposta



Diario 271

Caro Ciccio
malgrado non abbia, per ora molta voglia di occuparmi di cose inutili quali ciò che gli italiani si aspettano dalla politica, quello che ho sentito or ora alla radio, anzi quello che non ho sentito, è qualcosa di veramente disgustoso.
Due deputati del PD hanno invitato il padrone Sky,  che dà lavoro ad un certo Rapper che ha detto due parole sulla opportunità della testimonianza (inutile per quanto riguarda la verità) di Napolitano al noto processo (inutile per quanto riguarda la verità) sulla trattativa, a licenziarlo o a non fargli fare quello per cui lo pagano.
Nessuno ha notato ed esecrato che due deputati che sono portati, tra l’altro, in Parlamento per votare leggi quale quella che dovrebbe decidere sull’art. 18 che dovrebbe garantire (sic) i lavoratori dalle discriminazioni anche politiche, invocano essi stessi che il padrone Sky, per motivi politici, licenzi il Rapper.
Naturalmente, per non cadere io stesso in contraddizione, non auspicherò che il nobilissimo partito diretto dall’altrettanto nobile amico di Marchionne, licenzi i due deputati, ma mi permetterei di chiedere come può essere possibile, per i cittadini, continuare ad affidare alla democrazia politica o a un Parlamento le loro speranze. O magari ad Alfano da cui mi aspetto una circolare sui Rapper.
E poi che pena è la riassunzione? E’ pena questa? Forse per l’operaio sarà una pena continuare a fare arricchire un padrone di quel tipo. Ma in galera i padroni non ci devono proprio andare? Eppure sappiamo che prima di aprire i campi di sterminio si è ben pensato di discriminare gli ebrei sui luoghi di lavoro.
Vedi Ciccio tu sai come la penso, tu sai cosa (politicamente) mi angoscia, ma dimmi come posso mettermi a difendere o a giustificare un sindacato o anche un semplice cittadino  tanto imbecilli da ritenere che la loro forza risieda in un articolo di una qualunque legge? Che c’entra un tribunale col diritto universale a non consentire verso un uomo qualunque una qualunque discriminazione? Ma l’obbligo a non discriminare non è già nella costituzione? Non vale verso tutti i cittadini? E se facciamo una legge perchè un lavoratore per difendersi deve rivolgersi al sindacato? non è meglio che si cerchi un avvocato?

Tu sai che io, comunque sia, difendo l’esistenza del sindacato. Però perchè esista ed abbia una funzione non si deve stare in silenzio. E così hai letto nel tempo come io lo abbia accusato di essere complice del capitale quando si è messo a difendere l’aumento dei salari invece di difendere il pianeta la cui spietata azione di ruberia a suo danno (ed a nostro) permetteva (ricordi la mia sottolineatura sulla dinamica tra Terra, Capitale e Lavoro) lauti guadagni al capitale e miserabili compensi per il lavoro? Ora che il pianeta, ed il capitale lo sa bene, non permette di essere troppo derubato e reagisce, come Genova può testimoniare, e conseguentemente a non consentire un bottino che permetta  al capitale di compensare, seppur minimamente, il suo complice: il  lavoro.  Ed è proprio il lavoro, in una struttura capitalista,  ad essere destinato ad essere derubato. Perchè tu sai, come me, come una qualunque organizzazione criminale i primi che elimina dal suo seno sono la manovalanza, gli esecutori materiali.

Ti ricordi il silenzio, per esempio, su Taranto? Però non era il signor Riva ad eseguire materialmente le azioni che hanno provocato quello che sappiamo. Ogni delitto deve avere sempre il suo mandante naturale (Riva nel caso) ma anche degli  esecutori materiali (che sono sempre  lavoratori e stato).
Ma senza andare lontano, ho visto alla televisione come sono stati realizzati a l’Aquila i balconi di certe palazzine post terremoto . Ma a metterli in opera così, con quei tavolacci di scarto erano degli operai. E vuoi che questi operai non sapessero che fine, a breve, avrebbero fatto quei balconi? E non sanno come sono state realizzate quelle palazzine e la loro fine? Ma non solo tacquero allora, ma tacciono oggi. In più, perchè i cosiddetti magistrati inquirenti, non li interrogano? Interrogheranno i padroni della ditta, che se non sono stupidi (e non lo sono) sarà già stata chiusa e, all’epoca sarà stata intestata ad una testa di paglia, interrogheranno gli ingegneri, ma non i muratori, non i falegnami, non i lavoratori di quei fornitori di cemento ecc.

E che sindacati sono quelli che in nome di un salario, spesso miserabile, permettono ai lavoratori di essere esecutori materiali di crimini? No Ciccio, non serve a questo il sindacato! o, per lo meno, non serve a questo la mia idea di sindacato. Credono che avendo “ottenuto” lo statuto dei lavoratori sono a posto. Ma quando mai, nell’esecrato ottocento, gli esecrati Marx, Bakunin e i loro accoliti dell’epoca, hanno  ritenuto che i lavoratori sarebbero stati protetti da un tribunale? Sapevano benissimo a che serviva un tribunale, a che serviva un parlamento e le sue leggi. L’unica differenza era che alcuni volevano impadronirsi delle leggi e dei tribunali, per difendere i lavoratori contro i padroni, altri  volevano eliminarli totalmente in quanto sapevano che lo Stato, diventando a sua volta esso stesso padrone, non poteva comportarsi diversamente. 

Ciao Ciccio. Ti prego però, prima di liquidarmi dicendo che gli anarchici non cambiano mai e sono sempre quelli di sempre, guardando ciò che i comunisti, i socialisti, i liberali ecc. hanno fatto di se stessi, non sia un bene che ci siano ancora a pensarla come sempre.
Ti abbraccio
Angelo
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Caro Angelo,

preferisco rispondere alla tua lettera per mezzo del mio diario perché le questioni che poni possono, almeno spero, interessare gli altri amici. Le tue parole sono fortemente “marcati” da indignazione, che non è una colpa ma semmai un apprezzamento, magari molti si indignassero effettivamente che non leggendo soltanto il testo Indignatevi.
Per quanto riguarda i due deputati che tu menzioni (io me li sono persi) niente da aggiungere se non sottolineare ancora il livello di stupidità, cretineria e subalternità di molti dei nostri rappresentati del popolo (anche di quelli, diciamo così, di sinistra).
È sulla questione del sindacato e dei lavoratori (la loro responsabilità, come tu argomenti) e più in generale sull’apatia delle forze sociali  che vorrei dire qualcosa rispetto a quanto hai scritto (e non intendo liquidare la questione mettendo in campo l’anarchia, sai cosa penso, sai cosa apprezzo, sai cosa non condivido, serate di discussioni ci hanno chiarito, non convinto).
Forse molti in astratto desidererebbero una società libera, equa, solidale (quanto basta), senza violenza e nella quale tutti potessero realizzare le proprie aspirazioni, ma, contemporaneamente, il clima sociale, l’egoismo prevalente, la violenza endemica e la corruzione non confermano questa aspirazione. Non solo, ma la lunga crisi sfianca (individui e gruppi), finisce per rendere apatici e alla ricerca di una capro espiatore (i politici, la casta, che hanno colpe ma non tutte quelle che vengono  loro attribuite). Ma forse c’è un numero consistente di soggetti che sanno che una tale società non ci sarà data in dono, ma dovremo conquistarla, e per conquistarla è necessaria la “nostra” soggettività che può determinare le  condizioni per tale realizzazione.
È noto che la soggettività si costruisce all’interno dei processi sociali (di “produzione”) dove tale condizione è illuminata da una interpretazione della società, della sua dinamica, delle sue contraddizioni e dall’affermarsi di valori egualitari e di libertà. La costruzione di tale soggettività è questione complessa che intreccia realtà materiali e pensiero, non sorge spontaneamente, ha bisogno di “strumenti” di corpi intermedi (sindacati e partiti, per esempio) all’interno dei quali la propria condizione materiale perda, in un certo senso, la sua particolarità per diventare “condizione generale da cambiare”.
I “corpi intermedi”, questo è il problema. Essi sono il campo di una battaglia delle idee che non risparmia colpi né strumenti, ed è questo il “campo aperto” dove misurarsi senza ricerca di “purezze”; le “purezze”, come tutte le identità, alla lunga sono perdenti, perché refrattarie alle novità, nemiche della diversità e, ed è la cosa più grave, oppressive.
So che sei contemporaneamente d’accordo e no; sei d’accordo sulla, chiamiamola così, esigenza generale, ma sei in disaccordo sulla necessaria esistenza dei corpi intermedi, che tu vorresti in astratto cancellare (e non solo quelli) ma che poi alla stretta le puoi anche andare a difendere materialmente (come qualche volta hai cercato di fare).
Il sindacato, sicuramente non ci soddisfa, sicuramente fa degli errori (dal nostro punto di vista), ma attenzione, non credo di doverti ricordare che  i “miserevoli salari” sarebbero stati ben più miserevoli senza il sindacato e le condizioni di lavoro sarebbe state ben più dure. Dico delle banalità sulle quali l’accordo è facile. Il punto è che la battaglia delle idee all’interno del sindacato (diciamo meglio della CGIL) e nella frastagliata sinistra è stata di fatto persa. Non è che tradiscono, non è che sono opportunisti (anche) ma soprattutto non sanno, non vogliono sapere e si accontentano delle “verità” che a loro vengono servite belle e pronte. L’analisi della società, punto forte e necessario di ogni pensiero progressista e di sinistra, non è più nelle loro corde. È inutile che inventino “Fondazioni”, e inutile che diano corpo a “Centri sudi”, gli uni e gli altri nella maggior parte dei casi servono a garantire qualche “fetta” di potere (tra l’altro poi ci sono i finanziatori, tutti, ovviamente, “disinteressati”).    
Ma tu sei riuscito a sentire dalle parole dei nostri politici (di sinistra) e dei nostri sindacalisti (di sinistra), qualche riflessione sulle trasformazioni del capitalismo con il prevalere del capitale finanziario su quello produttivo? Su quale sia il ruolo sociale e politico del debito sovrano? Su l’accresciuto divario tra i pochi e i molti a proposito di reddito e di patrimonio? Su quale sviluppo tecnologico è pensabile  e quale il suo effetto sulla società? Eppure su queste cose abbiamo scritto, discusso, ma soprattutto altri, anche molto autorevoli secondo i parametri della nostra società, ne hanno scritto, discusso, pubblicato libri, ecc. Ma è come un rigagnolo laterale che scorre accanto al fiume delle verità confezionate, dove i “nostri” fanno i bagni, senza mai a quello immischiarsi.
Quello che mi lascia sempre meravigliato sentendo Renzi e i suoi ministri, ma anche moltissimi esponenti di punta della sinistra  è l’assenza nei loro discorsi di una prospettiva di società: possono discutere delle tecnologie da immettere nella pubblica amministrazione, dell’articolo 18, delle ore di lezioni nei diversi ordini di scuola, su quali aerei militare comprare o non comprare, ecc. ma mai che ci dicessero una parola su come queste cose si rapporterebbero al tipo di società che hanno in testa (ma proprio non l’hanno in testa, i fondamenti di questa gli vanno bene) Non richiedo un “modello”, ma degli indirizzi di marcia, dgli obiettivi intermedi che con quelli finali (?) dialogano,  sulla libertà, l’equità, l’autonomia, ecc. Vaghezze, ma soprattutto “frammenti” inconsistenti a fornirci l’idea di un quadro perché slegati. Gli 80 € vanno bene (prescindiamo), il TFR in busta paga va bene (prescindiamo) ma è l’obiettivo che va male, malissimo, tutto serve a rilanciare i consumi che dovrebbe rilanciare la produzione, che dovrebbe far crescere il PIL, … insomma che tutto fosse come prima, fino alla prossima “crisi”.
Per  la “battaglia delle idee” è necessario un nuovo grande lavoro di pensiero e di lotta, che per ragioni generazionali non ci può appartenere completamente, ma che penso, anche se in modo ancora non chiaro, si pongono parti consistenti delle nuove generazioni.
Tu vorresti che il sindacato facesse delle cose “giuste”: mobilizzasse i lavoratori contro l’uso di materiali scadenti, contro produzioni che provocano disastri, forse sei preso da nostalgia e ricordi quando queste cose si facevano (anni ’70); il tempo è cambiato le persone sono cambiate, le forse sono cambiate, e quindi anche  il sindacato è cambiato e la coscienza di tutti non è più quella. Ora siamo ridotti a difendere (perdendo) l’art. 18, a me sembra paradigmatico della situazione: una bandiera che viene sventolato da tutte le parti in modo improprio, ma solo per dare visibilità ad  un governo che fa (sic!)  e una sinistra che reagisce (con moderazione).
Per chiudere, la questione sarebbe troppo lunga, ma voglio dirti che pur con tutti i limiti individuabili, con tutte le storture possibili, preferisco vivere in uno “Stato di diritto” e il modello di società che ho in testa è fondato sul diritto, sulle libertà individuali, ma anche sulle garanzie. Non siamo una specie “buona” e non “uccidiamo” solo per mangiare.
Abbracci Francesco
  
  
  





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martedì 30 settembre 2014

Renzi: gli atteggiamenti, le prospettive, gli errori, la debolezza e la … forza

Diario 270

Renzi: gli atteggiamenti, le prospettive, gli errori, la debolezza e la … forza

La questione del “lavoro” ha messo in luce molte cose, si tratta di un velo che sollevato ha mostrato questioni di merito, di metodo e di prospettiva. Ma quanto è alta l’erba sotto i piedi di Renzi? Questa è una domanda da farsi.
Intanto i distinguo (per non dire gli attacchi) della grande stampa (meraviglia soprattutto La Repubblica che aveva assunto il ruolo di “organo di Renzi”), dei Vescovi, certo poi ci sono i distinguo e le precisazione, ci mancherebbe altro la Chiesa è maestra in questo, del Sindacato (dei “sindacati” anche se non uniti nelle modalità della protesta), della Confindustria che si spende in richiami e distingui, ecc.,  tutto questo sembra indebolire Renzi e il Governo.
C’è qualcuno che pensa di fare le scarpe al nostro giovane presidente, e in termini di “fare le scarpe” chi meglio di Della Valle? L’iniziativa, velleitaria, di Della Valle, mette in luce un’altra questione che attiene alla percezione delle cose politiche che si ha: si è diffusa l’opinione, ma non è solo un’opinione, che ha fare e disfare i governi non sia il Parlamento ma il Presidente della repubblica (Monti, Letta, lo stesso Renzi, insegnano), è per questo che Della Valle con la lista dei suoi ministri vuole salire al Quirinale.
Non credo che ci sia la volontà e la possibilità di scaricare Renzi, ma, ognuno per la sua parte, vuole fargli sentire la propria voce, ma non sanno che Renzi è sordo.
Se non fosse sordo avrebbe ascoltato quanti, con diverse argomentazioni e in diverse salse, hanno sottolineato che il problema dell’occupazione (o se si preferisse della disoccupazione) non è la legislazione sul mercato del lavoro ma gli investimenti. Si può convenire che il funzionamento del mercato del lavoro vada migliorato e migliorato molto (art. 18 a parte) o come si dice  “riformato” (oggi qualsiasi cosa si faccia e proponga è una “riforma”), ma l’avere sottolineato e sostenuto da parte del governo che questa modifica fosse necessaria per uscire dalla crisi, sembra una vera sciocchezza, ma non solo una sciocchezza di fatto, ma soprattutto una sciocchezza politica (cosa succederebbe se il meccanismo non funzionasse, come già gli 80 euro?).
Degli atteggiamenti di Renzi non voglio scrivere niente, l’ho fatto tante volte, ma voglio segnalare quando l’atteggiamento sbocca in un vero errore. È questo il caso dell’accordo del Nazzareno con Berlusconi. Il ragionamento spiattellato da Renzi è stato il seguente: Berlusconi è il capo dell’opposizione, non mi importa che si tratta di una persona condannato in via definitiva per reati contro la Pubblica amministrazione, per le riforme Costituzionali ho necessità di allargare il consenso e quindi devo trattare con il capo dell’opposizione. Io sono capace, lasciate fare a me che Berlusconi me lo mangio.Il relativismo etico non mi pare possa essere messo tra parentesi, è uno strumento di corruzione della società perché mette in crisi alcuni valori a favore di un opportunismo politico (non importa se a fin di bene, come è noto la via dell’inferno è lastricata …”) ma si tratta anche di un errore. Intanto il tema delle riforme costituzionali non è materia governativa ma parlamentare, l’allargamento del consenso, auspice il ministro delle riforme, doveva essere fatta in Parlamento dove c’è il patrito di opposizione ma non  il suo capo, non al Nazareno con Berlusconi. Ma c’è do più: Forza Italia  usciva da una scissione (Alfano) che aveva permesso a Renzi di formare il governo, con il patto del Nazzareno, come poi si è visto, si forniva a Berlusconi  uno strumento per bloccare ogni altro indebolimento di FI. Il patto del Nazzareno, semplificando molto, è un patto contro Alfano.
Da qui discendono tutta una serie di compromissioni con Berlusconi, interlocutore privilegiato (dispiace dirlo, ma in questo D’Alema ha ragione), non solo sulle riforme istituzionali ma anche sul resto.
Come ho scritto un’altra volta, mentre Berlusconi aveva offerto un modello da seguire, se uno non riusciva ad arricchirsi era colpa sua non di Berlusconi o del governo; Renzi, in questo molto diverso da Berlusconi, ha promesso di risolvere i problemi del paese. Con la sua azione, il suo governo, la sua semestrale presidenza dell’Europa, la sua trattativa con la germania, la sua azione nei riguardi della Commissione della UE avrebbe rilanciato l’economia, il paese, l’orgoglio degli italiani, e chi più ne ha più ne metta.
Ma i problemi non solo non sono stati risolti ma neanche individuati, annunzi di riforme a tappeto, senza nesso e senza un obiettivo generale se non quello di “modernizzare” il paese (che vorrà dire mai?). L’economia langue, la disoccupazione è fissa, gli investimenti latitano. Gli investimenti pubblici decisi rinvangano in larga parte vecchie decisioni, le promesse di rimettere a posto le scuole ancora sono ferme al palo, pensiamo solo a vendere quote di imprese e il patrimonio immobiliare,  mentre la retorica sulla ricchezza di questo paese (storia, cultura, arte, paesaggio ecc.) riempie i nostri giorni.
Nessuno pensa che tutto sia facile, il problema è che non si vede uno straccio di progetto sensato, una decisione che muova la situazione, una cosa che possa illuminare lo sguardo dei giovani emarginati. Tutti felice della cancellazione dei cococo e di altri contratti, ma quali contratti si devono aspettare i disoccupati e quelli in cerca di occupazione?
Detto tutto questo bisogna riconoscere che Renzi, nonostante le critiche della stampa, delle gerarchie ecclesiastiche, di settori imprenditoriali, ecc., non è debole, ma al contrario è fortissimo.
La forza gli deriva da una mancanza di alternativa (mica crediamo all’iniziativa fumosa di Della Valle né a quella più strutturata ma più velleitari,se fosse possibile, di Passera): a sinistra del PD praticamente non c’è niente, quello che si era faticosamente costruito è stato scaraventato in una sorta di pozzo senza fine, ma soprattutto il PD non può fare nulla. Non può appoggiare entusiasticamente Renzi, ma non ci si può opporre frontalmente, non solo per i numeri, ma per il pericolo della spaccatura che scioglierebbe lo stesso partito.

La forza di Renzi è la debolezza degli altri (5* e FI comprese). Al posto del giovane presidente del consiglio tuttavia starei attento, il futuro potrebbe non essergli amico e potrebbe anche non essere amico del paese. La sua responsabilità è enorme, sembra avere consapevolezza di questo ma in realtà dà l’idea di giocare alla battaglia navale.

mercoledì 24 settembre 2014

La grande attesa

Diario 269

La grande attesa

In tutte le sedi delle maggiore industrie, società per azioni, imprese di servizio qualsiasi cosa producano (auto, dentifricio, bicchieri, occhiali, vagoni ferroviarie, cemento, medicinali, servizi di trasporto, ecc.), i consigli di amministrazione sono in riunione permanente da diversi giorni. Le segretarie impazziscono a portare continuamente panini e bottiglie d’acqua, a mettere in contatto i singoli consiglieri con le loro famiglie, ad aggiornare le informazioni. Lo straordinario è diventato l’orario corrente.
Nella sala di riunione si avvicendano tecnici e progettisti che espongono carte e modelli con progetti, mentre gli economisti delle stesse  imprese sfornano continui tabulati che forniscono il “tessuto economico” dei diversi progetti. Esperti di localizzazione piantati davanti ai pc valutano le convenienze dei diversi siti (il sistema delle reti stradali e ferroviarie, il prezzo delle aree, ecc.). I servizi di sicurezza garantiscano la segretezza di queste riunioni, infatti lo spionaggio industriale ed economico è molto attivo.
Insomma un grande fermento, una esplosione di iniziative, che promette un rilancio economico e produttivo. Un fermento che ha messo anche sul chi vive gli istituti bancari, le banche d’investimento, i fondi; mentre gli operatori di borsa sono con il fiato sospeso tutto può accadere.
Un fermento che non investe solo i paesi europei (anzi in quest’area  sono le imprese tedesche sembrano maggiormente interessati a quello che sta avvenendo e che potrebbe avvenire); negli Stati Uniti e in Canada c’è agitazione anche se con un tasso di mobilizzazione modesto; è soprattutto la Cina che sente forte la pressione. Non si esclude una riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sul tema specifico. Qualcosa si muove anche in Brasile e India, non solo ma anche, e non si riesce a crederci, anche in Russia, nonostante le ultime decisioni dei paesi occidentali, le grandi società statali e private sono all’erta.
I grandi quotidiani e le più importanti rete radio televisive hanno allertato i loro migliori commentatori, i migliori segugi di informazioni sono stati lanciati nella raccolta di notizie. Nessuno vuole fallire la notizia e gli effetti dirompenti che la notizia stessa avrà.
Tutti sono in attesa dell’approvazione del Job Act da parte del Parlamento Italiano, soprattutto l’attenzione è spasmodica su cosa ne sarà del famigerato articolo 18. Il futuro del rilancio, non solo dell’economia italiana (tutti i progetti di cui si è detto sopra, infatti, riguardano possibili investimenti nel nostro paese) e di quella mondiale.
Liberarsi del ristagno, della recessione è tutto legato a questo atto del nostro Parlamento e a gli effetti che produrrà non solo per gli investimenti nel nostro paese, ma anche, data la globalizzazione, per tutto il mondo.
Mai il nostro paese era stato al centro dell’interesse mondiale come adesso. Il Parlamento è investito da una grande responsabilità per l’oggi e per il domani.

  

venerdì 12 settembre 2014

Il Pil e l’etica statistica


Il Pil e l’etica statistica

di Giuseppe Amari

da: sbilanciamoci
11/09/2014
Abbiamo appreso che anche l’Italia si adeguerà all’Europa, secondo l’indicazione dell’Eurostat, nel considerare nel computo del Prodotto Nazionale Lordo (PIL) le attività illegali come il traffico della droga, il contrabbando, la corruzione e la prostituzione.
Dopo aver già inserito, a suo tempo, la stima dell’attività in nero (sommerso). Il “drogaggio” (è il termine giusto) del PIL ci permetterà di rispettare con meno difficoltà gli impegni presi in Europa. Tanto che la presentazione del DEF (Documento di Economia e Finanzia) è stata spostata ad ottobre, dopo il suddetto ricalcolo.
Naturalmente, anche la scelta europea (come se antecedentemente non esistesse la criminalità e avendo sinora imposto politiche restrittive che si sarebbero evitate se quel riconoscimento fosse avvenuto prima) è probabilmente dettata dalla ipocrisia tecnocratica di concedere una maggiore elasticità rispetto a quei parametri e non ammettere la loro impraticabilità e inconsistenza scientifica, come ormai assodato. Un “pitagorismo” economico politicamente molto utile per pretendere riforme di stampo liberistico e antipopolare imposte dai circoli finanziari e dai politici europei a loro subalterni, responsabili della stagnazione decennale e della recessione in tutta Europa.
Oltre a distrarre l’attenzione dalla causa più profonda dell’attuale crisi, non solo economica, da ricondurre innanzitutto alla “iniqua e arbitraria distribuzione del reddito e della ricchezza” (Cfr. J.M. Keynes).
A suo tempo Bruno De Finetti, un grande matematico che si intendeva anche di economia, parlava di Prodotto Interno Lordo nel senso di “sporco”. Si riferiva al fatto che nel suo computo vengono considerate in modo positivo transazioni socialmente e umanamente dannose per la comunità come le spese in armamenti, quelle causanti l’inquinamento ambientale e territoriale (a cui andrebbe aggiunto quello finanziario, non meno pericoloso, come ricordava il suo amico Federico Caffè).
Ma neppure De Finetti avrebbe immaginato che il “lordo” sarebbe diventato “lordissimo”! E tanto meno il povero Adamo Smith che era, prima che economista, docente di diritto e filosofia morale. Il PIL – come è noto – deve dar conto del valore del flusso annuale di beni e servizi prodotti che vanno ai consumi ed eventualmente ad accrescere la ricchezza di un paese (per la cui definizione non si può evadere da giudizi di valore espressi democraticamente). Ma se si considerasse il degrado ambientale, territoriale e del patrimonio artistico grazie proprio agli speculatori e alle mafie, un conto patrimoniale (che non viene effettuato) constaterebbe che la ricchezza del Paese sarebbe da molti anni in declino.
Non tutti sanno (o ricordano) i limiti di contabilizzazione del Prodotto lordo (che diventa “netto” per gli economisti quando dal “lordo” si sottraggono gli ammortamenti, cioè il consumo del capitale). In realtà questo considera soprattutto le transazioni ufficiali sul mercato, e procede a imputazioni (come nei servizi pubblici imputati al costo e cioè sostanzialmente in base alle retribuzioni dei dipendenti pubblici a prescindere dall’effettiva produttività) e con non semplici stime per le altre (come il “sommerso” e oggi con le attività illegali). Scherzosamente è stato detto che se un economista sposa la sua governante il PIL diminuisce (della sua paga). Ma anche le transazioni ai prezzi di mercato non considerano la loro scarsa significatività per la società considerata come un tutto. A seguito del crescente grado di monopolizzazione, dei fenomeni indotti di psicologia di massa, della già ricordata presenza delle molte esternalità negative. Né vanno dimenticati gli effetti distorsivi dovuti alla stessa iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza.
Così che la valutazione del PIL è da effettuare più sull’ordine di grandezza e dei suoi andamenti tendenziali, compresi i suoi principali componenti, che nei decimali di punto. Sono cose note agli esperti ma solitamente dimenticati anche dagli stessi quando (dis)informano il pubblico.
Ma dopo le sofisticate, recenti elaborazioni di Stiglitz, Sen, Fitoussi (nel rapporto Sarkozy) per rendere più significativo il PIL, da implementare anche con altri indicatori sociali, la scelta di cui parliamo è veramente paradossale. Mai come questa volta l’economia si è dissociata ufficialmente dalla morale e dal diritto.
Vale dunque ancora l’avvertimento di Federico Caffè, nel commentare il premio Nobel a Richard Stone, uno dei pionieri moderni della contabilità nazionale, sul “lavoro da compiere per ridurre i divari tra le pluralità (o schizofrenie) delle etiche statistiche” [1].
Ma c’è inoltre ancora un grave danno: quello di gettare discredito nei confronti di un’attività come quella delle rilevazioni statistiche e dei conti nazionali che sono indispensabili per azioni di consapevole politica economica e per una corretta informazione necessaria per l’esercizio democratico del cittadino. Per non parlare ovviamente dell’offesa ai tanti che hanno sacrificato la vita e tuttora la mettono in pericolo per combattere quelle attività e dalla cui sconfitta ci dovremmo avvalere per accreditarci false ricchezze e povertà morali.
Non si era detto che le attività illegali e criminali rappresentano un danno e un inquinamento per l’economia e lo sviluppo (civile)? Ecco perché dovrebbero essere innanzitutto gli economisti e l’ISTAT stesso, che ha una ben diversa tradizione, ad elevare la protesta in sede europea [2].
Sulla stima quantitativa della criminalità c’è già chi si lamenta per un non adeguato riconoscimento della “virtù” patria, che meriterebbe ben più del 2% del PIL che sembra vogliano riconoscerci: solo circa 30 miliardi, un vero affronto alle nostre organizzazioni criminali e quindi benemerite che sono anche – non dimentichiamolo – esportatrici nette (in questo caso al netto delle importazioni di reato) e quindi creatrici di “valore criminale” in Europa e ben oltre.
Questa, dunque, “èlavoltabuona” per “battere i pugni” in Europa!
Tra le condizioni richieste per “contabilizzare” il reato, ci sarebbe però quello della consensualità tra i rei, rimanendo quindi escluse le forme estorsive. Poco male, perché comunque saranno ricomprese le forme di associazione a delinquere (che moltiplicano il business e il PIL), anche se per il diritto penale rappresentano un aggravante.
Spetterà comunque al Presidente del Consiglio risolvere i conflitti di interesse (si spera) tra i suoi ministri dell’Economia dell’Interno e della Giustizia.
Ma, per riprendere il caso dell’economista e della sua governante, perché non considerare allora, in alternativa, le prestazioni delle casalinghe (e dei casalinghi) in aumento anche grazie alla recessione e al declino del lavoro (di mercato) in assenza di proposte più intelligenti?
Sarebbe “lavoltabuona” per cacciare la Troika di torno!

[1] F. Caffè, “Richard Stone, l’economia e l’etica statistica”, il manifesto, 19 ottobre 1984.
[2] Come ad esempio sollecita Luigino Bruni: “Pil ‘nero’, fuori dal bene comune” , Avvenire, 29 maggio 2014 .

lunedì 8 settembre 2014

Matteo Renzi: senza naso, senza bocca, senza orecchie e senza … partito

Diario 268

Matteo Renzi: senza naso, senza bocca, senza orecchie e senza … partito

“Io ci metto la faccia”, così si è declinato il progetto politico del Presidente del consiglio a proposito delle riforme. La sua faccia dovrebbe essere già ampiamente affettata, infatti le riforme annunziate: entro un mese, entro giugno, ecc. non sono state realizzate.
Questo modo di porsi politicamente mette in discussione non solo la credibilità del Presidente ma anche la tenuta del suo consenso.
Certo si può ragionare pensando che se l’elettorato italiano si è sopportato per decenni Silvio Berlusconi, che in fatto di mantenimento delle promesse non è stato secondo a nessuno, si può stare tranquilli che anche per Renzi il consenso elettorale non potrà mancare. Ma forse non è così.
Berlusconi al di là di qualche sporadica promessa (“un milione di posti di lavoro”) quello che offriva era un modello: un uomo fattosi da sé, ricco, in quanto ricco potente, in quanto ricco e potente è circondato da belle donne, un uomo di successo, in tutti i suoi aspetti (desiderati dai più). Un modello al quale tutti poteva aspirare, le proprie caratteristiche, il proprio impegno, le proprie capacità, solo queste avrebbero permesso a ciascuno di conformarsi al modello. Se non ci si fosse riusciti non era colpa di nessuno ma solo di se stessi. Il messaggio di Berlusconi, al di là di sbavature di tipo politico, era un “modello” che caricava su ciascuno la possibilità di emularlo.
Il messaggio politico di Renzi è molto diverso: non un modello ma un processo di riforma del paese (“cambiare verso”), Renzi scarica su se stesso (neanche sul suo governo) la capacità e responsabilità del cambiamento. Il paese è in attesa che questo cambiamento avvenga, Non si fa carico a ciascun cittadino del cambiamento, se non per le conseguenze che possono capitare tra capo e collo a ciascuno date le scelte governative (conseguenze quasi tutte negative). Il consenso a Renzi è legato alla fiducia che l’uomo riesca nel suo intento.
Due messaggi completamente diversi, due conseguenze completamente diverse.
Renzi è inconsciamente cosciente di questo: quando all’inizio del suo mandato ha dichiarato che in un mese avrebbe riformato il lavoro, in due la pubblica amministrazione, in tre …. era, non solo baldanzoso e presuntuoso, ma capiva (forse a pelle) che queste erano le attese. Da qui “ci metto la faccia” (ormai una faccia fregiata).
Resosi conto che i problemi erano molto più complicati, le soluzioni difficili da trovare, gli interessi coinvolti molti e discordanti, ha allungato la sua traiettoria riformista: 1000 giorni. Ma mille giorni sono tanti e lunghi da passare, soprattutto se in questi 1000 giorni si macella la società: blocco della contrattazione e degli aumenti nella pubblica amministrazione, rinvio dell’assunzione dei precari della scuola, protesta di carabinieri poliziotti, ecc. prossima agitazione generale delle tre confederazioni sindacali, ecc. In più le questioni internazionali, la richiesta degli USA di aumento delle spese militari, i pericoli di un coinvolgimento bellico, ecc.  I 1000 giorni rischiano di essere per Renzi un calvario, anche perché ha scelto di essere “solo al comando”.
Non credo che la strada delle riforme che Renzi e la UE fanno intravedere siano appropriate per affrontare la crisi, ma immaginiamo per un momento che sia la strada giusta. Per realizzare questa strada il Presidente del consiglio avrebbe bisogno dell’apporto di un’organizzazione politica (una struttura intermedia) non solo che lo sostenesse ma che soprattutto facesse “lavoro politico e culturale” tra il “popolo” . Che potesse convincere le forse sociali della necessità di pagare dei prezzi, ma che fungesse anche da cinghia di trasmissione tra le forze sociali e il governo. Qualcuno potrebbe giudicare troppo “tradizionale” questo punto di vista, ma in assenza di questa intermediazione cosa potrebbe accadere e cosa accadrà dato che questa struttura intermedia è stata dallo stesso Renzi distrutta. Va detto, a prescindere dal giudizio che ciascuno di noi ha dato e avrebbe potuto dare del PD, che quel partito non esiste più, che uno “nuovo” non è nato. Quello che rimasto si destreggia tra lotte intestine, dichiarazione di amore, e feste dell’Unità.
Il primo obiettivo di Renzi appena eletto segretario è stato non soltanto della rottamazione dei suoi gruppi dirigenti, ma la distruzione del partito e di quel che restava della sua organizzazione, progettandone vagamente uno nuovo. Oggi che di un partito che sostenesse “popolarmente” la sua politica avrebbe bisogno come l’aria, non lo ha più.
Avere pensato che bastasse la “comunicazione”, la trovato del cono gelato, la non partecipazione alla riunione del gotha dell’economia, tanto per citare gli ultimi episodi comunicativi, potessero bastare per tenere legato il consenso popolare a me pare un errore.
Poiché  il progetto politico di Renzi sono le riforme, l’opinione pubblica lo misurerà sulla realizzazione delle riforme e sui benefici che queste riforme porteranno per tutti o per larghi strati della popolazione (ci potranno essere dei momenti di coinvolgimento e di entusiasmo per Renzi, ma poi i nodi del reddito, della disoccupazione, ecc. verranno prepotentemente a galla).
Un progetto di lungo periodo (1000 giorni, per cominciare), l’assenza di una struttura intermedia di sostegno (il Partito), la scarsità dei risultati, il costo delle riforme che graverà sul ceto medio e sugli strati popolari, lasciano presagire un declino non troppo lontano di Renzi.

In questo c’è una tragedia: la mancanza di un’alternativa progressista e di sinistra.           

martedì 2 settembre 2014

Renzi, gli occhi chiusi sul debito

Diario 267
·         Renzi, gli occhi chiusi sul debito
·         Don Luigi Ciotti minacciato dalla mafia

Renzi, gli occhi chiusi sul debito
Sarebbe una troppo facile ironia affermare che il Consiglio dei ministri che doveva dare inizio a “cambiare verso” al paese,  ha prodotto uno striminzito topolino. È inutile che gli organi di stampa  governativi si spendano per dimostrare il contrario, o che apprezzino che al “passo veloce” (troppo, dicono) Matteo Renzi abbia sostituito un “passo riflessivo” (chiamato in tanti modi), ormai l’orizzonte del governo sono mille giorni, non più tre mesi. Tutto sarebbe da ridere se non fosse tragico per il paese che non può aspettare né 1000 giorni, cioè la fine della legislatura;  né il “richiesto”  bene placido dal governo tedesco (ma poi per fare che?), né il rimpasto di governo, né gli ennesimo annunzi risolutivi, né la positiva (forse) iniziativa della Banca europea, possono modificare il quadro.
La verità semplice quanto tragica e che Renzi, i suoi consulenti (più o meno ufficiali), i suoi ministri non sanno cosa fare, perché non hanno percezione perfetta di  quale sia la situazione.
Ormai è chiaro oltre ogni mistificazione, l’Italia non sarà mai in grado di “onorare” (come si dice) il suo debito sovrano. La vendita di questo o quello pubblico, il taglio di questo o quello spreco, i vantaggi derivanti dalla diminuzione della differenza con i titoli tedeschi, non potranno che contribuire con delle briciole, ma non riuscirebbero ad intaccare significativamente il debito.
Sempre più si fa strada la necessità di una ristrutturazione del debito (svalutazione dei titoli, durata più lunga, ecc.), anche economisti di prestigio e non rivoluzionari cominciano a considerare la cosa come necessaria. Lucrezia Reichlin, non un’estremista, si sta spendendo molto per una soluzione di ristrutturazione del debito e ha argomentato, in una intervista, che l’investimento in titoli di stato sono come qualsiasi altro investimento, non sono investimenti “garantiti” e quindi intoccabili (quante volte abbiamo sostenuto lo stesso concetto). Accettare questo stato di fatto ci farebbe fare un salto su che cosa fare molto importante.  
Ma il governo di tutto fa finta di occuparsi (giustizia, scuola, opere pubbliche, lavoro, ecc.) tranne che del debito. E come se non esistesse, una cosa estranea che è rilevante solo per i vincoli imposti dalla UE.
Non credo che sia una stravaganza sostenere che fino a quando non si prenda questo toro per le corna, non usciremo da questa crisi, che mese per mese cambia fisionomia, che potrebbe anche trovare un lieve e temporaneo sollievo da una politica di investimenti pubblici (il governo tedesco permettendolo),  che comunque non sarebbe risolutiva (non va alla radice).
Certo sarebbe un episodio da scrivere a gloria della UE (dimenticando tutto il peggio fatto) se la ristrutturazione dei debiti fosse una iniziativa Europea, ma non è detto che non possa farlo uno Stato singolo (senza che sia imposta  da una “troika”, che ha in odio i popoli ed è indifferente agli esiti sociali; ricordare la Grecia).  


Don Luigi Ciotti minacciato dalla mafia
Il capo della mafia, che sembra (o crede di essere) ancora potente sebbene all’ergastolo, ha minacciato di morte, come riportato dalla stampa Don Luigi Ciotti, l’animatore di Libera e di tante iniziative contro la mafia.
La fede ci divide, ma la mia ammirazione e stima per don Ciotti è molto grande, non solo per questa meritevole battaglia che conduce contro la mafia, non solo per aver assunto l’iniziativa di utilizzare, per una produzione “liberata”, le terre e le proprietà confiscate alla mafia, ma per il impegno politico complessivo. Per farmi capire voglio ricordare una frase che ha pronunziato ad una grande assemblea del suo movimento a Cagliari, qualche anno fa: “basta con la solidarietà, pretendiamo diritti”. Come dire un estremista che va oltre, molto oltre, lo spirito tradizionale del suo sacerdozio e lo interpreta in forma politica democratica e di sinistra.
Bisogna evitare che don Ciotti resti isolato, perché questo vuole la mafia ed è allora che colpisce.

La minaccia mafiosa si contrasta appoggiando e sostenendo concretamente le iniziativa di don Ciotti. Per esempio comprando i prodotti di “libera”, sostenendo economicamente l’associazione acquistando i buoni a questo scopo dedicati, si trovano per esempio nei negozi COOP, manifestando a suo favore e chiedendo un atto di sostegno del governo e del parlamento.  

sabato 23 agosto 2014

La criminalità organizzata entra in contabilità nazionale

Diario 266

La criminalità organizzata entra in contabilità nazionale

La valutazione del reddito nazionale costituisce da sempre un problema non solo statistico ma anche teorico; Pigou sottolineava che se avesse sposato la propria cuoca il reddito nazionale sarebbe diminuito, a quello, infatti, veniva a mancare l’apporto del salario della cuoca, anche se con molta probabilità avrebbe speso di più per la moglie.
Oggi l’operazione che si sta facendo è inversa a quella denunziata da Pigou, non si sposano le cuoche, ma  si  incrementa il valore del PIL con una valutazione economica delle attività criminali: prostituzione, commercio di stupefacenti, commercio di armi, tratta di organi, ecc.
Dal punto di vista statistico, forse un’operazione giustificabile, ma è certo che si tratta di una modifica che investe aspetti sostanziali della convivenza. Proviamo a indicarne alcuni, dai più banali ai più complessi.  
Intanto l’aumento del PIL farà diminuire la pressione fiscale, ma si tratta di una pura illusione contabile: le attività criminali continueranno ad esercitarsi in “nero”, mentre la quota dei soggetti che pagano le tasse, senza nessuna modifica nei loro esporsi fiscali, avranno l’impressione di pagare meno in rapporto alla nuova valutazione del PIL.
Siccome non esiste un’anagrafe delle attività criminali la stima del loro contributo al PIL sarà di tipo parametrico: sulla base dei reati scoperti e perseguiti si valuterà l’ammontare delle risorse di queste attività. Non ho dubi che i nostri statistici abbiano individuato parametri significativi, ma come si valuterà l’efficienza dell’attività repressiva? Se aumentano i reati perseguiti si stimano in riduzione i reati (e i relativi redditi) non scoperti? Ma non è detto che esiste questa relazione inversa.
Ma se i redditi di queste attività entrano a far parte del PIL e permettono al paese di stare all’interno dei parametri imposti dalla UE, non conviene chiudere un occhio su queste attività? Tanto queste, al contrario delle attività legali ma sommerse (che entrano già come stima nel calcolo del PIL), non potranno mai emergere. In quest’ottica mi pare naturale che la discussione per la legalizzazione delle droghe leggere (prescindiamo da una valutazione di merito) sarà molto raffrenata, si rischierebbe di prosciugare un apporto al PIL.
Se queste attività vengono riconosciute come economicamente significative (produttrici di reddito, di occupazione di indotto, ecc.) ne dovrebbe derivare che un certo livello di WS dovrebbe essere riconosciuto ai membri di questa associazioni criminali. Così per esempio la manifestazioni dei familiari dei criminali arrestati che denunziavano che le casse del loro privato ws erano vuote, (una sorta di INPS garantita dalle associazioni criminali a favore dei familiari degli arrestatati) meriterebbe un intervento dello stato?
Non si tratta di essere o di fare l’anima bella, ma certo avere da una parte una legislazione che sanziona, anche pesantemente (vedi l’affollamento delle carceri), alcune attività, a torto o ragione, ritenute illecite e criminali, e dall’altra farsi belli con il PIL che ne contempla l’aspetto economico, qualche distorsione la procura. Va bene che il denaro non ha odore, ma non esagererei: questa nuova quota del PIL  oltre ad avere il tanfo della sopraffazione, gronda sangue. Tutte cose che dalle stanze degli uffici di statistica non si sentono né si vedono.   
  

  

sabato 16 agosto 2014

Angelino Alfano: l’inconsapevole violenza del linguaggio

Diario 262



Angelino Alfano: l’inconsapevole violenza del linguaggio

“Vu cumprà” per indicare extracomunitari, termini usato dal Ministro degli Interni, Angelino Alfano, trova giustificazione nella registrazione del lemma nella Treccani (assunta, in una visione piccola borghese, come il monumento e l’Alta Corte della lingua e della cultura del paese, con il presupposto che ogni sostantivo, aggettivo o verbo registrato in questa opera possa essere usato impunemente).

Una giustificazione, quella del ministro, che gli permetterà di definire come puttane un gruppo di donne che manifesti per gli asili nidi. Più ricca, semanticamente, sarà la definizione che userà per un corteo sindacale contro la cancellazione dell’artico 18 dallo statuto dei lavoratori: una massa di puttane, cornuti e froci. Mentre un suo collega di partito, non consenziente, sarà definito icasticamente come uno stronzo. Tutti lemmi registrati dalla Treccani e quindi utilizzabili.

La realtà e che il Ministro Angelino Alfano è un imbecille (non se la prenda ministro e termine che si trova nella Treccani), mentre ci preoccupa che il suo violento linguaggio possa preludere ad atti di violenza più materiali

venerdì 15 agosto 2014

Chi salverà l’Europa? Matteo Renzi

Diario 261

Chi salverà l’Europa? Matteo Renzi

“Smettiamolo di dire che l’Italia sarà salvata dall’Europa. Non solo non abbiamo bisogno di essere salvati, ma siamo in condizione, facendo le riforme, di essere guida in Europa trascinandola fuori dalla crisi. Attraverso l’unica ricetta valida: la crescita”. Firmato Matteo Renzi
A Renzi non manca il coraggio e neanche l’improntitudine. Ah! La crescita, che magica parolina, o piuttosto una Fata Morgana, che si cerca di acchiappare ma sfugge tra le dita spasmodicamente tese, perché si è scambiata come reale quella che è solo un’immagine virtuale.
Si potrebbe dire che il problema di Renzi e dell’Europa sia quello di far incontrare, sposare o amarsi il capitale inoperoso con la forza lavoro non impiegata. Ma … il capitale, che ha preso forma e sostanza come  finanza, non è “inoperoso”, risulta attivo in tanti modi: la speculazione finanziaria, i debiti sovrani, la speculazione sulle materie prime, ecc. Fa soldi con i soldi, mentre la forza lavoro può restare, suo malgrado, inoperosa.
È stato scritto, riscritto, illustri economisti sono stati capace di mettere il dito nella piaga, ma chi governa, ovunque, fa orecchie da mercante, forse perché ascolta solo la voce della … finanza.
Assumiamo un aspetto del fenomeno dalle implicazioni meno drastiche. I libri e gli articoli, compresi alcuni da parte di premi Nobel, nei quali si stigmatizza la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza (il semplificato 1% e 99%) come elemento fortemente critico per, appunto, la crescita, sono ormai un numero spropositato. Se si fosse convinti di ciò, l’unica riforma da fare sarebbe quella di intervenire (pesantemente) su questa distribuzione. Ma su questo terreno solo  “pannicelli caldi”, la paura della reazione (della stessa finanza, a livello collettivo e individuale) frena ogni ipotesi d’intervento. Lo strumento fiscale, per sua natura, solo molto parzialmente può intervenire su questa questione.  Ma intervenire si dovrebbe,  gli strumenti possono essere numerosissimi basta non  ascoltare suggerimenti interessati,  per salvare la convivenza nel pianeta,  non si tratta di bassa cucina, ma di una ipotesi di sopravvivenza (non lo si crede, ed è male).
Se Renzi volesse salvare l’Europa la discussione su questo tema dovrebbe imporre alla prossima riunione dei capi di stato, ma si può essere certi che si discuterà di flessibilità, di allentare la politica del rientro del debito sovrano,  di mercato del lavoro, di fondi strutturali, di distribuzione delle poltrone all’interno della Commissione, e similari.

Non c’è un problema tedesco, c’è una miopia complessiva, un vuoto interpretativo dei fenomeni reali, una miopia pericolosa sulle dinamiche future. Di volta in volta si possono trovare le giustificazioni: l’embargo nei riguardi della Russia, il mal tempo, la mancanza di ottimismo, ecc. ma poca strada si farà con questo passo.  

giovedì 14 agosto 2014

Il renzismo: improntitudine e lentezza Abolire le regioni

Diario 260

Il renzismo: improntitudine e lentezza
Abolire le regioni

Il renzismo: improntitudine e lentezza
Il renzismo ha un connotato di improntitudine che neanche i peggiori democristiani hanno mai avuto, ma non si tratta di una caratteristica solo del “capo”, e tutta la squadra di governo e no che ha assunto questo connotato.
Per esempio il consulente economico del Presidente del consiglio dei ministri,  giorni fa, quando è stato reso pubblico il dato fortemente negativo del PIL del trimestre ha dichiarato, credo per rassicurare i cittadini, che non c’era da preoccuparsi perché fra tre anni l’Italia sarebbe stata una delle maggiori economie europee.  Quante volte, a partire da Monti, ci hanno assicurato che tra un mese, tra sei mesi, che l’anno prossimo saremmo usciti dal tunnel, che già si vedeva la luce? Una luce che non illuminava mai la crisi, la crescita delle povertà e della disoccupazione, ecc., adesso il consigliere più ascoltato ci dice di avere pazienza altri tre anni. 
È improntitudine dichiarare che non ci sarà nessun manovra correttiva, quando contemporaneamente si sposta tutto sul prossimo documento finanziario. È pericolosissima improntitudine quando si dice che nel prossimo anno avremo 16 miliardi di riduzione della spesa pubblica, e nel 2015 la riduzione sarà di 35 miliardi, sia che si tratti di contrazione dell’occupazione sia che si tratti di una contrazione degli acquisti, si configura una ulteriore gelata sull’economia italiana. Quella della spesa pubblica non è la sua dimensione, inferiore a quella di molti paesi europei, ma la razionalizzazione del settore.
L’unico sprint di velocità il governo l’ha avuta sulla riforma del Senato, che a prescindere della forma data la nuovo senato, per adesso e chi sa per quanto tempo, non serve a niente, leggi e decreti saranno sottoposti a doppia lettura, quella che Renzi individua come il gran male del paese.
Sull’economia il passo è lento, quasi inesistente, mentre si annunzia una nuova battaglia sul decreto relativo al lavoro. E se la preoccupazione per un possibile scontro anche interno al PD, ne rallenta l’emanazione, resta confermato l’idea, tanto cervellotica quanto pericolosa, che una nuova legislazione farà aumentare l’occupazione.
Se conquisterà la poltrona del commissario per la politica estera Renzi pensa ad un rimpasto con un ridimensionamento della presenza del NCD, premesso che Alfano è intoccabile, sarebbe bello liberarsi di Lupi, ma CL non darà il via libera, per cui a farne le spese sarà quella che è sembrata una ministra coraggiosa cioè la Lorenzini.  


Abolire le regioni
Bisogna prendere atto che l’istituzione regionale, che trovava la sua maggiore giustificazione nell’efficacia della propria azione perché a “contatto diretto” con la popolazione da “governare”, è risultata non solo un fallimento, ma peggio un concentrato di inefficienza, di corruzione, di male affare e di sprechi. 
Il nuovo governo ha abolito le provincie, un passo fondamentale, ma molto timido. Tipico di questo governo, roboante nelle dichiarazioni ma molto modesto di risultati concreti.
Se due o tre regioni possono essere classificate, con alcune forzature, virtuose, il resto di queste istituzioni sono impresentabili. Non sono certo le istituzioni in se stesse a determinare il mal governo; non pare convincente l’dea che  oggi tende a prevalere che siano le istituzioni in quanto tali a determinare il decadimento della gestione pubblica, sono gli uomini corrotti e criminali, i soggetti prevaricatori, le corporazioni, il cancro. Del resto meno di sessanta milioni di abitanti non giustificano la divisione in 20 regioni (alcune con un popolazione da grande città). Se la Costituente ha dovuto prendere atto delle differenze locali, se ha dovuto accettare la volontà storica di indipendenza (parziale) di alcune regioni,  se la storia del nostro paese ha esalato la peculiarità di ogni contrada, oggi tutto questo è decaduto non ostante l’esplosione di un localismo micragnoso, la divisione si configura come fattore di potere, di promozione politica, di clientele, di un punto di vista tanto individualista quanto corporativo. Tutto questo ha prodotto, in generale, una classe di governo inadeguata (per non dire di peggio).
Eppure le grandi trasformazioni nell’organizzazione del territorio, le grandi possibilità offerta dalle nuove tecnologie, se sposate con un visione prospettica coraggiosa, con una rinnovata idea di governo, avrebbe potuto dar luogo ad una diversa e forse più efficace organizzazione dei poteri locali.
Abbolire le Provincie e le Regioni, per darsi nuove strutture forse più efficaci e adeguate alla realtà. Certo non lavorando sulle carte geografiche o di pennarello, con l’occhio rivolto verso singoli interessi di potere o elettorali, ma a partire dalle concrete situazioni di organizzazione del territorio, si sarebbero potuti aggregare comuni appartenenti ad un unico contesto territoriale (economico, paesaggistico, culturale, ecc.), individuando nella forma della metropoli territoriale l’elemento aggregante e capace di un governo consapevole ed effettivamente sotto un più diretto controllo della popolazione. La “città metropolitana” non un’eccezione, ma un modo normale di organizzare il governo del territorio.
Sarebbe stato utile e necessario rendere omogenei a livello nazionale, e nazionalmente governati, alcuni servizi collettivi, dalla salute, all’organizzazione della scuola, alla raccolta dei rifiuti, alla gestione dell’acqua, al trasporto collettivo, ecc. Sarebbe stato necessario un’uguaglianza effettiva dei cittadini a fronte di loro diritti/doveri come quelli della trasformabilità del territorio, della salvaguardia del paesaggio e dei beni storico culturali, ecc. Tutte cose messe in discussione dai poteri assegnati alle regioni e che hanno dato luogo ad una più forte differenziazione spaziale delle condizioni di vita delle popolazioni.
Sarebbe necessario elaborare  strategie di sviluppo di macro aree, all’interno di una visione nazionale, anche di differenziazione economica (a parità di diritti). Bisognerebbe ridisegnare i poteri sul territorio (da troppi padroni fioriscono sconnessioni, diseguaglianze e privilegi). 
Insomma una rifondazione istituzionale e di governo di questo paese, non appiattendo o negando differenze o possibili identità (sempre pericolose), ma non dando a questi connotati di potere, ma piuttosto garantendone la vitalità e l’esistenza.    
Nella riforma costituzionale è prevista la possibilità del governo di commissariare regioni e comuni in dissesto, che poi il governo lo faccia è da vedere, ma questo provvedimento non incide sulla struttura (oggi la maggior parte delle regioni e moltissimi comuni dovrebbero essere commissariati).
Certo oggi toccare le regioni e comuni è un esercizio mortale (non è un caso che i più accesi critici degli sprechi regionali, non hanno mai accompagnato la denunzia con un’ipotesi di cancellazione dell’istituzione. Poteri costituiti, codificazioni di relazioni di potere, privilegi, inefficienze, ecc. garantiscono lo stato quo: 20 presidenti, 200 circa assessori, alcune migliaia di capi-divisioni, dirigenti, ispettori, ecc, costituiscono un fronte di opposizione insormontabile, figuriamoci se Renzi o la Madia pensano di affrontarlo, eppure sarebbe un modo per “cambiare verso”, ma alle parole non seguono i fatti.


martedì 5 agosto 2014

Il turismo evocato e temuto

Diario 259
Il turismo evocato e temuto

A falange si muovono, da tutti i paesi verso tutti i paesi: è il turismo che ogni economia desidererebbe accogliere.
Nel nostro paese il ragionare di turismo suscita generiche lamentele, antagonismi tra amministrazioni, meraviglia per la poca capacità di attrazione nonostante che si tratti con il più numeroso patrimonio artistico e culturale, speranze infondate, speculazioni certe.
La società si anima, per esempio, per quella che ritiene una pericolosa pratica che mette in pericolo uno dei patrimoni di maggior valore e che ne deturpa l’estetica, mi riferisco alle navi crociere che attraversano il bacino  San Marco a Venezia. Certo, hanno ragione, ma quello delle navi crociere rischia di essere un diversivo se non si affronta il problema del turismo in generale nella città, non sono, infatti, meno distruttive e meno aggressive alla bellezza dei luoghi quelle che spesso i veneziani chiamano le orde di turisti.
Quello che si cerca di nascondere, in generale, è che il turismo è un’industria pesante, il che vuol dire che per goderne dei vantaggi bisognerebbe sviluppare un’attenta programmazione e  un’efficiente  organizzazione  e ne  andrebbero controllati gli effetti. Lasciato alla  spontaneità il turismo rischia di essere distruttivo, di non cogliere a pieno la ricchezza e l’articolazione del nostro patrimonio (turistico), con poca soddisfazione degli stessi turisti.
Turisti, il plurale configura, di fatto, una grande articolazione di turismi: balneare, montano, culturale, sportivo, da festival, da shopping, ecc. Ogni luogo vorrebbe accogliere tutta la gamma dei turismi, quella che possiamo definire un’utopia. Inoltre, sempre più il turismo si differenzia per possibilità di spesa, in questa fase storica molto accentuato. Oggi sono i “ricchi” i turisti desiderati.
Così una zona che costituisce un forte richiamo per il turismo balneare, quindi un turismo limitato a pochi mesi, desidererebbe “allungare la stagione”, come si sul dire, con “altri” turismi. Ma glia altri turismi subiscono l’attrazione di altri luoghi. Il che ci porta alla regola generale, una società, una zona, una regione, una città non può vivere di solo turismo, per quanto importante sia il contributo che il turismo può offrire ad una economia.
Ci si lamenta che poche città sono centri  di grande attrazione turistica (Firenze, Roma, Venezia, Milano) ma poi si osserva che anche in queste città i grandi patrimoni (musei, pinacoteche, chiese, ecc.) sono poco frequentati. Qui due fenomeni si incontrano, da una parte verso queste città si indirizza il turismo da shopping, più interessato a via Monte Napoleoni che a Brera. Il secondo fenomeno e quello del turismo giornaliero o comunque di poca durata, che non ha tempo (e soldi) per musei, anche se li desidera.
Non ci si oppone che il patrimonio storico, artistico e archeologico, possa costituire un elemento anche economico, essere cioè un elemento di attrazione che determina vantaggi economici. Ma anche qui l’attenzione deve essere massima onde evitare che tutto si riduca ad una dimensione di mero mercato.  
Tranne casi specifici non si può essere, a ragion veduta, contro la mobilità delle opere d’arte. Ma attenzione, le motivazioni non possono essere solo di mercato. La polemica circa l’indisponibilità dei Bronzi di Riace di essere trasferite all’expo di Milano, rivendicandoli come patrimonio comune del paese e sottolineando che gli incassi per i visitatori del museo di Reggio Calabria sono una somma “ridicola”, che non si confà a opere di questo valore, costituisce, come è ovvio, una errata semplificazione e una ridicola motivazione.
Il problema sta nella cattiva organizzazione e pianificazione del turismo a livello nazionale che taglia fuori, perché estraneo al circuito spontaneo o organizzato dalle grandi agenzie, una parte consistente, la più consistente, del patrimonio culturale del paese.

Solo un disegno programmatico di turismo che mette assieme sia le bellezze naturali che quelle storiche artistiche del paese, con una politica dell’accoglienza e dei trasporti, in  grado di determinare flussi ragionevoli di turismo senza l’assalto a pochi luoghi, può rendere anche economicamente la “bella Italia”, nella consapevolezza che il paese non possa vivere di solo turismo.  

giovedì 31 luglio 2014

Matteo Renzi: la distrazione come regola di governo.

Diario 258

Matteo Renzi: la distrazione come regola di governo.

La vicenda della riforma del Senato getta una luce sempre più chiara sul Presidente del consiglio. Intanto appare sempre più evidente che quella del Senato è un diversivo. Ci sono nel paese questioni che premono, cito alla rinfusa: disoccupazione, perdita di posti di lavoro, la povertà che colpisce un sempre crescente numero di famiglie, il mezzogiorno, cioè mezzo paese, che sta pagando un prezzo altissimo alla crisi, l’assenza della politica industriale, la crisi crescente dell’università, ecc. (si potrebbe continuare per pagine), ma di tutto questo il governo non si preoccupa. Il suo scopo  è fissare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla riforma del Senato (il presidente non solo prega che continui il braccio di ferro con l’opposizione, ma evita con cura qualsiasi decisione di accordo). Sempre in pasto all’opinione pubblica fornisce un altro elemento: la nomina del nostro ministro degli esteri come, poco credibile, ministro degli esteri della UE.

Insomma il suo credo fondamentale è la distrazione, distrarre l’opinione pubblica, che significa  stampa e  televisioni, dai veri problemi del paese. Ma, se ne ricordi, i problemi esistono e mordono la carne viva di uomini e donne che abitano questa contrada d’Europa, che magari sono creduloni, ma fino a un certo punto.
Non intendo dire che la riforma del Senato e della legge elettorale, siano questioni secondarie, ma solo che sono usate, appunto, per distrarre. La riforma che sarà votata dal Senato, non a caso, non sarà la riforma definitiva che entra in funzione subito, essa dovrà passare altre tre letture nelle due camere e infine sarà sottoposta a referendum. Dove sta l’urgenza?

Se Renzi fosse uno statista, ma non lo è, dovrebbe sapere che la Costituzione costituisce la legge fondamentale della Repubblica, che essa regola i rapporti tra i poteri e detta comportamenti alle forze politiche, essa ha valore in misura del consenso che riceve dagli attuali “rappresentanti”  del popolo che ancorché in modo illegittimo siedono in parlamento. Se fosse convinto di tutto questo non avrebbe che una strada, rinviare la riforma in Commisione affari costituzionale, magari trasformandola in una piccola camera costituente, perché fosse possibile riflettere sulle questioni che le opposizioni pongono, che una parte non marginale dei costituzionalisti avanza; discutere con calma senza l’assillo della scadenza d’agosto, fissando anche un termine a ridosso della fine dell’anno, accordandosi così per la fine dell’ostruzionismo, accogliendo, se del caso, da parte di una maggioranza che si forma a prescindere da quella di governo,  alcune delle proposte avanzate e lasciando atre questioni, che non trovano un consenso maggioritario, aperte al voto del parlamento.
Così facendo Renzi dimostrerebbe di essere vero uomo di governo, democratico e attento al futuro del paese, con in più la garanzia che il cammino della riforma non troverebbe ostacoli di percoso.
Certo, così verrebbe a cadere la regola della distrazione e il Presidente del consiglio sarebbe costretto ad affrontare la questione paese.

Ma Renzi non vuole farlo e non può farlo perché non sa cosa fare. Può nominare nuovi consulenti ma…
La questione economica-sociale non è più di alcuni paesi (i meridionali) ma investe in misura diversa tutti i membri della UE, compreso il paese più forte. Non si tratta di uscire dalla UE, palliativo populista pericoloso, ma di imporre alla UE una svolta, che non è solo la fine dell’austerità, ma l’apertura di un fronte di scontro con la finanza internazionale: una vertenza che non salvi il capitale finanziario contro i popoli, ma che, al contrario, fissi sull’interesse della grande maggioranza degli uomini e delle donne i riflettori e le decisioni  dell’azione politica. La UE ha la dimensione economica e politica per poterlo fare, o almeno per iniziare una nuova politica nei riguardi della finanza internazionale. È semplice, ma neanche per sogno, ma sicuramente non si cava un ragno dal buco cercando in tutti i modi di andare a braccetto con la cancelliera tedesca.  Ma anche in questo caso il diversivo è il credo del Presidente del consiglio nonché presidente di turno della UE, la questione della persona adatta a coprire la seconda carica della Commissione.
Renzi gioca d’azzardo, vuole il punto, contrariamente a quello che dice, per presentarsi in Europa e nel paese come il vincitore. Ma di che cosa? Gioca d’azzardo minacciando elezioni anticipate, risultato pisitivo non  garantito dalla legge elettorale venuta fuori dal giudizio della Corte Costituzionale (che non è quella approvata da una delle due Camere) se non l’alleanza permanente con il partito del condannato Silvio Berlusconi. Non è detto che questo vogliono gli italiani.

Non c’è solo furbizia, non c’è solo rischio (non) calcolato, ma c’è l’evidenza di una preoccupante incapacità politica.  Anche nell’epoca della politica spettacolo, non basta la fotogenia, non basta la capacità comunicativa, non basta la simpatia, ci vogliono anche contenuti che corrispondano alle preoccupazioni delle elettrici e degli elettori.

sabato 26 luglio 2014

Il ministro Boschi: rottamare, rottamare e poi … Amintore Fanfani



Diario n. 257 

Il ministro Boschi: rottamare, rottamare e poi … Amintore Fanfani

La ministra Maria Elena Boschi al suo apparire sembrava una promessa: bella, intelligente, brava e un po’… malandrina (basta ricordare il colore del suo vestito al giuramento come ministro). 

Pochi mesi di governo l’hanno consumata, sotto tutti gli aspetti. 

La dichiarazione di pochi giorni fa letta al Senato è stata fuori luogo: “Amintore Fanfani, un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa Assemblea, oltre che un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, ha detto che le bugie in politica non servono”.

Fanfani è stato un rilevante personaggio della prima repubblica, ma i progressisti non ne avevano grande stima e no ne hanno un buon ricordo. La ministra è generosa, si accolla la colpa del padre, ma la citazione è di una consistenza nulla. Che vuol dire che in politica le bugie non servono, e quando servono? Nei rapporti coniugali? con gli amici? in amore? per scansare una disgrazia? Una verità volatile, una banalità di buon senso, un tasso politico pari a zero. 

Tra le altre cose Fanfani di bugie ne ha detto tante e del resto la ministra lo segue su questa strada. Anch’io sospetto che nella riforma potrebbe riscontrarsi un germe di autoritarismo, e una colta ministra dovrebbe riconoscerlo, la sua sordità è pericolosa. Mente quando accusa gli oppositori di non volere la riforma del Senato, dovrebbe sapere che la questione è un’altra: la maggior parte degli “oppositori” (diciamo così) è d’accordo con l’ispirazione della riforma ma non ne condivide la lettera e alcuni meccanismi. 

Capisco che l’autonomia del ministro sia nulla, con Renzi non si scherza, ma forse avrebbe potuto fare meglio con risultati migliori, per il paese e per la maggioranza, invece no, lei e il suo capo del governo invocano la legge del più forte (a qualsiasi prezzo). 

Garantire il referendum sulla riforma, sicuri della vittoria, mi pare una arroganza; la sicurezza di vincere l’eventuale referendum è solo un desiderio. Minacciare le elezioni subito è solo una sbruffonata: oltre gli 80 euro cosa può portare Renzi all’incasso del voto? No le riforme, no l’occupazione, no la fine della crisi. Un disastro.         

martedì 22 luglio 2014

Il riscatto di Berlusconi

Diario n. 257



Il riscatto di Berlusconi

Secondo l’excavaliere Silvio Berlusconi la sentenza del secondo appello ha ripristinato la legalità, ha grande fiducia nella giustizia (fatto assolutamente nuovo) e si ritiene assolto. La motivazione della sentenza ci spiegherà e poi, quasi sicuramente, ci sarà un ricorso in Cassazione. Ma assolto da che? 

Sembra di capire che la Corte abbia giudicato non esistente il reato di concussione. Non discuto, ma resta il fatto che il Presidente del Consiglio ha telefonato in questura perché la nipote di un capo di stato straniero, una menzogna, non fosse trattenuta in Questura ed evitare una crisi diplomatica e fosse affidata alla signorina Minetti, qualificata con una carica inesistente. Da questa, la giovane, subito uscita dalla Questura, è affidata ad una prostituta, la stessa che aveva allertato il Presidente del consiglio circa l’arresto della giovane. È concussione, non mi pronunzio, ma è certo che i funzionari della questura non tennero in conto la precisa indicazione del giudice di sorveglianza che ordinò che la giovane fosse affidata ad un struttura protetta e in assenza di questa fosse trattenuta in Questura. I funzionari della questura si ritennero concussi? non mi pronunzio. È certo che una corte convenne circa l’esistenza della concussione e un’altra corte l’ha negata. Il cittadino chiede un terzo giudizio, la discrepanza è troppo forte.

Per quanto riguarda il sesso (a pagamento) con una minorenne anche in questo caso, secondo gli interpreti della sentenza di secondo appello, la Corte ha ritenuto che Berlusconi poteva non sapere che si trattasse di una minorenne, ma non nega il sesso mercenario. Anche in questo caso vale quanto detto in precedenza, il cittadino pretende un terzo giudizio.

In questa fase, ma non solo, i cavilli giuridici diventano politici e … riformatori. Non male.

Il comportamento di Berlusconi secondo questa seconda sentenza, non sono penalmente perseguibili, ma i comportamenti ci sono stati. So che il massimo propugnatore dell’ateismo devoto irride ad ogni critica di tali comportamenti, che accusa di “moralismo bacchettone” (la libertà è altra cosa), ma non importa che egli non possa capire, ma se il comportamento non fosse moralmente censurabile lo sarebbe sicuramente politicamente. 

La carica di Presidente del consiglio, non proibisce, se questa fosse la sua “tentazione” e la sua pulsione, il sesso a pagamento, ma la trasformazione della sua vita notturna in “cene eleganti” che somigliavano a dei lupanari, non pare accettabile, si per decenza, si per stile, e sia per “sicurezza nazionale” (di quest’ultima niente sappiamo, ma quell'ambiente è favorevole ai ricatti). 

Si può capire che l’assoluzione possa aver dato alla testa all’ex-senatore Silvio Berlusconi, ma che egli farnetichi di correzione della legge per ottenere quella che ritiene un suo diritto (sic!), la piena “operatività politica”, sembra eccessiva. 

Al suo posto si dovrebbe essere più attento: i processi ancora in corso, e non per sosta vietata, dovrebbero suggerirgli cautela e basso profilo. 

Per quanto ardimentoso sia Matteo Renzi, per quanto il Presidente del consiglio consideri Silvio Berlusconi il suo interlocutore principale e favorito (forse per la di lui oggettiva debolezza), non credo che possa pensare di fare quello che il suo interlocutore sembra chiedergli con non troppo velate allusioni. Uno dei padri delle “riforme”, forse considera la sua riconquistatile “completa operatività politica” il prezzo delle riforme (e il costo per il paese).

sabato 19 luglio 2014

Papi assolto. Ma il re resta nudo


Papi assolto. Ma il re resta nudo

di Ida Dominijanni


Mi ero sbagliata per difetto, nel mio blog dell'altro ieri Perché va abbassata quella condanna, prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d'appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall'accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di ''liberare'' Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall'accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne. Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d'appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall'avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l'ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l'ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient'affatto: giuridicamente forse sì – forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un'oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come ''padre costituente'', partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul ''regime del godimento'' in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l'Italia e l'immaginario degli italiani per vent'anni - e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l'unico. Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe – e pur in presenza di una montagna di indizi – dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l'altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l'altra/o, che ha praticato e predicato. Resta colpevole di avere incarnato un'idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell'immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo – e impossibile – ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l'essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un'impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un'immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall'inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l'ha mai capito. L'ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L'imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è – di nuovo – il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader ''costituente'' che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. E' stato e resta l'incarnazione della fine dell'autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c'era niente e le donne, per prime donne molto prossime all'ex premier come Veronica Lario e Patrizia D'Addario, l'hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne ''il giusto erede'' o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.