sabato 26 ottobre 2013

Drago famelico



Drago famelico

L’unione bancaria europea va avanti. Sembra una buona cosa, ma invece si tratta di una evento con pessimi effetti. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha illustrato ai capi di stato riuniti a Bruxelles che la verifica della situazione delle banche europee non potrebbe essere scissa dalla necessità che gli stati membri predispongano risorse pubbliche per ricapitalizzare le banche che ne avessero necessità. 

La maggior parte delle 15 banche italiane sono sottocapitalizzate, quindi la collettività deve predisporsi a ricapitalizzarle. Come? Ma è semplice c’è sempre da tagliare la sanità, la scuola, le pensioni , ecc. Al debito sovrano si sommano i vincoli di disavanza della UE ed ora anche la “delicata” situazione dei nostri istituti di credito che non possono fallire pena la diffusione del … panico. Ma siamo talmente nel panico che ci fa un baffo quello derivante da questa nuova evenienza passiva.

Certo si potrebbero sequestrare i beni mobili e immobili dei dirigenti e amministratori, presenti e passati, di queste banche, che con i loro lauti stipendi, bonus, liquidazioni faraoniche, ecc. hanno spolpato clienti e proprietari; si potrebbero nazionalizzare remunerando gli attuali proprietari con 1 €; si potrebbe… chi sa quante cose si potrebbero fare prima di addossare alla collettività, a noi e a ciascuno di noi la responsabilità e il carico della ricapitalizzazione. Ma così va il mondo, ma non è necessario che continui con questo andazzo. 



Ancora diritti e solidarietà

Il diario precedente su diritti e solidarietà ha suscitato un certo interesse, approvazioni e critiche. Di seguito pubblico i testi più articolati (depurati da aspetti personali) di alcuni amici, Alfio, Valeria e Angelo che propongo a tutti i lettori del Diario. 

Hai ragione. La parola solidarietà proviene dal lessico cattolico ed è pertanto viziata di compassione e paternalismo. Malgrado l’etimo consentirebbe di depurarla di questa componente.

Purtroppo, anche la cultura dei diritti non manca di inconvenienti.

Quando T. H. Marshall ne gettava le basi, fresco delle riforme del Labour (se non l’hai visto ti segnalo l’ottimo: The Spirit of 1945), il tema era il welfare. Peraltro era lo spirito del tempo. La costituzione italiana prevede qualcosa di simile. Anche se fa un uso molto parsimonioso del termine.

Quel che però è capitato, col neocostituzionalismo, è la proliferazione dei diritti. Gli spagnoli hanno riconosciuto pure quelli delle scimmie...

Con questo conseguendo almeno due effetti devastanti: il primo è dare ai diritti una curvatura individualistica. L’individuo e il suo usbergo di diritti, da far valere per via giudiziaria (altro che azione collettiva!). Il secondo inconveniente è di mettere i diritti ormai ridondanti in rotta di collisione. La sinistra oggi si preoccupa tanto del matrimonio omosessuale e se ne infischia del diritto al lavoro. Anzi, usa il primo diritto per calpestare il secondo. Non ci sto, lo trovo uno dei tanti tradimenti di questa orribile sinistra.

E allora? Bel pasticcio. Che avessero ragione i nostri nonni quando non parlavano né di diritti (che erano solo quelli di libertà), né di solidarietà, ma molto semplicemente di fraternité?

Un saluto affettuoso,

Alfio






Una riflessione sul diario.
Per la prima volta da quando lo ricevo non sono del tutto d'accordo, mi sembra, con quello che dice.



La parola solidarietá puó certo avere il senso che le attribuisci, la deriva paternalista che le rimproveri, in qualcuna delle sue molteplici letture. Tuttavia secondo me non evoca il "fare una favore", bensí l'empatia e la compassione (nel senso romantico della parola). Possono i poteri pubblici occuparsi dell'empatia e della compassione? Regolarla? Assicurarla? Desideriamo e crediamo possibili politiche pubbliche cosí perfette, cosí complete, da rendere innecessaria la solidarietá? Mah, secondo me no. Solidarietá è una bella parola che parla di una pulsione umana, non la piú forte, ma comunque diffusa e commovente, a riconoscersi "fratelli" o "soci" su una stessa barca, governata da un destino spesso cieco, spesso crudele. La solidarietá potrebbe essere l'umanesimo degli atei. Davvero non possiamo trovare un'altra parola che esprima il concetto, sacrosanto, di societá dei diritti, di cittadini con diritti, senza immolare la solidarietà?? È vero che puó esistere una relazione tra la solidarietà e i diritti, che quando si consolidano i diritti, la solidarietá si puó spostare, ridefinre, ma mi sembra necesssario non perderla come valore. Simbolizza che la nostra rete di protezione, il nostro tessuto, sono i nostri diritti e le nostre relazioni di solidarietá (e di affetto). Che siamo animali social, non animali statali ;-)

Valeria



Le tue osservazioni sulla solidarietà mi trovano totalmente d'accordo. Anche la tua descrizione dei diritti la condivido perfettamente. Solo che non posso fare a meno di osservare che i diritti presuppongano delle leggi che li stabiliscano, il che comporta, e tu lo dici chiaramente, non solo una "cittadinanza" che dia il diritto di esercitare il diritto, ma soprattutto una "legge" che ne stabilisca i limiti e le occasioni.

Non voglio fare il trito discorso ideologico sull' anarchia che non accetta le leggi, ma quello pratico per permettere di osservare qualcosa di necessario se il fine che si vuole raggiungere è quello della giustizia.

1° - Lo dici tu: "...i diritti sociali conquistati con fatica, lotta e intelligenza..." Ma un uomo, a prescindere che gli vengano o meno riconosciuti da una "Dichiarazione dei diritti dell'uomo " o da una costituzione qualunque essa sia, non credi che abbia i suoi propri diritti solo per il semplice fatto di essere un uomo? 

2° - La legge (anche quella fornita di sacralità costituzionale) come conseguenza del diritto è uno strano animale al quale può cambiarsi pelle ad ogni stormir di foglie dando agli uomini l'alibi per poter compiere qualunque nefandezza giustificandosi appunto con l'esistenza della legge. Ed in più, anche quando una società nel suo complesso si rende cosciente delle nefandezze, per smettere di compierle occorre fare una legge che elimini quella in corso (Bossi, Fini, Maroni ti dice qualcosa?)

3° - Pur non avendo niente a che fare con Pascal e pur odiando citare non posso fare a meno di ripetere la sua considerazione "la legge senza forza è ridicola, la forza senza legge è sopraffazione" (cito a memoria).

La fine che faranno i diritti la descrivi tu insieme alle motivazioni che vengono addotte.

Naturalmente meglio i diritti che niente, ma personalmente preferirei che si parlasse di "Doveri verso l'essere umano".

Angelo



Lontano da me l’idea di mettere il cappello sulla discussione. Gli amici mi hanno scritto tutti cose interessanti, ma vorrei avanzare alcune altre poche osservazioni .

1. La mia obiezione è alla solidarietà come “virtù collettiva”, che essa debba e possa albergare nei cuori dei singoli lo spero. Il potere pubblico non credo che possa farsi carico dell’empatia, preferisco, personalmente, la gelida razionalità organizzativa che il caos emotivo. Capisco che partorire a casa, circondate da mamma, sorella, zia, nonna, ecc. determina un ambiente carico di affetto, di empatia e di solidarietà, rispetto al partorire in sala operatoria, ma questa è più sicura. Io sposo il punto di vista del dottor House: “preferisce che io sia gentile e affettuoso o che la guarisco”. 

2. La solidarietà perde la qualità di rapporto personale che alla fine esclude gli altri quando diventa diritto per tutti. Certo che si può eccedere, ed è anche vero che esistono “ambiti” nei quali il pubblico lo Stato non deve intervenire perché sono ambiti di diritti individuali inalienabili e non cedibili (i rapporti sessuali, il fine vita, ecc.).

3. Perché i diritti siano reali e operativi ci vogliono le “leggi”; si possono fare leggi cattive (vedi quelle sull’immigrazione) ma le leggi non nascono dalla testa di Giove, sono il risultato, di cultura, di pensiero e di forza, sono l’esito dei meccanismi operanti nella società, e in quest’ambito non esiste la “verità” (per fortuna), ma la ricerca delle migliori condizioni per una convivenza soddisfacente. Le “buone cause” , per così dire, non si affermano in sé stesse, ma possono diventare diritto operativo esercitando la “forza”.

4. Per chiudere scherzando., ma non troppo, mi rifiuto di considerarmi insieme a tutti dentro la stessa barca, se mi guardo in giro decido che è meglio buttarsi a mare e nuotare; sarebbe bello se molti facessero lo stesso.


giovedì 24 ottobre 2013

Solidarietà e Diritti






Si potrebbe, forse, scrivere la storia della modernità come un processo continuo in cui uomini e donne hanno teso a liberarsi da una rapporto di solidarietà per acquisire diritti.

La solidarietà è oggi considerata, soprattutto a “sinistra”, come una “virtù collettiva”. Una posizione che non mi pare di potere convivere e che costituisce un errore di prospettiva.

Che la solidarietà possa essere una “virtù individuale”, si può accettare, me ben altri dovrebbero essere i valori che incarnano le virtù collettive: la convivenza, la giustizia sociale, l’equità, la difesa dei diritti sociali.

La solidarietà, intanto, ha un sottile sapore di paternalismo: chi solidarizza è sempre in condizione migliore di chi la solidarietà riceve. La solidarietà, per quanto onesta e priva di ogni principio di potere, determina una situazione di sudditanza, di obbligo, di riconoscenza, da parte di chi la riceve verso chi la concede (la concede il verbo usato non è casuale). Spesso è anche un atto d’amore: la nonna che bada al o ai nipotini, quando la madre deve andare a lavorare, lo fa per amore, la cosa non è in discussione. Ma si crea, comunque, sia una situazione di dipendenza che di riconoscenza. Per evitare l’una e l’altra si è rivendicato il diritto all’asilo nido, che libera la madre e la nonna e ne migliora i rapporti, oltre al fatto che il o la bambina possono crescere meglio.

Si può sostenere che tutti i diritti sociali sono ascrivibili all’interno del processo di rendere la specie indipendente da rapporti di solidarietà.

È la piena realizzazione dei diritti di cittadinanza che rende liberi i singoli, e migliora la società innalzandone lo statuto civile e la convivenza. Moltissime delle difficoltà di convivenza sono ascrivibili, infatti, al disconoscimento di qualche diritto, a fronte del quale l’invocazione della solidarietà è immediata e sembra una buona cosa.

Il disoccupato o la vecchietta che chiedono l’elemosina, invocano la mia personale solidarietà perché privati dal diritto al lavoro o ad una pensione decente. Si potrebbe sostenere che i diritti incarnano la solidarietà collettiva, ma questo spesso si dimentica facendo appello alla solidarietà individuale (che non può che essere limitata soggettivamente e oggettivamente).

Se si volesse essere solidali il nostro impegno personale dovrebbe essere posto sia nel pretendere che i diritti sociali siano rispettati (prima e soprattutto), sia nell’ampliare continuamente l’ambito di questi diritti in ragione dei mutamenti sociali. Ma oggi la linea politica suggerita sembra seguire percorsi contrari: il “non possiamo permettercelo” è la giustificazione (falsa) per negare i diritti sociali conquistati con fatica, lotta e intelligenza, producendo un degrado della società e l’incanaglirsi individuale.

Qualche anno addietro sono stato invitato al convegno annuale di Libera, l’associazione guidata da don Ciotti. Ho fatto presente che ero ateo e che il “volontariato” era fuori dalle mie corde. Hanno insistito perché volevano che dessi un contributo ad una sezione dedicata alla città. Spinto molto dalla curiosità ho accettato l’invito. Sono arrivato con un po’ di ritardo e sono entrata in una sala, stracolma (per lo più giovani) mentre don Ciotti si avviava alla conclusione della sua introduzione. Le parole conclusive di don Ciotti che sintetizzo nella frase “basta solidarietà, non vogliamo solidarietà, ma diritti” mi hanno dislocato in un “altrove”, indietro nel tempo, in assemblee di diverso segno ma delle quali mi sembrava si fosse persa memoria. Parole che mi hanno fatto comprendere che esistevano buone piante anche in giardini imprevisti.

È la cultura dei diritti che dobbiamo coltivare sia di quelli civili che di quelli sociali; una “società di diritti” non è, come ci vogliono fare credere, una società ingabbiata, ostile al cambiamento, refrattaria alle novità e “spendacciona”, ma, piuttosto, una società di liberi uomini e donne, capaci di costruire un futuro migliore basato sull'equità, la convivenza, l’inclusione e il rispetto reciproco.



sabato 19 ottobre 2013

10 domande, ma potrebbero essere molte di più




1. Perché il Presidente del consiglio a Lampedusa, di fronte a tante bare, promette “funerali di stato” per quelle vittime e poi se ne dimentica?

2. Perché la “stabilità” continua ad essere considerata e presentata come il “bene supremo” di cui l’Italia ha bisogno, se poi essa produce modesti accordi governativi mediati sotto il ricatto della crisi di governo?

3. Perché Angelino Alfano aveva richiesto il cambio dei capi gruppi alle due camere, l’allontanamento di Verdini e Santachè, nonché un cambio di direzione del Giornale, e non avendo ottenuto nulla di quanto richiesto fa finta di niente?

4. Perché Fassina minaccia le dimissioni da vice ministro (ma poi le darà?) per questione di “metodo”, la scarsa collegialità, e non per i contenuti del patto di stabilità?

5. Perché le trasmissioni di dibattito politico sono tutte prevedibili?

6. Perché senatore, deputati, uomini di cultura, professori, ecc. hanno abbandonato l’ironia a favore dell’aggressività più prevedibile?

7. Che cosa sia la privacy è un mistero. Abbiamo anche un’autorità a sua difesa. Ma nella società dello spettacolo essa può essere un valore, quando non c’è limite alla propria esposizione. Di tutti quelli che hanno una notorietà sappiamo tutto, ci vogliono fare sapere tutto (la mia giornata è così divisa: 4 ore di sonno, 4 ore di lavoro, 4 ore di incombenze varie e 4 ore di sesso. Vi ricordate). Ma tutti in generale sono disposti a raccontare tutto di se stessi, su questo vivono le televisioni (e non sono attori): tutti con le budella di fuori, fino alle preferenze sessuali. E che dire del controllo esercitato da un’agenzia americana, per ragioni di sicurezza, su tutte le nostre telefonate, mail, sms … Che dire dell’Angenzia delle entrate, allo scopo di trovare gli evasori, che conosce tutti i nostri dati economici. Ma allora la privacy e una valore da salvaguardare solo per i loschi affari dei potenti?

8. Se uno o una racconta tutto di sé (come la fidanzata di B.), dei suoi palpiti infantili, dell’infatuazione giovanile, della conquista, ecc. perché si dovrebbe sentire offesa e richiedere un risarcimento se qualcuna mette in dubbio la sua femminilità?

9. Perché la “Giunta” ha estromesso deputati e senatori dalle rispettive camere perché condannati , invece ci sono infiniti problemi per estromettere B.?

10. Perché la rinascita di forze politiche fasciste e naziste, nazionalisti e xenofobe non preoccupa le forze democratiche e viene assunto come una sorta di giro di giostra: ora tocca a loro?


giovedì 17 ottobre 2013

Le architetture raccontano



Giandomenico Amendola, Il brusio delle città. Le architetture raccontano, Liguori editore, Napoli, 2013; pp. 100, € 15,99



Libro di piacevole lettura, che si fa apprezzare non tanto per la novità della tesi, le architetture narrano la storia e una loro storia, ma perché questo viaggio attraverso i diversi edifici del potere e della sua rappresentazione, nelle diverse epoche, è armonizzato con le trasformazioni sociali ed economiche e accompagnato di continui riferimenti letterari e di filmografia. Un dialogo tra forme diverse di rappresentazione e di uso stesso della rappresentazione che sollecita l’immaginazione e la riflessione.

Nella trattazione si mischiano epoche e ruoli, stili canonici e innovazione rappresentativa. Il “potere” ha avuto bisogno sempre di rappresentarsi, o per meglio dire, dare di sé un’immagine che fosse soprattutto una comunicazione del potere incarnato. Sia esso politico, che religioso che economico. Ma non va dimenticato quello stesso potere che si rappresenta offre anche manifestazioni di potenza (spesso distruttiva): dal bruciare eretici e streghe al controllo della finanza che toglie respiro ai popoli.

Tra le chiese gotiche e barocche, non c’è soltanto un cambio di stile quanto piuttosto il cambio del ruolo e dell’aspirazione della religiosità; tra il castello del signore e il palazzo del “comune”, non c’è solo una cambio dimensionale e di stile, ma anche di ruolo politico. Così le democrazie moderne si acconciano a celebrare nei loro palazzi la democraticità del potere e questi edifici portano, con il loro stile, le stimmate di un’epoca nuova.

Viene in mente che in Italia, sarà forse perché il potere politico si è “sistemato” dentro i palazzi lasciati dal vaticano, rappresentazione di un potere spirituale e materiale tanto chiuso, quanto autoritario, che la nostra democrazia è così opaca e separata? Sarebbe cedere ad un determinismo troppo grezzo assecondare questo pensiero, ma è certo che la “rappresentazione, in questo caso, non appare coerente. Anche se, come sostiene l’autore, la stessa architettura può raccontare storie diverse nel tempo, il segno dell’inizio resta e si riverbera anche nella trasformazione del significato.

Gli esempi che Amendola porta di questo “libro di pietra” sono numerosissimi, e l’interpretazione che ne dà è condivisibile: da Mosca a Pechino, dalla Roma mussoliniana, alla Berlino di Hitler, dal palazzo del congresso a Washington (nessuno edificio poteva essere più alto del palazzo del congresso, neanche la Casa Bianca, dato che il “potere democratico” stava proprio nel Congresso). Per non parlare delle cattedrali, ecc. Come si è detto una lettura tanto piacevole quanto sollecitante.

Ma l’autore non resta invischiato nella sua tesi, ha chiaro ed esplicita la dinamica e il mutamento. Mette in luce come “contenuti, riferimenti e significati mutano in relazione ai cambiamenti della funzione dell’edificio, degli interessi e della cultura dei fruitori, dei codici e dei valori condivisi in un determinato momento storico”. E ancora “Mutano, perciò, profondamente le narrazioni degli edifici la cui architetture cambiano anche perché ciò che devono raccontare è diverso dal passato”.

Ma è alla città, al suo modificarsi, alla sua dinamica che l’autore è attento in relazione al tema della narrazione del “libro di pietra”: “Quello urbano è oggi più che un testo coerente una sorta di geroglifico su cui coesistono – contagiandosi reciprocamente – una quantità enorme e crescente di linguaggi e di codici”. Su questo si tornerà in chiusura, ma prima si vorrebbe rendere conto dell’attenzione che l’autore mette sulle stazioni ferroviarie; è una parte molto interessante del testo.

Le stazioni sono considerate il “monumento pratico e narrativo della modernità industriale”. E se all’inizio, anche nei nomi (Waterloo o piuttosto Austerlitz), volevano essere una rappresentanza oltre che della modernità (la macchina a vapore, l’uso del vetro e dell’acciaio) anche della “storia” della nazione. Essa era di fatto il varco attraverso il quale si “entrava” in città, divisa, si potrebbe dire, in due parti: la “porta”, vera e propria, di accesso alla città e di abbandono di essa, per lo più monumentale nei diversi stili dell’epoca; ma dietro la porta il recinto della modernità la parte interna di arrivi e partenze dei treni, rotai, il fumo delle locomotive, ecc. “La stazione ferroviaria ottocentesca è, come gran parte dell’architettura civica dell’epoca, un monumento pratico, cioè dove vivono sinergicamente funzioni pratiche – controllo e gestione della mobilità – e simboliche – monumento celebrativo della modernità e della borghesia che di questa è artefice e protagonista”. Pur nelle differenze la stazione è un “luogo pubblico”, accessibile a tutti. Ma il tempo scorre, la dinamica sociale, tecnologica e culturale non si ferma: la stazione cambia. L’autore, sempre attento alle dinamiche, propone una periodicizzazione della storia delle stazioni che può essere condivisa.

Un primo periodo che giunge fino agli anni ’20 del ‘900: è la fase della stazione “monumento”, dominata dall’ecclettismo degli stili, simbolo dell’avanzamento tecnologico ma anche della borghesia imperante.

A questo periodo succede quello funzionalista, caratterizzata da quello che è definito “mutismo simbolico”, ad eccezione dei regimi totalitari dove le nuove stazioni assumono compiti di rappresentanza e di legittimità. I due dittatori, Mussolini e Hitler, prediligono l’incontro in stazione, sia all’arrivo che alla partenza, con il coro plaudente di moltitudini.

Nel secondo dopoguerra, fino agli anni ’80, si può registrare la decadenza simbolica e un degrado cumulativo delle stazioni. Le stazioni, per esempio in Italia ma in tutta l’Europa, sono il punto di arrivo dell’emigrazione alla ricerca di un lavoro (filmografia sterminata), ma sono anche il rifugio di un’umanità “altra”.

Nel periodo più prossimo si ha la, così detta, “rinascita”: la stazione ridiventa una centralità, certo perché centro dell’intermodalità dei trasporti, ma anche e soprattutto perché monumento allo shopping. La stazione non è più soltanto il luogo da dove si parte e dove si arriva, ma un luogo dove si va per quello che offre; un’offerta commerciale per tutti i cittadini, con i vari negozi specializzati e no, con luoghi di ristoro, ecc. Ha perso largamente la sua funzionalità ed anche molto del suo simbolismo (e fascino).

Di questa “rinascita” si potrebbero dire molte cose, ma la cosa principale è che il viaggiatore è l’ultimo degli interessi in questa nuova sistemazione (non pare che il testo colga questo aspetto). Per esempio il tracciato non ti porta velocemente dall’entrata ai binari, ma ti costringe ad un giro vizioso obbligato perché si possa essere attratti dalle vetrine (è il caso di Milano, per esempio). Che il viaggiatore sia negletto è evidente dal fatto che nella ristrutturazione (è il caso di Roma) sia stato eliminato il “Cobianchi”, che era un luogo di parziale delizie per chi arrivando la mattina presto (da Milano tra le 6 e le 7) poteva fare una doccia calda, che ti scrollava la stanchezza di una notte non comodissima di viaggio. Ma certo, i “treni della notte” sono molto ridotti, ma l’indifferenza verso il viaggiatore è palese.

Si vorrebbe, a questo punto, indicare alcuni disaccordi. Pare che il punto di vista di Benjamin, che l’autore rifiuta, secondo il quale le opere d’arte urbane sono fruite in condizioni di “distrazione”, appare sempre più attuale e generalizzato. Chi “attraversa” la città raramente ha interesse per essa, del resto ci sono tante incombenze a cui rispondere che non si ha tempo per guardarsi in giro, o l’attenzione è attratta dalle vetrine dal loro contenuto, ma dal loro contenente. Anche quando lo scopo dovrebbe essere quello di “vedere” si fa con distrazione; certo ci sono i luoghi che bisogna visitare (Piazza San Marco a Venezia, per dirne una), ma si guarda ma non si vede. Ci vuole attenzione e disposizione d’animo per svelare il contenuto del libro di pietre, ma rara appare questa attenzione e la voglia di leggere (fa da contrappunto a questa inconsapevolezza un coro di Oh! meravigliati).

Non pare che la città “è per la prima volta centrata sulla domanda della gente. Un’alta qualità della vita è oggi il più importante degli asset di una città che grazie a questa risorsa vede aumentare le chances di attrarre imprese e famiglie. A patto, però, che questa qualità sia ben visibile. Qui torna in gioco l’architettura” . Non disconosco che la “grande” architettura (qualsiasi cosa significhi “grande”) possa essere un elemento di qualificazione della città (il caso di Bilbao è sempre citato) ma non basta. La qualità della città non si fonda solo sulla “bellezza” ma anche sulla “bontà”. Una città di alta qualità deve essere bella e buona, deve cioè coniugare insieme e strettamente la sua bellezza (fisica, artistica, di localizzazione, naturale, ecc.), con una gestione pubblica onesta, trasparente e finalizzata al bene collettivo e con un atteggiamento della popolazione accogliente e convivente. La semplificazione della “grande architettura” ha portato a molte spese inutili, ad opere magniloquenti dagli esiti incerti. Si possono ammirare ma non garantiscano la qualità della vita.

Che le città siano centrate a soddisfare le domande dei cittadini mi pare un punto di vista molto ottimista, forse troppo ottimista. In quest’epoca di esibizione la verità è che anche le città amano esibirsi, il gesto architettonico è quello più usato allo scopo, si finisce sulle riviste, ma forse i risultati fattuali spesso sono deludenti per i cittadini alla ricerca di una qualità della vita.

A questo punto, apprezzando il lavoro di Amendola, la domanda è: il “libro di pietra”, che narra della città, della sua trasformazione e della sua evoluzione, è fatto solo delle pagine dei “monumenti” (intesi nella versione larga dell’autore) o è la “pietra” di tutta la città che fa sentire il suo brusio?

Amendola ha scelto di riferirsi alle “architetture che raccontano”, sembra chiaro, altrimenti avrebbe scritto un altro libro. Ma un libro è rilevante anche per i corti circuiti che crea, per i rimandi involontari che sollecita, per la ricerca di un … oltre. Le note che seguono non sono una critica al fatto che gli “uomini e le donne” in larga misura mancano in questa esplorazione, quanto piuttosto rendere conto di questo “oltre” che il libro esercita.

Sono tutte le pietre della città che raccontano la storia e l’evoluzione dell’insediamento di uomini e donne in quel posto. A differenza del periodo pre-capitalista oggi domina la divisione sociale dello spazio, ciascuno a posto suo, in gironi di qualità e di omogeneità sociale. Ma le periferie non sono un’altra città, se mai potrebbero essere classificate come città senza città, ma anch’esse hanno una storia. E la storia che raccontano è sociale e politica, ma essa è fatta non solo di costruzioni ma anche di “architetture”; molti architetti si sono impegnati, non sempre con buoni risultati, a queste architetture, a sperimentare, e le amministrazioni pubbliche l’hanno lasciato fare dimentiche che la città è opera collettiva e sociale. Se si volesse esplorare questo segmento della storia, se si vuole da un lato estremo ma reale, un buon viatico potrebbe essere rappresentato dal lavoro di Julia Schulz-Dornburg (Ruinas Modernas, 2012, Ambit, Barcellona), che mette in luce come l’attenzione al benessere collettivo sia nullo e massimo quello verso la speculazione (spesso fallimentare in sé, come queste rovine dimostrano).

In epoca più recente la banalizzazione sembra la cifra che caratterizza l’urbano. Tutto uguale ovunque tu sia, spesso si prova un senso di spaesamento, quello che si vede lo si è già visto identico e si perdono le coordinate di dove uno si trovi.
Forse il punto di vista di Francesc Munoz (Urbanalization, Gilli, 2010,Barcellona) può non essere condiviso, ma pare che significativamente dà conto di una realtà in evoluzione. Secondo questo autore la globalizzazione ha come esito, per quanto riguarda la città, una standardizzazione del paesaggio urbano.


Insomma, il libro di Amendola non solo è interessante in sé, ma anche per le questioni che fa emergere, domande sottaciute, ma presenti nella filigrana del testo.

mercoledì 9 ottobre 2013

L'imperialismo contemporaneo




Intervista a Ernesto Screpanti sull’imperialismo contemporaneo

Apparsa su politica&economia.blog

di Michele Castaldo

È appena uscito il libro di Ernesto Screpanti L’imperialismo globale e la grande crisi. Lodevolmente, è stato pubblicato in edizione online scaricabile gratis. È un tentativo di spostare avanti, adeguandolo ai tempi, il dibattito sull’imperialismo. La globalizzazione sta realizzando una nuova forma di dominio imperiale nella quale il grande capitale multinazionale, attraverso il mercato, priva di sovranità e di autonomia politica le organizzazioni locali, i sindacati, i partiti e le istituzioni deliberative. La grande crisi del 2007-13 ha fatto esplodere le contraddizioni tra stato e capitale. Nello stesso tempo sta accelerando il processo di affermazione dell’imperialismo globale. Si configura come una crisi di transizione fra il sistema tardo-novecentesco delle relazioni e dei pagamenti internazionali e un nuovo sistema basato sul multilateralismo, su un Super-Sovereign Currency Standard e su una forma del tutto inedita del potere mondiale del capitale. Ho rivolto delle domande a Ernesto Screpanti per chiarire alcune questioni cruciali e per portare alla luce il senso in cui la sua analisi, che si presenta come altamente innovativa pur entro la tradizione marxista, ci permette di capire l’attuale fase dell’accumulazione capitalistica.

D) La differenza tra le tue tesi e quelle di Lenin sono legate a una nuova fase dell’accumulazione del capitale o si tratta di una diversa impostazione teorica nell’affrontare la questione?
R) Dai tempi di Lenin è cambiata non solo la fase dell’accumulazione, ma anche la forma del capitalismo. L’analisi di Lenin era adeguata per il capitalismo trustificato dell’era degli imperi coloniali. Il capitale di ogni nazione cresceva coi profitti monopolistici entro un mercato parzialmente protetto, e spingeva lo stato a espandere il mercato nazionale con l’impero. Oggi il grande capitale ha travalicato i confini degli imperi e si accumula su scala mondiale senza riguardo agli interessi nazionali di questo o quel paese, neanche quelli in cui risiedono le case madri delle imprese multinazionali. Degli imperi nazionali costituirebbero delle limitazioni geografiche all’espansione commerciale e all’accumulazione. Per questo il grande capitale di oggi è libero-scambista. La sua ideologia è quella della globalizzazione come processo di abbattimento delle barriere protezionistiche, mentre quella del capitale dei tempi di Lenin era il nazionalismo protezionistico. La mia impostazione metodologica è la stessa di Marx, e parte dalla tesi che la tendenza del capitale a proiettarsi sui mercati mondiali è una proprietà intrinseca dell’accumulazione capitalistica e non dipende da un difetto distributivo, come invece argomentava Hobson, il quale individuava la radice dell’imperialismo nella cattiva distribuzione del reddito e nella conseguente tendenza al sottoconsumo.  Lenin, pur riprendendo molte tesi di Hobson, non dà importanza al sottoconsumo e, sulla scorta di Hilferding, sviluppa un’analisi più generale. Certamente è più marxista dell’economista laburista inglese: non pensa che l’imperialismo possa essere combattuto con una politica riformista di redistribuzione del reddito.  La mia analisi non è in contrasto con quella di Lenin. È una generalizzazione della teoria dell’imperialismo e un adeguamento alla fase attuale dell’accumulazione.
D) Volendo fissare a scala storica il rapporto dei due conflitti mondiali con l’accumulazione capitalistica, questa era in espansione o in depressione quando esplosero i due conflitti?
R) La prima guerra mondiale scoppiò al culmine di un’onda lunga di crescita della produzione e del commercio internazionale. Scoppiò perché gli imperi coloniali avevano raggiunto il massimo di espansione geografica ed erano arrivati a un punto di conflittualità tale che solo una guerra poteva ridisegnarne i confini e i rapporti di potere. Tra le due guerre ci fu invece un periodo di depressione, di forte protezionismo, di svalutazioni e deflazioni competitive, specialmente dopo la crisi del ’29. Il sistema dei pagamenti internazionali vigente prima della prima guerra mondiale era entrato in crisi, il Gold Standard creava più problemi di quanti ne risolveva, la Gran Bretagna aveva perso l’egemonia economica e la capacità di regolare l’economia mondiale con la sua politica monetaria, ma gli Stati Uniti non erano ancora pronti a subentrare. Quindi il sistema dei pagamenti internazionali entrò nel caos, e ciò acutizzò alcune contraddizioni inter-imperiali. Il Giappone era uscito dalla crisi del ‘29 adottando forti politiche di riarmo e avanzava ambizioni imperiali sul Pacifico che gli americani non potevano tollerare. In Europa la Germania era uscita dalla crisi prima degli altri paesi, e anch’essa con delle politiche di riarmo. L’Unione Sovietica non aveva risentito della crisi e cresceva a ritmi sostenuti, suscitando grandi preoccupazioni in tutte le grandi potenze imperialiste. In altri termini il superamento della crisi del ’29 aveva consentito alla Germania, al Giappone, all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti di crescere in potenza economica, e aveva declassato le potenze inglese e francese. D’altronde la prima guerra mondiale non aveva risolto i conflitti inter-imperiali europei, né aveva fatto emergere una super-potenza capace di sostituirsi alla Gran Bretagna. Così i conflitti sono riesplosi. Insomma la seconda guerra mondiale si configura come una ripresa della prima, tanto che alcuni parlano di “guerra dei trent’anni”.
D) Potresti chiarire meglio la tesi secondo cui un paese di giovane capitalismo ma di grandi dimensioni, come per esempio la Cina, soffre meno l’influsso depressivo della globalizzazione e del dominio delle multinazionali rispetto a paesi minori come per esempio la Siria, la Tunisia o l’Egitto?
R) La Cina, dopo un periodo di accumulazione primitiva durato quasi mezzo secolo, si è aperta agli scambi internazionali e  ha potuto far trainare la sua crescita dalle esportazioni. Ha usufruito di vantaggi competitivi connessi al basso costo del lavoro e alle deboli politiche ambientali. Tuttavia non ha adottato l’ideologia neoliberista. Il governo ancora dirige l’economia nazionale: con le politiche monetarie(L’80% del sistema bancario cinese è controllato pubblicamente); con le politiche fiscali (ad esempio ha risentito poco della crisi dei subprime perché ha adottato politiche fiscali espansive, compensando la diminuzione delle esportazioni con un aumento dei consumi pubblici); con le politiche industriali, che mirano ad attrarre investimenti esteri mentre favoriscono al formazione di grandi agglomerati industriali nazionali, e che sostengono gli investimenti pubblici e privati nella ricerca scientifica e tecnologica; con le politiche commerciali verso il Sud del mondo, in cui i cinesi propongono ai singoli paesi accordi bilaterali di baratto che non sono in linea con l’ideologia libero-scambista del WTO. Tuttavia il fattore più importante del successo cinese è che le politiche governative si trovano in sintonia con gli interessi del grande capitale multinazionale, i cui investimenti diretti esteri in Cina e le cui esportazioni di merci dalla Cina sono incoraggiati e favoriti. Tutti i paesi emergenti godono di questi vantaggi, ma quelli piccoli che hanno liberalizzato completamente i movimenti di capitale, e che dipendono dagli investimenti esteri speculativi, sono più vulnerabili alle crisi finanziarie, e i loro governi hanno meno margini di autonomia politica.
D) Sembra di capire che una tua tesi, in sintonia con Marx, è che l’imperialismo abbia creato nei paesi di giovane capitalismo solo il proletariato, che il movimento dei capitali nel suo insieme non abbia consentito il formarsi di più classi sociali al di sopra del proletariato, ovvero di una vera e propria borghesia indigena. Da alcuni dati empirici, relativi a Cina, India, Brasile, ma anche Siria, Libia, Tunisia, Algeria e cosi via, sembrerebbe che le cose non stanno così. Puoi chiarire meglio l’argomento?
R) La globalizzazione fa aumentare la disuguaglianza economica in tutto il mondo, fa diminuire la quota salari sul reddito nazionale e aumentare la concentrazione del reddito e della ricchezza nelle mani dei grandi capitalisti finanziari e industriali. Tuttavia, per quanto riguarda le classi medie, ha effetti diversi nei diversi paesi. In quelli avanzati, in cui l’accumulazione rallenta, le classi medie s’impoveriscono e, in seguito alla crisi 2007-13, larghi strati di piccola borghesia si stanno proletarizzando. In quelli emergenti invece, a causa del forte sviluppo economico, le classi medie tendono a crescere sia in ricchezza che in numerosità.
D) Alexander Gerschenkron, in Il problema storico dell’arretratezza economica, formula questo tipo di interrogativo: “è stato il capitalismo a ‘creare’ lo spirito del capitalismo o è stato lo spirito capitalista a ‘creare’ il capitalismo? Puoi fornire una tua risposta?
R) Sono propenso a credere che, nonostante alcune ideologie religiose (come il calvinismo) abbiano favorito la formazione del capitalismo moderno, tuttavia è lo sviluppo materiale del capitalismo che ha fatto emergere le ideologie che lo sostengono. E le ideologie possono essere le più diverse. Anche il cattolicesimo può essere adattato per servire l’accumulazione del capitale, come dimostra il successo del capitalismo italiano dei secoli XIII-XV e i miracoli economici italiano e francese del secondo dopoguerra. Anche lo stalinismo ha potuto essere utilizzato per sostenere l’accumulazione del capitale (nei sistemi a capitalismo di stato).
D) Secondo un concetto di Vico, ripreso da Lafargue in Il determinismo economico di Marx, esiste una legge fondamentale dello sviluppo delle società secondo cui tutti i popoli raggiungono le stesse tappe storiche, qualunque siano le loro origini etniche e il loro habitat geografico. Possiamo affermare a questo stadio di sviluppo dei rapporti sociali a livello mondiale che il capitalismo si è ormai imposto in tutto il pianeta con le sue leggi in maniera irreversibile?
R) Non tutte le nazioni raggiungono il capitalismo con le stesse tappe e con le stesse modalità. Basti confrontare la Gran Bretagna e la Russia. Ma è vero che tutte hanno ormai raggiunto o stanno per raggiungere la fase di piena affermazione del capitalismo. Storicamente si è verificato un processo di convergenza al capitalismo attraverso diverse fasi, diverse istituzioni, diverse ideologie, diverse politiche. Il capitalismo del grande capitale multinazionale oggi domina incontrastato tutto il globo, che tende a rendere sempre più omogeneo in termini di struttura produttiva, di composizione sociale e di egemonia ideologica. E’ irreversibile? Certamente lo è rispetto alle forme economiche precedenti. Ma non c’è ragione di credere che sia eterno.
D) Il cuore del libro mi pare risiedere nella tesi sull’impersonalità dei capitali, sulle leggi naturali che ne regolano il funzionamento del moto, sull’accettazione di queste da parte del personale burocratico, amministrativo, politico  e cosi via.  Ma i luoghi fisici potranno essere soltanto le sedi delle multinazionali e dei grandi istituti finanziari?
R) Quando parlo di “Leggi naturali” ci metto sempre le virgolette. Sono “naturali” nel senso che non risultano da un piano centrale, né dai complotti di alcuni circoli esclusivi (Trilaterale, Bildenberg ecc.). Benché ci siano indubbiamente alcuni centri di potere che cercano di dirigere l’orchestra, nessuno è in grado di dominarla. Le leggi “naturali” che regolano i mercati internazionali sono la risultante inintenzionale delle azioni intenzionali di miriadi di agenti decisionali (i manager delle grandi multinazionali in primis, ma anche le lobby, i dirigenti degli organismi economici internazionali, i governatori di alcune banche centrali, i capi di alcuni governi). Gli agenti decisionali sono così tanti e così “piccoli” rispetto al concerto complessivo, che nessuno di essi (e nessuna loro coalizione) riesce a dettar legge a tutto il sistema. Le leggi che lo regolano tuttavia sono coerenti, per il semplice fatto che (quasi) tutti gli agenti perseguono, direttamente o indirettamente, lo stesso obiettivo: l’accumulazione del capitale. Né si deve credere che la crescita delle dimensioni delle imprese e la loro tendenza a creare potere oligopolistico possa portare prima o poi alla formazione di pochi grandi centri decisionali cartellizzati, come riteneva Kautsky. Le multinazionali crescono di scala ma anche di numero. Nel 1976 ce n’erano circa 11.000. Nel 2010 sono diventate 103.788. La forma di mercato prevalente nel capitalismo contemporaneo non è il monopolio, bensì la concorrenza oligopolistica.
D) Ad un certo punto affermi che “La legge del valore è una legge fondamentale del capitalismo. E’ essa che determina il suo ‘equilibrio sociale’”. Puoi chiarire meglio cosa intendi per “equilibrio sociale”?
R) Il concetto di “equilibrio sociale” è di Marx. Io mi limito a riprenderlo e applicarlo all’analisi del capitalismo contemporaneo. Marx con quel concetto vuol dire che attraverso la concorrenza di mercato il capitale riesce ad allocare il lavoro in modo efficiente, cioè in modo da massimizzare il profitto estraendo dal lavoro il massimo di produttività e pagando il minimo di salario. È un equilibrio di riproduzione, nel senso che vengono eliminate dalla concorrenza le imprese inefficienti e quindi gli usi scarsamente produttivi del lavoro e nel senso che la risultante distribuzione del reddito assicura la riproduzione del capitale su scala allargata. È un equilibrio sociale capitalisticoin quanto determina un rapporto di classe compatibile con il perseguimento della valorizzazione e dell’accumulazione del capitale.
D) “Ebbene – scrivi a pagina 124 - nell’imperialismo globale contemporaneo non si può certo dire che s’è raggiunta la pace mondiale o che si stia realizzando anche solo una vaga tendenza a raggiungerla. Tuttavia ha preso corpo una certa predisposizione collaborativa dei principali stati. Tale predisposizione si manifesta sia nella tendenza a organizzare operazioni militari concertate nei tentativi di aprire i paesi recalcitranti alla penetrazione del capitale, sia negli sforzi più o meno velleitari dei vari G2, G7, G10, G20 volti a predisporre delle politiche economiche concordate. In molti casi entrambe le tendenze sono incoraggiate dal grande capitale. Possono essere favorite dall’azione di potenti lobby capitalistiche nazionali. La cosa interessante è che nel sistema capitalistico globale queste lobby, che siano americane, europee o giapponesi, si lavorano le classi politiche nell’interesse di tutto il capitale multinazionale.” Emergerebbe in questo modo una sorta di equilibrio di “paura” da parte delle varie componenti lobbystiche che  tendono all’accordo contro i paesi più deboli piuttosto che sfidare il concorrente per sbranare il dominato? Insomma gli imperialisti più forti si sono indeboliti e quelli meno forti si sono rafforzati al punto da tenersi in “pauroso”equilibrio come gli ultimi accadimenti per la Siria dimostrerebbero?
R) I conflitti politici sono determinati innanzitutto dalle ambizioni geopolitiche delle grandi potenze, le quali esprimono gli interessi di potere delle classi politiche che governano gli stati. Non dipendono direttamente dagli interessi del capitale. Questi ultimi si fanno sentire attraverso l’azione delle lobby, le quali però non sempre riescono a determinare direttamente l’azione degli stati. Tuttavia accade che, alla lunga, il conseguimento degli obiettivi politici delle grandi potenze viene piegato, attraverso il mercato, a servire gli interessi del grande capitale globale. Oggi viviamo in un’epoca in cui l’unilateralismo americano segna il passo, incalzato com’è dalla crescita della potenza economica dei paesi emergenti. I recenti avvenimenti della guerra in Siria si capiscono in quest’ottica. I russi appoggiano Assad soprattutto per conservare le proprie basi militari nel Mediterraneo. Gli americani vorrebbero intervenire in Siria sia per contrastare i russi sia per favorire la politica di Israele, che vorrebbe cronicizzare la guerra civile in Siria in modo da indebolire il suo principale nemico. Gli interessi del capitale russo non sono in cima alle preferenze di Putin, così come quelli del capitale americano non sono in cima alle preferenze di Obama. Non sappiamo come andrà a finire, ma non si può escludere che gli accordi delle grandi potenze portino all’apertura dei mercati e dei porti siriani alla penetrazione del grande capitale americano, russo, cinese, europeo ecc. In tal caso gli interessi politici delle grandi potenze sarebbero stati piegati a servire gli interessi economici del capitale multinazionale.
D) A pagina 136 poni in evidenza il ridursi dello stato a mera funzione di poliziotto per il mantenimento dell’ordine sociale e addirittura a una aperta contraddizione tra le multinazionali e gli apparati burocratici e politici – dunque anche  partiti e sindacati – dello stato nazionale. La domanda è d’obbligo: ma esisterebbe una linea di tendenza verso il superamento degli stati nazionali, una sorta di estinzione di confini geografici per arrivare a istituzioni internazionali derivanti e perciò immediatamente controllati dalle multinazionali, insomma il rapporto esistente a livello nazionale si accrescerebbe a livello internazionale polverizzando in questo modo il ruolo delle burocrazie nazionali degli stati?
R) Il potere che il capitale esercita sugli stati deriva dalla capacità degli investimenti diretti esteri e di portafoglio di muoversi liberamente nei mercati mondiali. Gli stati, così come i sindacati e le grandi organizzazioni politiche nazionali, sono messi sotto ricatto: o si abbassa il costo del lavoro, la pressione fiscale sulle imprese, il costo sostenuto dalle imprese per la tutela ambientale e la difesa dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, oppure il capitale delocalizza. Ciò genera crisi fiscale dello stato, riduzione dello stato sociale e redistribuzione del reddito dai salari ai profitti. Lo stato perde la capacità di agire come “capitalista collettivo nazionale”, cioè di creare un blocco sociale che coinvolga tutte le classi nella difesa degli interessi “nazionali”. Le politiche fiscali degli stati sono sottoposte a vincoli così stretti che i governi possono decidere solo come distribuire i tagli di benessere sociale. In queste condizioni s’inaspriscono le spinte alla conflittualità e i governi nazionali sono indotti a svolgere il ruolo di repressione e controllo del conflitto, cioè ad assumere esclusivamente la funzione di “gendarme sociale”. Il grande capitale multinazionale mira a una governance globale senza sovrano, cioè un governo del mondo assicurato dai mercati, non dai parlamenti. L’ideologia neoliberista dello “stato minimo” si è infine concretizzata in un sistema in cui non esiste uno stato globale, mentre gli stati nazionali sono ridotti a svolgere solo una funzione di disciplanamento della classe operaia e di repressione poliziesca interna. Per questo non esiste alcuna tendenza al superamento degli stati nazionali e alla formazione di organismi di governo sopranazionali. Le multinazionali non sanno che farsene dell’ONU. Né hanno bisogno di forze armate dell’ONU. Le azioni di polizia locale sono assicurate dagli stati nazionali. Quelle di apertura dei “paesi canaglia” alla penetrazione del capitale sono svolte dalle forze armate degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Lo “sceriffo globale” produce un bene pubblico nell’interesse di tutto il capitale mondiale, meglio di quanto possa fare l’ONU, e per il semplice fatto che le forze armate americane non sono controllate da un parlamento mondiale.
D) Le cause fondamentali della crisi attengono all’economia reale – scrivi a pag. 145. Stante dunque la legge del valore, siamo in presenza di una sempre più accentuata caduta tendenziale del saggio di profitto a livello globale?
R) Non so se oggi il saggio di profitto globale stia cadendo. È difficile misurarlo. Come calcoliamo il valore del capitale e dei profitti cinesi, russi, indonesiani? Come li omogenizziamo al livello mondiale? In Dollari, in Parità di Potere d’Acquisto, in valute nazionali? E nei profitti includiamo anche le rendite finanziarie e speculative incassate dalle multinazionali, i guadagni di capitale incassati dai manager con lestock option, le entrate pubbliche fornite dalle imprese statali? E ci mettiamo anche i profitti delle banche, dei fondi speculativi, delle assicurazioni, dei conduit? E gli stipendi dei grandi manager li consideriamo profitti o reddito da lavoro dipendente? E i portafogli finanziari degli speculatori, delle banche e delle imprese industriali li consideriamo  capitale? E il valore del capitale e delle attività che lo rappresentano lo calcoliamo ai costi storici, al valore nominale o al valore di mercato? La scelta che si fa riguardo al modo di trattare tutte queste variabili influenza il tasso di profitto rilevato, per cui chi vuole dimostrare che è caduto potrebbe riuscirci, ma anche chi vuole dimostrare che è aumentato. Quello che si sa per certo comunque è che la quota salari sul reddito nazionale sta diminuendo in quasi tutti i paesi del mondo, avanzati, emergenti e in via di sviluppo. D’altra parte la ricerca empirica ha dimostrato che anche la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi sta aumentando, così come sta aumentando la concentrazione della ricchezza nelle mani dei capitalisti e degli speculatori. Dubito che questa tendenza implichi la caduta del saggio di profitto.  La legge del valore di per sé non può far diminuire il tasso di profitto, perché serve la valorizzazione del capitale. E’ probabile che il saggio di profitto sia diminuito negli ultimi decenni in alcuni paesi avanzati, ma questa non è la causa della globalizzazione, invece ne è la conseguenza. Non sembra comunque che il saggio di profitto stia diminuendo a livello globale.
D) Nella conclusione del V capitolo, a pag. 169, affermi: “Oggi i governi dei paesi avanzati sembrano incapaci di capire e fronteggiare il problema andando alle radici, e quindi di risolverlo”.  Spontanea la domanda: possono governi diversi fronteggiare e risolvere problemi strutturali dell’economia reale? Se si, in che modo?
R) La parola da sottolineare in quella frase è sembrano. Nel libro spiego che in realtà dietro l’incapacità di risolvere la crisi in Europa c’è una precisa volontà di usarla per fare le cosiddette “riforme strutturali”, cioè tagli al costo del lavoro, privatizzazioni di imprese pubbliche e di risorse comuni ecc. Ma facciamo l’ipotesi che i governi volessero veramente risolvere la crisi migliorando le condizioni di vita dei popoli e dei lavoratori. Potrebbero farlo? La mia tesi è che nei paesi piccoli, come l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, il Giappone, non possono farlo. Prendiamo il Giappone, in cui Il governo Abe sta cercando di rilanciare l’economia con una politica fiscale e monetaria di tipo keynesiano. Ebbene la stessa politica prevede un attacco pesante ai salari, con l’inflazione scatenata dalla svalutazione dello Yen e con forti aumenti delle imposte indirette. È inevitabile, se le merci giapponesi devono diventare competitive con quelle cinesi. Alla fine si scoprirà che quella politica avrà fatto aumentare un po’ il tasso di crescita del PIL, ma avrà fatto diminuire ulteriormente la quota salari sul reddito nazionale. Né si può escludere, come sostengono alcuni, che porti prima o poi allo scatenamento di una grave crisi. Nei grandi paesi emergenti invece i governi hanno maggiori spazi di manovra perché quelle economie si trovano in sintonia con gli interessi del grande capitale multinazionale e possono godere dei vantaggi del basso costo del lavoro e dell’attrattività per gli investimenti diretti esteri. In Cina infatti il governo ha reagito alle crisi dei subprime e dell’euro adottando delle politiche keynesiane che hanno in parte sostituito le esportazioni con i consumi interni, soprattutto pubblici. Anche per la Cina tuttavia c’è il rischio dello scoppio di una grande crisi (forse per l’esplosione di una maxi-bolla immobiliare). Gli Stati Uniti hanno reagito alla crisi dei subprime con timide politiche fiscali espansive e audaci politiche monetarie. C’è la ripresa del PIL, ma anche una tendenza alla crisi fiscale dello stato, oltre al gonfiamento di bolle speculative che creano instabilità mondiale. Vedremo come andrà a finire. La mia previsione è che la ripresa americana sarà debole e di breve durata. E veniamo all’Europa. Forse questa è l’unica economia in cui una politica keynesiana espansiva potrebbe avere successo. Ma sottolineo forse. Se la Germania espandesse fortemente la sua spesa pubblica, portando l’economia alla piena occupazione e la bilancia commerciale in deficit, cioè assumendo il ruolo di locomotiva, tutte le economie del continente si rimetterebbero in moto. La bilancia commerciale europea tenderebbe al disavanzo cronico, ma questo non sarebbe un grosso problema, visto che l’euro verrebbe usato come moneta di riserva internazionale a fianco del dollaro. L’euro stesso avrebbe una tendenza alla svalutazione, che potrebbe essere controllata dalla BCE in modo da renderla non dirompente. La svalutazione stessa sosterrebbe le esportazioni e quindi la crescita del PIL. Perché l’Europa potrebbe avere questo privilegio politico mentre gli Stati Uniti lo stanno perdendo? Perché l’economia europea resta la più grande del mondo dal punto di vista commerciale. Oggi, se la Germania fosse capace di sostituirsi agli Stati Uniti nel rapporto privilegiato con la Cina, potrebbe svolgere insieme a questo paese il ruolo di motore dell’accumulazione mondiale. Ma allora perché le classi dirigenti tedesche non si muovono in questa direzione? Perché sono stupide? No. Perché in questa fase vogliono sfruttare la depressione e la crisi per fare le “riforme strutturali” in tutta Europa.
D) Accumulazione e forza dell’imperialismo. Nel VI capitolo, a pag. 183, affronti la tendenza all’indebolimento del signoraggio degli Usa, ovvero alla messa in discussione delle tre funzioni storiche su cui quel paese ha dominato per molti anni: banchiere, motore dell’accumulazione e sceriffo. Potresti precisare il rapporto crescente o decrescente degli investimenti Usa negli armamenti in rapporto alla propria decrescita dell’accumulazione? Secondo l’Engels dell’Antidhuring la forza di uno stato, di una nazione, è l’espressione concentrata della forza dell’economia a un certo stadio di sviluppo. Ne dovrebbe conseguire, con la decrescita dell’accumulazione, una decrescita degli investimenti negli armamenti, se è vero che ‘la moneta non figlia valore’ per dirla con Rosa Luxemburg, così come emerge a pag. 202 circa l’uso smodato della pompa monetaria.  A che punto è dunque quel tipo di rapporto?
R) Gli Stati Uniti stanno perdendo egemonia, e per il semplice fatto che la loro economia ha cessato di essere la più forte del mondo. Sul commercio internazionale pesano il 10%, quando nel 1948 pesavano il 25%. Sul PIL mondiale pesano il 19%, e nel 2010 sono sati superati dalla Cina (22%). Il dollaro è in un lungo trend di svalutazione rispetto allo yuan e all’euro. Le spese militari sono massicce. Nel 2008 costituivano il 17,1% della spesa pubblica, la quota più alta di tutti i capitoli di spesa, (le spese in istruzione costituivano il 3,2%). Il PIL non cresce abbastanza, poiché i salari e i consumi ristagnano, mentre le imprese tendono a delocalizzare gli investimenti. Quindi gli Stati Uniti, se vogliono continuare a fare lo sceriffo globale, dovranno aumentare il peso delle spese militari sul Prodotto Nazionale. Cosa che però farebbe aggravare i problemi di bilancio e la tendenza alla crisi fiscale dello stato. La bolla immobiliare d’inizio decennio ha consentito di sostenere lo sviluppo, ma ha generato un grave deficit della bilancia commerciale e quindi una forte crescita dell’indebitamento estero, e poi ha portato alla grande crisi. Insomma gli Stati Uniti stanno vivendo in una contraddizione insanabile. Se restano al servizio del capitale multinazionale, continuando a svolgere la funzione di sceriffo globale, aumentano il debito pubblico, il debito privato (delle imprese e delle famiglie) e il debito estero, sprofondano nella crisi fiscale, e il dollaro perde valore e prestigio. Se vogliono evitare tutti questi problemi devono rinunciare all’egemonia. Il governo non può più svolgere la funzione di motore dell’accumulazione mondiale. Tendenzialmente non potrà neanche svolgere bene la funzione di banchiere mondiale, visto che in tale veste genera più crisi che sviluppo. E comunque il mantenimento del signoraggio del dollaro dipende sempre più dalla benevolenza della Cina e di altri grandi paesi emergenti, che acquisiscono nei confronti degli USA un crescente potere di ricatto monetario.
D) Punto complicato, circa l’oggettiva collusione di rapporto tra Usa e Cina, ove sostieni che la Cina ha alimentato la bolla statunitense. Ora se lo scoppio della bolla ha significato l’evaporazione di valore precedentemente accumulato – in Cina, con lo sfruttamento del  proletariato indigeno di quel paese –  quali potranno essere le conseguenze rispetto all’accumulazione in termini di valore, il non ritorno di quei prestiti sia in Cina che negli Usa stessi?
R) Per il momento sembra che la Cina non voglia rovesciare il tavolo. Sta consentendo una sistematica rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro, così favorendo la ripresa delle esportazioni e della produzione americane. Accetta di perdere valore delle proprie riserve, e continua a finanziare l’economia americana seppure a ritmi meno sostenuti che nel passato. Nello stesso tempo, senza troppo rumore, si sta sostituendo agli Stati Uniti come potenza dominante in Asia, Africa e America Latina. Inoltre sta rinsaldando i propri legami diplomatici con la Russia e la Germania.  Sul piano monetario non ha fatto mistero della propria intenzione di superare il Dollar Standard, ad esempio con la trasformazione del Fondo Monetario Internazionale in una vera banca centrale mondiale che emetta una moneta (diritti speciali di prelievo) che gradualmente sostituirà il dollaro. Peraltro sta espandendo enormemente i propri investimenti diretti esteri, i quali nel 2030 (secondo una previsione della Banca Mondiale) saranno il 30% di quelli globali! Insomma la Cina sta lavorando ai fianchi. Quando arriverà l’uppercut, gli Stati Uniti perderanno il signoraggio del dollaro e la Cina rileverà (forse insieme all’Europa) la funzione di motore dell’accumulazione mondiale. Comunque anche la Cina ha i suoi problemi. La grande crisi 2007-13 non ha generato una recessione nella sua economia, ma ha fatto diminuire il tasso di crescita del PIL dal 12% al 7,5%. Nel 2013 sarà probabilmente ancora più basso.  Si tenga presente che la Banca Centrale cinese ha calcolato che un tasso di crescita di almeno l’8% è necessario per la stabilità sociale interna. Al disotto di quel tasso la disoccupazione aumenta in modo preoccupante. La conflittualità operaia è endemica e crescente. Nel 2010 è partita un’ondata di scioperi senza precedenti che è continuata fino a tutto il 2012. E sono azioni industriali spontanee e di massa che scavalcano il sindacato ufficiale e che tendono ad assumere contorni illegali ed effetti politici dirompenti. Questo è il tallone d’Achille della Cina: una classe operaia supersfruttata (dalle imprese multinazionali, ma anche da quelle nazionali e da quelle statali). Gli operai vengono disorganizzati dal sindacato ufficiale e quindi devono esprime le loro rivendicazioni sfidando l’ordine costituito. Non è da escludere che il disegno neo-imperiale e mercantilista della Cina venga messo in crisi da una nuova “rivoluzione culturale”.
D) Veniamo alla madre di tutte le questioni, ovvero se questa crisi ha come sbocco possibile o addirittura obbligato una guerra mondiale come lo furono la Prima e la Seconda.   “…Nel nord del mondo – scrivi a pag. 226 – la disoccupazione è continuata ad aumentare. Se nel 2013 gli speculatori realizzeranno che, trascinata verso il basso da Eurolandia o dal Giappone o addirittura la Cina, l’economia dei paesi  avanzati continuerà a ristagnare, è possibile che si verifichi a breve una nuova ondata di crash finanziari. Allora tutti i nodi dei contrasti economici mondiali verranno al pettine repentinamente e il riaggiustamento dei rapporti di forza tra blocchi politici continentali potrebbe essere brusco. Si tratta di rivalità inter-imperiali insanabili, di quelle che sboccano in grosse conflagrazioni belliche come prima e seconda guerra mondiale? Non credo. Oggi esiste il grande capitale globale. S’incarna in imprese multinazionali che hanno il mondo intero come campo d’azione. E tali imprese, che siano americane, europee, giapponesi, cinesi, hanno tutte un interesse comune all’abbattimento delle frontiere nazionali, cioè alla liberalizzazione dei mercati”. Si tratta di una tesi abbastanza ardita, perché assegnerebbe al meccanismo oggettivo del moto capitalistico l’attenuazione della concorrenza fra nazioni, il che potrebbe anche starci; ma la concorrenza fra le merci, e dunque fra gli stessi gruppi dell’oppressione del capitalismo globale, in base a quale principio ridurrebbe fino ad annientarli i motivi della guerra?
R) Oggi le spinte alla guerra tra grandi potenze provengono più dalle ambizioni geopolitiche degli stati che dagli interessi del capitale multinazionale. La crisi ha accentuato la conflittualità tra stati. Una guerra mondiale è già in atto, ma è una guerra valutaria: Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone hanno usato svalutazioni competitive (L’Europa ha adottato politiche di deprezzamento reale) con cui hanno cercato di scaricare sui paesi emergenti l’onere del rilancio della domanda mondiale. Ma non ha funzionato, in quanto ha scatenato delle crisi valutarie in molti di quei paesi (specialmente India, Brasile, Indonesia) spingendoli  al rallentamento della crescita. Tanto che la Federal Reserve ha dovuto rivedere i suoi programmi di “assottigliamento” delle politiche di moneta facile. Una guerra mondiale vera e propria mi sembra altamente improbabile. Più facile una qualche guerra per interposta persona in Medio Oriente, oppure la continuazione di una guerra economica di tipo mercantilista, combattuta col protezionismo e le svalutazioni e le deflazioni competitive. Il capitale globalizzato non gradisce questo tipo di guerra, perché riduce gli scambi internazionali e quindi i profitti. Per lo stesso motivo non gradirebbe una devastante guerra mondiale distruttiva.  Il capitale multinazionale non si identifica con gli interessi delle classi politiche nazionali. Non è la competizione tra nazioni che gl’interessa, ma la concorrenza oligopolistica tra le imprese sui mercati delle merci e del controllo societario, e la concorrenza a cui i mercati sottopongono gli stati. Questo tipo di guerra non si fa coi carri armati e i bombardamenti “chirurgici”, bensì con le innovazioni, la pubblicità, il marketing, il potere di mercato, la corruzione dei politici ecc. Gli stati servono, certamente, ma più per abbassare il costo del lavoro e assicurare la disciplina sociale che per erigere e allargare le barriere e i confini degli imperi nazionali.
D) In ultimo, nelle conclusioni, delinei una linea di tendenza verso una chiusura della forbice tra la condizione del proletariato delle metropoli e quello dei paesi emergenti o di giovane capitalismo, e l’estinzione dell’aristocrazia operaia, fino a ipotizzare quasi una tendenza verso un’oggettiva unità internazionale del proletariato gravida di possibili sbocchi rivoluzionari. Detto altrimenti: il capitalismo come Sistema Sociale e moto-modo di produzione si avvierebbe per sue stesse cause e leggi di funzionamento ad una sorta di crisi generale obbligando in questo modo il proletariato in quanto riflesso agente ad una azione rivoluzionaria dagli esiti tutt’altro che capitalistici? 
R) La contraddizione fondamentale del capitalismo è quella di classe. La globalizzazione la sta esasperando, in quanto tende a redistribuire reddito dai salari ai profitti e ad aumentare la povertà relativa del proletariato. Nello stesso tempo sta livellando su scala mondiale le condizioni di lavoro e i salari (diretti, indiretti e differiti). Sta creando un proletariato mondiale sempre più omogeneo in termini di livelli di sfruttamento e  di destituzione politica. Non solo, ma sta evirando le organizzazioni sindacali e riformiste del movimento operaio nei paesi avanzati, perché riduce la massa di valore che può essere usata per sostenere politiche d’integrazione operaia nei blocchi sociali capitalisti. E mentre si riducono fortemente gli spazi di manovra per le politiche riformiste nazionali, la conflittualità sociale aumenta in tutto il mondo. Non è detto che non possa sboccare in una grande ondata insurrezionale mondiale.

Ci vogliono morti

Dal Diario di Ciccio del 6.10.2013

non si potrà parlare di rinascita della DC. È un modo di dire il “contesto è cambiato”, ma nel caso specifico il contesto è veramente cambiato: la chiesa non è più quella di padre Lombardi microfono di Dio; i “poteri forte”, di cui la DC era “compare” sono svaniti (le grande industrie non esistono più), i nuovi poteri forti, quelli della finanza, non sono alla portata di un partito  italiano;

Commento.

Sembra così. Ma è solo in parte così. Questo è quanto appare in superficie ed è quanto si finisce per far credere da chi "a propria insaputa" si rende complice. Se io dovessi parlare di rinascita di D.C. sottolineerei che si tratta solamente dell'appropriazione di un nome che fa comodo perchè rievoca un periodo che in questi venti anni di berlusconismo è stato rievocato con rimpianto come qualcosa di buono. Un nome che permetterà al popolo gaudente di votarlo senza paura perchè tanto "è la vecchia DC" cosa può esserci di più tranquillizzante?

Si il contesto è cambiato. La nuova DC o come la si vorrà chiamare, è il prodotto non dell'antifascismo e della resistenza e della guerra delle democrazie contro le dittature e del condizionamento dovuto all' Unione Sovietica, è il semplice prodotto del berlusconismo che, a mio parere vuol dire corruzione materiale e morale estesa ad una quota di popolazione inimmaginabile e pronta a farsi strumentalizzare dal potente di turno.

Una corruzione economica, oggi illimitata e forse illimitabile, era ai tempi DC, tenuta a freno, per la parte economica e sociale, dalla presenza del PC, e limitata dalla speranza "socialista" della base dei partiti della sinistra, mentre la corruzione politica vedeva, già ai tempi del PC proprio questo partito distribuirla a piene mani impedendo la lettura corretta e veritiera della storia passata e falsificando la storia contemporanea. (Basta pensare al decantato e promesso  "Paradiso Sovietico").

Senza nulla togliere alle speranze economiche e politiche di "comunismo" degli intellettuali italiani dei tempi DC, non si può ignorare come gli stessi falsificassero o nascondessero ogni argomento di verità sulla interpretazione del passato  e della storia contemporanea. (La guerra di Spagna e lo sterminio degli anarchici, il patto Molotov Ribbentrop, le fosse di Katyn in Polonia, i Gulag in Russia ecc.)La critica sul capitalismo era fondamentalmente inesistente, basta pensare a come fosse accettato il principio che ciascuno avesse diritto  a quello che poteva comprare, e, in parallelo,il potere fosse un diritto inalienabile di chi lo conquistasse democraticamente o meno, per cui l'accumulazione della ricchezza, nei paesi capitalisti e l'accumulazione del potere, nei paesi "socialisti" erano largamente legittimati.

Il berlusconismo, purtroppo, ha realizzato la straordinaria connessione tra le bugie degli uni e le bugie degli altri con l'accettazione unanime delle tesi economiche che ammantano di saggezza e di scientificità sciocchezze spaventose. Ne ricordo qualcuna a mo di esempio:
Se non paghiamo il debito siamo rovinati! La verità è che non paghiamo il debito perchè siamo già rovinati. E comunque il mancato pagamento del debito non rovina il debitore più di quanto lo sia già. Rovina senz'altro il creditore.
Una banca, se io sono insolvente, non può tenere il mio debito al suo attivo. Deve o creare al passivo una posta che lo azzeri, o deve metterlo direttamente tra le perdite. Allora quando  in tutti i modi si obbliga a pagare il debito fino a indurre al suicidio  il debitore a chi si fa un piacere?
Siamo noi ad aver chiesto credito è quindi il nostro onore và salvato
E' possibile che noi avessimo bisogno o ci dicessero che avevamo bisogno di crediti, ma la legge del loro mercato esige che sia il futuro creditore a valutare se è possibile  fare credito esaminando la situazione economica del richiedente. Sarebbe legge fondamentale di mercato che se uno sbaglia a dare credito perda il credito. E' l'onore del creditore che deve escludere dal pagamento del  debito incolpevoli parenti o amici del debitore ed anche gli eredi qualora questi rinunciassero all' eredità. L' errore (se non c'è malafede come negli usurai) è solo del creditore e di nessun altro. Solo gli usurai (condannati dalle leggi divine ed umane) non guardano in faccia nessuno e speculano sulla debolezza di chi chiede loro e assalgono i beni di chiunque venga loro a tiro.
Inoltre il creditore (Banche e finanziarie) avevano ed hanno a disposizione fior di bocconiani che avrebbero dovuto esaminare i bilanci dei richiedenti e esprimere il proprio parere. Parere che, in un mercato, è di fondamentale  importanza  in quanto non solo salva i potenziali creditori ma soprattutto gli stessi debitori.
Il debito bisogna assolutamente pagarlo se no nessuno ti fa più credito
Ma di cosa si parla!(Ciccio in proposito è chiaro) Che forse ti danno dei nuovi soldi perchè tu possa investirli in produzione? No. Ciò che ti danno rinnova il debito scaduto ad un tasso maggiore. E non c'è nessun motivo per rinnovare il nostro debito. Il documento scaduto è pienamente valido.
Ma se non paghiamo ci dichiarano falliti
Il che vuol dire che tutti i nostri debiti, pur se scadenti tra dieci anni sono tutti da pagare immediatamente. Ve lo immaginate il pagamento immediato di duemila e passa miliardi?
Non voglio continuare.

Ma voglio parlare d'altro. Tu fai una trinità: Mercato, austerità e stabilità, mettendo il mercato ed il suo funzionamento liberista come il fine di coloro  che hanno il potere di decidere la nostra vita. Io credo, invece, che sia proprio la nostra vita  il loro fine. Cioè ci vogliono morti. Cioè vogliono un pianeta con solo la quantità di uomini che possono servire loro. Non è il "crescete e moltiplicatevi" che perseguono. Loro hanno bisogno di un pianeta ecologicamente sano. Loro vogliono cieli, terre, mari puliti, prati fioriti, ghiacciai inviolati, canti, danze, uccellini che fanno cip cip ecc. ecc. Come li vorremmo noi. Solo che noi li vorremmo per tutti arrivandoci (mai), ma avvicinandoci con il lavoro, la solidarietà, la libertà. Loro per se stessi. Loro amano se stessi. Parlano di se stessi. vivono con se stessi. Non hanno barriere religiose o politiche. In breve sono ricchi. Per avere quel mondo pensano ad  un solo modo: ridurre la popolazione ad un numero di individui consono ai loro bisogni e desideri. E' un metodo lungo. Però è il più sicuro. Nel senso che chi resta non può avere la forza di ribellarsi.

Forse non è così, forse non è ancora così. Speriamo che non sia così. Speriamo che io sia o pazzo o cretino.( Personalmente preferirei pazzo). Ma intanto ieri ho saputo che nel Qatar, per non so quali mondiali di Calcio, stanno costruendo  stadi che, visti i metodi usati, comporteranno la morte di circa quattromila persone che vi lavorano. I Faraoni, al massimo della loro potenza, costruivano le piramidi, questi gli stadi, i grattacieli e non so che altro. Però i Faraoni si sono estinti. Altri tempi.

Sogni d'oro. Angelo

martedì 8 ottobre 2013

Dalla Bossi-Fini alla Letta-Alfano (altro che democristiani)



I morti di Lampedusa hanno messo in chiaro, ancora una volta, gli effetti micidiali e nefasti della legge Bossi-Fini (un duo tramontato). Da qui la richiesta a più voci della sua abrogazione (un ministro, addirittura, si è impegnato).

Sara abrogata? intanto è iniziato il balletto della richiesta di un coinvolgimento dell'Europa, giusto ma non risolutivo Bossi-Fini imperante, mentre sull'abrogazione il numero dei distinguo e crescente. La realtà è che il centro destra non la vuole abrogare (altro che nuova DC), e il centro sinistra, in adorazione della stabilità, esprime una volontà di abrogazione tanto flebile quanto inefficace.

Ma da oggi i prossimi drammi dell'immigrazione non potranno più essere attribuiti alla Bossi-Fini, ma piuttosto al matrimonio Letta-Alfano.

lunedì 7 ottobre 2013

Rinasce la DC? No! È peggio (Diario 6 ottobre 2013)





Con la crisi del PDL è l’emergere di una “nuova” classe dirigente di quel partito, dove pesante è il peso dei cattolici e di uomini e donne con esperienza democristiana, si è avviato il dibattito sulla rinascita della Dc. Un po’ per celia e un po’ per non morire al primo incontro, della resurrezione della DC se ne parla in vari contesti e con finalità diverse. 

Qualsiasi sarà la soluzione della spaccatura del PDL, la vittoria piena dei “ribelli”, una vittoria così così almeno in apparenza, o la nascita di due partiti, non si potrà parlare di rinascita della DC. È un modo di dire il “contesto è cambiato”, ma nel caso specifico il contesto è veramente cambiato: la chiesa non è più quella di padre Lombardi microfono di Dio; i “poteri forte”, di cui la DC era “compare” sono svaniti (le grande industrie non esistono più), i nuovi poteri forti, quelli della finanza, non sono alla portata di un partito italiano; non c’è più l’industria pubblica che era la linfa, anche economica di quel partito; non ci sono risorse da distribuire, né ai pochi, né ai tanti (lo spropositato numero di pensioni per invalidità, soprattutto nel mezzogiorno, non era solo lo strumento per acchiappare voti, ma soprattutto quello per evitare di affrontare il problema del mezzogiorno, con una specie di “reddito di sopravvivenza”). Queste condizioni, e altre ancora, rendono impossibile la rinascita DC. Si sottolinea una sorta di antropologia antica di quelli che dovrebbero essere i nuovi democristiani: la fame e l’ingordigia di potere, nonché un feroce antagonismo che non perdona. Ma questo atteggiamento e solo di questi? Non mi pare.

Ma soprattutto quello che hanno in mente questi nuovi leader è ben altro che la “dottrina sociale della chiesta”, comunque ne fosse l’interpretazione anche opportunistica. Sono portatori di un liberismo rigido e senza alternative. Anche loro adorano una trinità (non c’è intenzione di offendere i cattolici, ma la metafora risulta molto utile): il mercato, l’austerità e la stabilità. Ma andiamo per ordine.

Iniziamo con la stabilità: ci si è accorti che la stabilità viene continuamente evocata; ma perché? Ha a che fare con i problemi del nostro paese? No, essa è evocata perché altrimenti i mercati ci puniscono. Peccare di instabilità è come offendere la trinità, e così giù la punizione. La stabilità. Inoltre, è soprattutto di potere: ogni cambiamento è in odore di instabilità.

L’austerità è l’altro idolo. Se fosse una politica consapevolmente espressa ed operativamente organizzata contro lo spreco e il consumismo, a favore per una vita più morigerata ed essenziale. Sarebbe una linea di condotta apprezzabile e condivisibile, ma non è così, si tratta di una politica che toglie di bocca l’essenziale a fasce crescente di popolazione, che taglia servizi indispensabili e funzioni necessarie per il nostro futuro. Essa è determinata con ferocia e finalizzata a pagare ( o meglio a rinnovare) il nostro debito sovrano e a pagarne gli interessi e a mantenere il nostro deficit entro il 3% del reddito nazionale (ci riusciamo, forse, con qualche sotterfugio, che l’Europa fa finta di non vedere) . Spero che i partiti sappiano, che il presidente del consiglio sappia, che il ministro del tesoro nonché il governatore della banca d’Italia sappiano che questo debito non riusciremo mai a saldarlo e che non riusciremo neanche a ridurlo al 60% del PIL come ci siamo impegnati con l’Europa. In realtà ogni anno il nostro debito aumenta sia in valore assoluto che in percentuale del PIL. Non ci riusciremo noi, ma non ci riuscirà la Spagna, il Portogallo e giù fino agli USA. 

La sostanza è che continuamente il “popolo” viene tosato attraverso le imposte per far fronte al debito. Ci si lamenta delle imposte, gli imprenditori, piccoli e grandi chiedono la riduzione delle tasse, ma queste non diminuiscono, anzi aumentano. Perché? perché dobbiamo “onorare” il debito altrimenti i mercati ci puniscono, non ha pietà. Bisogna che la richiesta di ogni diminuzione delle imposte si scontra con questo “obbligo”. Certo si può tagliare la spesa pubblica, ma fino a quando e a quanto? Ogni riduzione di sopesa pubblica non migliora la nostra situazione debitoria ma la peggiora.

Il dio supremo, il padre, è il mercato, che non è misericordioso ma terribilmente cattivo. Per soddisfarlo sacrifichiamo ogni anno non una vergine, come in un rito pagano, ma milioni di pensionati, di giovani, di donne di lavoratori.

Certo oggi non si può invocare il comunismo (anche se necessario, in una nuova forma), ma il mercato può essere controllato, ammansito, reso anche utile. Ma non bisogna adorarlo, bisogna contestarlo politicamente, legislativamente, amministrativamente e funzionalmente. Le liberalizzazioni sono proprio il contrario, a fin di bene esaltano l’assolutismo del mercato. Per esempio la liquidazione dell’industria di stato (al netto delle sue storture), nei settori strategici e ordinatori dell’economia produttiva è stata un errore che mi pare continuiamo a commettere.

È questo un periodo in cui diversi partiti sinistra e di centro-sinistra si avviano ai congressi, sarebbe essenziale che ci dicessero una parola chiara rispetto a questa trinità. Ma di questo ne riparleremo.







domenica 6 ottobre 2013

Lampedusa e la "vergogna"


Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia

(Testo pubblicato sul sito del Centro studi per la Riforma dello Stato)

Lampedusa non è solo l'estremo lembo dell'Italia e dell'Europa, la cosiddetta porta della penisola e del continente sull'altra sponda del Mediterraneo. E' anche, come sa chiunque ci abbia messo piede per poche ore, un microcosmo delle contraddizioni feroci della globalizzazione. E' un posto dove la presenza spettrale dei migranti rinchiusi e stipati nel centro di accoglienza convive, per molti mesi dell'anno, con la presenza spensierata dei turisti in vacanza. Dove l'incombenza quotidiana della morte convive con l'eterno presente dell'industria dello svago. Dove accade - è accaduto, tante volte - che i corpi dei vivi che si immergono nel mare si imbattano con i cadaveri che il mare sospinge verso le spiagge o sbatte sugli scogli. E' il posto dove i corpi che contano, e che si contano uno per uno perché equivalgono ad altrettanti consumatori di alberghi, bar, creme abbronzanti e spay antizanzara, si muovono contigui a quelli che non contano, e che si contano a grappolo, a decine o a centinaia quando arrivano dal mare vivi o morti, senza singolarità senza nome senza storia. E' un posto dove noi europei arriviamo con un trolley carico di tutti i nostri (vacillanti) diritti, e loro, i migranti, arrivano senza neanche il diritto a essere sepolti e compianti.
Chiamata ''frontiera d'Europa'' dai nostri politici che non sanno di che parlano, Lampedusa è dunque precisamente il posto dove l'idea di frontiera e di confine si vanifica, dissolta dal mare. Obbedendo a un nome più antico della geopolitica, il Mediterraneo - mare di mezzo, e di mediazione – rimescola quello che i confini della politica e della legge pretendono di dividere. Non c'è sovranità statuale che tenga, a Lampedusa. Non c'è legge di Schengen che valga, nel mare di mezzo. Non c'è barriera di cittadinanza possibile, dove il proprio dei diritti si perde nel nostrum del mare. Dove il mare restituisce la contiguità fra la vita e la morte che sta alla radice dell'umano, lì le politiche di distribuzione gerarchica e annichilente dei diritti, cento a noi e zero ai migranti, getta la maschera e si mostra per quello che è: una tanatopolitica basata, né più né meno che ad Auschwitz, sulla pretesa sadica di dividere gli umani in più umani, ''noi'', e meno umani, ''loro''.
Nessuna retorica dell'orrore, nessuna morale della vergogna, nessun elogio dell'eroismo dei lampedusani, nessuna proclamazione del lutto nazionale sono credibili se non sono sostenuti da una chiara ed esplicita autodenuncia delle connivenze della politica italiana con questa tanatopolitica che ha tristi e mai del tutto estirpate radici europee. Il Papa, che non legifera, può vergognarsi e appellarsi alla nostra vergogna, a un senso di colpa collettivo, a un collettivo desiderio di espiazione; il governo, il parlamento, la presidenza della Repubblica no. Se si vergognano, com'è auspicabile, hanno il dovere di dimostrarlo con gli atti, in primo luogo disfacendo quello che hanno fatto fin qui. L'immediata cancellazione della Legge Bossi-Fini e del reato di immigrazione clandestina sono la premessa necessaria, urgente e improrogabile di qualunque discorso sulla politica dell'immigrazione, dell'accoglienza e dell'asilo politico.
La piega che il discorso pubblico sta prendendo sui fatti di Lampedusa è invece tutta un'altra, e non solo a destra. Il ministro dell'interno, di fronte ai cadaveri allineati, sordo alle parole inequivoche della sindaca di Lampedusa e del governatore della Sicilia, dice e ripete che il problema non è la Bossi-Fini, che con ogni evidenza non intende toccare, ma il coinvolgimento dell'Europa ''nella condivisione della tragedia''. Ci si rivolge dunque all'Europa in una prospettiva doppiamente sbagliata: invocando a scopi meramente repressivi un di più di quella sovranità che le migrazioni sfidano, come se per superare la crisi dello stato sovrano bastasse allargarne i confini dalle singole nazioni alla Ue; e invocando la logica della riduzione del danno di fronte a un fenomeno che non è un danno e non è riducibile. Alla Ue bisogna imporre viceversa lo sfondamento dell'Europa-fortezza, la cancellazione delle leggi che consentono la libera circolazione delle merci ma impediscono quella degli esseri umani, la promozione di politiche dell'asilo nei confronti di masse di rifugiati che provengono da quegli stessi paesi in cui l'Europa fomenta le guerre, l'apertura di corridoi umanitari. E una completa rotazione del discorso sulle migrazioni, che finalmente le guardi come una risorsa necessaria per un continente altrimenti destinato a un inarrestabile declino demografico, e non come un danno da limitare o una tragedia da reprimere.
Riteniamo che su queste due discriminanti i partiti di centrosinistra debbano svolgere azioni parlamentari chiare e vincolanti ai fini della valutazione e della prosecuzione dell'attuale esperimento di governo.



 

domenica 29 settembre 2013

All'angolo

Adesso è il gioco dell'interpretazione. Perché SB ha fatto questa mossa, o queste mosse? non gli conveniva un'altra strategia? quello che ha fatto è un moto di stizza e rabbia o ha in mente qualcosa? ma se avesse permesso il dibattito parlamentare rinnovando la fiducia al governo ci avrebbe guadagnato in termini di immagine? ma farà la campagna elettorale sull'IVA con la preoccupazione che questo tema finisca per rivoltarglisi contro? Le colombe cosa faranno? il PDL si spaccherà? ecc. ecc. ciascuno ha una interpretazione psicologica, o politica, o economica. 

SB si sente una belva (è una belva) chiusa all'angolo con i suoi nemici che l'accerchiano. Si sente (è) perduto, con la forza della disperazione da zampate a destra e a manca, senza criteri ma solo per dimostrare che non è morto e che combatte, ma ogni volte le sue zampe ricevano ferite. Perde sangue, è finito.
La signora dal dito medio e il poeta di corte gongolano, l'hanno portato dove volevano, ma adesso non sanno cosa fare. E' probabile che  non si andrà alle elezioni subito, che si cambierà il porcellum, che si faranno dei minimi provvedimenti economici, che molti tradiranno e che Forza Italia verrà cotta a fuoco lento.

Certo Napolitano può fare qualche mossa che lo aiuti, il PD potrà fare tutti gli errori possibili, ma mi pare che il futuro del condannato è segnato. Ormai è un EX, questo lo terrorizza. E se scappasse con la sua fidanzata? Per piacere in questo caso porti con se almeno il poeta e la signora che ansima per il potere.    

giovedì 26 settembre 2013

Dimissioni di massa e caos costruttivo

Sembra che scaduto, come una confezione di latte, Silvio Berlusconi i parlamentari del PDL si  vogliano dimettere tutti in massa.  Poiché le dimissioni vanno approvate a maggioranza singolo deputato per singolo deputato e siccome, sia alla camera che al senato una maggioranza esiste, il PD potrebbe scegliere chi tenere e chi dimettere. Provate a immaginare che siano approvate le dimissioni di Berlusconi, Santanchè, Verdini, Bondi, ecc. diciamo tutti gli eccellenti mentre vengono respinte quelle della "palude" berlusconiana. Senza dire che ci sono i "primi dei non eletti" che premono alla porta. Caos politico e caos parlamentare, ma almeno si potrebbe approvare la legge sul finanziamento dei partiti e quella elettorale.  E poi finalmente andare a votare.
Andando oltre le dichiarazioni emotive si dimetteranno davvero tutti? Si tratta di "parlamentari" o di pretoriani (che come è noto uccidono e cambiano l'imperatore)?
Quella delle dimissioni non sarebbe una bella storia, dietro c'è l'idea di creare il caos, affinché il "popolo" inneggi  l' "uomo forte"; ma usando il cinismo una volta tanto  a fin di bene, si potrebbe usare questa occasione ,  separando e scegliendo, per andare alle elezioni e far fuori anche politicamente questa destra fondata sull'interesse di un uomo solo e ripristinare una dialettica politica che si ponga il problema di come attrezzare la società alla nuova fase del capitalismo finanziario.